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Addio Bourke

Darling Farm, Bourke, NSW, 23 dic 2012, ore 14:10, giorni visto circa 60/88

Non sono più un dipendente della Darling Farm. Tante cose sono capitate tra ora e l’ultima volta che ho scritto qui sopra. Avrei potuto scrivere di più, ma ero sempre o troppo stanco o troppo affaticato o troppo poco felice per farlo. Quindi riassumiamo.

Il 12 dicembre Sal è partito. Partito, andato via, visto scaduto, ritorno a casa, non so. Lui non mi è venuto a salutare ed io non gli ho augurato buon viaggio. Per tutti coloro che credono nel Karma posso dire che mi è giunta voce che mentre si recava a Sydney, abbia investito un grosso animale ed abbia disfatto la macchina. Solo voci, nulla di certo.

Dal 12 dicembre a ieri le cose sono andate meglio, soprattutto nei rapporti umani. Coi coreani c’era più complicità, qualche discorso, rapporti più normali. Durante la raccolta si sono susseguiti un buon numero di ragazzi di Bourke tra le nostre fila. Alcuni duravano qualche giorno, altri solo un paio d’ore. E’ un lavoro troppo duro per quelli di Bourke, per gli umani normali. I coreani sono invincibili, gli australiani sono pigri e non hanno la loro resistenza. Io credo di stare nel mezzo. Il mio rendimento lavorativo è stato sempre al di sotto di quello dei miei colleghi dagli occhi a mandorla. Non ho mai fatto tanta fatica in vita mia. La schiena sempre a pezzi, le gambe con la carne greve, le vesciche sulle mani e le dita che non facevano più forza. E’ stato terribile lavorare col caldo, con la polvere, con dei padroni che badavano soltanto a non lasciare indietro nemmeno un melone e chi se ne importa se fanno quaranta gradi e la gente sta male. Però non ho mai mollato. Non ho alzato bandiera bianca, non mi sono arreso, non me ne sono andato, e di questo vado molto fiero.

Credevo insomma che stesse andando tutto bene. Eravamo quasi alla fine della raccolta. Vedevo la luce. Dopo sarebbe stato solo un gennaio speso a seminare, seduti dietro al trattore, all’ombra. Una passeggiata rispetto al mese passato a raccogliere. Sarebbero bastati altri trenta giorni ed io avrei finito la farm. Ho aspettato quel giorno dalla prima ora in cui sono arrivato qui. Sarebbe stato il giorno più bello della mia vita e non per modo di dire. Sarebbe stato il giorno in cui avrei buttato tutto, i vestiti logori, le padelle, le scarpe, tutto. Sarebbe stato il giorno in cui avrei aspettato che Judy mi venisse a prendere per portarmi alla stazione dei bus. Avrei lasciato Bourke e la farm per sempre. Via, verso altre città, verso l’ultimo viaggio australiano, verso il ritorno a casa. Sarebbe stato un giorno atteso per 2160 ore: il giorno più bello della mia vita. Invece gli eventi me lo hanno portato via per sempre.

Negli ultimi giorni i rumors tra di noi per chi sarebbe rimasto erano insistenti e vari. Nessuno tra i coreani sapeva se sarebbe rimasto. Io avevo chiesto a Judy più e più volte se era sicuro che io e Sylvie saremmo potuti restare. La risposta era sempre: “Sicuro!”. Mi sentivo blindato, tranquillo. Avrei seminato e poi me ne sarei andato con i miei 88 giorni per il secondo visto spalmati nero su bianco su tutte le payslip. Sarei stato in una botte di ferro. Poi la doccia fredda.

Ieri, poco prima della fine della giornata lavorativa, Judy si è assentata per un po’. Al suo ritorno avevamo finito di raccogliere il campo numero 6; otto corse e cinquanta bins di meloni raccolti in tre ore. Lei ci ha raggruppato tutti e ha detto: “Ero da Andrew. Mi ha detto che lunedì è l’ultimo giorno di lavoro per tutti. Non vuole più nessuno”, poi è salita e ci ha portati a casa. Avevo pensato a questa possibilità. Pensavo che sarebbe potuto succedere, che il capo avrebbe potuto mandarmi via all’ultimo per non rischiare di perdere i lavoratori fino alla fine della raccolta. Pensavo: se mi succede, allora mi incazzo di brutto. Invece no, non è successo. Curiosamente, alla notizia, ero felice. Sì, non avevo finito la farm ed ero in mezzo alla strada in periodo natalizio: ma non mi è importato. E’ l’Australia, la terra delle infinite possibilità. Oggi va tutto bene e domani è un disastro. Però ci si può sempre rialzare. Ormai ho capito che fare piani è inutile ed impossibile. L’Australia ti frega, ti sorprende, ti ammutolisce e poi ti lascia a bocca aperta, però mai ti trascura. E questa è una gran cosa.

Pensavo che dare la notizia a Sylvie fosse dura. Pensavo che reagisse male. Dopo averglielo comunicato, al contrario, un sorrisone immenso le ha illuminato il viso. Non ho mai visto nessuno così felice. Basta caldo soffocante, basta fare bisogni nel secchio, basta vita da reclusi. Non più topi che girano per casa di giorno e di notte, non più ragni giganti e serpenti in agguato. Fine della dieta a base di riso e noodles, fine della sofferenza lavorativa, fine di tutto: lascio Bourke per sempre.

Domani alle nove un bus mi porterà a Sydney, dove trascorrerò il Natale in spiaggia a Bondi. Quello che doveva essere il peggior Natale della mia vita potrebbe rivelarsi invece essere uno dei migliori. Non ho mai festeggiato il Natale con trenta gradi, in spiaggia, col berretto natalizio ed il costume da bagno. Sarà bello, di sicuro meglio che passarlo chiusi in questo vagone abbandonato. Dopo Natale andremo a Melbourne passando per Canberra. L’ultimo dell’anno lo passeremo nella capitale del Victoria e dopo cercheremo un farm per gli ultimi quaranta giorni di farm. Domani non sarà il giorno più bello della mia vita, ma certo è in top tre.

Come disse Henry Lawson, “Se conosci Bourke conosci l’Australia”, e se ho conosciuto bene Bourke posso dire che l’Australia, quella vera, è quella dove per andare a fare la spesa grossa prendi la macchina e ti fai seicento chilometri fino a Dubbo, oppure ne fai trecento fino a Cobart per andare dal dentista. È quella che non ha strade asfaltate e che quando non piove da tanto ogni mezzo che passa solleva una tempesta di sabbia visibile per miglia. È la terra rossa che brucia sotto al sole o quella polvere rossa di quella stessa terra che ti ricopre e si infila ovunque. È il caldo soffocante alle sei del mattino. E’ la campagna che al mattino ti regala i canguri e la sera gli emu. Sono le case con la cisterna di acqua in giardino per i giorni di siccità. È il paese con un bar, un ristorante ed un circolo del bowling e basta. L’Australia vera è tutta qui. Il resto è America importata.

Addio Bourke, non credo che ci rivedremo. Ti ricorderò bene, nonostante tutto. Sei stata una maestra severa, ma comunque hai tenuto una straordinaria lezione.


L’inferno è per gli eroi

Darling Farm, Bourke, NSW, 26 nov 2012, ore 12:33, giorno visto irrilevante

Qui Bourke, si va avanti ma le cose potrebbero andare meglio. Chiuso il capitolo potatura, oggi è iniziata la fase della raccolta. Prima il corn, il mais. Diciotto persone per raccogliere pochi filari. Si raccoglie a mano, i chicchi appena tinti di giallo. Un trattore con un nastro trasportatore sta davanti a noi che raccogliamo pannocchia per pannocchia. Tutto bello se non fosse per il caldo. Alle 5:30 il termometro segnava 25 gradi. Il sole non era nemmeno spuntato e già l’aria era calda e secca. Alle 10:30 i gradi sono diventati 35. Per raccogliere, oltre alla tuta e alla felpa, indosso anche la sciarpa adesso. Il sudore sul collo si impasta con la polvere e i pollini e irrita tutto. Senza è un suicidio, meglio il caldo. Col sopravanzare della calura il ritmo si è abbassato, la raccolta rallentava e tra i filari di granoturco la temperatura era, se possibile, anche più alta. Non un filo di vento e quel poco che spirava era bloccato dal muro di piante. Sylvie è svenuta. Stava bene, poi il cuore ha accelerato, poi tutto nero. E’ stramazzata ma si è ripresa in fretta. Alle undici nemmeno il supervisor ci ha fermati. Troppo caldo, se continuate domani la metà di voi sarà ammalata. Visi stremati, rossi per il caldo e la fatica, odore di sudore misto a polvere rossa, polline e moccio. Non ho mai fatto una cosa così in vita mia. Ma non vi preoccupate, aggiungono i veterani delle raccolte, i veri cittadini di Bourke, siamo ancora in primavera. I 50 gradi preannunciati un po’ da tutti per dicembre, adesso mi fanno più paura. Il problema vero è un altro. I meloni ed i cocomeri non possono restare sotto al sole. Quando sono maturi vanno raccolti. Qualunque cosa accada. Se rimangono sul campo il sole li brucia e se viene a piovere tutto è da buttare. No, vanno raccolti tutti al momento giusto. Caldo, sole, svenimenti, non c’è scusa. Anche se ci fosse da lavorare fino a sera sotto al solleone. Quando si torna nel vagone, dopo che la giornata è finita e si fa la doccia, una volta asciugati sembra di avere la febbre. E’ come se il corpo espellesse tutto il calore accumulato. La pelle è rovente e le membra sfinite. Più passa il tempo e meno capisco come si possa pensare di farlo tutta la vita. Judy, la mia cara Judy, il supervisor migliore del mondo, è il mio eroe. Ha 62 anni e non batte ciglio. Dice sempre che ha caldo, ma beve pochissimo e non si ferma mai. Altra stoffa, altre abitudini. Io non sono paragonabile. Io spero solo che tutto finisca il più presto possibile.

 


Prosciutto crudo

Darling Farm, Bourke, NSW, 7 nov 2012, ore 14:46, giorno visto 17/88

Qui Bourke, tutto bene, si va avanti. L’avvenimento che mi ha spinto a battere sui tasti è proprio il prosciutto. Proprio ora, mentre sto scrivendo, sto gustando un toast al prosciutto crudo. La sensazione è indescrivibile. Il prosciutto crudo, quello vero, quello rosso, tagliato a macchina, un taglio fine, con una striscia sottile di dolcissimo grasso. Un pezzo di casa piovuto dal cielo, o meglio, piovuto da Dan. Il signor Dan è lo zio di Andrew, il ragazzo (non ha nemmeno trent’anni) che mi paga per vivere qui e strappare a mano rami secchi dagli alberi di mandarini. Questo signore è molto simpatico e durante le pause del mattino e del pranzo mi chiede sempre cose sull’Italia. Quando non cerco di spiegargli il motivo per cui Berlusconi non va effettivamente in carcere, generalmente parliamo di cibo. Qualche giorno fa abbiamo parlato a lungo del maiale. Quando mio nonno lo macellava, dopo qualche mese casa mia era invasa da ogni tipo di salume e di tagli di carne. Quando il tempo era passato a sufficienza arrivava anche il crudo. Ci voleva di più, ma l’attesa valeva il premio. Pochi giorni fa Dan ha macellato un maiale e tutto quello che ne è uscito sono state bistecche. Niente affettati o salumi: bistecche. Non mangiano nemmeno lo zampone ed il cotechino. Gli ho spiegato che in Italia questa cosa non esiste. Abbiamo un detto: del maiale non si butta via niente. Lui deve esserne rimasto molto colpito, soprattutto del fatto che la coscia del maiale da noi diventa prosciutto crudo. Quel velo di mistero che cela al profano il  processo per la stagionatura della carne. Bè Dan è andato a Dubbo, una città città a 370 chilometri da Bourke, ed ha chiesto se ne poteva averne un po’. Non so bene con chi abbia parlato o dove sia andato. Io a Perth lo trovavo solo in un negozio di emigranti italiani. L’ha trovato. Poi ce l’ha portato. 12 dollari per due etti di crudo. Quando me lo ha consegnato il pacco era ancora chiuso. Non credo l’abbia assaggiato. Credo che l’abbia fatto solo per portarci davvero un piccolo pezzo di casa. Non ha voluto nemmeno un dollaro. Io e Sylvie ci siamo rimasti di sasso. Non ce lo aspettavamo proprio. Stavamo mangiando quando Dan è arrivato e ci ha chiamati a sé con un segno del dito. Questo è per voi, a piece of home. Meraviglioso. Viene voglia di sdebitarsi, ma come si fa? E’ stato un gesto bellissimo. Appena rientrati nel container io e Sylvie ce lo siamo litigati ma siamo riusciti a salvarne almeno la metà per domani. Mi mancava il crudo e ora, grazie alla generosità di Dan, casa è un po’ meno lontana e Bourke è un po’ più vicina.


Venti, serpenti e tramonti

Darling Farm, Bourke, NSW, 26 ott 2012, ore 20:27, giorno visto 5/88

Bourke ha due venti, o almeno così pare a me, uno buono ed uno cattivo. Quello buono spira da est, dal mare. Passa da Sydney, spazza Bondi Beach e arriva fino a quaggiù a mitigare le sofferenze dei lavoratori. La sua brezza fresca e pura sfiora dolcemente le schiene sudate e i visi impolverati e porta benessere. E’ una delle godurie maggiori che offrono i campi in questa stagione. L’altro, il cattivo, viene dall’outback. Soffia dall’ovest e la frescura di Perth si secca e scompare attraverso il deserto. E’ un’aria che toglie il respiro e secca la gola. E’ una delle torture che offrono i campi in questa stagione. O tutto l’anno, chissà. Questi due venti sono le uniche fonti d’aria che spargono la polvere che alza la mia zappa. Quando va bene. Ieri abbiamo potato. Ad un primo impatto, la mattina presto, era anche piacevole tagliare i rami con le cesoie. Un poco di ombra offerta dagli alberi, la schiena dritta, un albero dopo l’altro. Alle undici e mezza il termometro segnava quaranta gradi e tutta l’aria del mondo non riusciva a penetrare la spessa coltre di alberi. Tutti in fila e compatti formavano una barriera impenetrabile a qualunque vento. E’ stato il giorno più lungo di tutti. Non sentivo più le braccia e il sole e la felpa che indossavo rendevano il tutto ancora più insopportabile. Volevo rinunciare, ero ad un passo, ma poi Judy, quella santa donna che amo sempre più, alle due nemmeno è arrivata e ha detto che poteva bastare. Faceva troppo caldo. Un altro giorno era andato. Dopo la doccia pensavo di avere la febbre a quaranta, tanto era il calore che avevo accumulato. Volevo scrivere ma le braccia erano troppo stanche. Potare è certo peggio che zappare. Ho notato una cosa: in campagna qualunque nuovo lavoro è peggio del precedente. Sempre, è una costante. Il problema è che sono tutti noiosi e faticosi. Davvero non riesco a comprendere come possa l’umanità fare affidamento sull’agricoltura. Fosse per me coprirei tutto di cemento e farei parcheggi per supermercati. Per fortuna non decido io.

Oggi la giornata si è aperta con un bel fresco. Era nuvoloso, e zappare i campi non più sotto al sole è tutta un’altra cosa. Ventinove gradi anziché quaranta fanno una bella differenza. Oggi è stato anche il giorno del serpente. Di fronte al mio container c’è un tronco di legno appoggiato sull’erba. Di solito è lì che attendiamo tutti l’arrivo di Judy. Dopo la pausa pranzo mi sono messo lì come al solito a parlare con Sylvie. Poi, con la coda dell’occhio ho visto un movimento. E’ stato strano. Ho guardato in direzione del movimento e ci ho messo almeno cinque secondi a rendermi conto che quello era un serpente. Un lungo serpente marrone. Lo vedevo, era lì di fronte a me, ma il mio cervello l’ha collegato ad un tubo per annaffiare mollato per terra ed impazzito a causa della pressione dell’acqua. Ricordo che il pensiero che mi ronzava per la testa era: “Non può essere un tubo”. Non so perchè abbia pensato a questo, ma quando ho realizzato il pericolo il serpente stava venendo verso di noi. Ho preso Sylvie da una parte, lei non aveva visto nulla. Sono silenziosi i ragazzi. Io non lo perdevo di vista, l’ho seguito finchè la distanza non è aumentata sufficientemente. Judy è scesa dalla macchina e anche Cathy, la vice supervisore. Anche lei è aborigena, e da donna dell’outback è scesa con la zappa in mano. Si è avvicinata ed ha iniziato a guardare a terra. Indicava dei punti dove la sabbia era smossa in un certo modo. Seguiva le tracce del serpente. Le due hanno ricostruito la strada presa dal rettile e hanno concluso che se si era avvicinato tanto era perchè forse cercava dell’acqua. Fine? Tutti a zappare. Così vanno le cose a Bourke. Al ritorno sempre quel serpente, o comunque un suo parente molto simile, strisciava sulla terra rossa che portava ai container. L’abbiamo schiacciato con la macchina ma dopo il nostro passaggio non c’era nessun cadavere. Forse era morto, forse era scappato. Chissà. Fine? Tutti sotto la doccia, la cui porta ha giusto giusto una fessura che sembra studiata apposta per i serpenti. Non è stata la doccia più rilassante dell’ultimo anno.

Non è affatto una vita facile. Tra la fatica e i pericoli ce n’è più che abbastanza per impazzire o scappare ma ci sono anche degli aspetti unici e positivi. Questo è quello che vedevo dalla mia finestra poche ore fa.

Non c’è Photoshop in questa foto. L’ho scattata e postata così com’era, sul mio onore. I tramonti dell’outback valgono quasi la fatica di vivere qui. Non è molto, ma è forse un primo passo per vedere quella bellezza che ad un primo sguardo sembra totalmente assente qui, a Bourke, terra di venti, serpenti e tramonti


L’Australia è una puttana

Darling Farm, Bourke, NSW, 24 ott 2012, ore 20:01, giorno visto 3/88

Chipping. E’ la parola australiana che significa zappare. E’ forse la parola che al momento odio maggiormente. Anche oggi otto ore a zappare sotto al sole. Le mie gambe non rispondono più, la mia schiena è a pezzi e le braccia sempre più pesanti. E rosse. Mentre tagliavo la mia bistecca al burro ho notato che gli avambracci sono quasi ustionati. Li definirei “rosso tramonto australiano”. Oggi stavo scoppiando dal caldo e ho tenuto le maniche della felpa tirate su fino ai gomiti per un paio d’ore nel pomeriggio. Nonostante la mia pelle si sia abbronzata sotto ad uno strato protettivo di crema al cocco durante il mio peregrinare per il Queensland, il sole dell’outback l’ha quasi bruciata. Ci è davvero mancato poco. Domani dovrò stare attento o mettermi la crema, anche se il pastone che deve saltare fuori con la polvere rossa non deve essere piacevole.

Mentre zappavo, sotto al cappello, pensavo a quanto sia puttana questa terra. Non perché offre il suo corpo per soldi, anche se un po’ lo fa, quanto perché le tue volontà qui sembrano contare davvero poco. La farm. A Perth parlavo sempre con Carlo della farm. Le sue intenzioni erano cristalline: era un’esperienza che voleva fare da solo, in un posto sperduto, lontano da tutto e da tutti, a fare un lavoro duro e a cercare di trovare il Nirvana in una specie di ritiro spirituale. Come è andata? Adesso è a Bowen e appena smette di lavorare si sbronza in una casa da urlo, in compagnia di gente sempre diversa, le domeniche al mare e i sabati in disco. Un caso? Sylvie non voleva assolutamente fare la farm. Dov’è ora? A fianco a me nel posto più sperduto e spietato d’Australia, dove l’erba è secca e l’acqua dei billabong è marrone. E io? Io ero indeciso. Avrei voluto una cosa soft, magari un lavoro in città, che so, a Darwin, valido per il visto, circondato da cemento e da vita. Certo non zappare sotto al sole a due passi da quel deserto che inizia al di là del recinto di Darling Farm e finisce quasi alle porte di Perth. Ma l’Australia ha deciso il contrario, tutti i piani sconvolti, tutto diverso. E’ bellissimo, da un lato. Niente certezze sul domani, ogni giorno un’incognita, una sfida, un cambiamento. Qui non si lucidano le maniglie sul Titanic: qui non ci sono maniglie né Titanic. Qui c’è solo una terra che offre l’evoluzione dell’avventura. Cook esplorava mondi inesplorati e lande sconosciute, ma l’avventura dell’Ottocento non tornerà mai più. Oggi si conosce tutto ma qui ancora non si conosce il domani e questa è l’avventura più grande di tutte. E’ l’avventura di oggi. Chilometri, van, esperienze, genti, padroni, mates, donne, giorni, tramonti, lavori, moduli, amici passati e futuri, case e ostelli. Tutto cambia, tutto passa e rimane solo nel cuore. Domani è un altro giorno ed è quasi inutile pensare a dove vorresti essere. Spesso non ci sei ma comunque tutto va per il meglio. Siamo nel migliore dei mondi possibili per davvero e Pangloss non ha mai avuto tanta ragione. Certo, ti capitano anche i giorni in cui ti svegli a Bourke, fuori da tutto e da tutti. Anche questa, però, è l’Australia.


La terra rossa

Darling Farm, Bourke, NSW, 23 ott 2012, giorno visto 2/88

Tra ieri e oggi il mio corpo ha subito uno stress incredibile. Non riesco quasi a muovere le gambe, le braccia sono pesantissime e la schiena mi fa male. Primi due giorni di farm, quella vera. Sveglia alle cinque e mezza, inizio lavoro alle sei e mezza e termine alle tre con mezz’ora di pausa pranzo. Le mie mansioni, fino ad ora, sono state strappare le erbacce a mano e zappare infiniti filari di cocomeri e meloni. E’ il lavoro più duro che abbia mai fatto in vita mia. Già lavorare in campagna è duro di suo, in più bisogna aggiungere all’equazione l’Australia. Il clima è torrido. Fino alle nove si sopporta bene, ma poi il sole si alza e se il vento non è fresco è come zappare in un gigantesco forno a cielo aperto. Mai una nuvola in cielo, il quale è azzurro come nei disegni. Purtroppo per proteggermi dal sole che ustiona sono costretto ad indossare abiti lunghi, quindi lavoro in felpa e tuta. Si possono quindi facilmente immaginare le mie condizioni nel primo pomeriggio. Il periodo di tempo che va dall’una alle tre è infinito. I minuti sembrano ore e la fatica fisica raggiunge il culmine. Lavoro in automatico, uno zombie nei campi coperto di terra rossa. La terra d’Australia è composta da polvere rossa. Questa polvere super fine penetra ovunque. Le scarpe sono rosse, gli abiti rossi, le lacrime e il muco rosso. E’ impossibile fermarla. Anche il pavimento del container ne è cosparso. Nelle foto è bellissima, ma lavorarci in mezzo è un’altra cosa. Però ci sono anche un sacco di aspetti felici. Judy, la supervisore, il mio capo diretto, è la donna più buona che abbia mai incontrato. E’ gentile, ti spiega sempre le cose tante volte e se lavori non al meglio, vinto dalla fatica, non ti rimprovera mai. Credo che sia un’aborigena, ma il colore della sua pelle potrebbe anche derivare dagli anni di lavoro nei campi, quindi non lo so di preciso. Anche negli orari è ultra flessibile. Ieri abbiamo smesso mezz’ora prima e oggi un’ora. Sempre otto ore segnate e via al riposo. Non so se lo faccia perché si rende conto che le nostre condizioni fisiche siano del tutto impreparate o se lo faccia perché anche in campagna la mentalità australiana del lavorare il meno possibile prevale, ma non mi importa. Quando si rientra è sempre una grande gioia, anche se fatico a salire in macchina per via dello stress muscolare. In Italia ho lavorato spesso in campagna, d’estate, a raccogliere la frutta, e non si sono mai sognati di regalarmi ore in questo modo. Mai. Rientrato nel container faccio la doccia e aspetto il giorno dopo cercando di non addormentarmi troppo presto. E’ forse il momento peggiore, dopo che ti sei un poco ripreso. Non si va da nessuna parte, non si parla con nessuno, non c’è nulla da fare se non aspettare. E’ una vita terribile. Non mi spiego come la si possa scegliere deliberatamente. E’ solo il secondo giorno e già non ne posso più. Spero solo che dalla settimana prossima il mio fisico si sia abituato. Mancano 86 giorni e desidero con tutto il cuore che passino in fretta, tipo quel paio d’ore di lavoro all’alba.


La pioggia porta conforto

Darling Farm, Bourke, NSW, 21 ott 2012, ore 15:43, domenica

Oggi va un poco meglio. Il senso di spaesatezza si è un po’ placato. La giornata si è presentata nuvolosa fin dal mattino e per un po’ ha persino piovuto. Poche gocce selvagge. Il fresco non è durato tanto, ma mi sembra che sia tutto lievemente più familiare. La natura non è così violenta, oggi. I rumori misteriosi che provengono la notte dall’esterno del container non ci sono durante il giorno e le nubi, placando il sole, diffondono tutto intorno un che di rassicurante. Anche il vento è più fresco. Non più un perenne asciugacapelli che spira in ogni dove ma una forte brezza carica di una lieve frescura. Nessuno in giro. Niente. Forse mi sto abituando alla situazione o forse oggi è solo una buona giornata, ma non mi pesa più come ieri. Leggo, scrivo, guardo film. Mi tengo impegnato nell’attesa che venga domani. Il mio primo giorno di lavoro nella farm, il giorno 1 su 88. Nelle 48 ore che ho trascorso qui ho sviluppato una serie di piani alternativi. Ad essere sincero non ci tengo poi più di tanto ad avere il secondo visto. Non a questo prezzo. Ora come ora è solo una gara di resistenza ed io, purtroppo, mi sento più favorito sulle brevi distanze. Non sono l’uomo delle maratone nell’outback, ma forse anche questa è solo questione di abitudine. Il mio problema più grande credo che sia il fatto di non riuscire ancora a ridurre tutto ai minimi termini. Sono qui, ho un tetto sulla testa, un letto e un condizionatore. Ho a fianco a me la donna che amo, ho un frigo pieno, un computer ed una connessione funzionante. Sono in un ventre di vacca. E invece penso al fatto che non c’è nulla, che sto sprecando giorni, ore, minuti preziosi della mia vita senza ricavarne nulla. So che non è vero, che quello che c’è qua fuori ha una sua bellezza e che se riuscissi a coglierla allora sarei nuovamente ricco, ma purtroppo non la vedo ancora. L’essenziale è invisibile agli occhi ed io sono cieco. E’ ancora troppo presto. Ho però iniziato ad esplorare i dintorni. Ieri ho camminato lungo la terra battuta che forma quella che possiamo definire la strada per arrivare al capannone dove si impacchetta la frutta. Dopo appena un centinaio di metri ho sentito un rumore nell’erba alta che costeggia la lingua rossa. Un lungo serpente marrone spuntava da un pezzo di terra nudo. Non ho visto la testa, mi sono volto tardi, ma il lungo corpo che precedeva la coda sembrava non finire mai. Non mi ha fatto tanto effetto, eravamo distanti. Anzi, mi ha quasi fatto piacere iniziare a fare la conoscenza delle creature che mi circondano. Sono comunque rientrato nel container perché non ho idea di come comportarmi di fronte ad una situazione del genere. Nessuno mi ha ancora ragguagliato a proposito, ma almeno abbiamo fatto conoscenza. La notte però fa ancora paura. Quei duecento metri che mi separano dal bagno per me sono come duecento chilometri. Troppi rumori, troppa vita sconosciuta, troppo buio. Un muro nero e impenetrabile che apre lo scrigno delle paure arcaiche, le paure provate dall’uomo fin dalla notte dei tempi. Non so cosa cela quell’oscurità, ma per ora non ho voglia di saperlo. Aspetto sempre con ansia il mattino, la luce e, quando si può, le nuvole cariche di pioggia. Domani alle sei e un quarto si va nei campi. Da quanto ho capito si seminano i meloni. Sdraiati tutto il giorno sulla terra rossa a fare buchi con uno stecco e a piantare semini. Sdraiati sulla terra dei serpenti aspettando il mattino dopo.