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Bisogna dire qualcosa

Stoccolma, Svezia, 2 mag 2011, giorno 112, ore 20:35, Mac Donald’s

E’ tanto che non scrivo. Lo so. Da quando sono ritornato in Europa la mia vena letteraria langue. Mi siedo davanti al pc, apro il blog, vado in “Nuovo articolo” e poi fisso lo schermo. Aspetto, magari mi viene; invece niente. Il foglio bianco mi fa paura, penso che sia da riempire e la cosa mi spaventa perchè non ho idea di come farlo. Quando è così meglio chiudere tutto e farsi una passeggiata. Se anche si riuscisse a riempire, quello che direbbe sarebbe inutile e vuoto. La mia teoria è questa: per scrivere bisogna avere il desiderio di avere un foglio bianco sotto al naso. Non è più un nemico, ma una cosa senza la quale si impazzirebbe. C’erano dei momenti in cui mentre camminavo mi ritrovavo in ginocchio sullo zaino a cercare il taccuino perchè dovevo essere assolutamente sicuro di scrivere una cosa, quella cosa, adesso, subito, prima che se ne andasse, prima di scordarla. Potrei citare mille autori che parlano di cose del genere, ma non lo farò. Questa è la mia teoria, gli altri hanno la loro. Il punto è che ho paura del foglio bianco e quindi scrivo meno. Tutto qui.

Il perchè non lo saprei spiegare con esattezza. Ce ne sarebbe da dire; avrei potuto parlare dei musei di Stoccolma, ma mi sembrava di essere una guida turistica. Avrei potuto accennare ai trasporti e alla vivibilità dela città, ma non c’era poi tanto da dire se non che sono, in una parola, perfetti. Potevo dichiarare la bellezza incredibile degli svedesi, ma poi sarei stato accusato di essere un allupato. La verità è che tutto mi sembrava scontato. Google è pieno di siti, guide, blog e commenti su questa città, perchè quindi farlo sbadigliare ulteriormente? E’ il ritorno all’Europa, al conosciuto, alla mia civiltà che mi atterrisce. Oggi un’amica mi ha scritto una mail chiedendomi se c’è differenza, e se si sente, tra l’Asia e l’Europa. Gran domanda, ho pensato, magari ci scrivo su. Sì c’è differenza, eccome, come dal giorno alla notte. Non sto parlando di cibo, comunicazione, servizi o monumenti. Parlo delle persone. Da quando sono in Scandinavia non ho parlato con nessuno. Sono scivolato in silenzio tra le loro città, le loro vie, i loro aeroporti. Ignorato e ignorando. Niente sguardi incuriositi, niente discorsi sui treni, niente “Welcome to Finland”. Niente, freddo come il loro clima. Questa è una cosa che ho sentito, anche se forse c’è voluta quella domanda per farmelo capire. Dopotutto io ci sono abituato, anche in Italia è così. La mattina sali sul treno, o sul bus, o sul metrò, ti infili l’iPod nelle orecchie e maledici la mattina e il fatto di dover andare al lavoro. Se non hai amici con te non parli con nessuno, ti appisoli, pensi ai fatti tuoi. Certamente non attacchi bottone con uno come me. Al ritorno, la sera, è la stessa cosa ma al contrario. Non vedi l’ora di tornare a casa, nella tua sicura e confortevole casa, di fare una doccia, cena e poi a guardare la tv. Il resto è nulla. La nostra casa ha tutto, perchè dovremmo desiderare altro? Tyler direbbe “questa è la nostra vita e sta finendo un minuto alla volta”. E’ questo che intendo quando dico guardare le cose da diverse prospettive. Adesso che non ci sono più immerso, vedo soprattutto la Cina, i cinesi e il loro vivere. Loro non sono come noi, anzi, forse troppo diversi. Sono invadenti, curiosi come bambini. Solo la timidezza li trattiene, ma una volta rotto il ghiaccio la foto scatta garantito. I treni cinesi sono una babilonia, sì, ma una babilonia di uomini che si rapportano, che si incontrano davvero. Sali su un treno che non conosci nessuno, ma non ti infili un iPod nelle orecchie. Primo perchè non ce l’hai, secondo perchè il bello è già lì, intorno a te, negli altri viaggiatori, nei brustolini mangiati e sputati a terra, nelle battute, nelle chiacchiere. Che se ne fa un cinese di un iPod? Cultura di piazza contro cultura di appartamento. Noi che ci chiudiamo nelle nostre case e tutto il mondo fuori e loro che invece non avendo una casa come la nostra se la chiudono alle spalle e poi ci vanno, di fuori. Non so se sarà ancora così quando tutti saranno ricchi e ammaestrati, ma per il momento vincono loro, non le case. Ci vorrebbe una via di mezzo, un compromesso, un sistema che metta in pratica il meglio delle due opzioni. Ma per il momento non c’è. Se in questo falliscono anche gli svedesi, non so proprio che cosa si possa fare.


La paura di volare

Urumqi, Cina, 22 apr 2011, giorno 102, ore 20:46, aeroporto

Questa è mondiale. Non so quale forza stia agendo contro di me, ma sta facendo un ottimo lavoro. Il volo doveva essere già partito, e invece sono ancora qui. Perchè? Vediamo.

Aeroporto, check in, controllo personale, controllo passaporto. Qui il primo intoppo. Non capivano perchè non avessi il visto russo e non sapevano dove fosse Helsinki. Finland, Europe. Non c’è stato verso. Hanno chiamato gente istruita, hanno discusso un po’ e poi mi hanno fatto il timbro. Io in mezzo a tutto questo cercavo di darmi un contegno, la sicurezza di chi sa di avere ragione; in realtà sudavo copioso. Ma sono passato. Duty free, breve attesa, imbarco, controllo biglietto, cintura allacciata. Era fatta, ero sull’aereo. Stavo pensando a come dev’essere precipitare quando lo speaker dell’aereo fa un annuncio, per fortuna bilingue: cinese e russo. I cinesi seri, i russi ridono. Poi tutti si alzano e prendono i bagagli. Che succede? Hanno saputo che a bordo c’ero io e hanno sospeso il volo? Io non capivo ma copiavo. Mi sono alzato, ho preso lo zaino e mi sono messo in fila. Poi vedo una hostess e chiedo spiegazioni. Che succede? Perchè scendiamo? Cambio, diceva quella, cambio. Sì ma perchè cambio. Poi una ragazza russa si avvicina e mi dice: “L’aereo è rotto. Bisogna cambiarlo”. Cosa? Cosa? Come rotto? Rotto? Ma non fanno manutenzione? In quel momento mi sono passati davanti tutti gli edifici, gli autobus, le strade, le camere e i muri della Cina, e le condizioni in cui versavano. Di certo i cinesi non sono i più forti sostenitori della manutenzione, ma credevo che per gli aerei ci fossero delle regole. Forse è così, ma al momento non ne sono più tanto sicuro. Già volare non è il mio forte, se si aggiunge anche questo fattore ecco che la sicurezza si dilegua e al suo posto compare la paranoia. Sono in paranoia: l’ultima sfiga che mi rimane da collezionare è precipitare con l’aereo. Almeno sotto c’è la terra, questo mi conforta. Sulla terra si trovano gli aeroporti, e non puoi scegliere luogo migliore per atterrare, anche in caso di emergenza.

Così adesso sono seduto davanti al nuovo gate, il volo è alle 22:30 e io mi crogiolo immaginando tutte le peggiori cose che potrebbero succedere sull’aereo. La mia scena apocalittica preferita è il contatto tra due aerei ad alta quota come si vede in Fight Club. Se dovesse succedere spero di morire di infarto sul colpo, secco, indolore. Ma potendo scegliere spero non succeda. Scriverei ci vediamo in Russia, ma non voglio fare provocazioni a forze oscure o al signor Murphy in persona. Ci vediamo quando ci vediamo.

P.S. Ah, ma poi: perchè ridevano i russi?


Epilogo

Urumqi, Cina, 21 apr 2011, giorno 100, ore 19:14, ostello

Ci siamo, la faccenda è conclusa. Sembrava tutto fatto ieri sera; prenotato il volo da casa, una cosa sicura. Poi una mail nella notte cinese (ora di Beijing, come dicono da queste parti) sintomo della difficoltà di dormire dovuta ancora ai pensieri del post precedente. “La prenotazione non è stata confermata”. E con questo siamo a due. Il sonno ha preso poi finalmente il sopravvento e il problema è scivolato tra le ombre di Morfeo. Ma stamattina si è ripresentato. Non mi restava che prenotare in agenzia, a qualsiasi prezzo, per qualunque destinazione che non richiedesse un visto. La Lonely Planet mi segnalava un’agenzia molto a sud del mio ostello. Mi sono messo in marcia, ma dell’agenzia nessuna traccia. Forse aveva chiuso, forse non c’era un’insegna leggibile. L’ho cercata a lungo, ma invano. Stavo per ritelefonare a casa quando mi è piovuto dal cielo un ufficio della Southern Airlines. Non avrei potuto desiderare di meglio. Proprio la compagnia con cui avrei dovuto prenotare dal sito web. Sono entrato e ho chiesto informazioni sullo stesso volo. Parlavano inglese, è stato facile. Mezz’ora e avevo il biglietto. Urumqi – Mosca, sedici ore di attesa in aeroporto e poi Mosca – Helsinki. Ironia della sorte ho anche speso meno che da sito web: 460 Euro solo andata. Avevo il terrore che nell’atto della prenotazione qualcosa andasse storto. Mi aspettavo da un momento all’altro che l’agente mi dicesse “Sorry, it’s impossible” e poi adducesse un motivo qualunque. Dopo tutti i miei guai burocratici ho iniziato a credere ciecamente nella legge di Murphy, ne sono diventato rispettoso all’estremo, quasi riverente. Invece non è successo nulla, ho pagato, ho ritirato il biglietto e sono uscito.
La mia avventura asiatica si concluderà domani, salvo ulteriori imprevisti. Ieri ero piuttosto abbattuto all’idea, oggi però mi sento benissimo, in forma, quasi smanioso di ritornare in Europa. La cosa che mi fa sorridere è che finalmente potrò tornare a parlare con tutti, a leggere i cartelli, a chiedere informazioni a chiunque. Sembra una bazzecola, ma questa barriera linguistica che mi trascino dal Giappone, e che sembra terminerà con l’arrivo a Helsinki, ha avuto il suo peso. Non ci ho pensato fino a che non mi sono trovato davanti questo pensiero, ma sarà bello poter tornare di nuovo ad una comunicazione attiva. Parlavo da solo da troppo tempo, sono andato ad intuito per troppi chilometri. L’inglese tornerà a farla da padrone, ed io ne sono felice. Inoltre la Finlandia mi incuriosisce parecchio. Ho pensato che avrò tante possibilità di itinerario una volta giunto laggiù, anche senza andare in Russia. Insomma, il viaggio è lungi dall’essere concluso. Il problema più grande ora, se di problema si può parlare, è il denaro. Le due prenotazioni mancate mi hanno “mangiato” più di 800 Euro e il biglietto che ho comprato in contanti se ne è portati via altri 460. La mia situazione è questa: sul conto ho 5,24 Euro, ho 300 RMB cinesi in contanti (tipo 30 Euro), 7000 e rotti Tugrug mongoli (4 Euro circa), 135 dollari americani e 5 euro che mi porto dietro da Budapest. Più spiccioli e monetine da mezza Asia. Fine dei miei soldi. Gli 800 torneranno a casa non so quando. Ma contrariamente a quanto si possa pensare non sono preoccupato e non ho chiesto soldi a casa. Mi ritroverò in Finlandia, che è tipo il Paese più sicuro del mondo o comunque sul podio della sicurezza. Sarà una pacchia per me. Se non avrò denaro sarà solo un modo per avvicinarmi a McCandless, un modo per assimilare qualche altra informazione sul suo viaggio e il suo modo di vivere. Informazioni preziose, di cui ho premura, prese in diretta, non da un libro. E ne sento davvero il bisogno di queste informazioni. Ma non voglio fare piani o farmi viaggi inutili. Quando arriverò a Helsinki farò i miei conti e valuterò il da farsi. Fino ad allora aspetterò e basta.

Ingannando il tempo ho scritto al Corriere della Sera. Ho letto un pezzo sulla proposta di cambiare l’articolo 1 della Costituzione. Non mi dilungo nei particolari. Io sono d’accordo, anzi cambierei di più. Ho sentito il desiderio di far sapere alla redazione il mio pensiero e l’ho fatto. L’attesa è lunga e a scrivere il tempo vola. Mi piacerebbe una risposta, ma dalla mia esperienza deduco che non arriverà.

Epilogo: Europa sto tornando. E sono carico.


I cento giorni

Urumqi, Cina, 20 apr 2011, giorno 99, ore 19:39, ostello

Una via di uscita l’ho trovata, anche se non è decisamente la cosa che desideravo. Per tentare comunque tutto di visitare la Russia non mi resta che prendere un volo. Stoccolma e Helsinki sono le due mete migliori, come prezzo e posizione. Ho chiesto a casa di provare a contattare l’ambasciata russa a Roma per sapere se ho bisogno del visto di transito anche solo per quelle che sarebbero sedici ore di attesa a Mosca. Il volo per Helsinki, la mia prima scelta, comporta uno scalo di una notte nella capitale russa. Sedici ore di attesa e poi un altro volo per la capitale finlandese. Da lì poi proverei ad ottenere questo tanto sofferto documento per poi tornare in russia da uomo pseudo libero. E Tallin, idilliaca Vecchia Guardia, è comunque vicinissima. In caso tutto ciò non fosse possibile ci sarebbe un volo per Stoccolma. Nessuno scalo in territorio russo, andrei a Pechino per poi tornare in Europa e cimentarmi nella stessa impresa sopra citata. Comunque vada, credo di poter ufficialmente annunciare il termine della mia avventura asiatica. La Wellington-burocrazia ha vinto. Si torna in Europa, non c’è nulla da fare. Non ne sono entusiasta, non sono pronto. L’unico aspetto positivo è che una volta rientrato nei confini dell’Unione Europea, non avrò più nessun problema di transito. Russia a parte, naturalmente. Ho le mani legate. Tutto quello che potevo tentare l’ho tentato. Si torna verso casa, verso l’Italia, in una maniera che mai avrei creduto possibile. Ho fatto degli errori? Se sì, quali? Sicuramente qualcosa avrei potuto fare, ma al momento non saprei dire cosa. Certo le coincidenze contro di me sono state tante e ripetute, ma forse se avessi avuto più informazioni, più esperienza, magari tutto questo si sarebbe potuto almeno aggirare in qualche modo. Ma ormai è tardi. Con un po’ di tristezza e tante perplessità mi avvio verso la strada di casa. Entro 24 ore dovrei risolvere tutto, con l’aiuto da casa.  I tanti andrò dei miei progetti si sono trasformati oramai in avrei potuto andare. Lo sconforto domina. Mi preparo per la mia Sant’Elena sperando si trasformi in un’Elba. Una pausa triste prima dei gloriosi cento giorni. E i miei cento giorni di viaggio scadono domani.


Collasso burocratico!

Urumqi, Cina, 20 apr 2011, giorno 99, ore 13:47, ostello

Urumqi è Waterloo e io mi sento Napoleone. Ecco la situazione.

Mentre andavo all’ambasciata kazaka con un taxi mi è venuto in mente una cosa che avevo dimenticato da tempo: il mio visto cinese. A Lanzhou era tutto ok, ma lì ho perso quattro giorni per aspettare il treno. Ho controllato e ho scoperto con rammarico che scade il 24 aprile. Forse ce la faccio, ho pensato, dipende dai kazaki. All’ambasciata era un inferno. Decine di persone accalcate davanti all’ingresso, come animali. Non si capiva nulla. Stavo per rinunciare quando il fato mi ha mandato un angelo: un cinese che parlava inglese, forse il primo che abbia mai incontrato per strada. Mi ha detto che con il mio passaporto potevo entrare evitando la fila, ha sbraitato per dileguare un po’ di calca e sono entrato. Prima di condurmi dentro mi ha accompagnato in una copisteria e mi ha fatto fare le fotocopie del passaporto necessarie per poter ottenere il visto. E’ stato la mia salvezza. Una volta entrato anche i funzionari kazaki si sono rivelati squisiti oltremisura. Parlavano quasi tutti inglese, uno addirittura qualche parola di italiano. Mi ha fatto piacere risentirla, pur con un accento strano. Purtroppo le notizie non erano quelle che mi aspettavo. Cinque giorni lavorativi ci vogliono per il visto, e non è prevista alcuna procedura di emergenza. E’ stata il primo colpo della giornata, e non sarebbe stato il più duro. Esco e valuto la situazione. La cosa migliore da fare è andare all’ufficio cinese ed estendere il visto, ho pensato. Ho preso un altro taxi e mi ci sono recato. Anche qui, all’interno era un putiferio. Anche qui, sorpresa ironica, ho trovato tutti i funzionari che parlavano inglese. Le brutte notizie mi sono arrivate ben chiare all’orecchio. Chiedo informazioni sull’estensione del visto. La procedura richiede cinque giorni e un sacco di carte di cui non ho capito bene la natura. Non ho cinque giorni, e anche se li avessi questo vorrebbe dire attendere ad Urumqi per almeno 15 giorni lo sbroglio di tutta la matassa burocratica. Impensabile. Secondo colpo. Sono ad un punto morto, non posso nè restare nè andarmene. La mia mente, almeno una parte di essa, ha iniziato a pensare cose inutili. Tutte cominciavano con “E se…”. E se ci fosse stato il posto sul treno a Lanzhou? E se fossi andato a Xian anzichè a Xining di ritorno dal Tibet? E se non mi fossi ammalato? E se fossi rimasto in Mongolia coi ragazzi francesi un’altra settimana? E se avessi avuto quattro giorni in più. Quattro giorni e ce l’avrei fatta. L’altra parte del mio intelletto mi diceva che era inutile recriminare il passato e piagnucolare sul presente. Non fa altro che appesantire una situazione già abbastanza pesante. Le cose stanno così: adesso bisogna rimediare. La Thailandia è un’ipotesi da scartare. La fortuna vuole che all’ambasciata kazaka abbia incontrato due belgi che mi hanno informato di non essere stati in grado di ottenere il visto kazako in India. Forse la lontananza dal confine implica le stesse regole che valevano per me a Budapest. Quindi andare in Thailandia non mi serve per tornare a casa lungo il mio itinerario. Potrebbe rivelarsi solo uno spreco di denaro, esperienza a parte. Non sono povero, ma le mie finanze sono in quel momento delicato in cui non bisognerebbe commettere errori. Altrimenti si deve andare a prestito e io non voglio farlo. Voglio fare quello che posso con quello che ho.

La mia sola soluzione è l’aereo, scelta obbligata in questo frangente, ma anche qui le notizie non sono affatto buone. Avevo pensato di prendere un volo per Tallin, Estonia. Da qui avrei potuto ottenere, se la memopria non mi ingannava, un visto russo e salvare un minimo del mio itinerario. Il volo Urumqi – Tallin costa 1500 euro. Fuori budget. Mi sono allora ricordato che mentre andavo in Giappone ho fatto scalo ad Helsinki. Qui ho letto una pubblicità: “Helsinki Airport, your gate to Asia”. Ho cercato un volo per Helsinki, che confina con la Russia ed è ad uno sputo da Tallin. Il volo costa 470 euro. Perfetto! E invece no. La compagnia è la Aeroflot, la compagnia russa, e il volo fa scalo a Mosca. Io non ho il visto russo e non è possibile ottenere nemmeno un visto di transito all’aeroporto. Almeno secondo il sito del ministero degli esteri. terzo durissimo colpo. Il mio morale è ai minimi storici e ho finito gli assi nella manica. Forse ci sono altre soluzioni, ma al momento mi sfuggono. La soluzione estrema è un volo per Bologna, ma non mi sento pronto. E’ successo tutto troppo in fretta, troppo inaspettatamente. Pensavo di avere ancora almeno un mesetto, e invece esiste la concreta possibilità che io abbia un’ottantina di ore prima di essere costretto al rimpatrio. Ho mandato una mail all’ambasciata russa in Italia, ma da quanto mi ricordi non sono celebri per le loro celeri risposte, e io ho tutto fuorchè il tempo. Proverò a cercare altri voli, altre compagnie. Oggi pomeriggio andrò a cercare delle agenzie di viaggio, ma temo che la situazione ormai si sia delineata. Sono davvero in un cul-de-sac. Tuttavia non mi sento ancora sconfitto. Il mio spirito sognatore sente che interverrà qualcosa a trarmi d’impiccio, ma è solo una vocina. Intanto però applicherò al tempo rimasto il più grade proverbio che sia mai stato inventato: “Aiutati che il ciel t’aiuta”. La situazione è intricata. Se qualcuno legge questo post e ha soluzioni alternative non esiti a contattarmi. Stavolta ho davvero bisogno di una magia. L’avventura asiatica forse è giunta al termine. Spero solo con tutto il cuore che non sia anche la fine del viaggio. E’ troppo per il novantanovesimo giorno. Attenderò gli sviluppi del pomeriggio.


Le città della Cina

Urumqi, Cina, 19 apr 2011, giorno 98, ore 22:25, ostello

Urumqi. Con i suoi 2250 chilometri di distanza è la città più lontana da un oceano sulla Terra. Passeggiando mi chiedo quanti di quelli che mi circondano e mi guardano abbiano mai visto il mare o mai lo vedranno in vita loro. Urumqi. La mia porta di accesso al Kazakistan o alla Thailandia. Dipenderà dai burocrati, anche se per quello che riguarda la Thailandia sarebbe un piccolo escamotage. Con un aereo si va dappertutto da qualunque punto di partenza. Qui ci sono molte persone non orientali, senza occhi a mandorla per dirla spiccia. Deduco che siano kazaki o kirgiki o discendenti tali. I cartelli hanno tre lingue: cinese, cirillico e arabo o farsi, non li distinguo. L’inglese qui è una lingua morta. I musulmani erano già tanti a Lanzhou, ma qui i cappellini bianchi sono quasi la prassi. Le moschee sostituiscono lentamente ma inesorabilmente i Buddha e i templi. Mi mancheranno. Sebbene sia arrivato da non più di dieci ore, ho già capito a grandi linee di che cosa si tratta. E’ la Cina B. Ho sviluppato una teoria. Le città della Cina hanno tre categorie: A, B e C. Le città di categoria A, come ad esempio Beijing, Xian, Chengdu, immagino Shanghai, Hong Kong, sono città effettivamente moderne, con servizi “all’europea”, con monumenti e attrazioni degni di essere visitati. Hanno storie da raccontare, carattere, personalità. Sono città che rispecchiano il secolo in cui viviamo, almeno dal mio punto di vista, dalla prospettiva di un europeo che vive in Italia. La Cina B è diversa. Sì, è una Cina che ha l’apparenza della sorelle di categoria A, ma se analizzata da vicino presenta molte differenze. I suoi grattacieli, le sue strade, i suoi cantieri fanno pensare ad una città moderna, ma riflettono una crescita in atto, un potenziale sviluppo che non è ancora avvenuto. Sono timide, sciatte, a volte pompate dall’urbanistica governativa.  Sono più indietro di qualche decennio, ecco tutto. Non trovi tutto, non hai tutti i servizi, c’è poco di concreto da assorbire. Hohhot, Lanzhou, Xining, Guangzhou, Urumqi ne sono alcuni esempi. E’ una Cina che rincorre le capoliste, una Cina da metà classifica che arranca per cercare di raggiungere la zona Europa. E non solo metaforicamente parlando. La Cina C, in ultimo, è quella prettamente rurale. E’ la Cina in cui i contadini vanno in città per vendere le uova, in cui le donne girano coi cesti di vimini attaccati ad una canna di bambù, che non ha molte linee elettriche, che lavora i campi senza trattori o macchinari, la Cina che è povera e arretrata. L’ho vista poche volte, per lo più durante gli spostamenti, e quelle volte che l’ho incontrata sulla pelle (un esempio il post “Uomini e topi” o “Il popolo che ride”) ha avuto effetti a volte da sogno, a volte da incubo. Ma così è la Cina, almeno la Cina di oggi vista con i miei occhi. Urumqi. Speravo in una città A, ma mi dovrò accontentare di quello che ho.

Cercavo una qualche guida per il Kazakistan, ma non ve n’è traccia. Ho frugato in tutte le librerie intenazionali, due, ma niente. Qualunque sia la mia prossima meta, dovrò arrangiarmi senza guida. L’ho già fatto, ma era diverso. Avrei voluto valutare qualche opzione, se fosse stato meglio il Kazakistan o il Kyrgyzstan, ma dovrò andare a naso, seguire l’istinto. La Lonely Planet, o una qualunque concorrente, non è ancora arrivata da queste parti. Di attrattive non ce ne sono molte e spero che domani all’ambasciata mi diano buone notizie sia per quello che riguarda i tempi di attesa, sia per la fattibilità della faccenda: il visto per il Kazakistan. Sono abbastanza tranquillo, ma se dovessero esserci dei problemi sarei fregato. Un cul-de-sac. Di tornare in Mongolia per poter arrivare in Russia non se ne parla. Sono dall’altra parte del Paese, dovrei tornare a Beijing, fare il visto mongolo, arrivare a Ulaanbaatar, aspettare venti giorni un visto russo da 150 dollari americani e poi andare a Mosca. Mi fregherei comunque il Kazakistan. No, l’unica speranza è che l’ambasciata non faccia storie e faccia presto. Un’altra opzione che immagino possa esserci è quella di arrivare ad Almaty in aereo e fare il visto in aeroporto, ma non so se il Kazakistan lo concede. Mi informerò. Per il momento non posso far altro che andare a dormire in questo ostello che non è dei migliori che abbia frequentato di recente. Le stanze sono accettabili, ma i bagni è come se non ci fossero. Ricordano quelli di una discoteca italiana alle sei di mattina. Non credo che mi laverò spesso. Spero sempre di più che l’ambasciata faccia presto e non faccia storie.


Euge VS la Thailandia

Lanzhou, Cina, 17 apr 2011, giorno 96, hotel

E’ un po’ che non scrivo. Ciò, tuttavia, non significa che me ne sia stato completamente con le mani in mano. In questi giorni di dolce far niente la mia mente si è accanita su un punto: la Thailandia. E’ un po’ che mi frullava in testa l’idea di andarmene un po’ al mare. Dopo quasi cento giorni di viaggio, avrò ben diritto ad un po’ di riposo. La Thailandia mi era sembrata la meta perfetta. Economica, suggestiva, calda e con uno dei mari più belli del mondo. Ho cominciato a guardare in giro qualche sito e ho scoperto con meraviglia che per arrivarci bastavano poche centinaia di euro. Sono stato un bel po’ a pensarci. Andare in Thailandia significava cambiare completamente location, vestiario, equipaggiamento, significava buttarsi in un nuovo Stato senza avere la minima idea di cosa aspettarsi. Era troppo bello per non farlo. Così, ho caricato la Postepay e ho prenotato. La risposta non mi è piaciuta subito. “La prenotazione NON è confermata. Stiamo verificando. Attendi una mail di conferma”. Preferisco la Ryan, o la Tiger, o la Jetstar. Loro ti danno subito il biglietto. Volagratis no. Così attendo, faccio una doccia, mi faccio dei viaggi mentali e finalmente arriva la mail. Sorry mister, niente biglietto. A quanto pareva c’erano stati dei problemi di comunicazione, non era possibile contattare la compagnia e un altro po’ di bla bla. Poco male, penso, cambierò sito. Tornai così a fare ricerche, rendendomi però subito conto che i prezzi più competitivi erano sul sito che mi aveva rifiutato la prenotazione. Ci ritorno, cambio date e riprenoto. “La transazione presenta degli inconvenienti”. Hummm, e questo cos’è? Insospettito dalla parola “transazione” controllo il saldo della Postepay: i soldi non c’erano. Ah, i cani. Prendono i soldi e non mi danno il biglietto. Approfittando di una chiamata a casa, chiedo al quartier generale di chiamare il sito al numero verde e domandare qualche chiarimento. La risposta non tarda ad arrivare. “Bla bla bla, ci vogliono dai due ai dieci giorni per il riaccredito”. Ecco fatto. Mentre la mia immaginazione mi proiettava già sulle bianche spiagge thailandesi, la tecnologia bancaria mi inchiodava a Lanzhou. E per fortuna che non mi ero fatto ancora rimborsare il biglietto del treno per Urumqi, altrimenti sì che sarei impazzito. Non far nulla è bello, ma preferisco muovermi. Così, riassumendo, la situazione è la seguente. Domani andrò a Urumqi e inoltrerò domanda per il visto Kazako. Se questo visto è come tutti gli altri da me richiesti, avrò una finestra di entrata di almeno un paio di mesi. Questa finestra mi fornirebbe tutto il tempo necessario per la mia visitina in Thailandia. Da Urumqi il volo per Bangkok costa ancora meno che da Lanzhou, quindi se riuscirò a prenotare e se il visto non mi creerà problemi, avrò tutto il tempo per volare tranquillo al sole dei tropici. Dalla Thailandia poi, se avrò il visto, potrò rivolare in Kazakistan ad Almaty e da lì proseguire la mia strada verso casa. In teoria è tutto bello e facile, in pratica possono andare storte un sacco di cose ancora. Quindi non faccio piani, mi limito ad improvvisare, anche se devo ammettere che sto già pensando a dove procurami un costume da begno e della crema solare. La mia testa è molto più veloce della burocrazia e della tecnologia messe insieme. Si vedrà!