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Kaipin Confidential

Kaiping, Guangdong, 19 feb 2011, giorno 39, hotel

Questa città pare avere due hotel, uno per ogni stazione degli autobus. Dell’altro ignoravo l’esistenza al mio arrivo, ma la sorte mi ha favorito con quello più economico. 80Y, 10 euro per una camera con bagno. Sembra fantastico. Non lo è. Gli hotel sono tristi, mi fanno sentire come gli uomini soli della canzone dei Pooh, perduti nel Corriere della sera. Non ho compagni di stanza, non ho una sala comune dove fare quattro chiacchiere con qualcuno, non ho contatto umano. L’economicità di questo posto traspare piano piano. Niente internet e niente riscaldamento. Fuori ci sono 8 gradi e io non ho nemmeno una giacca. Quella con cui sono partito da casa in questo momento si trova tranquilla al calduccio nell’armadio del proprietario dell’ostello di Taipei. Era caldo, era ingombrante era inutile. Se tornassi indietro lo rifarei.

Ieri in aeroporto non ho dormito tanto e in autobus non ho chiuso occhio. Faceva troppo freddo. Per qualche motivo assurdo l’aria condizionata era accesa. L’autista guidava coi guanti mentre io mi chiudevo a riccio per il freddo. Nota personale: comprare una giacca. Alle sei del pomeriggio mi sono messo a letto dentro al sacco a pelo e sotto la coperta. Adesso è l’una, mi sono svegliato e non credo che riuscirò a riprendere sonno. Ho un libro nel pc, un e-book, “Tre uomini in barca” di Jerome K. Jerome. Ha un modo di scrivere strano, molto dispersivo, però non è male. Credo che sarà il mio coinquilino per le prossime ore. Potrei uscire, ma non ho la chiave della stanza. Quando l’ho chiesta alla reception mi hanno detto di non preoccuparmi, che avrebbero aperto loro. La hall è deserta e alla reception non c’è nessuno. Il mio desiderio di disagio è stato esauidito. Attento a ciò che desideri, mi ha detto una volta il mio capitano, perchè potrebbe avverarsi. Mi sento un po’ come uno dei protagonisti di un qualche film pulp degli anni ’80: uno squallido albergo, luci al neon rosse che filtrano dall’esterno attraverso la tensa sottile, il rumore dell’intermittenza dell’insegna e il traffico al di là del vetro della finestra. Manca solo la bottiglia di burbon e l’impermeabile grigio. Non c’è il water nel bagno. Solo la turca, e la cosa non mi emoziona. Scrivo coi guanti di pile perchè fa un freddo del diavolo e ho le mani congelate. Rido, mi sento un po’ sfigato ma sono stato anche peggio. Seduto fissando il monitor e la barra di scrittura che lampeggia aspetto il mattino. Quel burbon ci vorrebbe proprio.


Il popolo che ride

Chikan, Guangdong, 18 feb 2011, giorno 38, ore 17:25

“… scambiare quattro chiacchiere in lingue che non sai, comunicare con un semplice sorriso o con un gesto solo, scoprirsi Marco Polo, e non sentirsi solo tra gli umani. Stringere milioni di mani in ogni posto…”

Lorenzo Cherubini, Marco Polo

Senza indugiare nella mia ignoranza decisi di fare qualcosa. Il motivo per cui sono qui sono i Diaolou, ma era troppo tardi per andare a vederli. La guida consigliava anche l’antica città di Chikan, un minuscolo paesino sul fiume Tanjiang. Decisi di dirigermi lì per farmi un’idea del posto, quindi chiesi informazioni alla biglietteria della stazione. Quando mi videro arrivare andarono subito a chiamare una ragazza che lavora in un bar della stazione, l’unica che masticasse un po’ di inglese. Ye, nu, pli, tenkyu. Funziona così da queste parti. All’albergo per farmi capire che il resto me lo avrebbero dato il giorno dopo ci si sono messi in quattro. Quattro che ripetevano la stessa cosa in cinese, sorridendo. Poi ad un cliente venne in mente di mimarmi la cosa ed io compresi quello di cui ho scritto. La cosa certa è che di denaro non ne ho visto nemmeno l’ombra. Autobus numero 6, ultima fermata Chikan. Nell’attesa attirai più di uno sguardo incuriosito. Sebbene i Diaolou siano un bene protetto dall’Unesco, quindi famosi e turistici, sembra che qui nessuno abbia mai visto uno straniero. Sull’autobus c’era una donna con un pollo nella borsa. Era una borsa di vimini intrecciata a maglie larghe e stava sulle sue ginocchia. Il pollo al suo interno se ne stava buono e calmo, probabilmente del tutto ignaro del suo futuro. Il biglietto costava 3Y. Io non avevo spicci, solo una banconota da 5Y, e l’autista parlava un ottimo cinese. Facendomi segno tre con le dita, io gli mostrai la banconota da 5Y e la misi dentro alla macchina per i biglietti, o forse dovrei dire la scatola dentro cui i passeggeri mettono i soldi quando entrano. Il resto mancia, gli ho detto, e mi sono seduto. Tutti gli altri viaggiatori attorno a me hanno cominciato a guardarmi e a ridere, facendomi sengo di tre con le dita e scossando la testa al segno cinque. Un popolo cordiale, avvezzo al riso. Mi hanno anche preso un po’ in giro. Tentammo di comunicare. Io parlavo ma loro non capivano: sono Eugenio, vengo dall’Italia, sono un viaggiatore. Loro rispondevano in cinese e quando io scuotevo il capo e sorridevo loro ridevano tutti insieme. Non ridevano di me, ridevano con me. Anche alla stazione, prima di partire, avevo chiesto al bar un pacchetto di Marlboro. La tizia ha riso ed è uscita dal bancone mostrandomi una teca a 10 centimetri dalla mia faccia con tutte le sigarette che vendevano. Solo sigarette cinesi. Io ho sorriso della mia piccola gaffe e ho scosso la testa. Anche qui tutti gli astanti e la ragazza si sono messi a ridere. Risate buffe, non denigratorie. Mi piacciono i popoli che ridono; mi mettono a mio agio e mi fanno sentire meno lontano da casa.

Arrivato a Chikan mi chiesi dove fossi finito. Se mi avessero detto che l’autobus era in realtà una macchina del tempo, ci avrei creduto senza esitazioni. Ero nel 2010 o nella Cina del 1700? Alcuni definirebbero questo paesino brutto, sporco e vecchio. Io l’ho trovato caratteristico, sporco e originale. Integro. Sincero. Non un turista, non uno straniero, non un viso pallido. Io. Alla fermata dell’autobus scesi e mi incamminai verso non so dove. Dopo un po’ tornai indietro, deciso a chiedere un po’ di informazioni. Qui trovai un americano-cinese che era tornato a casa per capodanno, oltre che una decina di persone tutte incuriosite da me. L’americano mi fece una domanda semplice: dove devi andare? Io risposi: non lo so, a Chikan. Lui mi guardò, chiedendomi se mi stessi prendendo gioco di lui. No, voglio visitare Chikan, il centro. Credo che non stesse capendo, infatti mi chiese se fossi solo, in Cina senza parlare cinese e nella minuscola città di Chikan. Sì. Mi guardò come se avesse visto uno spettro, mi strinse la mano e mi disse: “Hai le palle amico!”. Poi tradusse la nostra conversazione che venne accolta dalla piccola calca con sguardi stupiti e sorrisi compiaciuti. Mi preoccupai. Ci vogliono le palle per andare in Cecenia, in Iraq, in Somalia. Non in Cina. Vero? Da quel momento, però, tutto cambiò. Barriere abbattute, muri dissolti: totalmente a mio agio. Da dove provenivo non importava più e io non me lo ricordavo. Tutti cercarono di darmi indicazioni e dopo aver capito da che parte fosse il centro mi incamminai. Ai bordi delle strade portici quadrati con venditori di cibo, falegnami, fabbri e commercianti. Al mio passaggio molti fermarono il porprio lavoro per guardarmi e salutarmi. Hei, c’è uno straniero. I più arditi, quelli che parlavano inglese, mi chiesero da dove venissi. L’Italia suscita sempre ammirazione e tutti mi salutarono con good luck e welcome. Feci tante fotografie. Avrei voluto anche fotografare le persone: una nonnina che preparava il tè, un gruppo di uomini che giocavano a carte sotto al portico, un falegname che lavorava bambù, un gruppo di donne che sedute ad un tavolo giocavano a Majiong; ma non l’ho fatto. Non sapevo fino a che punto potevo spingermi e ho preferito non rischiare di disturbare la quiete degli abitanti di questo paese. Lungo il fiume vidi una fila di case che somigliavano ai palazzi lungo i canali di Amsterdam. Almeno la Amsterdam delle fotografie del passato. Sì, erano sporchi e l’intonaco cadeva a pezzi, ma lo stile era quello. Da una finestra di quelle case fece capolino un bambino. Mi guardava attraverso le inferriate. Era una foto magnifica e stavo per inquadrarlo quando questi subito si nascose. Aspettò un po’ poi tornò a sbirciare. Io mi misi a ridere e lui mi imitò. Andammo avanti per un po’ con questo gioco ma alla fine feci la fotografia. Lo salutai con la mano, lui rispose e io me ne andai. Per quanto piccolo fosse il paese, rapito dall’atmosfera e noncurante della strada percorsa mi persi. Fui costretto a chidere un passaggio ad un vecchio su un risho per ritornare alla stazione. Gli offrii del denaro, ma lui rifiutò. Sorridendomi per farmi capire che ra tutto ok mise in mostra tre denti, gli unici, dello stesso colore dell’intonaco screpolato delle case, poi andò per la sua strada. Il senso della vita è un po’ anche questo. Salii sull’autobus col cuore leggero e desideroso di mettere su carta tutto quello che ho appena raccontato.