Just another WordPress.com site

Posts tagged “singapore

La pioggia, due anni dopo

Singapore, 25 feb 2013, ore 17:31, Footprints Hostel

La Malacca è una penisola strana. Partendo dalla Thailandia si slancia verso sud nel mar delle Andamane, per poi sfociare nello stretto a cui dà il nome. Ad un certo punto forma un istmo che sembra quasi staccarsi dal continente asiatico, per poi riallargarsi e culminare come una punta di lancia; una lancia verde che affonda nell’azzurro del mare. In questa penisola coesistono tre stati. La Thailandia, da cui tutto ha origine. La Malesia, che forma la picca della lancia, e Singapore, che altro non è che la punta estrema dell’asta. La città stato è l’ultimo baluardo di continente, il confine tra la terra e le diciottomila isole che formano l’Indonesia. In realtà, essa stessa è già un’isola, ma la distanza che la separa dalla Malesia è talmente poca che dalle cartine, e dalla sua dimensione, non si ha affatto l’impressione di essere su un’isola. Non si ha nemmeno la sensazione di essere in Asia. Si è a Singapore. Punto.

Due anni dopo la mia prima visita eccomi di nuovo a qui. E’ bello cercare di ricordare i luoghi da me visitati in passato. A volte i ricordi sono freschissimi, come se fossi appena andato via. Altre volte, le cose, me le ricordavo completamente diverse.
La città si riconferma guazzabuglio di razze, religioni e costumi. Le lingue si mescolano, così come le cucine ed i colori. Impossibile definire asiatica questa parte di mondo, così come impossibile sarebbe non definirla tale. In realtà è come essere in un limbo, in un punto di passaggio tra l’Inghilterra colonizzatrice ed il vicino continente. Sono tanti gli aspetti che confondono. I cibi sono asiatici. Noodles, dumplings e riso si mescolano e si originano da mille ricette diverse, imparate da nonne sparse tra l’India e il Giappone. La skyline è europea, o americana. Occidentale. Decine e decine di grattacieli nuovissimi, dalle vetrate a specchio, che svettano scintillanti dalla terra per poi tuffarsi nel cielo. Ai loro piedi, le acque verdi dei mari del sud non hanno identità. Le piante ed i parchi sono Asia, o per meglio dire, piccole giungle equatoriali. Tra la città ed  il parallelo più famoso ci sono solo 150 chilometri, e i parchi della città, per lo più abbondanti e rigogliosi, risentono di questa vicinanza. Zeppi di piante verdissime e di fiori colorati, essi evocano alla mente le immagini che, da europei, siamo abituati a vedere solo nelle enciclopedie che raccontano di Paesi lontani. La ricchezza è occidentale. Ogni palazzo o strada o centro commerciale o cantiere in costruzione trasuda benessere. Uno dei principali centri finanziari del mondo, nonché uno dei porti più trafficati del mondo, è anche uno stato molto piccolo, dove gli abitanti hanno un reddito pro capite medio da fare invidia a Montecarlo. Gli odori sono asiatici senza dubbio. Che si tratti di Little India o di Chinatown, gli odori delle bancarelle che vendono cibi, degli incensi, degli assembramenti umani e delle strade, hanno tutti i sapori dell’oriente, dei bazar, delle spezie. In ultimo vengono gli abitanti. Questi non sono né asiatici né occidentali. Sono di Singapore, che è un modo come un altro per dire che vengono dall’Asia come dall’Occidente, come dall’ultima Babilonia forse ancora in piedi nel mondo. Ci si sente a casa anche se non lo si è.

L’Australia è ormai lontana. La sua vicinanza è data solo dal clima, da quella stagione delle piogge che speravo essermi lasciato alle spalle. Invece eccola qui. Due anni fa incontrai qui la pioggia per la prima volta dalla mia partenza. Ora la rincontro dopo aver appena lasciato Darwin. Un po’ la maledico, ma non troppo. Giusto perché mi impedisce di vagabondare libero per le strade della città. Però va detto che questa pioggia mi permette di starmene seduto sotto al portico, in attesa che smetta, e di osservare la vita muoversi in mezzo all’umido che scroscia dal cielo. Starsene in pace a guardare persone che si inzuppano lungo le strade, mentre sotto al portico godo del vento, del fresco e della sedia comoda. E poi, del resto, non c’è nessuna fretta. Viaggio.

Advertisements

Ciambella, WiFi e pioggia

Singapore, 2 mar 2012, ore 06:32, Chingai Airport, Terminal 3, Dunkin’ Donuts

Passa il tempo ma il fiuto per le WiFi gratuite non lo perdo mai. Singapore, un anno dopo. Gustando una ciambella da professionista e ingoiando un caffè molto meno professionale, guardo la pioggia spiaccicarsi contro ai vetri scuri dell’aeroporto. Singapore un anno dopo è sempre uguale, almeno l’aeroporto, ma molto diversa. Questa parte del mio viaggio si potrebbe chiamare: domande. Tra qualche ora ho il volo per Perth e io mi chiedo: sarà come mi aspetto che sia? L’esperienza, mi suggerisce di no, a malincuore, ma sinceramente. Troverò lavoro? E una casa? Singapore un anno dopo è diversa, eccome. Non tanto per quello che offre, ma per quello che porto io con me. Un viaggio diverso per un viaggiatore diverso. Quell’euforia mista a paura che avevo quasi dimenticato. Rimettersi in gioco, un gioco diverso ma ugualmente promettente. La pioggia continua a scendere furiosa e io continuo a pensare all’Australia. La terra dei canguri ha catturato tante persone prima di me, le ha colpite e le ha portate via. Succederà così anche con me? Non lo posso sapere; quello che so è che già mi manca il caffè di casa mia.


Londra o Hong Kong?

Hong Kong, 16 feb 2011, giorno 36, ore 13:12, marciapiede di fronte all’ambasciata cinese

Londra o Hong Kong? Se lo si dovesse intuire dal clima si farebbe molta fatica. Nonostante ci siano tra loro migliaia di chilometri e anche svariati paralleli, queste due città hanno molto in comune. Spesso piove, ancor più spesso c’è nuvoloso o la nebbia, c’è tanto smog e ancora più traffico e si viaggia per strada tenendo la sinistra. Per fortuna a togliere ogni dubbio ci sono insegne scritte in cinese ovunque. Anche in metro prima di salire si sente la voce che dice “Mind the gap”. Come Singapore, anche Hong Kong è stato un territorio posseduto dalla Gran Bretagna, anche se non fa parte del Commonwealth, e il suo passato da colonia britannica traspare non solo dal senso di marcia e dal nome delle vie (Queens road, Glochester road, Victory avenue e molte altre) ma anche dal numero di inglesi che si incontrano in giro, un aspetto che ho riscontrato anche a Singapore. Camminando per la strada o per la metro, ad un certo punto si può cogliere quell’inconfondibile accento inglese provenire dalla bocca di qualche turista. Il loro aspetto conferma entrambi i punti: sono inglesi e sono turisti. Forse, ho pensato, incoraggiati anche dalla somiglianza del clima, agli inglesi piace trascorrere le ferie scorrazzando per le vie delle ex colonie e i territori ancora in parte legati alla Gran Bretagna e alla loro Regina. Magari per controllare che tutto sia in ordine “sul continente” e oltremare. L’ultima somiglianza con Singapore su cui voglio soffermarmi è il denaro: è di plastica. Le banconote sono infatti stampate su un materiale che non è la filigrana come nella maggior parte del mondo, ma su un supporto di tipo plastico, molto più resistente all’usura e agli strappi. Il sigillo di garanzia è trasparente anziché essere argentato e cangiante. A Singapore ho trovato una sola banconota di carta, da 2 dollari, che ho conservato, mentre a Hong Kong sono ancora quelle di carta a farla da padrone. Direi un 80% carta contro un 20% plastica. Anche le monete sono strane, ma di metallo. Mentre in Giappone avevo gli Yen bucati al centro, qui c’è la moneta da 2 dollari che è di forma dodecaedrica coi lati arrotondati all’interno. E’ la quarta valuta che cambio nel giro di due settimane e visto che la maggior parte di queste si chiamano dollari devo dire che inizio a fare un po’ di confusione. Più che altro non ho più il senso del prezzo, di quanto costi e valga la roba. Problema: a Taipei un pacchetto di Marlboro costa 75 nuovi dollari di Taiwan, a Singapore costa 12,50 dollari di Singapore e a Hong Kong 30 dollari di Hong Kong. Il lettore determini quale di questi prezzi è una rapina a mano armata.


Una domenica come tante

Singapore, 13 fen 2011, giorno 33, ore 17:00, Raffles Mall

Il rumore dei clacson sveglia Bansi. La testa gli fa male, perchè la sera prima Bansi e i suoi amici sono andati ad un party che è durato fino all’alba. Bansi è indiano e vive a Singapore al secondo piano di una casa in Little India. Ancora un po’ stordito, il ragazzo si alza e apre gli scuri. L’aria calda lo avvolge e lui si mette a guardare fuori. E’ domenica, e le case colorate del suo quartiere risplendono come l’arcobaleno al sole. Dabbasso gli giunge l’odore del pranzo che la madre sta cucinando: si direbbe riso al curry e pollo fritto con le spezie. Bansi però non mangia a casa questa domenica. All’una ha appuntamento coi suoi amici per un pranzo tutti insieme, così inizia a prepararsi ed esce di casa. Mentre Bansi si prepara, Taro ha appena finito di aiutare la madre nelle faccende di casa. Anche lui ieri notte era alla festa, ma la madre, essendo giapponese, non ha voluto sentire ragioni. Alle otto ha svegliato il figlio e insieme al padre sono andati al tempio buddista di Bugis a pregare. Al ritorno, come tutte le domeniche, la famiglia è stata impegnata nel rassettare la casa, con grande disppunto di Taro. Verso le 11, con una scusa, Taro esce di casa e chiama Chen, il suo amico cinese. Chen abita a Chinatown e la domenica gli piace dormire fino a tardi. La chiamata di Taro fa illuminare lo schermo del suo iPhone, ma Chen non risponde. E’ troppo presto per alzarsi. Taro sa che Chen ha visto la chiamata ma non vuole rispondere. Fa sempre così, quindi rientra in casa. Svegliato dalla chiamata di Taro, Chen decide di mandare un messaggio a Rahiza, la sua fidanzata malese. Quello che Chen non sa, è che la sera prima Rahiza, la quale aveva bevuto troppo, aveva baciato un ragazzo tedesco che aveva conosciuto al party. Preoccupata da quel gesto e indecisa se dirlo o meno al suo fidanzato, Rahisa si confida con Cathy, la sua amica inglese alla quale dice tutto. Cathy le dice di non preoccuparsi, tanto nessuno avrebbe più rivisto quel ragazzo tedesco, e soprattutto le raccomanda di non dire nulla a Chen. Rinfrancata dalle parole dell’amica Rahiza risponde a Chen e inizia a prepararsi. L’appuntamento dei ragazzi è fissato per l’una alla fermata della metropolitana di City Hall. A quella fermata sono intanto già arrivati Yoel, che è ebreo, e le due sorelle filippine Gwen e Sami. Yoel è segretamente innamorato di Sami, ma è troppo imbarazzato per dirglielo. Sami sa di questa cotta e spera che un giorno Yoel trovi il coraggio di farsi avanti. Piano piano tutti i ragazzi cominciano ad arrivare. Qualcuno è vestito all’occidentale, altri sono vestiti come impone la loro tradizione, qualcuno indossa i sandali e qualcuno le scarpe da ginnastica. Qualcun altro ha gli stessi vestiti della sera prima. Tutti i ragazzi si conoscono dal liceo, erano in classe insieme, e per parlare tra di loro usano l’inglese, l’unica lingua compresa da tutti. Chen si avvicina a Rahiza e la bacia. Lei ricambia con noncuranza ma un occhio esperto avrebbe notato la leggera rigidezza dei suoi movimenti. Bansi ha portato un amico, Darpak, che frequenta il suo stesso corso all’università, e insieme cominciano a prendere il gio Yoel. Bansi gli chiede un dollaro per la metro e Darpak lo ferma dicendogli che poi avrebbe dovuto restituirgliene due per gli interessi. Tutti ridono, anche Yoel, perchè a dispetto delle apparenze sono motlo legati e scherzano sempre sulle loro differenze culturali. Yoel, infatti, comincia ad annusare l’aria guardandosi intorno e chiedendosi se si doveva andare a mangiare fuori o se si doveva portare il pranzo da casa. Perchè? chiedono gli amici. Perchè qui qualcuno ha del riso al curry nascosto nello zaino, rispone Yoel. Altre risate. La compagnia si sposta verso il Raffles Mall e lì decide di andare a mangiare in un fast food. Mentre il pranzo viene consumato, a qualche grattacielo di distanza Paul, la cui famiglia vive a Singapore da quando ancora era occupata dagli inglesi, sta cercando di fare una buona impressione al suo nuovo capo. Paul lavora nella city, in una compagnia di investimenti, e questa domenica è a pranzo coi pezzi grossi che lunedì gli comunicheranno se ha ottenuto o meno la promozione che desidera. Paul pensa agli amici che in quel momento sono a pranzo da qualche parte sull’isola e si ripromette di raggiungerli alla fine del pranzo aziendale. Intanto al fast food è arrivata anche Lipika, la sorella di Bansi, con la quale Paul ha una storia clandestina. Nessuna delle due famiglie darebbe mai il benestare per una storia del genere, soprattutto perchè il padre di Paul è avvocato, mentre il padre di Lipika gestisce un emporio di carabattole a Little India. La madre di Lipika sa di questa storia, ma non ha mai detto nulla. Crede che sia solo una situazione momentanea, passeggera, e che la figlia presto sarebbe rinsavita e si sarebbe sposata con un uomo indiano e avrebbe fatto tanti bambini. Finito il pranzo i ragazzi decidono di andare a fare una vasca su Orchard Road, la via dello shopping di Singapore. Anche Paul li ha raggiunti, anche se in giacca e cravatta. Il pomeriggio si sviluppa tranquillo tra i vari centri commerciali e le varie boutique di marca. E’ domenica, e una folla spensierata gozzoviglia per le strade. I ragazzi curiosano in giro ed entrano ed escono dai vari negozi. A Rahiza sembra sempre di vedere quel ragazzo tedesco che ha baciato ieri sera. Lo vede per la strada fermo a mangiare un gelato, lo vede all’Apple Store intento a provare un iPod e lo vede persino aggregarsi a loro, prenderla tra le braccia e baciarla di nuovo. Cathy si accorge della preoccupazione dell’amica e le dice di smetterla e di godersi il pomeriggio. Tra una sosta e tante chiacchiere, arriva sera e la compagnia si saluta. Paul e Lipika sono i primi ad andarsene. Vanno via separatamente per non destare sospetti ma hanno un appuntamento segreto al Marina Sky Park. E’ il loro luogo preferito. E’ romantico, sensuale, c’è sempre l’aria dello stretto di Singapore che li accompagna e da là in cima il panorama spazia fino a Sumatra. Sperano sempre che arrivi il giorno in cui possano amarsi senza doversi nascondere. A volte Lipika piange un po’, ma tutto sommato tirano avanti lo stesso. Clandestini in una città aperta a tutti. Poi è il turno di Chen e Rahiza. Chen ha la casa libera e vorrebbe portarci Rahiza per poter stare un po’ da solo con lei. La ragazza ha capito le intenzioni del ragazzo ma non si sente proprio dell’umore adatto. Si incammina con lui verso la sua casa sperando di farsi venire un’idea per andarsene da sola. Cathy ha da finire una relazione per l’univarsità e Darpak vuole accompagnarla a casa. Yoel cerca di ritagliarsi uno spazio con Sami, ma una volta ottenuto quello spazio è troppo debole per poterne reggere il peso, così saluta formalmente e se ne va. Sami, delusa, e Gwen, divertita, tornano anche loro a casa. Rimangono Taro e Bansi. Taro non ha voglia di tornare a casa. La madre non farebbe altro che dargli mansioni da svolgere oppure gli direbbe che deve studiare. Nemmeno Bansi ha volgia di tornare a casa. Il curry, il trambusto del suo quartiere e della sua casa lo hanno un po’ stufato. Sogna di andarsene per conto suo, un giorno, andando ad abitare con qualche suo amico. magari proprio con Taro. I due passeggiano fino al porto e lì si siedono e riflettono in silenzio. Il sole inizia a scendere sulla città-stato. I suoi raggi lentamente si affievoliscono e danno l’ultimo saluto a una città dalle mille sfumature: razze, costumi, lingue, lavori, persone, religioni. Le luci iniziano ad accendersi. Luci che illuminano ogni quartiere, ogni casa, ogni ponte e ogni strada. Illuminano inconsciamente anche la vita, i pensieri, i sogni e i problemi dei ragazzi che la abitano.


La Pioggia

Singapore, 11 feb 2011, giorno 31, ore 17:27, camera singola Hotel 81

La mia nuova cameretta è fantastica. Ha il bagno con il water, il lavandino e la doccia. Ha l’asciugacapelli, l’aria condizionata, un letto a due piazze con due cuscini, federe e lenzuola, e la televisione. Tutto funziona ed è pulito. Ed è tutto mio! Neanche a farlo apposta, pochi minuti dopo aver preso possesso del mio nuovo regno ha cominciato a piovere. Una pioggia torrenziale, fitta, irrequieta. Un minuto prima era sereno e c’era il sole e un minuto dopo acqua, lampi e tuoni. Fantastico. Era da Venezia che non vedevo la pioggia e certo non era come questa. Se fossi ancora nell’ostello sarei tutto triste e puzzolente sul mio lettino ad attendere la fine del temporale. Adesso invece non me ne curo. Ho così tante cose da fare che per quel che mi riguarda potrebbe anche scatenarsi il diluvio universale.

Ho finito lo spazio sul pc per le foto. La memoria è piena, 160 giga di foto di sei Paesi differenti. Per risolvere questo problema mi sono rivolto a Livedrive. Questo sito è un grande hard disc online a capacità illimitata. Per soli 4 euro al mese ti permette di caricare in uno spazio remoto del web tutte i file che vuoi. Ho già cominciato a caricare le foto. Mi sento più sicuro adesso; forse avrei dovuto farlo prima. Se avessi perso il pc, lo zaino o mi si fosse rotto qualcosa allora avrei perso tutto. Sarebbe stata una catastrofe, invece così il problema è risolto.

Credo che per i prossimi giorni non ci saranno post di grande sostanza. Se ci fosse anche il servizio in camera credo che non uscirei mai di qui. Ne avevo proprio bisogno. Adesso vado a farmi un’altra doccia. W la libertà!


Ho voglia di dormire nudo

Singapore, 10 feb 2011, giorno 30, ore 2:21, ostello

L’ostello dove vivo adesso è brutto. E’ pulito, ma è brutto. Nei bagni non c’è la carta igienica, le docce sono in realtà un pezzo di tubo per il giardino e il proprietario è antipatico. Come se non bastasse è pieno di quarantenni. Sono finiti i tempi in cui l’ostello per me era un forum vivente di viaggiatori ricchi di informazioni e di coetaneità. Non lo so, forse sarà il caldo e l’umidità di questa città, forse sarà che mi sono stancato di avere sempre un occhio a dove lascio la roba, forse il fatto di non potere mai aprire lo zaino e svuotarlo completamente, però credo che sia venuto il momento di prendere una singola in un hotel. Per un po’, per qualche giorno soltanto. Il fatto è che ho voglia di fare tante cose che non faccio da tanto. Ho voglia di un po’ di privacy, tanto per cominciare, di uno spazio mio dove dare libero sfogo alle mie esigenze. Ho voglia di dormire in un letto vero, con lenzuola vere e pulite e con tanto di cuscino. Ho voglia di dormire nudo, di svegliarmi e di andare a letto quando mi pare. Ho voglia di fare la doccia tre volte al giorno senza le ciabatte e senza girare con la sacca da bagno. Ho voglia di sistemare tutte le cose che ho raccolto lungo il cammino, tirarle fuori, guardarle e decidere che cosa farne. Ho voglia di scrivere quando mi pare senza avere il terrore di svegliare quello che sta sopra di me con il battere dei tasti del pc. Ho bisogno di un hotel. Mi sono già informato e ne ho trovato uno abbastanza carino per 60 dollari a notte. Dollari di Singapore. E’ una cifra pazzesca per i miei standard, ma sento che se non lo faccio impazzisco. Ogni tanto ci sta, e io ormai sono 30 giorni che dormo in buchi puzzosi circondato da gente che non conosco. Credo di essermelo meritato.

Singapore, almeno quello che ho visto finora, è una perla d’Asia, non ci sono dubbi. Una città moderna che qua e là lascia trasparire le sue origini coloniali. La parte moderna però è impressionante. Edifici altissimi e all’avanguardia, sia nell’architettura che nelle funzionalità. Il Marina Sky Park è quello che spicca su tutti. Tre grattacieli uno accanto all’altro sulle cui cime si appoggia una struttura dalla forma di barca che ospita un albergo, una piscina e il punto panoramico più bello che si possa desiderare per ammirare la skyline di Singapore. Costruito su un’isola artificiale è senz’altro il fiore all’occhiello di questa città. Una città che non si ferma mai sul fronte edile. Cantieri ovunque, progetti e costruzioni per la città del domani. E il domani non si ferma qui. Oggi camminando per il Marina Bay Sands shopping mall ho visto come sarà l’internet cafè del futuro. O forse no. Sta di fatto che oramai il solo fruire della rete non è più sufficiente. Il Kenko Reflexology & Fish SPA internet cafè offre ai suoi clienti, oltre all’uso di internet, un massaggio rilassante fatto dai pesci. Funziona così: entri, paghi, ti togli le scarpe e le calze e mentre ti siedi infili le gambe in una vasca piena d’acqua dove all’interno sono presenti alghe, erbe marine e migliaia di piccoli pesciolini. Questi, girandoti tra le gambie, compiono la funzione di massaggiatori, il che, a sentire i gestori, è una sensazione estremamente rilassante. Personalmente non l’ho provato. Sarà che non vado matto per questo genere di cose, sarà che l’unico posto disponibile al momento era accanto ad una signora vecchiotta con le vene varicose, però ho preferito passare. Per quanto mi riguarda preferisco il vecchio sistema. Preferibilmente da una camera d’albergo e non dalla sala comune di un ostello.


Le luci di Singapore

Singapore, 9 feb 2011, giorno 29, ore 02:16, Aeroporto Internazionale

Odio gli aerei. Proprio non mi piacciono. Più ne prendo e più comincio a pensare di avere paura di volare. Hanno però un grande vantaggio: in qualunque posto tu stia arrivando, te lo puoi vedere in anteprima dall’alto. Soprattutto quando si arriva di notte è una faccenda da non sottovalutare assolutamente. Le luci di Singapore, infatti, mi hanno dato il benvenuto. Quando la guardavo sulla cartina pensavo fosse un piccolo puntino, sembrava poco più grande che Castelfranco. Non c’era nemmeno lo spazio per disegnare il cerchietto che simboleggiava la città. Vedendola dall’alto, invece, ho pensato che se prendessero tutte le case di Castelfranco e le gettassero a manate per tutta Singapore, si farebbe fatica a ritrovarle. Un’estensione di case e luci impressionante, questa metropoli. Anche sul mare c’erano talmente tante luci da far pensare che il mare fosse ancora terra ferma. Invece erano navi. File e file di navi, tutte allineate lungo lo stretto. Dall’aereo sono riuscito a contare più di trenta file di mercantili, pescherecci e petroliere che si espandevano da un capo all’altro della visuale che il finestrino mi offriva. Appena arrivato alla porta dell’aereo ho sentito l’estate, almeno quella tropicale. Un caldo umido avvolgente che ti toglie il respiro se sei abituato all’aria condizionata dell’aereo. Il tempo di scendere la scaletta e avevo già tutte le mani bagnate. Nell’attesa che la navetta mi porti in un punto qualunque della città, penso di aver bisogno di rinnovare il mio guardaroba. Non ho braghe corte e stando semplicemente seduto sulla panchina, la mia tuta mi si è letteralmente appiccicata addosso. Sarà anche una buona occasione per lavare una felpa, l’unica che ho, che non lavo dall’Ungheria. O era la Croazia? Non ricordo.

Così a caldo direi che sia un posto tranquillo. Non ho grandi aspettative, sono solo qui che attendo l’aereo che mi porterà a Hong Kong. Ah, a proposito. Sono stato parecchio combattuto sulla mia meta successiva. Pensavo che fosse il caso di andare in Australia, visto che avevo ancora un po’ di soldi, perchè andando in Cina le mie possibilità di vedere l’Oceania, a causa del denaro, si riducono notevolmente. Sono stato talmente combattuto da avere spedito alcune e mail di consulto qua e là. La risposta migliore me l’ha fornita un tizio che mi ha detto “Forse non ti sarò utile, ma vai dove senti la magia”. La magia. Appena ho letto magia ho pensato Cina. L’Australia deve essere proprio un bel posto, ma mi sembra troppo commerciale. Inoltre, oramai sono impregnato d’Asia, e abbandonarla senza averne vista la parte maggiore mi sembra una stupidaggine. E Cina sia, allora. Avevo giusto preso questa decisione quando all’aeroporto di Taipei mi hanno comunicato che senza un biglietto di ritorno non potevo partire. Ho fatto giusto in tempo a prenotarne uno al volo e a salire sull’aereo. Gran cosa le prenotazioni online.

Ecco che è arrivata la navetta. Devo andare. Quando ci risentiremo, forse, avrò trovato l’ostello. Tanto, più imbucato di quello di Taipei è davvero difficile.