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Il mio lager nell’outback: Darling Farm

Darling Farm, Bourke, 20 ott 2012, ore 15:17

Non so bene da dove partire. So che non mi piace qui, è come stare in un carcere e la cosa più terribile è che non ci sono sbarre o recinzioni o muri: c’è solo il nulla tutto intorno a me. Credo di non essere mai stato così male in vita mia. Mi è capitato di vivere brutte situazioni o di fare lavori terribili, ma questo batte tutto e tutti. Oggi sono andato a fare la spesa in città. Giuro che per quell’ora, circondato da miei simili, mi sono anche sentito bene, pensavo “Dai cazzo, ce la posso fare!”. Poi sono tornato qui, nel mio container, e la fame che avevo al supermercato si è dileguata. Lo stomaco si è chiuso e un macigno si è posato sul mio petto, a volte bloccandomi il respiro. Come farò anche solo a resistere tre settimane? Sono come tre anni o trenta o trecento. E’ un’infinità. L’Australia è anche spietata e Bourke e la Darling Farm sono tra gli aguzzini più feroci. Qui, a qualche baracca di distanza, vivono una giapponese e una coreana. Loro fanno questa vita da diciassette mesi una e da otto l’altra. Per me è come se mi avessero detto che non esiste il sole. E’ impossibile. Come fai a resistere in un posto simile? Come fai ad andare avanti? Credo che ogni viaggio abbia dei momenti cupi. Questo è il più cupo in assoluto. E’ una condizione psicologica che mi fa uscire fuori di testa. Libero, eppure intrappolato nel nulla. C’è gente che riesce, resiste e alla fine si sente invincibile. Io non so se ce la farò. E’ il secondo giorno, non ho nemmeno passato 24 ore quaggiù, e già non so dove sbattere la testa. Ora capisco cosa vuol dire essere irlandese, vivere in buco di merda a fare un lavoro anche peggiore e tornare a casa alla sera e bere per dimenticare dove si è e cosa si deve fare. E’ l’unica via, l’unico stratagemma a buon mercato per non impazzire. Tutto questo per un numero, un codice che mi permetterebbe di restare un altro anno nel Paese dei sogni, nella magica Oz. Ne vale la pena? Una vocina sepolta sotto ad un mare di angoscia urla di sì, ma è talmente lontana e debole che a malapena si sente. O forse è solo il vento, questo vento caldo e secco che spira dall’outback. Spero che col tempo migliori. Spero di riuscire anche solo a sopportare tutto questo. Spero sia così, ma mi sembra impossibile. Quasi quasi mi manca l’Italia. Forza e coraggio.


Quel treno per Bourke

Linea Sydney – Dubbo, NSW, 19 ott 2012, ore 12:39

Così è deciso: Bourke. Questa piccola comunità del Nuovo Galles del Sud è la prima meta scelta per conquistare gli 88 giorni di lavoro nei campi che mi permetteranno di restare un altro anno in Australia. Seduto sul sedile di questo treno penso ad un sacco di cose su questo lavoro e sul mio futuro. Sono così eccitato che non riesco a stare seduto. E’ quell’eccitazione che si prova quando la conclusione del viaggio è incerta, quando si sa dove si vuole arrivare ma non attraverso cosa si deve passare per arrivarci. E’ il momento peggiore: è il dubbio.

“Se si conosce Bourke, si conosce l’Australia”. E’ la frase forse più scritta a Bourke. E’ stata scritta dal famoso poeta australiano Henry Lawson. Questo signore era stato mandato qui nel 1892 dal suo editore per monitorare la vita ai confini dell’outback e anche per disintossicarsi dall’alcol. In questo luogo ha scritto alcuni dei suoi componimenti migliori. E’ un luogo che ispira, dicono. Una di quelle parti del continente in cui l’Australia è ancora vera, autentica. 2000 persone circa, clima semi arido, canguri e uccelli e farm. La farm che ho trovato coltiva limoni, arance e meloni. Sono tre settimane di lavoro che si potrebbero estendere fino a Natale, dipende da me e da loro. Dipende da Bourke. Un’ altro detto che laggiù va alla grande è Back’o Bourke ed è significativo che si pensi a Bourke come punto di ritorno dal nulla.

Non so davvero cosa mi devo aspettare. Il lavoro è sicuramente molto duro, anche il proprietario me l’ha detto. Via via che il treno si allontana da Sydney, gli alberi si diradano, l’erba si fa meno verde e spuntano pecore, vacche e canguri. Il paesaggio è splendido, come sempre, ma ora mi concentro sul fatto che non sarà solo un’immagine che scorre dal finestrino: sarà la mia casa per un po’. Il dovere prima del piacere. Quello che forse mi pesa maggiormente è il motivo per cui sono qui. Questa volta non è propriamente una mia scelta. Se avessi la possibilità di restare in Australia un altro anno senza andare in nessun Bourke o in nessun Bowen sicuramente adesso sarei a Sydney a cercare casa e lavoro a Bondi Beach. L’Australia però non lo concede. Se vuoi restare devi fare per 88 giorni molti di quei lavori che gli australiani ricchi non vogliono più fare. Sono da quella parte della televisione che a volte in Italia si vede nei telegiornali. Sono un immigrato che cerca di restare. Posso raccontarmela ma la verità è questa. Sono un italiano che come tanti suoi compatrioti prima di lui cerca fortuna in un altro Paese quando a casa tutto va male. Non è una novità, non è nulla di eccezionale; semplicemente, quando studiavo questo fenomeno sui banchi di scuola, non avrei mai pensato di farne parte. Quindi non c’è scelta, o Bourke o Italia, e da quello che leggo sui giornali e dal fatto che sono su questo treno, la mia scelta è molto chiara. Posso solo dire che adesso i racconti di John Steinbeck suonano diversi, anche se lui scriveva di America e non di Australia.

Bourke, container nella piantagione di meloni, 19 ott 2012, ore 23:54

Dove diavolo sono capitato? Vorrei proprio dire due parole al signor Lawson. Capisco che alla fine dell’ottocento non esistevano né l’Opera House né Surfers Paradise, ma se devo fare un dipinto di tutta l’Australia partendo da qui, bè non sarebbe un bel dipinto. Vivo in un container, a dieci chilometri da un centro abitato morto e a circa ottocento da quella che io definisco “città più vicina”. Al momento l’Italia non i sembra nemmeno così male. Sì, rubano tutti e non c’è lavoro, però almeno non mi sento annientato. Non credo che resisterò a lungo. Non c’è nulla a parte un milione di insetti che ruotano sulla mia testa e mi camminano addosso. Il bagno è esterno ed è a un centinaio di metri. Cento metri di buio e mistero. Per quello che mi riguarda potrebbe essere a Sydney. C’è troppa solitudine, troppa natura e troppo nulla. Mi sembra di impazzire, chiuso nel mio container ad aspettare che venga il mattino per capire almeno dove mi trovo, cosa ho intorno. Non è la mia dimensione, non lo è affatto. Se penso anche che questo week end non conta per i famosi 88 giorni mi viene davvero voglia di prendere il bus domattina e ritornare a Sydney. Ma non lo farò, non ancora, anche se non è detto che non prenderò quello di mercoledì. Per ora la farm vince e vince alla grande.


And then came the Hippies!

Pacific Highway tra Byron Bay e Tweed Heads, NSW, 21 set 2012, ore 18:09, Mac Donald’s

Byron Bay è semplicemente incantevole. Un piccolo centro, un reticolo di strade costeggiate da negozietti e ristoranti. Un faro, dieci spiagge e milioni di surfisti. Questa piccola cittadina dedicata al famoso poeta Lord Byron è il punto più orientale dell’Australia. Il promontorio su cui è costruito il bianco faro di Byron Bay è il punto esatto. Da lassù la vista è magnifica. Da entrambe le parti solo spiaggia infinita, un mare verde e ondoso e surfisti che lo cavalcano. All’ora dell’uscita dalle scuole, su qualunque spiaggia di Byron Bay si riversano studenti e studentesse che, senza nemmeno togliersi la divisa da scolari, si buttano in mare a fare il bagno e si siedono sull’infinito bagnasciuga a chiacchierare. Tutti ridono, tutti sono felici. Loro e il mare, due cose tanto diverse eppure tanto unite. Questa unione traspare anche osservando i surfisti di tutte le età che affrontano onde che vanno dal modesto cavallone all’onda enorme e pericolosissima. Bambini, teenagers, quarantenni, anziani: tutti surfano. Tutti al mare.

A pochi chilometri da Byron Bay si trova Nimbin. Questa minuscola località collinare si raggiunge solo dopo aver attraversato chilometri di campagna collinare, la versione italiana dei colli bolognesi solo che anziché le vigne qui ci sono le macademie. Una volta giunti alla meta, si arriva anche in un’altra epoca e più precisamente nel 1967. E’ stato quello l’anno in cui gli hippies sono giunti per la prima volta in questo sperduto paesino. La storia la si può apprendere al museo, se così lo possiamo chiamare, del furgone Wolkswagen, un agglomerato di carcasse dei celebri furgoncini simbolo degli hippies e della libertà. Dopo aver riassunto la storia del paese dal primo insediamento al 1966, solo una scritta rimane in fondo: And then came the hippies! L’atmosfera è davvero quella di Woodstock. Intanto qui la mariuana è più che tollerata. In caso di dubbi bastano le facce degli abitanti a confermare che la cannabis è presente in loco, e le persone sono tutte gentile in modo quasi psichedelico. Passeggiando per strada ti fermano persone mai viste o interpellate e un dialogo tipo potrebbe essere questo: “Ragazzi devo andare un attimo via, però la mia galleria di arte che vende lattine usate è lì dopo il caffè. Naturalmente non potete comprare nulla perchè io non sarò là, ma fate pure un giro dentro. Le chiavi le ha la ragazza del caffè. La vita è bella”. Cose così insomma.

Gli edifici sono tutti dipinti coi colori dell’arcobaleno o con immagini del Buddha o foglie di mariuana. Ogni tanto passano anziani coi capelli bianchissimi, tutti sorridenti e con le braccia piene di tatuaggi. Probabilmente sono lì dal 1967 e probabimente sono gli ultimi in grado di dire: “And then we came!”.


Port Macquarie

Port Macquarie, NSW, 19 set 2012, ore 20:41, parcheggio

Proseguendo verso Nord lungo la Pacific Highway si giunge a Port Macquarie. Dalla Lonely Planet viene presentata come una banalissima città del lungomare che però, una volta raggiunta, si rivela essere molto di più. La caratteristica che colpisce maggiormente di Port, come viene chiamata dalla gente del luogo e come è indicata sui cartelli, sono le mille spiagge che può vantare. Situata su un promontorio roccioso, è tutto un susseguirsi di spiagge incastonate nella roccia. Partendo dalla Lighthouse Beach, la spiaggia del faro, queste insenature continuano fino al centro città e alla centralissima Town Beach. Per gli abitanti di qui il mare deve essere come una seconda casa. Quasi davanti ad ogni giardino, e i giardini di qui appartengono a ville affacciate sull’oceano, c’è una barca parcheggiata. Lungo le strade si incontrano giovani in costume che, con una tavola da surf sotto al braccio, ridono e scherzano e si dirigono alle spiagge. Anche se qui non è ancora estate, sono tutti abbronzatissimi, biondissimi e con occhiali da sole e cappellino.

Il centro cittadino è un continuo sali scendi di strade intersecate da rotatorie. Il traffico non è soffocante anche se la città, nel complesso, è parecchio vivace. I negozi, e non i grattacieli pieni di uffici, formano il Central Business District e ce ne sono per tutti i gusti. A Port, infatti, sono finalmente riuscito a trovare un libro che cercavo da tempo. Il Camp 6 Australian Wide è la guida fondamentale per tutti coloro che si muovono in van attraverso l’Australia. E’ un librone di trecento pagine che racchiude uno stradario di tutto il Paese e una lista di oltre tremila aree di sosta con informazioni circa l’ubicazione, i servizi offerti e il prezzo di ogni campeggio. Farne a meno è quasi impensabile.

Seguendo la Lakes Way, prima di giungere a Port, si passa per Forster. Una città come tante, strade larghissime e case spaziali. Qui però ho visto una cosa che voglio ricordare. Ad un certo punto la strada prosegue su un ponte che attraversa lo stretto tra il lago Wallis e l’Oceano. Qui ho visto, finora, il fondo marino più bello d’Australia, con sabbia bianchissima e acqua dalle mille sfaccettature di turchese. In alcuni punti il fondale è così basso che si possono notare delle chiazze di acqua trasparente e bianchissima sabbia. Tutto intorno, case, parchi giochi e piccoli moli. E’ quasi surreale talmente è bello il contrasto tra il mare tropicale e una cittadina qualunque. Ero indeciso se prendere la Lakes Way. E’ una deviazione dalla Pacific Highway che costeggia la zona del lago Myall e si estende attraverso il Parco Nazionale da cui prende il nome. E’ stata però una gran scelta. Oltre ad avermi regalato Forster è stata una grande esperienza guidare attraverso le foreste pluviali che circondano il lago. Chilometri e chilometri di alberi e cartelli di koala e canguri ad ogni curva. Evviva l’Australia!

Come ogni sera, anche a Port Macquarie, il sole scende lento verso il mare e il cielo si infiamma. Tutto va per il meglio.

E il viaggio continua.


Sì viaggiare

Pacific Highway tra Newcastle e Nelson Bay, NSW, 18 set 2012, ore 20:15, Mac Donald’s

Viaggiare lungo le strade d’Australia è la cosa migliore che si possa fare se si ama guidare. Oggi ho anche sperimentato il “confronto” australiano. Mentre ero parcheggiato davanti ad un supermercato si è avvicinato un signore abbastanza anziano. Mi ha chiamato mate, amico, e mi ha chiesto se poteva vedere il mio van. Su due piedi non capivo cosa intendesse, ma poi ha spostato la sua figura, ha puntato il dito verso un mezzo simile al mio e ha detto: “Anche io ho un van!”. Fantastico. Abbiamo allora iniziato a vedere il retro, gli sportelli, la cucina e il letto del mio van, per poi passare al suo e fare il raffronto. Mi ha detto di avere acquistato il suo quando è andato in pensione. Voleva viaggiare. Poi però il figlio glielo ruba sempre e quindi non si è quasi mai mosso da dove vive. Mi ha stretto la mano, mi ha augurato buon viaggio e se n’è andato per la sua strada. Non mi ha nemmeno detto il suo nome. Gran gente gli australiani. Un tizio mai visto prima mi ferma e ci scambiamo pareri e opinioni come se ci fossimo conosciuti da sempre.

Oggi ho anche imboccato la Pacific Highway, una delle strade più famose e battute d’Australia e del mondo. E’ una superstrada gratuita che corre da Sydney fino a Brisbane e solca tutto il Nuovo Galles del Sud bordeggiando la costa. Ogni tot chilometri c’è un’area di sosta nella quale ci si può fermare, ci sono i servizi, l’acqua per il van e si può dormire la notte. Tutto gratuito. I bagni non sono da Waldorf Astoria, ma sono sempre meglio di un secchio. Il bello di viaggiare in van è la lentezza. Sull’Indian – Pacific ho capito la bellezza del viaggio lento. Non c’è fretta, non si deve andare da nessuna parte. L’obiettivo non è arrivare ma vedere. Gli australiani hanno una guida abbastanza rilassata e quindi finora tutto va come deve andare, ci si muove con piccoli spostamenti e se ci si perde non fa nulla, tanto non bisogna andare da nessuna parte. Basta andare a Nord, verso Cairns, verso il Queensland e i suoi mari dai mille azzurri e la sua barriera corallina. E verso il caldo.

Verso metà mattinata il Nord mi ha portato a Newcastle, una città divisa tra il fiume Hunter e l’Oceano Pacifico. E’ un bel posto per fermarsi una mezza giornata, soprattutto dalle parti del faro. Mentre camminavo lungo l’istmo che costeggia il porto, un ammasso di nubi blu ha deciso di annunciare un temporale di proporzioni bibliche. La luce era fantastica per le foto, ma i fulmini che hanno iniziato a saettare attraverso il blu sono stati il segnale che era ora di rientrare a “casa”. Arrivato al van ho deciso di ripartire.

Mi piace avere una casa mobile. Non ho mai viaggiato in questa maniera. Mattia, il ragazzo di Perth che mi ha dato i primi consigli, ha comprato un van in Queensland, ci ha girato l’Australia e poi è arrivato a Perth. Lì, dopo essersi stabilito, ha venduto il van dopo mesi di burocrazia e riparazioni. Due settimane dopo ne ha comprato un altro. Pazzia o amore?


Vivere in van: la guida, lo spazio, il bagno

Pearl Beach, NSW, 17 set 2012, ore 23:56, parcheggio di Coles

La nuova fase di questo viaggio è partita non benissimo e la potremmo chiamare “Riconsiderare”. Ci hanno messo un’eternità a consegnarci il mezzo e non ci hanno spiegato quasi nulla. Per fortuna avevo conosciuto un ragazzo a Perth che mi aveva accennato le principali funzionalità del van. Grazie Mattia. Il mezzo è molto vecchio, ha quasi 500.000 chilometri. Il cambio è indecente, le serrature non funzionano tutte e le chiavi sembrano fatte di burro. Curiosità: c’è una chiave per accendere il motore ed un’altra per aprire le portiere. Non appena ho avuto le chiavi in mano sono partito. Qui ho avuto la mia prima sorpresa: guidare al contrario.

Il volante è a destra e il senso di marcia è a sinistra. E’ tutto diverso. Sorprendentemente la cosa più difficile non è tanto imboccare le corsie giuste, spesso basta seguire le altre macchine, quanto mantenersi al centro della carreggiata. In Italia tendo a stare al centro della strada, quindi a destra. Qui è il contrario, ma l’abitudine mi spinge a cercare la destra. Il risultato è che spesso, senza accorgermene invado l’altra corsia. Così tutto ad un tratto accade e spesso gli altri automobilisti mi suonano dietro. Occorre davvero una forte concentrazione per guidare, non ci si può distrarre un attimo. Oggi è stato il primo giorno e spero che col tempo il mio senso della posizione stradale si adatti alla guida a sinistra. Le strade australiane mi sembravano enormi quando le guardavo dal finestrino. Ora che ci guido sopra scopro che sì, la carreggiata è larga, ma le corsie in cui è suddivisa non lo sono poi tanto. Per il momento sembro davvero il classico nonno col cappello, il tipico guidatore della domenica. Altra cosa che mi crea un’enorme confusione è che la freccia è a destra e i tergicristalli a sinistra. E’ tutto il giorno che anziché mettere la freccia, lavavo il parabrezza. Ad un certo punto ha iniziato a piovere e poi a grandinare e anziché regolare la velocità del tergicristalli mettevo la freccia. Fantastico. Patente, giorno uno, dieci anni dopo.

Appena ci si ferma e si vuole mangiare qualcosa, ecco che ci si accorge di un altro particolare: lo spazio è poco. La cucina è attaccata al letto che è attaccato al frigo che è attaccato al lavabo. L’elettricità c’è, ma bisogna essere attaccati ad una presa esterna per farla andare. Non c’è batteria per le prese, solo per le luci e per il frigo. Il tavolo è anche il letto, bisogna solo smontarlo e rimontarlo il giorno dopo. E poi il bagno. Non c’è.

Se sei in un’area di sosta non è un problema. Se sei in un parcheggio di Coles allora è un problema enorme. Qui, però, entra in gioco un altro fattore: la Cina. L’anno scorso, durante il mio peregrinare in quel Paese, ho visto bagni che non riesco a descrivere in questo momento senza ricorrere a brutte parole e questo mi ha insegnato una cosa che diventa preziosa in momenti come questi: quando non hai un water bastano un secchio, un sacco del pattume e una salvietta intima. Magari profumata.