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Indian – Pacific: Perth to Adelaide

Perth, WA, 26 ago 2012, 10:52, East Perth Train Station

Sono passati un sacco di anni da quando ho sentito parlare per la prima volta dell’Indian – Pacific. L’ho scoperto per caso, come quasi sempre accade, un pomeriggio in cui non avevo voglia di studiare in biblioteca e quindi mi sono messo a curiosare tra gli scaffali della sezione viaggi. Il titolo diceva “Australian Cargo” e dopo averne sfogliate poche pagine me lo sono sparato tutto. Qui ho conosciuto l’Indian – Pacific. Ricordo che ho pensato: un giorno salirò su quel treno e farò quel viaggio. Bè, oggi quel giorno è arrivato.

L’Indian – Pacific , come dice il nome, è un treno che collega la costa occidentale e la costa orientale del’Australia. Dall’oceano indiano a quello pacifico, per l’appunto. E’ un tratto infinito e continuo di rotaie, 4352 chilometri di strada ferrata che spacca a metà l’Australia. E’ il secondo treno più lungo del mondo, dopo la Transiberiana, ed è il percorso ferroviario con la tratta dritta più lunga del mondo. Attraversa tre stati: il Western Australia, il Southern Australia e il New South Wales. Grandi numeri per enormi distanze. Inaugurato nel 1970, secondo alcuni è uno degli ultimi viaggi epici rimasti attivi sulla Terra.

Appena arrivati sul binario della East Perth Train Station si capisce subito la maestosità del viaggio dalla dimensione del treno. Fai un passo sul binario e lui è lì e ti saluta con la sua scritta Indian – Pcific gialla intramezzata dalla grande aquila. Poi succede una cosa sconvolgente: cerchi la locomotiva ma non la vedi. Allora provi a consolarti cercando con lo sguardo la fine del treno, ma non vedi nemmeno quella. E’ il convoglio più lungo che abbia mai visto. Saranno trenta vagoni, ma sembrano il doppio. Tutti d’argento e tutti marcati dalla loro scritta sfoggiata con eleganza. La locomotiva, una volta raggiunta a piedi, è blu mare e qui la scritta occupa tutta la fiancata. Non vogliono che tu abbia dubbi, mate: questo è proprio l’Indian – Pacific, quello che hai sempre sognato.

La stazione, che al mio arrivo era quasi vuota, va via via riempiendosi mano a mano che si avvicina l’ora della partenza. Questo treno parte da Perth due volte la settimana, così come due volte parte da Sydney.

Ci sono un sacco di anziani e non molti backpacker. Non mi aspettavo una cosa così.

La hostess gentilissima ci fa accomodare alle nostre poltrone e ci illustra, sempre con il sorriso, tutte le nozioni che dobbiamo conoscere per poter fare il viaggio più confortevole possibile. Su questo treno ti incoraggiano a girare per le carrozze per evitare che ti si addormentino i muscoli. Del resto due giorni a sedere, il tempo che occorre ad arrivare ad Adelaide, non sono pochi. Il treno ha una carrozza bar, un ristorante, una sala comune, le docce e i bagni. Gli asciugamani te li forniscono loro. I seggiolini sono rossi, si sdraiano quasi completamente e c’è spazio a sufficienza per stendere le gambe. L’interno della carrozza mi ricorda un po’ gli autobus anni ’50 americani, con le pareti di una tinta tra l’azzurro e il verde acqua e i sedili rossi con le rifiniture in pelle che riprendono il colore delle pareti. Le finestre sono grandi a sufficienza per lasciare entrare le immagini spettacolari  che scorrono fuori. Hanno un doppio vetro con in mezzo delle persiane e queste possono essere tirate su o giù tramite una manovella. In poche parole è bellissimo, non ho mai visto un treno come questo. Mentre cerco di tirare su la persiana del finestrino, la signora seduta nella fila dietro sorride e dice che la vista è migliore dalla parte dove sono seduto. E prima di salire sul treno un’altra signora si è avvicinata a noi che ci facevamo fotografie a vicenda con il telefonino e ci ha chiesto se ne volevamo una insieme. Che grandi abitanti ha l’Australia.

Il treno si muove lentamente, cigola un po’ e poi si muove. Il grande viaggio è cominciato.

Appena fuori Perth il paesaggio è verde, con qualche recinto di cavalli e qualche farm che coltiva viti. Questa è una zona abbastanza ricca di vigneti e il vino del Margaret River, a pochi km da Perth, è uno dei migliori di Australia. Non vedo l’ora di arrivare al bush, sperando di vedere i canguri, ma so che manca ancora molto a quello. La periferia di Perth è splendida, con casette in fila e ogni tanto piccoli agglomerati di negozi e servizi, come a formare delle piccole cittadine dentro alla città. Niente degrado, niente case abbandonate e ruderi e discariche. Tutto utile, pulito ed in ordine come il centro della città.

Da qui in avanti è una cartolina dietro l’altra di paesaggi unici. Terre brulle, alberi, verdi prati e distese di fiori gialli accompagnano la marcia di questo serpente di metallo per miglia e miglia finchè la traversata dell’intero continente non è conclusa. Appena la presenza umana si dirada si fanno largo fiumi che scorrono su letti rocciosi ai bordi di montagne verdissime coperte di alberi e arbusti. Piante che non ho mai visto da nessuna altra parte. Pochi animali, per lo più uccelli, poche case e qualche auto. Nulla più. Paesaggi incontaminati, brulli e desolati si susseguono l’uno dopo l’altro fino al calare del sole. Poi è l’oscurità completa.

Come si fa a non amare il treno? Questo essere che si insinua in posti che normalmente sarebbero ignorati, come si fa a non amarlo? Il viaggio in treno è un viaggio. Ci si muove lentamente, si osserva tutto, si vedono cose che normalmente non si vedrebbero. Il panorama è sempre vario e capisci il valore della distanza che percorri, centimetro dopo centimetro. Il viaggio in aereo è uno spostamento, è per gente che ha fretta. Se hai fretta di fare una cosa si vede che non ti sta piacendo quello che stai facendo e hai voglia di fare qualcos’altro. Il viaggio in treno è già di per se un’esperienza. Più spazio, più calore umano, più dettagli. Onestamente: come si fa a preferire l’aereo? Questo, poi, è un treno che va piano. Molto piano. Si potrebbe quasi dire che sia una passeggiata attraverso l’Australia. In alcuni punti sembra quasi fermarsi, tanto va piano. E’ un mezzo da viaggiatori d’altri tempi, è un mezzo per gente per la quale l’attesa fa parte del piacere. Per accrescere ulteriormente il sapore del viaggio antico, la carrozza diffonde musica country e motivi suonati col banjo. Tutto fa dimenticare dove si è, trasportando il viaggiatore non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Una moderna diligenza che trasporta i viaggiatori verso l’ultima frontiera dell’ovest americano di fine ‘800, all’ultimo avamposto della civiltà, prima che lo sguardo si perda verso infinite distese di verde e di rosso. Un viaggio epico in luoghi incredibili ed in tempi passati.


Primo bilancio australiano

Perth, WA, 23 ago 2012, ore 14:58, casa mia (ancora per poco)

Così ci siamo, ultimi giorni a Perth. Come sempre quando un capitolo si chiude è bene fare un bilancio.

Innanzitutto il tempo: Cristo come vola qui! Sono quasi sei mesi che sono in Australia, in questa città, in questo quartiere. Ricordo come se fosse ieri quando ci sono arrivato e mi sembrava di essere su un altro pianeta. L’Australia. La sogni per anni e quando ci arrivi le tue aspettative non sono deluse, anzi. Il tempo che vado ad analizzare lo vedo come la barretta che sul PC identifica l’hard disc. Sai quanto spazio hai e questo hard disc è grande un anno. La prima parte di spazio occupato è una barretta rossa che potremmo chiamare driver. E’ il tempo che impieghi ad ambientarti, a capire come girano le cose da queste parti. Inizi a conoscere le strade, la conformazione urbana, i prezzi e gli orari del luogo dove ti trovi. Cerchi un posto dove vivere, un lavoro ed inizi a conoscere le prime persone. Cerchi anche di capire il tuo livello di inglese. Qui non siamo a scuola, non è l’ora che si passa col professore che ti dice che si parla solo inglese ma che poi se tu alla fine non capisci te lo spiega in italiano. Qui è tutto inglese, o meglio australiano, e all’inizio, soprattutto la comprensione, è difficile. Ma poi tutto va a posto, trovi casa, lavoro, amici e inizi ad ingranare. Ed ecco che arriviamo al secondo blocco dell’hard disc. Questo blocco è piuttosto grande, arriva quasi fino a metà e lo possiamo identificare come i file di sistema. Per dirla in maniera meno nerd possiamo chiamarlo anche soldi. E’ tempo che passi a lavorare, facendo anche due lavori e oltre cinquanta ore alla settimana. Tutto pur di cominciare a mettere via quel gruzzolo che ti permetterà poi di viaggiare per tutta l’immensa e meravigliosa vastità di questo continente. E’ un tempo in cui per me ci sono state poche parole e poche foto ma che ha lasciato un solco gigante. Anche se sei mesi non sono niente, Perth è come la mia casa adesso. Ho tanta confidenza con lei. L’ho imparata a conoscere bene. Le strade, i negozi, dove andare a mangiare, dove trovare ciò che mi serve. So tutto quello che devo sapere di lei e so già che tra quattro giorni mi mancherà parecchio. Chi ci è già passato, chi è già stato in un posto e l’ha poi lasciato, dice che la prima è sempre quella che ti rimane più cara. Non importa che sia bella o brutta, che tu veda posti meravigliosi o che sia in vacanza: il primo pezzo d’Australia che ti colpisce è anche quello che ti porterai dentro per sempre, no matter what.

Lasciare il lavoro e la tua casa fa effetto. Mi sono sempre sentito una persona abbastanza nomade e certo non ho intenzione di fermarmi. I Modena direbbero che “un vagabondo sa che deve andare avanti”. Però conosco per la prima volta davvero l’abitudine, la peggior nemica di un viaggiatore. L’anno scorso non rimanevo mai in un posto per più di due settimane. Dopo cinque giorni già sentivo prurito ai piedi e mi stancavo. Dovevo andare, non importava dove né come ma dovevo andare. Questa volta è diverso: è così facile abituarsi a Perth. E non è che io stia tornando in Italia. Quello proprio non lo sopporterei. Sto per affrontare un paio di mesi di viaggio che mi porteranno ad attraversare l’Australia, per arrivare a Sydney e poi su, verso nord, verso il Queensland, le sue spiagge e la barriera corallina più grande del mondo. Un posto da sogno.

Quindi non resta che ricordare che lo spazio più importante di questo hard disc è quello che non è ancora stato scritto, che ora è vuoto ma che si riempirà di nuove avventure e nuove esperienze.

That’s all folks! 

Arrivederci Perth.

 


Una piccola Venezia

Mandurah, WA, 16 ago 2012, ore 15:29, linea Perth – Mandurah

L’ultima fermata della linea arancione della Transperth è Mandurah. Situata a 75 chilometri a sud di Perth, è una cittadina di sessantasettemila abitanti incastonata tra le acque: quelle salate dell’oceano indiano, quelle del Peel-Harvey Estuary e quelle del Serpentine River. Il risultato è un intreccio di comunità urbane e semi-rurali che in alcuni scorci sembrano uscire da una cartolina.

Ad un primo acchito non possiede né l’odore di mare di Fremantle né l’aria profumata di Perth. All’uscita della stazione non è nemmeno possibile vedere il mare, il fiume o un qualunque ammasso d’acqua che non sia l’enorme cisterna di metallo che sovrasta i tetti delle casette in fila. Decisamente non colpisce subito.

Il centro della città, questo sì circondato dalle acque, è composto, vivace e tipicamente australiano. Costruzioni di legno e di vetro si susseguono una dopo l’altra, tutte basse e tutte ordinate e raccolte. Negozi, ristoranti, fish ‘n’ chips. Il traffico è pallido come le tinte pastello degli edifici e il sole che si specchia negli harbour abbaglia e riscalda. Parchi, panchine e percorsi pedonali e ciclistici circondano la Mandjar Bay, la principale insenatura su cui si affaccia la città. La stagione invernale rende il tutto un po’ smorto, spento, quasi appannato, ma è normale pensare a come l’estate possa portare calore sia umano che atmosferico e questa stazione balneare ora così tranquilla.

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Fin qui niente di spettacolare o degno davvero di nota. Bisogna attendere che la passeggiata ci porti fino alla Venetian Canals Residential Area prima di trovare una sorpresa. Quest’ara residenziale è stata chiamata così perché lo spazio urbano si sviluppa su isolotti circondati da canali. Su queste piattaforme di terra edifici moderni e lussuosi fanno trasparire tutto il benessere che l’Australia può vantare. Case residenziali che si affacciano su vie d’acqua e strade che hanno nomi tipo Arsenale Lane, Veneto Lane e The Lido. Lungo i canali quasi immobili scene di ormeggi e di marina che ricordano Venezia come Copenaghen e rendono la barchetta un accessorio indispensabile per i residenti. A pochi passi da queste vie c’è una piccola spiaggia di sabbia e qualche gioco per i bambini.

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Continuando a camminare lungo un ponte che a me ricorda incredibilmente il Valentine’s Bridge di Taipei si giunge al Mandurah Ocean Marina, un porto turistico fatto a ferro di cavallo che ospita, oltre ad innumerevoli imbarcazioni, negozi, ristoranti, il Fishing and Sailing Club e i servizi di rimessaggio per le barche. Una città dentro alla città. Unico neo: le persone. La stagione invernale è la principale responsabile dell’atmosfera malinconica. Molti esercizi chiusi, quasi nessuno in giro, posti deserti, ma è un giovedì mattina di inverno. Non ci si può aspettare la folla delle domeniche estive, le ragazze in bikini e i viali pieni di gente. Sono però anche convinto che d’estate, quando la folla invade davvero ogni centimetro di questo posto, giornate come questa possono anche arrivare a mancare.

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