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Archive for March, 2011

Un po’ di numeri

Xi’an, Cina, 31 mar 2011, giorno 79, ore 17:09, ostello

Alle 22:30 ho il treno per Lanzhou. Nell’attesa ho fatto un po’ di conti. Ho rispolverato il mio taccuino e, tramite un sito che ho trovato per caso, ho calcolato quanta strada ho fatto finora.

Da quando sono partito da Bologna, secondo il programma del sito, ho percorso in totale 24.810 chilometri. Più della metà dell’ipotetica circonferenza dell’intero pianeta. Questi 24.810 km sono da suddividere: 16.892 in aereo, 6.884 in treno e 1033 in autobus. Tuttavia bisogna dire che il sito mi ha calcolato le distanze in linea d’aria, e non seguendo le strade o le rotaie. Inoltre non ho contato i piccoli spostamenti o le escursioni per motivi pratici. Per l’aereo non è un gran problema, il dato è attendibile, ma riguardo al treno e all’aereo ho seri dubbi in proposito. Non credo proprio che 6.884 km sia un dato accettabile, men che meno i soli 1033 km di autobus. Ho anche fatto una mappa approssimativa del mio percorso.

Mappa al 31 mar 2011Non è molto accurata, come d’altronde non lo sono i chilometri, però dà un’idea. Ho calcolato anche quanto mi è costato ogni singolo chilometro. Ponendo di avere speso 3300 Euro in 79 giorni di viaggio (anche questo dato non è affatto certo in quanto dovrei controllare gli estratti conto per esserne sicuro), ne risulta che ogni chilometro mi è costato 0,133 Euro. Direi di essere stato abbastanza bravo, contando che i chilometri dovrebbero essere molti di più. In quei 13 centesimi è compreso tutto: trasporti, cibo, dormire, visti e tutti gli extra. Ciò per dare un’idea generale di quanto può costare un viaggio del genere e, per paragone, di quanto occorra spendere per viaggiare come indipendenti.

Viaggiare da indipendenti che è impossibile in Tibet. Oggi sembra che finalmente si arrivata la risposta definitiva. La mia agente di Chengdu mi aveva fatto un prezzo troppo alto, quasi 500 Euro per 8 giorni di viaggio. A questa notizia, arrivatami in serata, ero molto abbattuto, ma non mi sono dato per vinto. Ho tirato fuori il mio taccuino e ho scritto email a quasi tutte le persone che ho incontrato in questo viaggio, chiedendo aiuto o informazioni riguardo alla mia prossima meta. Fortunatamente Theo mi ha risposto e mi ha dato la mail di un altro ostello di Chengdu che organizza viaggi in Tibet. Li ho contattati e questi mi hanno risposto quasi subito. Morale della favola, sarebbe un tour per tre persone, io e una coppia di non so dove, al prezzo di 300 Euro. Non è il massimo, ma rispetto ai 500 che mi avevano fatto supporre è una gran soluzione. Attendo le istruzioni per il pagamento e intanto mi avvicino al tetto del mondo. La prossima città, Lanzhou, sarà solo a 1600 m s.l.m., ma già a Xining, la seconda tappa, sarò a 2275 m s.l.m. Da lì andrò a Golmud, 2800 m s.l.m. e “soltanto” 800 m di differenza di altitudine da Lhasa. In questo modo non dovrei aver problemi di mal d’altitudine. Purtroppo non posso fare nulla riguardo alla burocrazia. Sono nelle mani di persone che non ho mai visto e che spero si rivelino oneste almeno la metà di quanto mi abbiano fatto supporre. In fin dei conti, a me basta arrivare. Una volta lì, tour o non tour, sono sicuro di riuscire ad arrangiarmi. La sorveglianza, però, è stratta, talmente stretta che una volta finito il periodo di soggiorno che hai concordato con l’agenzia di viaggi, o ti portano al confine Nepalese o ti fanno salire su un treno diretto in Cina. Non ti mollano un attimo. Queste sono le notizie che ho da qui. Una volta arrivato finalmente in Tibet,  mi renderò conto se siano cose serie o robe per turisti.


Tibet, ma quanto mi fai penare?

Xi’an, Cina, 29 mar 2011, giorno 77, ore 18:24, ostello

Scrivo di nuovo in diretta. E’ il secondo giorno che sto qui e ho ricevuto solo brutte notizie. La mia agente di viaggi si trova a Chengdu. E’ una ragazza che non ho mai visto, si chiama Angie e il suo contatto me l’ha dato Alex, il ragazzo che ho conosciuto a Yangshuo. Ho lasciato la Mongolia convinto, dalle sue parole, che mi sarebbe bastato arrivare a Lhasa e avrei trovato tutto pronto: documenti, permessi e tour. Non è così. Le notizie sono cambiate. Dapprima sembrava che non ci fossero abbastanza viaggiatori per organizzare un tour, poi sembrava che bastasse aspettare fino al 7 di aprile per poter procedere. Una mail di ieri sera mi avvertiva che invece alcuni avevano rinunciato e quindi si tornava al punto di partenza. Oggi, secondo l’ultima mail, dopo aver cambiato alcune tappe dell’itinerario del tour, mi riconfermano il 7 aprile come data per essere a Lhasa. Sembra buono, se non fosse che l’ostello di Xi’an mi ha avvertito che domani dovrò sgomberare, poichè hanno delle prenotazioni che occupano tutte le stanze. Fantastico. Devo far passare 10 giorni e non ho idea di dove andare. Potrei iniziare l’avvicinamento a Lhasa e quindi ad abituarmi all’altitudine, se non fosse che dopo Lanzhou la Lonely Planet mi avverte non esserci nulla degno di nota. Solo paesini sonnecchianti e piuttosto noiosi. Come se non bastasse Angie mi ha appena avvertito che il pagamento dei suoi servizi può essere effettuato solo tramite bonifico bancario. Non avendo idea di come si debba procedere, credo che mi toccherà andare a Chengdu a pagare di persona. E’ un bello sbattimento. Sono un sacco di chilometri buttati al vento. Tuttavia, se non troveremo un compromesso o una soluzione alternativa, sarò costretto ad andare laggiù. Tanto più che da domani sarò in mezzo ad una strada. Nell’attesa di conoscere le sorti del mio futuro, impiego il mio tempo in due modi: leggo Terzani e cucio. Già, il mio guardaroba comincia a subire le ingiurie del tempo e della trascuratezza. Il risultato è che sono disseminato di buchi dappertutto. In Mongolia avevo comprato un set da cucito per sistemare la giacca che avevo comprato. Essendo il nipote di una sarta, ho richiamato alla mente le immagini che da bambino accompagnavano i miei pomeriggi: mia nonna che cuciva e io che la imitavo. Devo dire che sono un sarto discreto. Non un fenomeno, ma i miei rattoppi reggono alla grande. Calze, pantaloni, scarpe. Tutto è sistemato e chiuso. Esteticamente non è il massimo, ma non ho grandi pretese. Il set non comprendeva nè ditale nè forbici, ma ho scoperto che un accendino può sopperire a queste mancanze senza problemi. Taglia e spinge come se fosse stato creato apposta per queste funzioni. Mi chiedo come mai non sia un’accessorio standard di ogni corredo. La faccenda di Terzani è un po’ più complessa. Per chi non sapesse chi sia, è stato un giornalista italiano che ha speso gran parte della sua vita a contatto con l’Asia e con gli asiatici. Potremmo dire che ha fatto quello che sto facendo io, solo per più tempo e su distanze più larghe, senza contare che, come è ovvio che sia, è arrivato molto più in profondità di quanto non stia facendo io. La sua presenza si è inserita nel mio viaggio con prepotenza, senza che io abbia fatto nulla di particolare per richiamarla. E’ iniziato tutto con Facebook. Un giorno stavo curiosando sul sito quando ho letto di una mostra a Roma che riportava le fotografie di un certo Terzani e dei suoi viaggi in Asia. Non ne avevo mai sentito parlare, così l’ho Googlato e ho guardato la sua pagina di Wikipedia. Poi è morta lì. Se non che un mio amico, senza che io gli chiedessi nulla, mi ha inviato alcuni dei suoi libri, mentre un’altro mio amico mi ha pubblicato un link di una sua intervista su Youtube. Allora mi sono messo a leggere. Una gran penna e una gran persona. Mi piacciono i suoi libri, in alcune cose mi ci immedesimo e alcune altre avrei potuto benissimo scriverle io (forse meno bene). L’unica cosa che mi dispiace è che sia morto. Avrei voluto contattarlo in qualche modo, magari andarlo atrovare se fosse stato ancora in India, chiedergli consigli, racconti, cose così. Invece mi dovrò accontentare di quello che c’è. Dei suoi libri, della sue esperienze su carta. Magari un giorno qualcun altro leggerà delle mie.


Un giovane e un vecchio

Treno Erlian – Hohot, 26 mar 2011, giorno 74

Sempre su quel treno ho incontrato un giovane. All’inizio mi è parso cosa da nulla, un giovane come tanti. Però parlava inglese, così ci siasmo messi a chiacchierare. Era curioso, come tutti del resto, e voleva sapere come si viveva in Europa. Gli ho raccontato la mia vita, Modena, il lavoro che al momento manca e i piani inesistenti del mio futuro. Ascoltava come se fosse una fiaba. Mi ha detto che in Cina c’è tanta povertà e che a molte persone piacerebbe fare quello che io sto facendo: un viaggio per scoprire cosa c’è di là dall’orizzonte. Ciò mi ha aiutato a capire tanti di quegli sguardi meravigliati che spesso accompagnano le mie spiegazioni. Io, dalla mia, gli ho detto che in Europa si fa tanto parlare della Cina e del suo imminente sviluppo. Gli ho detto che in questa Cina che scorre dal finestrino del treno, io rivedo le foto della mia Italia degli anni 50 e 60, le immagini in bianco e nero del nostro miracolo economico. Il miracolo cinese è qui, sta succedendo, credo, quindi basta solo avere pazienza. Mi ha detto che le mie parole lo hanno cambiato, perchè aveva sempre creduto che noi vedessimo loro come dei poveri senza niente da offrire. Verità e stereotipo. Gli ho paarlato degli amici che ho incontraato nel mio viaggio, di come tanti di loro in questo momento stiano studiando la lingua cinese in vista di un futuro utilizzo. “Ma non hai paura? La tua famiglia non ha paura che tu sia qui da solo?”, mi chiede. Perchè paura? Da quando sono qui non mi è mai accaduto nulla di male. Ho solo incontrato amici e persone gentili e ospitali. I cinesi sono poveri, forse, ma non rubano. E nella loro povertà hanno qualcosa che noi europei abbiamo un po’ perso: il rapporto umano. Se sei cinese e sali su un treno, automaticamente sei amico con tutti. Ci si scambia cibo, parole, sorrisi e scherzi. In Europa non è così, e in questo voi siete molto più ricchi di noi. “Tu sei ricco”, mi ha detto. Non credo proprio. “Non parlo di soldi, ma di vita. La tua vita è ricca”. Lo spero, ho risposto. Siamo andati avanti così e oltre fino all’arrivo a Hohhot. Qui il giovane mi ha chiesto se potevamo fare una fotografia. Non so cosa gli abbia detto, quali delle mie parole lo abbiano così toccato, fattostà che quando ci siamo scambiati gli indirizzi email era quasi commosso. Felice. Il mio incontro, o forse le mie parole, devono averlo profondamente scosso, perchè ad un certo punto ha tirato fuori 100 Youan e me li ha offerti dicendomi “Anche se io non ho niente, questi te li voglio dare. Perchè credo che quello che tu stia facendo sia bellissimo e io voglio supportarti”. Mi ha fatto venire i brividi. E’ un gesto di grande portata, soprattutto se proveniente da un ragazzo di nemmeno vent’anni. Naturalmente ho rifiutato, 100 Youan sono 10 euro per me, ma tanti soldi per lui. Gli ho detto di non prenderla male, di non reputarla un offesa, ma non potevo proprio accettarli. Il solo fatto che me li avesse offerti valeva per me tutto il denaro del mondo. Ci siamo salutati lungo la strada dopo che mi aveva fermato un taxi. Mi ha guardato andare via salutando col braccio alzato. Io ho risposto al saluto dal vetro posteriore del taxi. Felice, ricco e sempre più ricco.

Hohhot, Cina, 27 mar 2011, giorno 75, ore 16:00, piazza

Al momento di lasciare l’ostello di Hohhot la ragazza al bancone mi chiede aiuto. Un vecchio che sembrava parente di Mao voleva sapere delle informazioni che la ragazza non era in grado di fornire. Gli chiedo cosa desiderasse e lo osservo attentamente. Era asiatico, di aspetto, con lunghi capelli bianchi e una barba bianca anch’essa, e lunga e sporca come se ci avesse mangiato sopra. Portava abiti consunti, della foggia tipica del viaggiatore di lungo corso. Una camicia a quadri rossi sdrucita e pantaloni con le tasche laterali grigi. Ai piedi scarpe da trekking vecchie almeno quanto lui. Aveva occhiali spessi come fondi di bottiglia che tradivano una forte miopia e alle orecchie un apparecchio acustico. Parlava un inglese abbastanza fluente, sebbene reso irrequieto dal tono tipico di alcuni anziani. Voleva sapere se avessi una guida della Cina, poichè avendo perso la sua, non aveva più gli indirizzi degli ostelli lungo il suo percorso. Gli chiesi, troppo incuriosito per badare all’educazione, la provenienza e l’eta. Mi disse di essere giapponese e di avere sessantanove anni. Poi prese ad illustrarmi il suo percorso. Mi disse di essere da lungo tempo in giro per la Cina, di volere andare in Tibet e poi in Mongolia, per poi arrivare in Russia e proseguire in treno fino a San Pietroburgo. Poi, una volta raggiunta la città degli zar, avrebbe deciso se ritornare in Asia o proseguire alla volta dell’Europa. Mi sono subito immedesimato nel personaggio. Mi sono visto alla sua età a fare quello di cui mi ha detto. Contando che io lo sto facendo a ventisei anni e che ci sono dei giorni che proprio mi sento esausto, sia per lo sbattimento che per la fatica, mi sono chiesto se mai potessi averne le forze una volta raggiunta la sua età. E invece lui stava lì a copiare gli indirizzi come un mio coetaneo, con la stessa meticolosità che avrei usato io se fossi stato al suo posto: tanta strada da fare senza una guida. E’ stato un incointro stupefacente. Ho pensato a lungo a quel vecchio. Ad essere sincero ci penso ancora, ogni volta che sollevo lo zaino o che aspetto in coda. Penso che bisogna essere proprio in gamba per compiere un’impresa del genere, a quell’età e su quella distanza. Mi riprometto di provarci anche io, sebbene quell’età mi sembri ad anni luce da questo momento.


Erlian

Erlian, Cina, 26 mar 2011, giorno 74, ore 12:45, piazzale della stazione e treno a seguire

Erlian sembra costruita come un outlet. Vie tutte uguali con case tutte uguali in uno stile che ricorda tanto un outlet. Tre lingue per ogni cartello: cinese, mongolo e cirillico. L’inglese è lontano quanto l’aramaico, come avrò modo di scoprire. Dopo aver salutato Tyler che mi scarica in paese, fermo un bonario signore e gli chiedo di accompagnarmi alla stazione dei treni. Il tizio inizia a pedalare e io mi accomodo nella cabina formata da quattro lamine di plastica e tenute insieme coi cavi elastici. Ad un certo punto il biciclettatore si ferma davanti ad una fila di baracche di legno, si volta verso di me con un ghigno beffardo e inizia a battere ripetutamente la mano sul pugno chiuso indicandomi con lo sguardo le pittoresce costruzioni. E’ un bordello, intuisco, la versione Erliana della via a luci rosse di Amsterdan. Solo senza bionde. “Hei straniero, vuoi farti una sbirba?” “No, grazie” “Mo come no? Mo guarda che sventole” E le sventole, forse incuriosite dalla scena, in effetti si affacciano dalle porte e sorridono. Sorrisi ammiccanti cinesi. Una serie discreta delle più luride bagasce che si siano mai viste. Il quadretto è così invitante che farebbe scappare un marinaio appena sceso a terra dopo un giro del mondo. Faccio segno al buon uomo che sono a posto così e quello, ridendo come una iena, torna a pedalare alla volta della stazione.

La bigliettaia non parla inglese. Niente, zero. Le dico dove voglio andare e quella mi dice sempre no. Datong? No. Beijing? No. Xining? No. A me andava bene una qualunque destinazione verso sud. Alla fine sono riuscito a strappare un biglietto per Xian con un cambio in un posto di cui non avevo assolutamente idea. Dove? Chiedevo, e quella mi rispondeva in cinese e vedendo che non capivo, me lo scriveva, sempre in cinese, per farmelo leggere. Studia l’inglese, mi dicevano, che da grande ti servirà dappertutto. Dappertutto. Salito sul treno verso la destinazione ignota ho scoperto due cose: la prima, che la mia meta era Hohhot, la seconda, che quella gentilissima signorina della biglietteria mi aveva dato un biglietto per il posto a sedere. Volevo piangere. Il viaggio durava nove ore. Nove ore in una carrozza stracolma di gente seduto in una fila da tre e al centro. Ho quasi pianto. Ho giurato a me stesso che appena sceso a terra mi sarei fatto scrivere in cinese “Letto, non posto a sedere”. Siamo partiti subito male. Io avevo addosso la giacca pesantissima che avevo comprato per ripararmi dai meno venti di Ulaanbaatar. Nella cabina ci saranno stati 25 gradi e una quantità di polvere tale per cui i bambini giocavano con la sabbia tra i seggiolini. Non c’era spazio per mettere la giacca se non tre posti più in là e non mi fidavo. Di cosa, poi, ora non saprei dire. Lo zainetto era in mezzo alle gambe mie e di altre cinque persone e io grondavo sudore come se mi avessero buttato addosso una secchiata d’acqua. Stavo impazzendo. A un certo punto mi sono tolto la giacca. La odiavo troppo, alla faccia della fiducia. L’ho buttata da una parte e un tipo ha cominciato a guardarla molto attentamente. “La vuoi?” gli ho detto “E’ tua!”. Un cinese sui cinquant’anni è sceso due stazioni dopo con una giacca mongola che gli stava a pennello. Fine della mia giacca nuova. Però ero felice, respiravo e avevo una cosa in meno a cui pensare. Questa scenetta aveva attirato l’attenzione degli astanti su di me. Tutti mi guardavano, sentivo sulla pelle che fremevano dalla voglia di chiedermi delle cose. Quando non ce l’hanno più fatta a resistere credo che si siano interrogati su chi avesse dovuto parlarmi. Hanno scelto una ragazza (devo dire che spesso sono le donne quelle che parlano meglio l’inglese e che hanno il coraggio di fare le domande) e quella ha cominciato l’intervista. Ho tirato fuori la guida della Cina e ho elencato loro tutti posti in cui sono stato, dal Giappone fino a quel treno e di quello che avrei ancora dovuto fare. Un pubblico attento e affamato di sapere, sguardi meravigliati e sorrisi hanno accompagnato il mio momento di celebrità. Più tardi avrei scoperto il perchè di quelle grida di meraviglia, ma questa è un’altra storia. Dalla via che il ghiaccio era rotto, si sono lasciati andare tutti e hanno cominciato a chiedermi di fare delle foto. Certo, sono qui apposta. E via di cellulari e compatte, abbracci, sorrisi e altri scatti perchè i primi non erano venuti bene. Quanta umanità in tutto questo. Sono salito sul treno come uno straniero e grazie a niente sono diventato “Italia”. L’uomo che incontra l’uomo come se fosse la prima volta, e lo scopre diverso ma allo stesso tempo amico e simile. Non lo accoglie con la paura, ma con un sorriso. E devo dire che in questo viaggio di sorrisi ne ho collezionati tanti, talmente tanti che quasi non so più dove metterli. E ne voglio ancora. Momenti preziosi ai quali è impossibile dare un valore. Il solo stringere le mani e incrociare lo sguardo con persone che non ho mai visto e che molto probabilmente mai più rivedrò. E c’è più sincerità e affetto e amore in quelle mani e in quegli occhi sconosciuti che in certi rapporti che si coltivano per una vita. Questa è la vera ricchezza; non il denaro, o le auto, o le ville, o i gioielli. No, questa, l’umanità. L’amore del tuo prossimo che è insito e radicato in lui da tempi immemorabili. Sono ricco, seppur vestito di cenci, con pochi soldi in tasca, sporco e seduto in un lurido vagone. Ma vivo, vivo davvero. Thoreau diceva: “Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire in punto di morte che non ero vissuto“. Whitman scriveva: “E io o tu, senza dieci centesimi in tasca, possiamo acquistare i piu’ preziosi frutti della terra…”. Io quelle ricchezze le ho avute sì per niente, ma in un vagone e non in un bosco. Le ho succhiate e assaporate tutte fino all’ultima briciola e non ne sono ancora stanco, nè credo che mai lo sarò. Tutti i luoghi della Terra sono niente senza le persone che li abitano. Ma ritorniamo su quel treno. Ho offerto in giro un po’ di sigarette e gomme da masticare mongole. Ne hanno preso tutti e tutti mi hanno dato qualcosa. Brustolini, caramelle, tè e biscotti. Un tipo mi voleva regalare un wurstel piccante, ma a quello mi sono opposto. Non mi sento ancora abbastanza dei vostri per mangiare quella roba, raga. E poi il piccante mi fa male.


Il Confine

Zamin Uud, confine mongolo-cinese, 26 mar 2011, giorno 74, ore 7:15, stazione dei treni

Le mie paure di non trovare un mezzo per passare il confine sono state smentite subito. Dopo appena qualche passo sul binario, una folla di autisti mi è venuta incontro per offrirmi i loro servigi. Ho scelto l’autista più brutto e l’ho seguito dopo avere chiesto il prezzo: 5 con le dita. 5 mele? 5 euro? Tugrug, Youan, cammelli. Non sapevo. Alle elementari la maestra mi ha insegnato a specificare sempre l’unità di misura. Forse qui non hanno maestre come la Grazia. Immaginavo 5000 Tugrug, ma è saltato fuori essere 50 Youan. 5 Euro circa per passare di là dal filo spinato. Il parcheggio della stazione è pieno di jeep e quella del mio autista è una Toyota. Mi accomodo e inizio a riempire i moduli che trovo sul sedile e sparsi per tutto l’abitacolo. Nella mia fanciullesca ingenuità di viaggiatore europeo mi guardo intorno e penso: “cinque posti, cinque persone”. Non è così. Uno dopo l’altro si intrufolano nella jeep tante di quelle persone che sembra di essere in una puntata di “Scommettiamo che…”. Alla fine ci ritroviamo in undici più l’autista, che nel frattempo è cambiato. Non male per quel certificato che omologa il veicolo per cinque persone, ma qui non ci badano. Chi nel baule, chi fra il cambio, chi in braccio ad altri ci stiamo tutti. Tutti tranne la comodità. Per quella proprio non c’è spazio. Nelle ore di fila che precedono il mio ingresso in Cina (ce ne sono volute tre e mezzo, alla faccia della Lonely Planet che diceva che si faceva prima) mi ritrovo ad osservare il nuovo autista. Mi ricorda troppo Tyler Durden. Almeno la sua versione mongola. Occhiale da sole a specchio, giacca di pelle blu e stivali di pelle rossi. E’ solamente meno figo di Bradd Pitt, ma il personaggio c’è tutto. Inoltre è abile nel suo lavoro. Con i suoi sottoposti è severo e secco negli ordini, ma con le guardie è docile come una vacca al pascolo, sorride sempre e ammicca con tutti. E la jeep avanza tra la folla. Una colonna umana che attende il controllo documenti mongolo, passa la terra di nessuno con ogni mezzo e rifà la coda per il controllo passaporti cinese. Sembra di stare in un film. Le guardie hanno le stelle rosse sul colbacco, i ladri le jeep. Land Rover, Land Cruiser, jeep russe e giapponesi. Nessun europeo, al solito. Certo, qui c’è solo autentico volgo. Gli europei sono ricchi, pagano di più e il confine lo passano in treno. E’ una bella esperienza. Mi fa capire come si sta dall’altra parte della tv. Non siamo in zona di guerra o in presenza di clandestini, ma a parte questo è uguale alle immagini dei telegiornali. Stipati all’interno di un mezzo e poi in fila per il verdetto. Puoi passare. Oppure no. Io sì. Welcome back to China!


La Religione

Ulaanbaatar, Mongolia, 23 mar 2011, giorno 71, ore 16:05, ostello

Bene o male credo di essermi fatto un’idea generale di tutte le religioni più importanti. Nel corso dei miei viaggi ho avuto a che fare con ogni sorta di Cristiani, Musulmani, Buddisti, Shintoisti e quant’altro. Tra chiese, moschee e templi, non voglio passare certo per un esperto di teologia, quale non sono, ma c’è una cosa che devo dire accomuna tutti questi credi: tutti gli Dei hanno bisogno di soldi. Che siate in un tempio buddista, in una cattedrale cristiana o in una moschea musulmana, avrete sempre la possibilità di comprare la grazia del vostro Dio preferito tramite offerte e donazioni. E’ una cosa incredibile. Se siete musulmani e vi recate in pellegrinaggio a Istambul alla moschea blu, potrete fare un’offerta alla moschea che verrà certificata con una ricavuta. Una ricevuta. Questo forse perchè possiate farne sfoggio con i vostri amici una volta tornati a casa, per dimostrare loro che bravi musulmani siete,  oppure perchè quando creperete, nel caso la vostra sorte fosse incerta e Allah avesse perso la matrice, voi potrete mostrare la vostra ed assicurarvi così un posto in paradiso. Sempre che i vostri parenti abbiano messo la ricevuta nella tasca del vostro abito funebre. I buddisti, invece, sono più per il divertimento legato all’offerta. Nei templi giapponesi e cinesi è possibile cambiaro denaro contante con dischi di ferro o monete da gettare a volte all’interno di un cerchio, a volte contro una campana. Se fate centro o fate suonare il cembalo, la fortuna è assicurata. Sono procedure discutibili, fanno pensare quasi ad una tangente, ma non è questa la cosa che più mi sconcerta. Ciò che mi lascia allibito è il fatto che io abbia visto più e più volte individui poverissimi donare al Dio di turno alcuni di quei pochi denari che possedevano. Gente affamata e malvestita che anzichè impiegare il denaro per la vita corrente, lo impegna per la vita futura. Ho visto straccioni donare frutta e biscotti in Cina e monaci ben pasciuti sgranocchiare quegli stessi biscotti tra una preghiera e l’altra. Perchè diciamolo: Dio non mangia i biscotti, ma i monaci sì. Teoricamente Dio non ha bisogno nè di casa, nè di denaro, nè di servi, perchè colui che ha creato il mondo, gli uomini, il bene e il male, potrà anche fare a meno del denaro, dico io. Se proprio è ingordo potrebbe crearselo da sè. Ma le istituzioni religiose no. Non ne ho mai viste rifiutare le offerte, non ho mai visto monaci o sacerdoti dire ad un fedele “No, sei troppo povero. Questi soldi tienili tu. Dio capirà”. O Dio non capisce oppure non gli importa. Perchè il flusso di denaro è a senso unico. Non ho idea di come l’autorità ecclesiasitica impieghi il denaro. Certo non per coloro che lo donano, se non in minima parte. Se la parrocchia di Buddha di Ulaanbaatar impiegasse il denaro delle offerte per donare una domenica un aratro al signor Rossi che ha rotto il suo, un’altra domenica per pagare le medicine al signor Bianchi che non può permettersele, allora capirei. Sarebbe un trionfo di umanità. Persone che seppur povere si aiutano a vicenda tramite la mediazione religiosa. Sono oltremodo sicuro che se funzionasse così, nessuno farebbe offerte e tutti si precipiterebbero a recriminare miseria alla porta del tempio. Se non si ottiene nulla, doniamo tutti. Se si riceve qualcosa, ci catapultiamo ad arraffare in massa. La stupidità umana nella sua forma migliore. Ma non c’è da preoccuparsi, è una cosa impossibile a verificarsi. Il Signore dà false speranze e riceve denaro sonante. E’ senza dubbio la truffa più grande della storia. Sì, perchè essendo il premio finale la vita eterna dopo la morte, l’unico modo per scoprire se davvero esiste un Dio e un paradiso e un inferno è quello di crepare. E io non ho mai visto un morto presentare reclamo all’ufficio della curia. Davvero ben pensata. Ripenso a quelle due anziane che mi hanno superato sulle scale del monte Wudan per arrivare al tempio d’oro posto sulla cima per dire una preghiera e donare a Buddha una latta da venti litri d’olio. Venti chili trascinati a fatica sul monte da due settantenni per permettere a Buddha di friggersi i noodles. Non mi metto a parlare dei Cristiani e del Papa perchè non ho abbastanza spazio in wordpress e perchè sarebbero pixel troppo bollenti. Anche qui, però, non è che vada meglio. Se qualcuno volesse approfondire la faccenda denaro – Chiesa, consiglio il libro “La questua”, di Curzio Maltese. E’ un libro che fa incazzare, ma fa capire. Sull’esistenza di Dio consiglio quello di Richard Dawkings “L’illusione di Dio”. C’è perplessità, in me, dopo questa riflessione. Parlando di dottrina pura e semplice, ogni religione ha insiti in sè dei princìpi di valore che sono propri di ogni uomo. Belle parole, chi più chi meno. I cristiani e i musulmani sono tifosi troppo sfegatati nei confronti del loro Dio. Non avrai altro Dio all’infuori di me e Allah è l’unico Dio e Maometto il suo profeta. Qualcuno si sbaglia. Ma i buddisti sono più filosofici, più aperti alle opinioni diverse. Quasi una democrazia in un mondo di totalitarismi. Ma quando si parla di soldi sono tutti una grande famiglia, una famiglia di bisognosi che accetta denaro da chiunque e in qulunque modo. C’è chi compra vestiti, chi automobili, chi parlamentari e chi un posto in paradiso. Non sono ancora riuscito a trovare delle risposte nella religione. Quei princìpi così bene espressi nelle parole che le costituiscono cozzano irrimediabilmente con i comportamenti di chi le professa. A conti fatti è quasi meglio credere in Google: anche lui è onnisciente. E anche lui accetta denaro sonante.


Scusa, hai detto Tibet?

Ulaanbaatar, Mongolia, 22 mar 2011, giorno 70, ore 16:20, ostello

Mi è arrivata la mail che tanto aspettavo: il Tibet è aperto, e sembra lo sia dal 18 di marzo. Sono felice e credo che me ne ritornerò in Cina dopodomani. Domani andrò all’ambasciata Kazaka per sapere se possono farmi il visto. In questi due giorni ho avuto un sacco di informazioni. L’agenzia che mi ha detto Manuel mi ha garantito il visto russo per 130$ americani e in dodici giorni lavorativi. Sono 25$ in meno dell’altra agenzia e in più ho un’assicurazione sanitaria mongola per l’intera durata del visto, cioè 21 giorni. Se le cose dovessero andare per il meglio, una volta giunto a Novosibirsk scenderei dalla Transiberiana per dirigermi verso il Kazakhistan e Astana. Lì farei richiesta per un nuovo visto russo e poi mi dirigerei su Mosca. Spero che la burocrazia, per una volta, non mi crei problemi. Ma torniamo al Tibet. Per motivi di ristrettezze economiche non posso permettermi il treno diretto Ulanbaatar – Beijing. Prenderò invece un treno nazionale per Zamyn-Uud, attraverserò il confine in autobus, in jeep o in autostop, e da Erlian prenderò un altro treno nazionale per Beijing. Il diretto costa 80 euro, la soluzione a tappe 30. E’ un bel risparmio ed è il modo in cui i ragazzi francesi sono arrivati a Ulaanbaatar. Una volta arrivato a Beijing prenderò il treno per Xian, e da lì proseguirò con un altro treno per Xining. Qui sosterò alcuni giorni per abituarmi all’altitudine e poi via, verso Golmud, una delle città più elevate del mondo. Un altro paio di giorni e poi, finalmente, il Tibet, Lhasa. Essendoci solo, “solo”, 800 metri di differenza di altitudine tra Golmud e Lhasa, con questo metodo non dovrei avere nessun tipo di problema per quello che riguarda il mal d’aria. Se dovessi avere qualche capogiro, Luciano, un argentino che ho incontrato a Beijing, mi ha detto di mangiare un po’ di cioccolato e tutto passa. E’ il metodo che lui usa quando vola in Perù dall’Argentina. Quindi direi che sia tutto. Il mio equipaggiamento da montagna/freddo è a postissimo. Gli scarponi mi fanno un po’ male, ma credo che riuscirò ad abituarmi. Passare da un paio di Nike ad un paio di anfibi militari sovietici richiede pazienza. Però il Tibet ha riaperto, il resto non mi interessa.