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Bisogna dire qualcosa

Stoccolma, Svezia, 2 mag 2011, giorno 112, ore 20:35, Mac Donald’s

E’ tanto che non scrivo. Lo so. Da quando sono ritornato in Europa la mia vena letteraria langue. Mi siedo davanti al pc, apro il blog, vado in “Nuovo articolo” e poi fisso lo schermo. Aspetto, magari mi viene; invece niente. Il foglio bianco mi fa paura, penso che sia da riempire e la cosa mi spaventa perchè non ho idea di come farlo. Quando è così meglio chiudere tutto e farsi una passeggiata. Se anche si riuscisse a riempire, quello che direbbe sarebbe inutile e vuoto. La mia teoria è questa: per scrivere bisogna avere il desiderio di avere un foglio bianco sotto al naso. Non è più un nemico, ma una cosa senza la quale si impazzirebbe. C’erano dei momenti in cui mentre camminavo mi ritrovavo in ginocchio sullo zaino a cercare il taccuino perchè dovevo essere assolutamente sicuro di scrivere una cosa, quella cosa, adesso, subito, prima che se ne andasse, prima di scordarla. Potrei citare mille autori che parlano di cose del genere, ma non lo farò. Questa è la mia teoria, gli altri hanno la loro. Il punto è che ho paura del foglio bianco e quindi scrivo meno. Tutto qui.

Il perchè non lo saprei spiegare con esattezza. Ce ne sarebbe da dire; avrei potuto parlare dei musei di Stoccolma, ma mi sembrava di essere una guida turistica. Avrei potuto accennare ai trasporti e alla vivibilità dela città, ma non c’era poi tanto da dire se non che sono, in una parola, perfetti. Potevo dichiarare la bellezza incredibile degli svedesi, ma poi sarei stato accusato di essere un allupato. La verità è che tutto mi sembrava scontato. Google è pieno di siti, guide, blog e commenti su questa città, perchè quindi farlo sbadigliare ulteriormente? E’ il ritorno all’Europa, al conosciuto, alla mia civiltà che mi atterrisce. Oggi un’amica mi ha scritto una mail chiedendomi se c’è differenza, e se si sente, tra l’Asia e l’Europa. Gran domanda, ho pensato, magari ci scrivo su. Sì c’è differenza, eccome, come dal giorno alla notte. Non sto parlando di cibo, comunicazione, servizi o monumenti. Parlo delle persone. Da quando sono in Scandinavia non ho parlato con nessuno. Sono scivolato in silenzio tra le loro città, le loro vie, i loro aeroporti. Ignorato e ignorando. Niente sguardi incuriositi, niente discorsi sui treni, niente “Welcome to Finland”. Niente, freddo come il loro clima. Questa è una cosa che ho sentito, anche se forse c’è voluta quella domanda per farmelo capire. Dopotutto io ci sono abituato, anche in Italia è così. La mattina sali sul treno, o sul bus, o sul metrò, ti infili l’iPod nelle orecchie e maledici la mattina e il fatto di dover andare al lavoro. Se non hai amici con te non parli con nessuno, ti appisoli, pensi ai fatti tuoi. Certamente non attacchi bottone con uno come me. Al ritorno, la sera, è la stessa cosa ma al contrario. Non vedi l’ora di tornare a casa, nella tua sicura e confortevole casa, di fare una doccia, cena e poi a guardare la tv. Il resto è nulla. La nostra casa ha tutto, perchè dovremmo desiderare altro? Tyler direbbe “questa è la nostra vita e sta finendo un minuto alla volta”. E’ questo che intendo quando dico guardare le cose da diverse prospettive. Adesso che non ci sono più immerso, vedo soprattutto la Cina, i cinesi e il loro vivere. Loro non sono come noi, anzi, forse troppo diversi. Sono invadenti, curiosi come bambini. Solo la timidezza li trattiene, ma una volta rotto il ghiaccio la foto scatta garantito. I treni cinesi sono una babilonia, sì, ma una babilonia di uomini che si rapportano, che si incontrano davvero. Sali su un treno che non conosci nessuno, ma non ti infili un iPod nelle orecchie. Primo perchè non ce l’hai, secondo perchè il bello è già lì, intorno a te, negli altri viaggiatori, nei brustolini mangiati e sputati a terra, nelle battute, nelle chiacchiere. Che se ne fa un cinese di un iPod? Cultura di piazza contro cultura di appartamento. Noi che ci chiudiamo nelle nostre case e tutto il mondo fuori e loro che invece non avendo una casa come la nostra se la chiudono alle spalle e poi ci vanno, di fuori. Non so se sarà ancora così quando tutti saranno ricchi e ammaestrati, ma per il momento vincono loro, non le case. Ci vorrebbe una via di mezzo, un compromesso, un sistema che metta in pratica il meglio delle due opzioni. Ma per il momento non c’è. Se in questo falliscono anche gli svedesi, non so proprio che cosa si possa fare.


La paura di volare

Urumqi, Cina, 22 apr 2011, giorno 102, ore 20:46, aeroporto

Questa è mondiale. Non so quale forza stia agendo contro di me, ma sta facendo un ottimo lavoro. Il volo doveva essere già partito, e invece sono ancora qui. Perchè? Vediamo.

Aeroporto, check in, controllo personale, controllo passaporto. Qui il primo intoppo. Non capivano perchè non avessi il visto russo e non sapevano dove fosse Helsinki. Finland, Europe. Non c’è stato verso. Hanno chiamato gente istruita, hanno discusso un po’ e poi mi hanno fatto il timbro. Io in mezzo a tutto questo cercavo di darmi un contegno, la sicurezza di chi sa di avere ragione; in realtà sudavo copioso. Ma sono passato. Duty free, breve attesa, imbarco, controllo biglietto, cintura allacciata. Era fatta, ero sull’aereo. Stavo pensando a come dev’essere precipitare quando lo speaker dell’aereo fa un annuncio, per fortuna bilingue: cinese e russo. I cinesi seri, i russi ridono. Poi tutti si alzano e prendono i bagagli. Che succede? Hanno saputo che a bordo c’ero io e hanno sospeso il volo? Io non capivo ma copiavo. Mi sono alzato, ho preso lo zaino e mi sono messo in fila. Poi vedo una hostess e chiedo spiegazioni. Che succede? Perchè scendiamo? Cambio, diceva quella, cambio. Sì ma perchè cambio. Poi una ragazza russa si avvicina e mi dice: “L’aereo è rotto. Bisogna cambiarlo”. Cosa? Cosa? Come rotto? Rotto? Ma non fanno manutenzione? In quel momento mi sono passati davanti tutti gli edifici, gli autobus, le strade, le camere e i muri della Cina, e le condizioni in cui versavano. Di certo i cinesi non sono i più forti sostenitori della manutenzione, ma credevo che per gli aerei ci fossero delle regole. Forse è così, ma al momento non ne sono più tanto sicuro. Già volare non è il mio forte, se si aggiunge anche questo fattore ecco che la sicurezza si dilegua e al suo posto compare la paranoia. Sono in paranoia: l’ultima sfiga che mi rimane da collezionare è precipitare con l’aereo. Almeno sotto c’è la terra, questo mi conforta. Sulla terra si trovano gli aeroporti, e non puoi scegliere luogo migliore per atterrare, anche in caso di emergenza.

Così adesso sono seduto davanti al nuovo gate, il volo è alle 22:30 e io mi crogiolo immaginando tutte le peggiori cose che potrebbero succedere sull’aereo. La mia scena apocalittica preferita è il contatto tra due aerei ad alta quota come si vede in Fight Club. Se dovesse succedere spero di morire di infarto sul colpo, secco, indolore. Ma potendo scegliere spero non succeda. Scriverei ci vediamo in Russia, ma non voglio fare provocazioni a forze oscure o al signor Murphy in persona. Ci vediamo quando ci vediamo.

P.S. Ah, ma poi: perchè ridevano i russi?


Epilogo

Urumqi, Cina, 21 apr 2011, giorno 100, ore 19:14, ostello

Ci siamo, la faccenda è conclusa. Sembrava tutto fatto ieri sera; prenotato il volo da casa, una cosa sicura. Poi una mail nella notte cinese (ora di Beijing, come dicono da queste parti) sintomo della difficoltà di dormire dovuta ancora ai pensieri del post precedente. “La prenotazione non è stata confermata”. E con questo siamo a due. Il sonno ha preso poi finalmente il sopravvento e il problema è scivolato tra le ombre di Morfeo. Ma stamattina si è ripresentato. Non mi restava che prenotare in agenzia, a qualsiasi prezzo, per qualunque destinazione che non richiedesse un visto. La Lonely Planet mi segnalava un’agenzia molto a sud del mio ostello. Mi sono messo in marcia, ma dell’agenzia nessuna traccia. Forse aveva chiuso, forse non c’era un’insegna leggibile. L’ho cercata a lungo, ma invano. Stavo per ritelefonare a casa quando mi è piovuto dal cielo un ufficio della Southern Airlines. Non avrei potuto desiderare di meglio. Proprio la compagnia con cui avrei dovuto prenotare dal sito web. Sono entrato e ho chiesto informazioni sullo stesso volo. Parlavano inglese, è stato facile. Mezz’ora e avevo il biglietto. Urumqi – Mosca, sedici ore di attesa in aeroporto e poi Mosca – Helsinki. Ironia della sorte ho anche speso meno che da sito web: 460 Euro solo andata. Avevo il terrore che nell’atto della prenotazione qualcosa andasse storto. Mi aspettavo da un momento all’altro che l’agente mi dicesse “Sorry, it’s impossible” e poi adducesse un motivo qualunque. Dopo tutti i miei guai burocratici ho iniziato a credere ciecamente nella legge di Murphy, ne sono diventato rispettoso all’estremo, quasi riverente. Invece non è successo nulla, ho pagato, ho ritirato il biglietto e sono uscito.
La mia avventura asiatica si concluderà domani, salvo ulteriori imprevisti. Ieri ero piuttosto abbattuto all’idea, oggi però mi sento benissimo, in forma, quasi smanioso di ritornare in Europa. La cosa che mi fa sorridere è che finalmente potrò tornare a parlare con tutti, a leggere i cartelli, a chiedere informazioni a chiunque. Sembra una bazzecola, ma questa barriera linguistica che mi trascino dal Giappone, e che sembra terminerà con l’arrivo a Helsinki, ha avuto il suo peso. Non ci ho pensato fino a che non mi sono trovato davanti questo pensiero, ma sarà bello poter tornare di nuovo ad una comunicazione attiva. Parlavo da solo da troppo tempo, sono andato ad intuito per troppi chilometri. L’inglese tornerà a farla da padrone, ed io ne sono felice. Inoltre la Finlandia mi incuriosisce parecchio. Ho pensato che avrò tante possibilità di itinerario una volta giunto laggiù, anche senza andare in Russia. Insomma, il viaggio è lungi dall’essere concluso. Il problema più grande ora, se di problema si può parlare, è il denaro. Le due prenotazioni mancate mi hanno “mangiato” più di 800 Euro e il biglietto che ho comprato in contanti se ne è portati via altri 460. La mia situazione è questa: sul conto ho 5,24 Euro, ho 300 RMB cinesi in contanti (tipo 30 Euro), 7000 e rotti Tugrug mongoli (4 Euro circa), 135 dollari americani e 5 euro che mi porto dietro da Budapest. Più spiccioli e monetine da mezza Asia. Fine dei miei soldi. Gli 800 torneranno a casa non so quando. Ma contrariamente a quanto si possa pensare non sono preoccupato e non ho chiesto soldi a casa. Mi ritroverò in Finlandia, che è tipo il Paese più sicuro del mondo o comunque sul podio della sicurezza. Sarà una pacchia per me. Se non avrò denaro sarà solo un modo per avvicinarmi a McCandless, un modo per assimilare qualche altra informazione sul suo viaggio e il suo modo di vivere. Informazioni preziose, di cui ho premura, prese in diretta, non da un libro. E ne sento davvero il bisogno di queste informazioni. Ma non voglio fare piani o farmi viaggi inutili. Quando arriverò a Helsinki farò i miei conti e valuterò il da farsi. Fino ad allora aspetterò e basta.

Ingannando il tempo ho scritto al Corriere della Sera. Ho letto un pezzo sulla proposta di cambiare l’articolo 1 della Costituzione. Non mi dilungo nei particolari. Io sono d’accordo, anzi cambierei di più. Ho sentito il desiderio di far sapere alla redazione il mio pensiero e l’ho fatto. L’attesa è lunga e a scrivere il tempo vola. Mi piacerebbe una risposta, ma dalla mia esperienza deduco che non arriverà.

Epilogo: Europa sto tornando. E sono carico.


I cento giorni

Urumqi, Cina, 20 apr 2011, giorno 99, ore 19:39, ostello

Una via di uscita l’ho trovata, anche se non è decisamente la cosa che desideravo. Per tentare comunque tutto di visitare la Russia non mi resta che prendere un volo. Stoccolma e Helsinki sono le due mete migliori, come prezzo e posizione. Ho chiesto a casa di provare a contattare l’ambasciata russa a Roma per sapere se ho bisogno del visto di transito anche solo per quelle che sarebbero sedici ore di attesa a Mosca. Il volo per Helsinki, la mia prima scelta, comporta uno scalo di una notte nella capitale russa. Sedici ore di attesa e poi un altro volo per la capitale finlandese. Da lì poi proverei ad ottenere questo tanto sofferto documento per poi tornare in russia da uomo pseudo libero. E Tallin, idilliaca Vecchia Guardia, è comunque vicinissima. In caso tutto ciò non fosse possibile ci sarebbe un volo per Stoccolma. Nessuno scalo in territorio russo, andrei a Pechino per poi tornare in Europa e cimentarmi nella stessa impresa sopra citata. Comunque vada, credo di poter ufficialmente annunciare il termine della mia avventura asiatica. La Wellington-burocrazia ha vinto. Si torna in Europa, non c’è nulla da fare. Non ne sono entusiasta, non sono pronto. L’unico aspetto positivo è che una volta rientrato nei confini dell’Unione Europea, non avrò più nessun problema di transito. Russia a parte, naturalmente. Ho le mani legate. Tutto quello che potevo tentare l’ho tentato. Si torna verso casa, verso l’Italia, in una maniera che mai avrei creduto possibile. Ho fatto degli errori? Se sì, quali? Sicuramente qualcosa avrei potuto fare, ma al momento non saprei dire cosa. Certo le coincidenze contro di me sono state tante e ripetute, ma forse se avessi avuto più informazioni, più esperienza, magari tutto questo si sarebbe potuto almeno aggirare in qualche modo. Ma ormai è tardi. Con un po’ di tristezza e tante perplessità mi avvio verso la strada di casa. Entro 24 ore dovrei risolvere tutto, con l’aiuto da casa.  I tanti andrò dei miei progetti si sono trasformati oramai in avrei potuto andare. Lo sconforto domina. Mi preparo per la mia Sant’Elena sperando si trasformi in un’Elba. Una pausa triste prima dei gloriosi cento giorni. E i miei cento giorni di viaggio scadono domani.


Collasso burocratico!

Urumqi, Cina, 20 apr 2011, giorno 99, ore 13:47, ostello

Urumqi è Waterloo e io mi sento Napoleone. Ecco la situazione.

Mentre andavo all’ambasciata kazaka con un taxi mi è venuto in mente una cosa che avevo dimenticato da tempo: il mio visto cinese. A Lanzhou era tutto ok, ma lì ho perso quattro giorni per aspettare il treno. Ho controllato e ho scoperto con rammarico che scade il 24 aprile. Forse ce la faccio, ho pensato, dipende dai kazaki. All’ambasciata era un inferno. Decine di persone accalcate davanti all’ingresso, come animali. Non si capiva nulla. Stavo per rinunciare quando il fato mi ha mandato un angelo: un cinese che parlava inglese, forse il primo che abbia mai incontrato per strada. Mi ha detto che con il mio passaporto potevo entrare evitando la fila, ha sbraitato per dileguare un po’ di calca e sono entrato. Prima di condurmi dentro mi ha accompagnato in una copisteria e mi ha fatto fare le fotocopie del passaporto necessarie per poter ottenere il visto. E’ stato la mia salvezza. Una volta entrato anche i funzionari kazaki si sono rivelati squisiti oltremisura. Parlavano quasi tutti inglese, uno addirittura qualche parola di italiano. Mi ha fatto piacere risentirla, pur con un accento strano. Purtroppo le notizie non erano quelle che mi aspettavo. Cinque giorni lavorativi ci vogliono per il visto, e non è prevista alcuna procedura di emergenza. E’ stata il primo colpo della giornata, e non sarebbe stato il più duro. Esco e valuto la situazione. La cosa migliore da fare è andare all’ufficio cinese ed estendere il visto, ho pensato. Ho preso un altro taxi e mi ci sono recato. Anche qui, all’interno era un putiferio. Anche qui, sorpresa ironica, ho trovato tutti i funzionari che parlavano inglese. Le brutte notizie mi sono arrivate ben chiare all’orecchio. Chiedo informazioni sull’estensione del visto. La procedura richiede cinque giorni e un sacco di carte di cui non ho capito bene la natura. Non ho cinque giorni, e anche se li avessi questo vorrebbe dire attendere ad Urumqi per almeno 15 giorni lo sbroglio di tutta la matassa burocratica. Impensabile. Secondo colpo. Sono ad un punto morto, non posso nè restare nè andarmene. La mia mente, almeno una parte di essa, ha iniziato a pensare cose inutili. Tutte cominciavano con “E se…”. E se ci fosse stato il posto sul treno a Lanzhou? E se fossi andato a Xian anzichè a Xining di ritorno dal Tibet? E se non mi fossi ammalato? E se fossi rimasto in Mongolia coi ragazzi francesi un’altra settimana? E se avessi avuto quattro giorni in più. Quattro giorni e ce l’avrei fatta. L’altra parte del mio intelletto mi diceva che era inutile recriminare il passato e piagnucolare sul presente. Non fa altro che appesantire una situazione già abbastanza pesante. Le cose stanno così: adesso bisogna rimediare. La Thailandia è un’ipotesi da scartare. La fortuna vuole che all’ambasciata kazaka abbia incontrato due belgi che mi hanno informato di non essere stati in grado di ottenere il visto kazako in India. Forse la lontananza dal confine implica le stesse regole che valevano per me a Budapest. Quindi andare in Thailandia non mi serve per tornare a casa lungo il mio itinerario. Potrebbe rivelarsi solo uno spreco di denaro, esperienza a parte. Non sono povero, ma le mie finanze sono in quel momento delicato in cui non bisognerebbe commettere errori. Altrimenti si deve andare a prestito e io non voglio farlo. Voglio fare quello che posso con quello che ho.

La mia sola soluzione è l’aereo, scelta obbligata in questo frangente, ma anche qui le notizie non sono affatto buone. Avevo pensato di prendere un volo per Tallin, Estonia. Da qui avrei potuto ottenere, se la memopria non mi ingannava, un visto russo e salvare un minimo del mio itinerario. Il volo Urumqi – Tallin costa 1500 euro. Fuori budget. Mi sono allora ricordato che mentre andavo in Giappone ho fatto scalo ad Helsinki. Qui ho letto una pubblicità: “Helsinki Airport, your gate to Asia”. Ho cercato un volo per Helsinki, che confina con la Russia ed è ad uno sputo da Tallin. Il volo costa 470 euro. Perfetto! E invece no. La compagnia è la Aeroflot, la compagnia russa, e il volo fa scalo a Mosca. Io non ho il visto russo e non è possibile ottenere nemmeno un visto di transito all’aeroporto. Almeno secondo il sito del ministero degli esteri. terzo durissimo colpo. Il mio morale è ai minimi storici e ho finito gli assi nella manica. Forse ci sono altre soluzioni, ma al momento mi sfuggono. La soluzione estrema è un volo per Bologna, ma non mi sento pronto. E’ successo tutto troppo in fretta, troppo inaspettatamente. Pensavo di avere ancora almeno un mesetto, e invece esiste la concreta possibilità che io abbia un’ottantina di ore prima di essere costretto al rimpatrio. Ho mandato una mail all’ambasciata russa in Italia, ma da quanto mi ricordi non sono celebri per le loro celeri risposte, e io ho tutto fuorchè il tempo. Proverò a cercare altri voli, altre compagnie. Oggi pomeriggio andrò a cercare delle agenzie di viaggio, ma temo che la situazione ormai si sia delineata. Sono davvero in un cul-de-sac. Tuttavia non mi sento ancora sconfitto. Il mio spirito sognatore sente che interverrà qualcosa a trarmi d’impiccio, ma è solo una vocina. Intanto però applicherò al tempo rimasto il più grade proverbio che sia mai stato inventato: “Aiutati che il ciel t’aiuta”. La situazione è intricata. Se qualcuno legge questo post e ha soluzioni alternative non esiti a contattarmi. Stavolta ho davvero bisogno di una magia. L’avventura asiatica forse è giunta al termine. Spero solo con tutto il cuore che non sia anche la fine del viaggio. E’ troppo per il novantanovesimo giorno. Attenderò gli sviluppi del pomeriggio.


Le città della Cina

Urumqi, Cina, 19 apr 2011, giorno 98, ore 22:25, ostello

Urumqi. Con i suoi 2250 chilometri di distanza è la città più lontana da un oceano sulla Terra. Passeggiando mi chiedo quanti di quelli che mi circondano e mi guardano abbiano mai visto il mare o mai lo vedranno in vita loro. Urumqi. La mia porta di accesso al Kazakistan o alla Thailandia. Dipenderà dai burocrati, anche se per quello che riguarda la Thailandia sarebbe un piccolo escamotage. Con un aereo si va dappertutto da qualunque punto di partenza. Qui ci sono molte persone non orientali, senza occhi a mandorla per dirla spiccia. Deduco che siano kazaki o kirgiki o discendenti tali. I cartelli hanno tre lingue: cinese, cirillico e arabo o farsi, non li distinguo. L’inglese qui è una lingua morta. I musulmani erano già tanti a Lanzhou, ma qui i cappellini bianchi sono quasi la prassi. Le moschee sostituiscono lentamente ma inesorabilmente i Buddha e i templi. Mi mancheranno. Sebbene sia arrivato da non più di dieci ore, ho già capito a grandi linee di che cosa si tratta. E’ la Cina B. Ho sviluppato una teoria. Le città della Cina hanno tre categorie: A, B e C. Le città di categoria A, come ad esempio Beijing, Xian, Chengdu, immagino Shanghai, Hong Kong, sono città effettivamente moderne, con servizi “all’europea”, con monumenti e attrazioni degni di essere visitati. Hanno storie da raccontare, carattere, personalità. Sono città che rispecchiano il secolo in cui viviamo, almeno dal mio punto di vista, dalla prospettiva di un europeo che vive in Italia. La Cina B è diversa. Sì, è una Cina che ha l’apparenza della sorelle di categoria A, ma se analizzata da vicino presenta molte differenze. I suoi grattacieli, le sue strade, i suoi cantieri fanno pensare ad una città moderna, ma riflettono una crescita in atto, un potenziale sviluppo che non è ancora avvenuto. Sono timide, sciatte, a volte pompate dall’urbanistica governativa.  Sono più indietro di qualche decennio, ecco tutto. Non trovi tutto, non hai tutti i servizi, c’è poco di concreto da assorbire. Hohhot, Lanzhou, Xining, Guangzhou, Urumqi ne sono alcuni esempi. E’ una Cina che rincorre le capoliste, una Cina da metà classifica che arranca per cercare di raggiungere la zona Europa. E non solo metaforicamente parlando. La Cina C, in ultimo, è quella prettamente rurale. E’ la Cina in cui i contadini vanno in città per vendere le uova, in cui le donne girano coi cesti di vimini attaccati ad una canna di bambù, che non ha molte linee elettriche, che lavora i campi senza trattori o macchinari, la Cina che è povera e arretrata. L’ho vista poche volte, per lo più durante gli spostamenti, e quelle volte che l’ho incontrata sulla pelle (un esempio il post “Uomini e topi” o “Il popolo che ride”) ha avuto effetti a volte da sogno, a volte da incubo. Ma così è la Cina, almeno la Cina di oggi vista con i miei occhi. Urumqi. Speravo in una città A, ma mi dovrò accontentare di quello che ho.

Cercavo una qualche guida per il Kazakistan, ma non ve n’è traccia. Ho frugato in tutte le librerie intenazionali, due, ma niente. Qualunque sia la mia prossima meta, dovrò arrangiarmi senza guida. L’ho già fatto, ma era diverso. Avrei voluto valutare qualche opzione, se fosse stato meglio il Kazakistan o il Kyrgyzstan, ma dovrò andare a naso, seguire l’istinto. La Lonely Planet, o una qualunque concorrente, non è ancora arrivata da queste parti. Di attrattive non ce ne sono molte e spero che domani all’ambasciata mi diano buone notizie sia per quello che riguarda i tempi di attesa, sia per la fattibilità della faccenda: il visto per il Kazakistan. Sono abbastanza tranquillo, ma se dovessero esserci dei problemi sarei fregato. Un cul-de-sac. Di tornare in Mongolia per poter arrivare in Russia non se ne parla. Sono dall’altra parte del Paese, dovrei tornare a Beijing, fare il visto mongolo, arrivare a Ulaanbaatar, aspettare venti giorni un visto russo da 150 dollari americani e poi andare a Mosca. Mi fregherei comunque il Kazakistan. No, l’unica speranza è che l’ambasciata non faccia storie e faccia presto. Un’altra opzione che immagino possa esserci è quella di arrivare ad Almaty in aereo e fare il visto in aeroporto, ma non so se il Kazakistan lo concede. Mi informerò. Per il momento non posso far altro che andare a dormire in questo ostello che non è dei migliori che abbia frequentato di recente. Le stanze sono accettabili, ma i bagni è come se non ci fossero. Ricordano quelli di una discoteca italiana alle sei di mattina. Non credo che mi laverò spesso. Spero sempre di più che l’ambasciata faccia presto e non faccia storie.


Euge VS la Thailandia

Lanzhou, Cina, 17 apr 2011, giorno 96, hotel

E’ un po’ che non scrivo. Ciò, tuttavia, non significa che me ne sia stato completamente con le mani in mano. In questi giorni di dolce far niente la mia mente si è accanita su un punto: la Thailandia. E’ un po’ che mi frullava in testa l’idea di andarmene un po’ al mare. Dopo quasi cento giorni di viaggio, avrò ben diritto ad un po’ di riposo. La Thailandia mi era sembrata la meta perfetta. Economica, suggestiva, calda e con uno dei mari più belli del mondo. Ho cominciato a guardare in giro qualche sito e ho scoperto con meraviglia che per arrivarci bastavano poche centinaia di euro. Sono stato un bel po’ a pensarci. Andare in Thailandia significava cambiare completamente location, vestiario, equipaggiamento, significava buttarsi in un nuovo Stato senza avere la minima idea di cosa aspettarsi. Era troppo bello per non farlo. Così, ho caricato la Postepay e ho prenotato. La risposta non mi è piaciuta subito. “La prenotazione NON è confermata. Stiamo verificando. Attendi una mail di conferma”. Preferisco la Ryan, o la Tiger, o la Jetstar. Loro ti danno subito il biglietto. Volagratis no. Così attendo, faccio una doccia, mi faccio dei viaggi mentali e finalmente arriva la mail. Sorry mister, niente biglietto. A quanto pareva c’erano stati dei problemi di comunicazione, non era possibile contattare la compagnia e un altro po’ di bla bla. Poco male, penso, cambierò sito. Tornai così a fare ricerche, rendendomi però subito conto che i prezzi più competitivi erano sul sito che mi aveva rifiutato la prenotazione. Ci ritorno, cambio date e riprenoto. “La transazione presenta degli inconvenienti”. Hummm, e questo cos’è? Insospettito dalla parola “transazione” controllo il saldo della Postepay: i soldi non c’erano. Ah, i cani. Prendono i soldi e non mi danno il biglietto. Approfittando di una chiamata a casa, chiedo al quartier generale di chiamare il sito al numero verde e domandare qualche chiarimento. La risposta non tarda ad arrivare. “Bla bla bla, ci vogliono dai due ai dieci giorni per il riaccredito”. Ecco fatto. Mentre la mia immaginazione mi proiettava già sulle bianche spiagge thailandesi, la tecnologia bancaria mi inchiodava a Lanzhou. E per fortuna che non mi ero fatto ancora rimborsare il biglietto del treno per Urumqi, altrimenti sì che sarei impazzito. Non far nulla è bello, ma preferisco muovermi. Così, riassumendo, la situazione è la seguente. Domani andrò a Urumqi e inoltrerò domanda per il visto Kazako. Se questo visto è come tutti gli altri da me richiesti, avrò una finestra di entrata di almeno un paio di mesi. Questa finestra mi fornirebbe tutto il tempo necessario per la mia visitina in Thailandia. Da Urumqi il volo per Bangkok costa ancora meno che da Lanzhou, quindi se riuscirò a prenotare e se il visto non mi creerà problemi, avrò tutto il tempo per volare tranquillo al sole dei tropici. Dalla Thailandia poi, se avrò il visto, potrò rivolare in Kazakistan ad Almaty e da lì proseguire la mia strada verso casa. In teoria è tutto bello e facile, in pratica possono andare storte un sacco di cose ancora. Quindi non faccio piani, mi limito ad improvvisare, anche se devo ammettere che sto già pensando a dove procurami un costume da begno e della crema solare. La mia testa è molto più veloce della burocrazia e della tecnologia messe insieme. Si vedrà!


L’attesa

Lanzhou, Cina, 15 apr 2011, giorno 94, hotel

E così siam di nuovo qui, Lanzhou, la città più brutta e triste della Terra. La mia grande fortuna continua a perseguitarmi, cosicchè dovrò attendere qui il treno per Urumqi fino al 18 di aprile. Che bello. Sono proprio contento. In questi giorni ne approfitterò per fare alcune cose noiose, come il bucato, e per tentare di domare il mio intestino, ancora provato dopo i farmaci del passato. Il piano è andare a Urumqi, fare il visto kazako e entrare in Kazakistan. Tutto qui. A meno che la noia dell’attesa non si trasformi in un qualche colpo di testa direi che non ci saranno novità.

Un post breve e triste per una città triste. Odio Lanzhou!


La primavera di Lhasa

Potala Palace, Lhasa

Lhasa, Tibet, alt. 3500 m, 10 apr 2011, giorno 89, ore 18:30, ostello

Oggi mi sento meglio. La febbre non c’è più e a parte la debolezza direi di essere in via di guarigione. Ho parlato con la guida circa il mio soggiorno in Lhasa. Avendo deciso di non andare più in Nepal ed avendo inoltre sprecato a letto tutti i giorni che avrei dovuto impiegare per visitare la città, ho chiesto se fosse possibile stare qui altri quattro giorni, recuperare le escursioni perdute e poi fare ritorno in Cina. Certamente, mi è stato risposto: 200 Youan al giorno. Più gli extra. Quindi, oltre a quelli che ho già versato e che non ho minimamente sfruttato, devo dare alla guida altri 800 Youan anche solo per stare a Lhasa senza fare niente. E’ una bella miniera d’oro, questo Tibet, almeno per le agenzie governative che dispensano guide e permessi. Però li vale tutti.

Oggi ho fatto una passeggiata con la guida per andare a mangiare. Sia lei che il proprietario dell’ostello mi avevano detto che non era una buona cosa stare sempre a letto, così oggi ho fatto il mio ingresso ufficiale lungo le strade di Lhasa. Al ristorante ho incontrato quella coppia canadese che sarebbe dovuta essere la mia compagnia di questo tour. Sono stati carini, speravano stessi meglio, ci siamo presentati e gli ho raccontato le mie avventure precedenti e i miei piani futuri. Terminato il mio pranzo e salutato tutti, guida compresa, mi sono subito diretto verso il Palazzo del Potala. La costruzione è magnifica e non ci sono parole per descriverla. E’ situata in un punto tale che da qualunque parte di Lhasa ci si trovi, si riesce sempre a scorgere. Dall’alto della sua rupe e della sua mole domina la città. E’ imponente, enorme, austera e solare al tempo stesso. Camminando per raggiungere questo gioello architettonico ho iniziato a sentire l’altitudine. E’ una sensazione di euforia costante. Ci si sente la testa leggera, ci si sente un po’ stonati, i pensieri straparlano e quando si parla con qualcuno a volta sembra di vedere il proprio interlocutore con un po’ di ritardo. Il cuore batte forte anche solo per fare una passeggitata, sembra di correre anche se si cammina, le forze sembrano poche e il fiato corto arriva subito. Se non avessi incontrato i canadesi che mi hanno dato rassicurazioni circa questi stessi sintomi riscontrati anche da loro, crederei in una ricaduta della mia malattia. Certo, se fossi più in forma magari avrei maggiore resistenza, ma tutto sommato me la cavo abbastanza bene. Il clima a Lhasa è meraviglioso. E’ piena primavera, il sole splende di giorno e le nubi lo coprono al tramonto, conferendo al momento e alla città tutta un’aria magica. La temperatura è ideale, sebbene io sia tutto imbacuccato. Gli alberi sono in fiore, la frutta è sui banchi e l’Himalaya che circonda il tutto è spettacolare. Mi piace tantissimo questo posto. Lo so che lo dico tutte le volte, ma credo che sia il posto più bello che abbia mai visto. Mi piacerebbe avere tempo, denaro e forze per girarlo tutto. E’ ricco di acqua, fiumi e laghi, e il colore di questi specchi è indescrivibile. Si dice che nelle giornate particolarmente chiare, in cui il sole colpisce la superficie senza incontrare ostacoli, l’acqua assuma sette tonalità di azzurro-verde. Deve essere bellissimo, e comunque l’Himalaya avrebbe un fascino particolare anche senza queste acque. Dopo essere stato in contemplazione del Potala, ho ritenuto meglio fare ritorno. Ho preso la strada del mercato, e qui sono rimasto davvero a bocca aperta. Il mercato dell’area di Bankhor è un vero mercato. Gli artigiani producono i loro beni in bottegucce adiacenti alle bancarelle. Le vie strette e tortuose sono piene di gente, di grida, di sorrisi e di prodotti. Quarti di vacca, mezzi polli, carni secche, pelli, stoffe, teli, quadri, chincaglierie, oggetti sacri, vestiti, frutta e occhiali da sole. Tutto si può trovare, e a dispetto di molti altri mercati che ho visto in Asia e per il mondo, mi è sembrato tutto molto vero, tutto molto originale. Pochi prodotti “fake”, molti prodotti fatti a mano dagli stessi venditori. L’ho girato finchè avevo fiato e ci tornerò per andare a cena. Il Tibet mi piace e io mi sento meglio. Si va avanti.


Il momento più cupo

Lhasa, Tibet, alt. 3500 m, 9 apr 2011, giorno 88, ore 17:40, ostello

Approfitto della tregua che mi concede adesso la febbre per provare a scrivere dei momenti più terribili che ho incontrato in questo viaggio. Credo che sia importante scriverne sia per me, sia per altri, nel caso qualcun altro si dovesse trovare nelle mie stesse condizioni.

Direi che occorra partire dal giorno prima della mia partenza per Lhasa, a Xining. Qui mi svegliai intorno all nove di mattina con una sensazione di prossima guarigione indicibile. Sentivo che ormai era fatta. Mi vestii di tutto punto e andai in centro in cerca di una banca. Stetti fuori due ore, era una cosa di cui avevo assolutamente bisogno, ma quando rientrai in ostello ero più morto che vivo. La febbre era risalita e io mi sentivo stanco e molto scoraggiato. Il fatto di credere di essere guarito per poi scoprire di non esserlo mi aveva tolto tanto, se non in termini di energie fisiche, di certo a livello psicologico. Restai a letto tutto il resto del giorno e anche quello dopo. Mi chiedevo sempre come avrei fatto a prendere il treno per il Tibet, mi chiedevo se fosse la scelta giusta. Col senno di poi, non è stata una delle migliori decisioni che abbia preso. Il fatto è che avevo paura a rinunciare poichè credevo che presto tutto sarebbe passato. E invece il peggio doveva ancora venire e io avrei rimpianto tantissimo il mio letto all’ostello di Xining. Lasciai l’ostello alle 18:30. Non stavo bene, ma nemmeno tanto male. Intenzionato a prendere un taxi per arrivare in stazione, scoprii che i taxi non ci vlevano andare. Tutti quelli che fermavo mi dicevano di no. Forse anche questo era un segno, come ne avrei poi incontrati tanti, eppure io, non volendo cedere, ne fermai un altro, saltai su, diedi 100 Youan all’autista e mi feci portare in stazione. Quello protestò un po’, ma i 100 Youan fecero l’effetto che speravo. Arrivato in stazione mi misi ad attendere il treno. Avevo qualche dubbio circa l’impresa in cui mi stavo cimentando, ma feci finta di non ascoltare la mia vocina interiore. Il treno ebbe un’ora di ritardo, e in quell’ora svariate cose mi passarono per la mente, ma alla fine salii e mi misi subito a letto. Da qui devo fare uno sforzo per ricordare tutto, poichè la febbre alta mi fece tanti brutti scherzi. Ricordo che a notte inoltrata ebbi bisogno del bagno. Mi alzai dal letto sentendomi la testa scoppiare e raggiunsi il bagno. Qui non ricordo ciò che accadde, se non che mi svegliai sdraiato per terra in bagno con la mano attaccata all’inferriata del finestrino. Provai a chiedere aiuto, ma nessuno rispose. Mi alzai a fatica e uscii nel corridoio ben deciso a ritornare a letto, ma qui svenni di nuovo. Mi occorsero svariati tentativi per ritornare a letto. Tutte le volte cercavo di chiedere aiuto, e tutte le volte non vi riuscii. Nessuno si accorse mai di me. Stavo molto male, la testa mi scoppiava, volevo sentire qualcuno vicino a me. Credevo seriamente che non ce l’avrei fatta, che sarei morto di febbre sul treno per Lhasa. Le lacrime mi bagnavano gli occhi, non saprei dire se per la constatazione della mia situazione o per via della febbre. Con grande sforzo raggiunsi letto e mi sdraiai. Nel delirio causatomi dalla febbre pensavo alla mia casa, alle persone che si sarebbero prese cura di me. Ricordo che ad un certo punto iniziai a sentire freddo. Fu una sensazione piacevolissima, la migliore che potessi mai provare. Ricordo che fui molto felice nel sentire quel freddo. Mi coprii e mi addormentai.

La mattina dopo la febbre non c’era più, almeno non così forte. Ero abbastanza lucido e questo non fu un bene. Dovetti sforzarmi come non mai per non ammattire di solitudine. Mi misi a parlare da solo, poi mi immaginai di parlare con qualcuno di mia conoscenza. Fu uno sforzo enorme. Ad ogni interruzione sentivo le lacrime salirmi al viso e allora ricominciavo a parlare da solo con qualcuno di immaginario. Mancavano una decina d’ore all’arrivo e i miei pensieri erano sempre più cupi. Questo viaggio in treno è stato sicuramente il momento più cupo e triste di tutto il mio viaggio. Non mi sono mai sentito tanto solo ed abbandonato e lontano da casa. Ricordo che quando la notte precedente pensavo che non ce l’avrei fatta, il mio pensiero andò subito agli affetti, alla Sylvie, alla famiglia, agli amici. Ore infauste che credo non dimenticherò mai finchè campo. Il resto del viaggio, come ho già detto, l’ho dedicato al non impazzire di solitudine, parlando da solo e giocando con il solitario dell’iPod. Volevo solo arrivare e mettermi a letto. Volevo guarire. Quella febbre non era normale. Ogni volta che prendevo l’antibiotico mi risaliva ed erano troppi giorni che la sua morsa mi attanagliava perchè potessi sentirmi tranquillo. Arrivammo a Lhasa alle 19:00. Mi vestii e mi misi lo zaino in spalla. Mi costò tanta fatica uscire dal treno e cercare la mia guida, ma nonostante la paura di svenire nuovamente, tutto andò bene. La mia guida era una ragazza molto gentile. Appena arrivato mi mise un nastro bianco attorno al collo e mi disse “Welcome to Tibet”. Poi si rese conto che qualcosa non andava. Le dissi che ero ammalato, che avevo la febbre. Lei mi chiese dove alloggiavo e mi aiutò in tutto e per tutto. Mi prese lo zaino, mi aiutò con il check in, mi accompagnò in camera e mi disse che sarebbe tornata l’indomani e che se non stavo ancora bene mi avrebbe chiamato un medico. Non avrò mai parole adatte a spiegare quanto amai quella ragazza.

L’indomani è oggi, e io non sono certo in forma come vorrei, eppure sento un certo miglioramento. La febbre credo che non ci sia più, anche se ho il terrore di ripetere l’esperienza sdi Xining dicendo questa cosa. Ho anche mangiato un po’ di riso scondito dopo quattro giorni in cui non ebbi mangiato nulla. Ho anche la diarrea, ma questo lo attribuisco ai farmaci. Il mio morale non è dei migliori. Lhasa è spettacolare, è una città magica, ed io sono costretto a letto. Questo mi provoca grande dispiacere, ma il pensiero di una ricaduta mi inibisce ad uscire. Se mi dovesse tornare la febbre, se dovessi tornare a stare così male come sul treno che mi ha condotto fin qui, tornerei a casa immediatamente. Fisicamente e psicologicamente non reggerei ad altri momenti del genere. Sarebbe troppo.

Per il momento quindi rimaniamo con un leggero miglioramento. Domani vedrò come mi sveglierò e poi valuterò il da farsi. Di andare in Nepal non se ne parla. Occorre una forma fisica smagliante per raggiungere Katmandu via terra ed io proprio non mi sento in grado. Tornerò quindi a Xian, credo, dove spero che il caldo serva a rimettermi in forze. Non occorre preoccuparsi: il peggio credo che sia passato, e questo peggio credo che sia stato il peggiore che abbia mai provato. Avrei evitato tutto questo molto volentieri, ma certe cose non si possono decidere. L’importante, adesso, è guarire. State tranquilli. Se non altro ho raggiunto il Tibet.


Che non sia mai troppo facile

Xining, Cina, alt. 2275 m, 6 apr 2011, giorno 85, ore 17:39, ostello

Per quello che riguarda il Tibet, direi di avere tutto. Il biglietto del treno ce l’ho, l’ostello l’ho prenotato, il permesso mi dovrebbe arrivare domani. Ho tutto e ho anche di più: ho anche la febbre. Adesso mi è un po’ scesa perchè ho preso la tachipirina, ma oggi è stata dura. Non riuscivo ad alzarmi dal letto, mi sentivo molto debole. Ho dovuto approfittare degli altri ragazzi in camerata per fare determinate cose. Ora che la temperatura si è un po’ abbassata, sono sceso in strada e ho comprato un po’ di cibo, soprattutto biscotti e cracker. Non ho molto appetito, e questo è senz’altro la febbre. Anche le mie urine hanno un colore che non preannuncia nulla di buono.  Se prima di dormire la temperatura mi torna a slire, inizio a prendere anche gli antibiotici. Non posso rischiare di arrivare in queste condizioni in Tibet, non saprei proprio come fare. Sarebbe impossibile per me seguire il gruppo, quindi non ho idea di quello che accadrebbe. No, no, devo guarire, non c’è altra soluzione, e ho 48 ore di tempo per farlo. Domani alle 20:00 ho il treno per Lhasa e sul treno ci passerò altre 24 ore. Per quanto la malasorte si accanisca contro di me, direi che sarebbe troppo farmi arrivare fino là, per poi bloccarmi con la malattia. Decisamente troppo. Io comunque vado, non rinuncio, anche se dovessi farmi trascinare a braccia. Un’altra cosa che mi spaventa è il mal d’aria. Un inglese che è qui con me mi ha regalato un po’ di pillole da prendere per prevenire questa eventualità. E’ stato molto gentile, ma se dovessi prendere anche gli antibiotici mi sembrerebbe un po’ troppo. Speriamo dunque di non averne bisogno. La ferrovia un po’ mi dovrebbe aiutare, in quanto da qui si arriva a Tanggula, che con i suoi oltre 5000 metri è la stazione ferroviaria più alta del mondo, per poi ridiscendere fino ai 3500 metri circa di Lhasa. Se non avrò problemi in treno, spero di non averne a Lhasa. Accidenti, ci tenevo tanto ad essere davvero in forma per questo viaggio, invece devo sperare di essere in grado di compierlo. La cosa importante è non peggiorare. Mi accontenterei di stare sempre come sto ora. Se riuscissi ad arrivare in qualche modo a Katmandou, sarebbe faantastico, ma non credo di riuscire a proseguire in questo stato per altri dieci giorni. E’ in casi come questo che si capisce davvero il valore di un compagno. In due ci si aiuta, ci si cura, si fa morale, si trascina. Se avessi la febbre alta e fossi bloccato a letto, potrei comunque contare su un paio di mani che lavorino per me. Da solo tutto questo non c’è: se hai un problema, te lo devi risolvere.  Se non ci riesci, e se non trovi anime buone che ti aiutino, non c’è nulla da fare. La responsabilità è tutta tua. Se sei malato, sei medico e paziente. Devo confessare di essere parecchio rammaricato, ma non ho affatto paura. Se le cose dovessero peggiorare, allora mi rivolgerei a qualcuno e vedrei che cosa mi raccomanda, per quanto di sicuro il Tibet sia uno dei luoghi meno consigliati per ammalarsi. E’ dalla Mongolia che mi trascino dietro un forte raffreddore e credo che adesso sia esploso in una febbre. Che fortuna, eh? Ma ripeto, non mi do per vinto. Adesso mi riposo, parlo col mio corpo e gli faccio capire che se non rimette il culo in carreggiata, c’è il rischio di perdere tutto. Niente Tibet, niente Nepal. Sono sicuro che davanti a questa minaccia capirà. Se non dovesse farlo, allora non lo so. Forza corpo: guarisci!


Bandolero stanco

Xining, Cina, alt. 2275 m, 3 apr 2011, giorno 82, ore 18:04, ostello

Finalmente ho lasciato Langzhou. Devo dire che è stata la più brutta città che abbia mai visto in Cina. Mi metteva addosso una gran tristezza, mi sentivo lontano da casa. Non ci sono ostelli, a Langzhou, e la mia solitudine era accresciuta da una squallidissima camera in un albergo da film horror senza servizi, doccia e internet. I servizi c’erano, ma il loro stato era tale per cui era come se non ci fossero stati.

Adesso sono a Xining. La prima cosa che colpisce all’arrivo sono i palazzoni. Credo di anon averne mai visti tanti in vita mia. Dalla stazione dei treni al centro si passa per un quartiere composto da palazzoni di cinquanta piani come minimo e tutti in costruzione. Se ne contavano a decine. Immagino che la crescita demografica da queste parti sia prevista altissima per gli anni a venire. Dal mio lato, se mi dovesse capitare di comprare uno di quegli appartamenti, vi chiedo di spararmi. Sarebbe cosa assai gradita, piuttosto che vivere in quella giungla di asfalto e cemento.

Torniamo a parlare di Tibet. A Lanzhou sono riuscito a fare il versamento per il deposito sul tour. Quei bravi ragazzi a Chengdou hanno aspettato proprio fino all’ultimo per inoltrare i documenti all’ufficio competente, forti del dubbio che io fossi un truffatore dei più assidui. Ne risulta che il permesso, se mai dovesse arrivare, arriverà il 7 di aprile, che è lo stesso giorno in cui dovrò prendere il treno per Lhasa. Treno che è impossibile prenotare senza presentare il permesso di viaggio. La morale della favola è che domani dovrò andare in stazione a cercare un cinese che compri al posto mio il biglietto per Lhasa. Se non dovessi trovarlo, o dovessero esserci delle difficoltà a livello di comunicazione, cosa non improbabile, sarebbe interamente un problema mio, a detta dei ragazzi di Chengdou. Ho qualche scrupolo riguardo alla riuscita del mio intento, soprattutto sono stanco di lottare contro questo gigante che sembra non avere il minimo interesse a farsi raggiungere dal sottoscritto. Se non fosse che il Tibet è anche la porta di accesso al Nepal, devo ammettere che forse vi avrei rinunciato. La mia filosofia di viaggio ha protestato con clamore contro la mia ostinazione a voler perseguire quella meta. Viaggiare dovrebbe essere un piacere, non una tortura come lo è diventato negli ultimi giorni. Eppure, ciononostante, eccomi qui, a sperare che tutto si risolva per il meglio e a continuare ad alimentare quella fiducia che con tanta solerzia ho riposta in sconosciuti. Non mi resta dunque altro da fare che godermi Xining e i suoi palazzoni, sperando che il mio umore migliori e che questa stanchezza mi lasci così come mi ha trovato. Se non altro qui ho internet, quindi posso gozzovigliare allegramente e compiacermi dei risultati sportivi che mi giungono dall’Italia. Dalla Cina forza Milan.


Un po’ di numeri

Xi’an, Cina, 31 mar 2011, giorno 79, ore 17:09, ostello

Alle 22:30 ho il treno per Lanzhou. Nell’attesa ho fatto un po’ di conti. Ho rispolverato il mio taccuino e, tramite un sito che ho trovato per caso, ho calcolato quanta strada ho fatto finora.

Da quando sono partito da Bologna, secondo il programma del sito, ho percorso in totale 24.810 chilometri. Più della metà dell’ipotetica circonferenza dell’intero pianeta. Questi 24.810 km sono da suddividere: 16.892 in aereo, 6.884 in treno e 1033 in autobus. Tuttavia bisogna dire che il sito mi ha calcolato le distanze in linea d’aria, e non seguendo le strade o le rotaie. Inoltre non ho contato i piccoli spostamenti o le escursioni per motivi pratici. Per l’aereo non è un gran problema, il dato è attendibile, ma riguardo al treno e all’aereo ho seri dubbi in proposito. Non credo proprio che 6.884 km sia un dato accettabile, men che meno i soli 1033 km di autobus. Ho anche fatto una mappa approssimativa del mio percorso.

Mappa al 31 mar 2011Non è molto accurata, come d’altronde non lo sono i chilometri, però dà un’idea. Ho calcolato anche quanto mi è costato ogni singolo chilometro. Ponendo di avere speso 3300 Euro in 79 giorni di viaggio (anche questo dato non è affatto certo in quanto dovrei controllare gli estratti conto per esserne sicuro), ne risulta che ogni chilometro mi è costato 0,133 Euro. Direi di essere stato abbastanza bravo, contando che i chilometri dovrebbero essere molti di più. In quei 13 centesimi è compreso tutto: trasporti, cibo, dormire, visti e tutti gli extra. Ciò per dare un’idea generale di quanto può costare un viaggio del genere e, per paragone, di quanto occorra spendere per viaggiare come indipendenti.

Viaggiare da indipendenti che è impossibile in Tibet. Oggi sembra che finalmente si arrivata la risposta definitiva. La mia agente di Chengdu mi aveva fatto un prezzo troppo alto, quasi 500 Euro per 8 giorni di viaggio. A questa notizia, arrivatami in serata, ero molto abbattuto, ma non mi sono dato per vinto. Ho tirato fuori il mio taccuino e ho scritto email a quasi tutte le persone che ho incontrato in questo viaggio, chiedendo aiuto o informazioni riguardo alla mia prossima meta. Fortunatamente Theo mi ha risposto e mi ha dato la mail di un altro ostello di Chengdu che organizza viaggi in Tibet. Li ho contattati e questi mi hanno risposto quasi subito. Morale della favola, sarebbe un tour per tre persone, io e una coppia di non so dove, al prezzo di 300 Euro. Non è il massimo, ma rispetto ai 500 che mi avevano fatto supporre è una gran soluzione. Attendo le istruzioni per il pagamento e intanto mi avvicino al tetto del mondo. La prossima città, Lanzhou, sarà solo a 1600 m s.l.m., ma già a Xining, la seconda tappa, sarò a 2275 m s.l.m. Da lì andrò a Golmud, 2800 m s.l.m. e “soltanto” 800 m di differenza di altitudine da Lhasa. In questo modo non dovrei aver problemi di mal d’altitudine. Purtroppo non posso fare nulla riguardo alla burocrazia. Sono nelle mani di persone che non ho mai visto e che spero si rivelino oneste almeno la metà di quanto mi abbiano fatto supporre. In fin dei conti, a me basta arrivare. Una volta lì, tour o non tour, sono sicuro di riuscire ad arrangiarmi. La sorveglianza, però, è stratta, talmente stretta che una volta finito il periodo di soggiorno che hai concordato con l’agenzia di viaggi, o ti portano al confine Nepalese o ti fanno salire su un treno diretto in Cina. Non ti mollano un attimo. Queste sono le notizie che ho da qui. Una volta arrivato finalmente in Tibet,  mi renderò conto se siano cose serie o robe per turisti.


Tibet, ma quanto mi fai penare?

Xi’an, Cina, 29 mar 2011, giorno 77, ore 18:24, ostello

Scrivo di nuovo in diretta. E’ il secondo giorno che sto qui e ho ricevuto solo brutte notizie. La mia agente di viaggi si trova a Chengdu. E’ una ragazza che non ho mai visto, si chiama Angie e il suo contatto me l’ha dato Alex, il ragazzo che ho conosciuto a Yangshuo. Ho lasciato la Mongolia convinto, dalle sue parole, che mi sarebbe bastato arrivare a Lhasa e avrei trovato tutto pronto: documenti, permessi e tour. Non è così. Le notizie sono cambiate. Dapprima sembrava che non ci fossero abbastanza viaggiatori per organizzare un tour, poi sembrava che bastasse aspettare fino al 7 di aprile per poter procedere. Una mail di ieri sera mi avvertiva che invece alcuni avevano rinunciato e quindi si tornava al punto di partenza. Oggi, secondo l’ultima mail, dopo aver cambiato alcune tappe dell’itinerario del tour, mi riconfermano il 7 aprile come data per essere a Lhasa. Sembra buono, se non fosse che l’ostello di Xi’an mi ha avvertito che domani dovrò sgomberare, poichè hanno delle prenotazioni che occupano tutte le stanze. Fantastico. Devo far passare 10 giorni e non ho idea di dove andare. Potrei iniziare l’avvicinamento a Lhasa e quindi ad abituarmi all’altitudine, se non fosse che dopo Lanzhou la Lonely Planet mi avverte non esserci nulla degno di nota. Solo paesini sonnecchianti e piuttosto noiosi. Come se non bastasse Angie mi ha appena avvertito che il pagamento dei suoi servizi può essere effettuato solo tramite bonifico bancario. Non avendo idea di come si debba procedere, credo che mi toccherà andare a Chengdu a pagare di persona. E’ un bello sbattimento. Sono un sacco di chilometri buttati al vento. Tuttavia, se non troveremo un compromesso o una soluzione alternativa, sarò costretto ad andare laggiù. Tanto più che da domani sarò in mezzo ad una strada. Nell’attesa di conoscere le sorti del mio futuro, impiego il mio tempo in due modi: leggo Terzani e cucio. Già, il mio guardaroba comincia a subire le ingiurie del tempo e della trascuratezza. Il risultato è che sono disseminato di buchi dappertutto. In Mongolia avevo comprato un set da cucito per sistemare la giacca che avevo comprato. Essendo il nipote di una sarta, ho richiamato alla mente le immagini che da bambino accompagnavano i miei pomeriggi: mia nonna che cuciva e io che la imitavo. Devo dire che sono un sarto discreto. Non un fenomeno, ma i miei rattoppi reggono alla grande. Calze, pantaloni, scarpe. Tutto è sistemato e chiuso. Esteticamente non è il massimo, ma non ho grandi pretese. Il set non comprendeva nè ditale nè forbici, ma ho scoperto che un accendino può sopperire a queste mancanze senza problemi. Taglia e spinge come se fosse stato creato apposta per queste funzioni. Mi chiedo come mai non sia un’accessorio standard di ogni corredo. La faccenda di Terzani è un po’ più complessa. Per chi non sapesse chi sia, è stato un giornalista italiano che ha speso gran parte della sua vita a contatto con l’Asia e con gli asiatici. Potremmo dire che ha fatto quello che sto facendo io, solo per più tempo e su distanze più larghe, senza contare che, come è ovvio che sia, è arrivato molto più in profondità di quanto non stia facendo io. La sua presenza si è inserita nel mio viaggio con prepotenza, senza che io abbia fatto nulla di particolare per richiamarla. E’ iniziato tutto con Facebook. Un giorno stavo curiosando sul sito quando ho letto di una mostra a Roma che riportava le fotografie di un certo Terzani e dei suoi viaggi in Asia. Non ne avevo mai sentito parlare, così l’ho Googlato e ho guardato la sua pagina di Wikipedia. Poi è morta lì. Se non che un mio amico, senza che io gli chiedessi nulla, mi ha inviato alcuni dei suoi libri, mentre un’altro mio amico mi ha pubblicato un link di una sua intervista su Youtube. Allora mi sono messo a leggere. Una gran penna e una gran persona. Mi piacciono i suoi libri, in alcune cose mi ci immedesimo e alcune altre avrei potuto benissimo scriverle io (forse meno bene). L’unica cosa che mi dispiace è che sia morto. Avrei voluto contattarlo in qualche modo, magari andarlo atrovare se fosse stato ancora in India, chiedergli consigli, racconti, cose così. Invece mi dovrò accontentare di quello che c’è. Dei suoi libri, della sue esperienze su carta. Magari un giorno qualcun altro leggerà delle mie.


Un giovane e un vecchio

Treno Erlian – Hohot, 26 mar 2011, giorno 74

Sempre su quel treno ho incontrato un giovane. All’inizio mi è parso cosa da nulla, un giovane come tanti. Però parlava inglese, così ci siasmo messi a chiacchierare. Era curioso, come tutti del resto, e voleva sapere come si viveva in Europa. Gli ho raccontato la mia vita, Modena, il lavoro che al momento manca e i piani inesistenti del mio futuro. Ascoltava come se fosse una fiaba. Mi ha detto che in Cina c’è tanta povertà e che a molte persone piacerebbe fare quello che io sto facendo: un viaggio per scoprire cosa c’è di là dall’orizzonte. Ciò mi ha aiutato a capire tanti di quegli sguardi meravigliati che spesso accompagnano le mie spiegazioni. Io, dalla mia, gli ho detto che in Europa si fa tanto parlare della Cina e del suo imminente sviluppo. Gli ho detto che in questa Cina che scorre dal finestrino del treno, io rivedo le foto della mia Italia degli anni 50 e 60, le immagini in bianco e nero del nostro miracolo economico. Il miracolo cinese è qui, sta succedendo, credo, quindi basta solo avere pazienza. Mi ha detto che le mie parole lo hanno cambiato, perchè aveva sempre creduto che noi vedessimo loro come dei poveri senza niente da offrire. Verità e stereotipo. Gli ho paarlato degli amici che ho incontraato nel mio viaggio, di come tanti di loro in questo momento stiano studiando la lingua cinese in vista di un futuro utilizzo. “Ma non hai paura? La tua famiglia non ha paura che tu sia qui da solo?”, mi chiede. Perchè paura? Da quando sono qui non mi è mai accaduto nulla di male. Ho solo incontrato amici e persone gentili e ospitali. I cinesi sono poveri, forse, ma non rubano. E nella loro povertà hanno qualcosa che noi europei abbiamo un po’ perso: il rapporto umano. Se sei cinese e sali su un treno, automaticamente sei amico con tutti. Ci si scambia cibo, parole, sorrisi e scherzi. In Europa non è così, e in questo voi siete molto più ricchi di noi. “Tu sei ricco”, mi ha detto. Non credo proprio. “Non parlo di soldi, ma di vita. La tua vita è ricca”. Lo spero, ho risposto. Siamo andati avanti così e oltre fino all’arrivo a Hohhot. Qui il giovane mi ha chiesto se potevamo fare una fotografia. Non so cosa gli abbia detto, quali delle mie parole lo abbiano così toccato, fattostà che quando ci siamo scambiati gli indirizzi email era quasi commosso. Felice. Il mio incontro, o forse le mie parole, devono averlo profondamente scosso, perchè ad un certo punto ha tirato fuori 100 Youan e me li ha offerti dicendomi “Anche se io non ho niente, questi te li voglio dare. Perchè credo che quello che tu stia facendo sia bellissimo e io voglio supportarti”. Mi ha fatto venire i brividi. E’ un gesto di grande portata, soprattutto se proveniente da un ragazzo di nemmeno vent’anni. Naturalmente ho rifiutato, 100 Youan sono 10 euro per me, ma tanti soldi per lui. Gli ho detto di non prenderla male, di non reputarla un offesa, ma non potevo proprio accettarli. Il solo fatto che me li avesse offerti valeva per me tutto il denaro del mondo. Ci siamo salutati lungo la strada dopo che mi aveva fermato un taxi. Mi ha guardato andare via salutando col braccio alzato. Io ho risposto al saluto dal vetro posteriore del taxi. Felice, ricco e sempre più ricco.

Hohhot, Cina, 27 mar 2011, giorno 75, ore 16:00, piazza

Al momento di lasciare l’ostello di Hohhot la ragazza al bancone mi chiede aiuto. Un vecchio che sembrava parente di Mao voleva sapere delle informazioni che la ragazza non era in grado di fornire. Gli chiedo cosa desiderasse e lo osservo attentamente. Era asiatico, di aspetto, con lunghi capelli bianchi e una barba bianca anch’essa, e lunga e sporca come se ci avesse mangiato sopra. Portava abiti consunti, della foggia tipica del viaggiatore di lungo corso. Una camicia a quadri rossi sdrucita e pantaloni con le tasche laterali grigi. Ai piedi scarpe da trekking vecchie almeno quanto lui. Aveva occhiali spessi come fondi di bottiglia che tradivano una forte miopia e alle orecchie un apparecchio acustico. Parlava un inglese abbastanza fluente, sebbene reso irrequieto dal tono tipico di alcuni anziani. Voleva sapere se avessi una guida della Cina, poichè avendo perso la sua, non aveva più gli indirizzi degli ostelli lungo il suo percorso. Gli chiesi, troppo incuriosito per badare all’educazione, la provenienza e l’eta. Mi disse di essere giapponese e di avere sessantanove anni. Poi prese ad illustrarmi il suo percorso. Mi disse di essere da lungo tempo in giro per la Cina, di volere andare in Tibet e poi in Mongolia, per poi arrivare in Russia e proseguire in treno fino a San Pietroburgo. Poi, una volta raggiunta la città degli zar, avrebbe deciso se ritornare in Asia o proseguire alla volta dell’Europa. Mi sono subito immedesimato nel personaggio. Mi sono visto alla sua età a fare quello di cui mi ha detto. Contando che io lo sto facendo a ventisei anni e che ci sono dei giorni che proprio mi sento esausto, sia per lo sbattimento che per la fatica, mi sono chiesto se mai potessi averne le forze una volta raggiunta la sua età. E invece lui stava lì a copiare gli indirizzi come un mio coetaneo, con la stessa meticolosità che avrei usato io se fossi stato al suo posto: tanta strada da fare senza una guida. E’ stato un incointro stupefacente. Ho pensato a lungo a quel vecchio. Ad essere sincero ci penso ancora, ogni volta che sollevo lo zaino o che aspetto in coda. Penso che bisogna essere proprio in gamba per compiere un’impresa del genere, a quell’età e su quella distanza. Mi riprometto di provarci anche io, sebbene quell’età mi sembri ad anni luce da questo momento.


Erlian

Erlian, Cina, 26 mar 2011, giorno 74, ore 12:45, piazzale della stazione e treno a seguire

Erlian sembra costruita come un outlet. Vie tutte uguali con case tutte uguali in uno stile che ricorda tanto un outlet. Tre lingue per ogni cartello: cinese, mongolo e cirillico. L’inglese è lontano quanto l’aramaico, come avrò modo di scoprire. Dopo aver salutato Tyler che mi scarica in paese, fermo un bonario signore e gli chiedo di accompagnarmi alla stazione dei treni. Il tizio inizia a pedalare e io mi accomodo nella cabina formata da quattro lamine di plastica e tenute insieme coi cavi elastici. Ad un certo punto il biciclettatore si ferma davanti ad una fila di baracche di legno, si volta verso di me con un ghigno beffardo e inizia a battere ripetutamente la mano sul pugno chiuso indicandomi con lo sguardo le pittoresce costruzioni. E’ un bordello, intuisco, la versione Erliana della via a luci rosse di Amsterdan. Solo senza bionde. “Hei straniero, vuoi farti una sbirba?” “No, grazie” “Mo come no? Mo guarda che sventole” E le sventole, forse incuriosite dalla scena, in effetti si affacciano dalle porte e sorridono. Sorrisi ammiccanti cinesi. Una serie discreta delle più luride bagasce che si siano mai viste. Il quadretto è così invitante che farebbe scappare un marinaio appena sceso a terra dopo un giro del mondo. Faccio segno al buon uomo che sono a posto così e quello, ridendo come una iena, torna a pedalare alla volta della stazione.

La bigliettaia non parla inglese. Niente, zero. Le dico dove voglio andare e quella mi dice sempre no. Datong? No. Beijing? No. Xining? No. A me andava bene una qualunque destinazione verso sud. Alla fine sono riuscito a strappare un biglietto per Xian con un cambio in un posto di cui non avevo assolutamente idea. Dove? Chiedevo, e quella mi rispondeva in cinese e vedendo che non capivo, me lo scriveva, sempre in cinese, per farmelo leggere. Studia l’inglese, mi dicevano, che da grande ti servirà dappertutto. Dappertutto. Salito sul treno verso la destinazione ignota ho scoperto due cose: la prima, che la mia meta era Hohhot, la seconda, che quella gentilissima signorina della biglietteria mi aveva dato un biglietto per il posto a sedere. Volevo piangere. Il viaggio durava nove ore. Nove ore in una carrozza stracolma di gente seduto in una fila da tre e al centro. Ho quasi pianto. Ho giurato a me stesso che appena sceso a terra mi sarei fatto scrivere in cinese “Letto, non posto a sedere”. Siamo partiti subito male. Io avevo addosso la giacca pesantissima che avevo comprato per ripararmi dai meno venti di Ulaanbaatar. Nella cabina ci saranno stati 25 gradi e una quantità di polvere tale per cui i bambini giocavano con la sabbia tra i seggiolini. Non c’era spazio per mettere la giacca se non tre posti più in là e non mi fidavo. Di cosa, poi, ora non saprei dire. Lo zainetto era in mezzo alle gambe mie e di altre cinque persone e io grondavo sudore come se mi avessero buttato addosso una secchiata d’acqua. Stavo impazzendo. A un certo punto mi sono tolto la giacca. La odiavo troppo, alla faccia della fiducia. L’ho buttata da una parte e un tipo ha cominciato a guardarla molto attentamente. “La vuoi?” gli ho detto “E’ tua!”. Un cinese sui cinquant’anni è sceso due stazioni dopo con una giacca mongola che gli stava a pennello. Fine della mia giacca nuova. Però ero felice, respiravo e avevo una cosa in meno a cui pensare. Questa scenetta aveva attirato l’attenzione degli astanti su di me. Tutti mi guardavano, sentivo sulla pelle che fremevano dalla voglia di chiedermi delle cose. Quando non ce l’hanno più fatta a resistere credo che si siano interrogati su chi avesse dovuto parlarmi. Hanno scelto una ragazza (devo dire che spesso sono le donne quelle che parlano meglio l’inglese e che hanno il coraggio di fare le domande) e quella ha cominciato l’intervista. Ho tirato fuori la guida della Cina e ho elencato loro tutti posti in cui sono stato, dal Giappone fino a quel treno e di quello che avrei ancora dovuto fare. Un pubblico attento e affamato di sapere, sguardi meravigliati e sorrisi hanno accompagnato il mio momento di celebrità. Più tardi avrei scoperto il perchè di quelle grida di meraviglia, ma questa è un’altra storia. Dalla via che il ghiaccio era rotto, si sono lasciati andare tutti e hanno cominciato a chiedermi di fare delle foto. Certo, sono qui apposta. E via di cellulari e compatte, abbracci, sorrisi e altri scatti perchè i primi non erano venuti bene. Quanta umanità in tutto questo. Sono salito sul treno come uno straniero e grazie a niente sono diventato “Italia”. L’uomo che incontra l’uomo come se fosse la prima volta, e lo scopre diverso ma allo stesso tempo amico e simile. Non lo accoglie con la paura, ma con un sorriso. E devo dire che in questo viaggio di sorrisi ne ho collezionati tanti, talmente tanti che quasi non so più dove metterli. E ne voglio ancora. Momenti preziosi ai quali è impossibile dare un valore. Il solo stringere le mani e incrociare lo sguardo con persone che non ho mai visto e che molto probabilmente mai più rivedrò. E c’è più sincerità e affetto e amore in quelle mani e in quegli occhi sconosciuti che in certi rapporti che si coltivano per una vita. Questa è la vera ricchezza; non il denaro, o le auto, o le ville, o i gioielli. No, questa, l’umanità. L’amore del tuo prossimo che è insito e radicato in lui da tempi immemorabili. Sono ricco, seppur vestito di cenci, con pochi soldi in tasca, sporco e seduto in un lurido vagone. Ma vivo, vivo davvero. Thoreau diceva: “Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire in punto di morte che non ero vissuto“. Whitman scriveva: “E io o tu, senza dieci centesimi in tasca, possiamo acquistare i piu’ preziosi frutti della terra…”. Io quelle ricchezze le ho avute sì per niente, ma in un vagone e non in un bosco. Le ho succhiate e assaporate tutte fino all’ultima briciola e non ne sono ancora stanco, nè credo che mai lo sarò. Tutti i luoghi della Terra sono niente senza le persone che li abitano. Ma ritorniamo su quel treno. Ho offerto in giro un po’ di sigarette e gomme da masticare mongole. Ne hanno preso tutti e tutti mi hanno dato qualcosa. Brustolini, caramelle, tè e biscotti. Un tipo mi voleva regalare un wurstel piccante, ma a quello mi sono opposto. Non mi sento ancora abbastanza dei vostri per mangiare quella roba, raga. E poi il piccante mi fa male.


Il Confine

Zamin Uud, confine mongolo-cinese, 26 mar 2011, giorno 74, ore 7:15, stazione dei treni

Le mie paure di non trovare un mezzo per passare il confine sono state smentite subito. Dopo appena qualche passo sul binario, una folla di autisti mi è venuta incontro per offrirmi i loro servigi. Ho scelto l’autista più brutto e l’ho seguito dopo avere chiesto il prezzo: 5 con le dita. 5 mele? 5 euro? Tugrug, Youan, cammelli. Non sapevo. Alle elementari la maestra mi ha insegnato a specificare sempre l’unità di misura. Forse qui non hanno maestre come la Grazia. Immaginavo 5000 Tugrug, ma è saltato fuori essere 50 Youan. 5 Euro circa per passare di là dal filo spinato. Il parcheggio della stazione è pieno di jeep e quella del mio autista è una Toyota. Mi accomodo e inizio a riempire i moduli che trovo sul sedile e sparsi per tutto l’abitacolo. Nella mia fanciullesca ingenuità di viaggiatore europeo mi guardo intorno e penso: “cinque posti, cinque persone”. Non è così. Uno dopo l’altro si intrufolano nella jeep tante di quelle persone che sembra di essere in una puntata di “Scommettiamo che…”. Alla fine ci ritroviamo in undici più l’autista, che nel frattempo è cambiato. Non male per quel certificato che omologa il veicolo per cinque persone, ma qui non ci badano. Chi nel baule, chi fra il cambio, chi in braccio ad altri ci stiamo tutti. Tutti tranne la comodità. Per quella proprio non c’è spazio. Nelle ore di fila che precedono il mio ingresso in Cina (ce ne sono volute tre e mezzo, alla faccia della Lonely Planet che diceva che si faceva prima) mi ritrovo ad osservare il nuovo autista. Mi ricorda troppo Tyler Durden. Almeno la sua versione mongola. Occhiale da sole a specchio, giacca di pelle blu e stivali di pelle rossi. E’ solamente meno figo di Bradd Pitt, ma il personaggio c’è tutto. Inoltre è abile nel suo lavoro. Con i suoi sottoposti è severo e secco negli ordini, ma con le guardie è docile come una vacca al pascolo, sorride sempre e ammicca con tutti. E la jeep avanza tra la folla. Una colonna umana che attende il controllo documenti mongolo, passa la terra di nessuno con ogni mezzo e rifà la coda per il controllo passaporti cinese. Sembra di stare in un film. Le guardie hanno le stelle rosse sul colbacco, i ladri le jeep. Land Rover, Land Cruiser, jeep russe e giapponesi. Nessun europeo, al solito. Certo, qui c’è solo autentico volgo. Gli europei sono ricchi, pagano di più e il confine lo passano in treno. E’ una bella esperienza. Mi fa capire come si sta dall’altra parte della tv. Non siamo in zona di guerra o in presenza di clandestini, ma a parte questo è uguale alle immagini dei telegiornali. Stipati all’interno di un mezzo e poi in fila per il verdetto. Puoi passare. Oppure no. Io sì. Welcome back to China!


La Religione

Ulaanbaatar, Mongolia, 23 mar 2011, giorno 71, ore 16:05, ostello

Bene o male credo di essermi fatto un’idea generale di tutte le religioni più importanti. Nel corso dei miei viaggi ho avuto a che fare con ogni sorta di Cristiani, Musulmani, Buddisti, Shintoisti e quant’altro. Tra chiese, moschee e templi, non voglio passare certo per un esperto di teologia, quale non sono, ma c’è una cosa che devo dire accomuna tutti questi credi: tutti gli Dei hanno bisogno di soldi. Che siate in un tempio buddista, in una cattedrale cristiana o in una moschea musulmana, avrete sempre la possibilità di comprare la grazia del vostro Dio preferito tramite offerte e donazioni. E’ una cosa incredibile. Se siete musulmani e vi recate in pellegrinaggio a Istambul alla moschea blu, potrete fare un’offerta alla moschea che verrà certificata con una ricavuta. Una ricevuta. Questo forse perchè possiate farne sfoggio con i vostri amici una volta tornati a casa, per dimostrare loro che bravi musulmani siete,  oppure perchè quando creperete, nel caso la vostra sorte fosse incerta e Allah avesse perso la matrice, voi potrete mostrare la vostra ed assicurarvi così un posto in paradiso. Sempre che i vostri parenti abbiano messo la ricevuta nella tasca del vostro abito funebre. I buddisti, invece, sono più per il divertimento legato all’offerta. Nei templi giapponesi e cinesi è possibile cambiaro denaro contante con dischi di ferro o monete da gettare a volte all’interno di un cerchio, a volte contro una campana. Se fate centro o fate suonare il cembalo, la fortuna è assicurata. Sono procedure discutibili, fanno pensare quasi ad una tangente, ma non è questa la cosa che più mi sconcerta. Ciò che mi lascia allibito è il fatto che io abbia visto più e più volte individui poverissimi donare al Dio di turno alcuni di quei pochi denari che possedevano. Gente affamata e malvestita che anzichè impiegare il denaro per la vita corrente, lo impegna per la vita futura. Ho visto straccioni donare frutta e biscotti in Cina e monaci ben pasciuti sgranocchiare quegli stessi biscotti tra una preghiera e l’altra. Perchè diciamolo: Dio non mangia i biscotti, ma i monaci sì. Teoricamente Dio non ha bisogno nè di casa, nè di denaro, nè di servi, perchè colui che ha creato il mondo, gli uomini, il bene e il male, potrà anche fare a meno del denaro, dico io. Se proprio è ingordo potrebbe crearselo da sè. Ma le istituzioni religiose no. Non ne ho mai viste rifiutare le offerte, non ho mai visto monaci o sacerdoti dire ad un fedele “No, sei troppo povero. Questi soldi tienili tu. Dio capirà”. O Dio non capisce oppure non gli importa. Perchè il flusso di denaro è a senso unico. Non ho idea di come l’autorità ecclesiasitica impieghi il denaro. Certo non per coloro che lo donano, se non in minima parte. Se la parrocchia di Buddha di Ulaanbaatar impiegasse il denaro delle offerte per donare una domenica un aratro al signor Rossi che ha rotto il suo, un’altra domenica per pagare le medicine al signor Bianchi che non può permettersele, allora capirei. Sarebbe un trionfo di umanità. Persone che seppur povere si aiutano a vicenda tramite la mediazione religiosa. Sono oltremodo sicuro che se funzionasse così, nessuno farebbe offerte e tutti si precipiterebbero a recriminare miseria alla porta del tempio. Se non si ottiene nulla, doniamo tutti. Se si riceve qualcosa, ci catapultiamo ad arraffare in massa. La stupidità umana nella sua forma migliore. Ma non c’è da preoccuparsi, è una cosa impossibile a verificarsi. Il Signore dà false speranze e riceve denaro sonante. E’ senza dubbio la truffa più grande della storia. Sì, perchè essendo il premio finale la vita eterna dopo la morte, l’unico modo per scoprire se davvero esiste un Dio e un paradiso e un inferno è quello di crepare. E io non ho mai visto un morto presentare reclamo all’ufficio della curia. Davvero ben pensata. Ripenso a quelle due anziane che mi hanno superato sulle scale del monte Wudan per arrivare al tempio d’oro posto sulla cima per dire una preghiera e donare a Buddha una latta da venti litri d’olio. Venti chili trascinati a fatica sul monte da due settantenni per permettere a Buddha di friggersi i noodles. Non mi metto a parlare dei Cristiani e del Papa perchè non ho abbastanza spazio in wordpress e perchè sarebbero pixel troppo bollenti. Anche qui, però, non è che vada meglio. Se qualcuno volesse approfondire la faccenda denaro – Chiesa, consiglio il libro “La questua”, di Curzio Maltese. E’ un libro che fa incazzare, ma fa capire. Sull’esistenza di Dio consiglio quello di Richard Dawkings “L’illusione di Dio”. C’è perplessità, in me, dopo questa riflessione. Parlando di dottrina pura e semplice, ogni religione ha insiti in sè dei princìpi di valore che sono propri di ogni uomo. Belle parole, chi più chi meno. I cristiani e i musulmani sono tifosi troppo sfegatati nei confronti del loro Dio. Non avrai altro Dio all’infuori di me e Allah è l’unico Dio e Maometto il suo profeta. Qualcuno si sbaglia. Ma i buddisti sono più filosofici, più aperti alle opinioni diverse. Quasi una democrazia in un mondo di totalitarismi. Ma quando si parla di soldi sono tutti una grande famiglia, una famiglia di bisognosi che accetta denaro da chiunque e in qulunque modo. C’è chi compra vestiti, chi automobili, chi parlamentari e chi un posto in paradiso. Non sono ancora riuscito a trovare delle risposte nella religione. Quei princìpi così bene espressi nelle parole che le costituiscono cozzano irrimediabilmente con i comportamenti di chi le professa. A conti fatti è quasi meglio credere in Google: anche lui è onnisciente. E anche lui accetta denaro sonante.


Scusa, hai detto Tibet?

Ulaanbaatar, Mongolia, 22 mar 2011, giorno 70, ore 16:20, ostello

Mi è arrivata la mail che tanto aspettavo: il Tibet è aperto, e sembra lo sia dal 18 di marzo. Sono felice e credo che me ne ritornerò in Cina dopodomani. Domani andrò all’ambasciata Kazaka per sapere se possono farmi il visto. In questi due giorni ho avuto un sacco di informazioni. L’agenzia che mi ha detto Manuel mi ha garantito il visto russo per 130$ americani e in dodici giorni lavorativi. Sono 25$ in meno dell’altra agenzia e in più ho un’assicurazione sanitaria mongola per l’intera durata del visto, cioè 21 giorni. Se le cose dovessero andare per il meglio, una volta giunto a Novosibirsk scenderei dalla Transiberiana per dirigermi verso il Kazakhistan e Astana. Lì farei richiesta per un nuovo visto russo e poi mi dirigerei su Mosca. Spero che la burocrazia, per una volta, non mi crei problemi. Ma torniamo al Tibet. Per motivi di ristrettezze economiche non posso permettermi il treno diretto Ulanbaatar – Beijing. Prenderò invece un treno nazionale per Zamyn-Uud, attraverserò il confine in autobus, in jeep o in autostop, e da Erlian prenderò un altro treno nazionale per Beijing. Il diretto costa 80 euro, la soluzione a tappe 30. E’ un bel risparmio ed è il modo in cui i ragazzi francesi sono arrivati a Ulaanbaatar. Una volta arrivato a Beijing prenderò il treno per Xian, e da lì proseguirò con un altro treno per Xining. Qui sosterò alcuni giorni per abituarmi all’altitudine e poi via, verso Golmud, una delle città più elevate del mondo. Un altro paio di giorni e poi, finalmente, il Tibet, Lhasa. Essendoci solo, “solo”, 800 metri di differenza di altitudine tra Golmud e Lhasa, con questo metodo non dovrei avere nessun tipo di problema per quello che riguarda il mal d’aria. Se dovessi avere qualche capogiro, Luciano, un argentino che ho incontrato a Beijing, mi ha detto di mangiare un po’ di cioccolato e tutto passa. E’ il metodo che lui usa quando vola in Perù dall’Argentina. Quindi direi che sia tutto. Il mio equipaggiamento da montagna/freddo è a postissimo. Gli scarponi mi fanno un po’ male, ma credo che riuscirò ad abituarmi. Passare da un paio di Nike ad un paio di anfibi militari sovietici richiede pazienza. Però il Tibet ha riaperto, il resto non mi interessa.


Lo scartamento

Treno Beijing – Ulaanbaatar – Mosca, 16 mar 2011, giorno 64, ore 21:40, Erlian, confine cinese

Si imparano tantissime cose interessanti sui treni viaggiandovi con chi li conosce bene come Manuel. Dopo quindici anni di servizio sui treni, lo scartamento per lui non ha segreti. Che cos’è lo scartamento? Esso è, in sostanza, la larghezza dei binari. Uno sprovveduto come me pensava che i binari avessero la stessa larghezza in tutto il mondo. Non è così. I binari russi hanno una larghezza maggiore rispetto a quella della quasi totalità dell’Europa. Perchè? Perchè così, in passato, i treni non potevano entrare in Russia senza prima aver modificato lo scartamento, quindi senza essere prima controllati e approvati dalle autorità russe. Furbi, questi russi. La larghezza maggiore è la stessa in tutti i Paesi del blocco sovietico, e per modificarla si opera in questo modo. Il treno, in questo caso specifico non senza pochi sballottamenti, viene condotto su un binario speciale, sormontato da una gru. La gru in questione viene attaccata al treno, e questi viene sollevato con estrema lentezza. Se il mio compagno di viaggio non mi avesse detto quello che stava succedendo, difficilmente mi sarei accorto di essere stato sollevato. Una volta ultimata la procedura, una squadra di operai, manualmente, procede ad allargare gli assi. Una procedura lenta ed antiquata che costa al viaggiatore almeno un paio d’ore. Anche in Spagna e in Portogallo, continua il mio cicerone, hanno uno scartamento più largo, solo che la procedura che loro hanno adottato è molto più rapida. Gli assi del treno vengono sbloccati e il treno viene condotto lungo un binario speciale che si allarga gradualmente fino a raggiungere la larghezza desiderata. Una volta raggiunta, due operai, uno da una parte e uno dall’altra, bloccano nuovamente le ruote. Blocco russo due ore, blocco iberico quindici minuti. Ma non sarebbe più facile cambiare il treno? Sì, ma perchè rinunciare ad una procedura che dà lavoro a tante persone?


Il treno

Cina, 16 mar 2011, giorno 64, ore 12:00, treno Beijing, Ulaanbaatar, Mosca

Il treno su cui giungerò in Mongolia, mi dicono appartenere alla linea Transmongolica, il ramo mongolo della Transiberiana che arriva fino a Beijing. Questo stesso treno sul quale sono coricato a scrivere, arriverà a Mosca tra otto giorni. Tutto questo lo so per due motivi: il primo è che su ogni carrozza c’e scritto in cinese, russo e mongolo Beijing, Ulaanbaatar, Moskva, il secondo è che nel mio stesso scompartimento ho ritrovato un italiano: Manuel. Siamo gli unici due a dividere lo scompartimento. Costui ha quarantadue anni, come lavoro fa l’accompagnatore turistico ed è un esperto di treni. Vive a Londra, quando non è in viaggio, e laggiù per quindici anni ha lavorato come capotreno sull’Eurostar della tratta Londra – Parigi – Bruxelles. Da un paio d’anni ha voltato pagina e accompagna i turisti per un’agenzia londinese attraverso le ferrovie, soprattutto orientali, che conosce così bene. Russia, Cina, Mongolia, Europa dell’est e Turchia sono ormai per lui come una seconda casa. Mi ha raccontato tantissime cose interessanti, sia sui treni che su ciò che gli è capitato. Di gran lunga l’incontro migliore che abbia mai fatto su un treno.

La Transiberiana mi affascina tantissimo, non c’è che dire. Una strada ferrata che corre da un capo all’altro del mondo attraversando paesaggi incantati e desolati allo stesso tempo. Prometto a me stesso che quando sarà il momento farò di tutto per poter tornare a casa viaggiando su quel treno. La Russia, come sempre, esercita il suo richiamo su di me. Mi chiama e mi attira ogni volta che anche solo ne parlo.

Lasciando Beijing si attraversa una terra arida e inospitale. Tutto è dello stesso colore, un marrone terra secca che alla luce abbagliante del sole fa apparire tutto come se fosse un immenso deserto. Alberi spogli dello stesso colore della terra e fiumi ghiacciati grigio sporco sembrano dipinti sulla tela del Pianeta. Sullo sfondo, il pittore, ha posto delle catene montuose; brulle, aride, marroni anch’esse. Non una casa o una macchia di vegetazione si scorge sulla loro nuda roccia. Alcune serre, alcuni campi incolti su cui è riconoscibile la geometria dell’uomo. E’ tutto qui. Il treno scivola lentamente sulle rotaie, le quali formano l’unico segno inconfutabile della presenza dell’uomo su querste terre. Almeno su una piccola parte di esse. Sembra che il treno domandi il permesso per attraversarle. All’interno delle carrozze fa un po’ freddo. Il riscaldamento è indipendente per ogni carrozza, la quale possiede un comignolo ed una stufa a carbone. Si riesce proprio a percepire tutta la tradizione, tutta la storia di questa linea ferroviaria anche solamente passeggiando lungo i corridoi del treno. Tutto è poesia, tutto è romantico. Il viaggiatore sul treno storico che attraversa il deserto per giungere nell’Impero. Quali orizzonti mi porgeranno il saluto una volta attraversate le montagne? Un altro deserto, questa volta quello del Gobi, una creatura temuta da tutti e rispettata dai più. Mi sto avvicinando lentamente ad uno dei punti più inospitali ma allo stesso tempo affascinanti della Terra. La geografia remota del sussidiario delle elementari vissuta di persona. Non un rumore, non un movimento sembra trapelare al di là del finestrino. Una cartolina reale che scorre col treno, che viaggia con lui. Lo scompartimento sembra un piccolo salottino, per quanto eccezionalmenmte spartano. Quattro letti, non sei come sui treni di linea cinesi. Può sembrare una differenza da nulla, una bazzecola, ma dove si sta stretti e male in sei, si sta alquanto bene in quattro. Senza contare, poi, che per ora siamo solo in due. Nel salire sul treno ci consegnano anche due buoni pasto, premura del tutto inattesa. Pranzo dalle 11:30 a mezzogiorno e cena dalle 17:30 alle 18:00. Il bagno ha un water, un rotolo di carta igienica e persino un coprisedile igienico. Il letto è lungo e largo, ci sono un cuscino vero, un lenzuolo e una coperta. Un treno di lusso, secondo i miei standard, sebbene abbia pochi passeggeri. Ma non mi preoccupo, mi siedo col mio compagno di viaggio e mi godo il panorama.

Improvvisamente appare qualcosa a nord, nel paesaggio. E’ un muro enorme che si snoda lungo la vallata fino a perdersi tra i meandri della montagna. Un serpente di pietra disseminato da torri d’avvistamento che corre inarrestabile parallelo al treno. E’ lei, la grande muraglia. Un regalo d’addio giunto d’improvviso e prezioso, un souvenir da parte della Cina che mi augura buon viaggio. Per togliermi ogni dubbio chiedo conferma al controllore. E’ lei, giunge la conferma. Non posso chiedere di meglio da questa tratta. Nessun restauro, nessun turista. Niente cartelli, autobus o ambulanti. La muraglia cinese originale così come doveva apparire ai viaggiatori del passato. L’Atomica Cinese dei Modena in questo frangente ha tutto un altro sapore. Alcuni contadini cessano il loro lavoro per vedere il treno passare. Con due treni alla settimana, forse qui è ancora un avvenimento per cui valga la pena fermarsi a guardare.


Arrivederci Cina

Beijing, Cina, 15 mar 2011, giorno 63, ore 23:00, ostello
Ultima notte in Cina. I preparativi sono ultimati e dopodomani sarò in Mongolia. Ho conosciuto una coppia in ostello, lei svedese, lui australiano, che sono arrivati proprio da Ulaanbataar. Hanno parlato di una città accogliente e meravigliosa. Unico neo la temperatura che, a sentire loro, la notte, raggiunge i meno venti gradi. Il mio equipaggiamento non so se potrà reggere. Per i vestiti basta mettersi addosso tutti quelli che si hanno nello zaino, ma per i piedi c’è poco da fare. Le mie Nike si sono distinte durante questo viaggio, ma hanno parecchi buchi, quindi forse sarò costretto a rimpiazzarle. Lo farei con dispiacere. Per quanto mi sia stato sconsigliato di partire per un viaggio del genere con un paio di scarpe da ginnastica, devo smentire tutte le voci. Sono state eccezionali. Mai una vescica, mai i piedi bagnati o qualunque altro disagio. Nel fango, nella pioggia, lungo la strada o attraverso la foresta, non hanno mai dato alcun segno di debolezza. Chapeau per il signor Nike.

Sono contento di lasciare la Cina. Ho davvero voglia di cambiare aria, e per quanto non abbia la più pallida idea di quello che mi attenda, sono ricco di entusiasmo per il Paese che sto per raggiungere. La Mongolia, terra di deserti e di cavalli. Si dice che ci siano più cavalli che uomini. Si dice anche che i mongoli abbiano il vizio di alzare il gomito, ma perchè biasimarli? A sentire chi ci è già stato, essi si rivelano un popolo ospitale e gentile, disposto ad aiutarti e aperto agli stranieri. Questa è la teoria, per la pratica bisognerà aspettare. Per ingannare l’attesa ho pensato bene di farmi truffare. Una piccola truffa, la prima, una bazzecola che fa sorridere. Si tratta di Marlboro. Oggi ho comprato il mio primo pacchetto di sigarette falso. Bruciano in trenta secondi e hanno un gusto che sa di cartone. Le ho regalate ad un passante. Lui era tutto contento, mille sorrisi e ringraziamenti. Aspetta di fumarle, campione. Forse però, conoscendo i cinesi, le troverà buonissime.

L’unico scoglio che non sono riuscito a superare è quello della valuta. Gira voce che la valuta mongola, in Mongolia, riscuota poco successo. Il dollaro americano, d’altro canto, è accettato come l’oro, quasi come se fosse la valuta ufficiale. Quando ero ad Hong Kong avevo trovato una banca che al bancomat ti faceva scegliere se prelevare dollari o valuta locale. L’ho ricercata a lungo, ma invano. Sono costretto a cambiare i soldi cinesi che mi sono avanzati in dollari. E’ uno spreco enorme. Oltre a dover pagare la commissione della banca al prelievo, il tasso di cambio fa invidia a quello delgi strozzini. Su www.xe.com controllo periodicamente i tassi di cambio e verifico con l’estratto conto della mia banca quanto questi signori trattengano per il loro disturbo. Tutte le volte sono circa dieci euro, tra commissione e tasso sfavorevole. Se a questi ci si aggiunge la commissione dello sportello di cambio, quello che ci rimetto su 200 euro sono circa 15, 20 euro. Non male, per la fatica che fanno. Eppure i dollari sono necessari. Anche la svedese me lo ha detto. 150 dollari americani nel portafoglio possono fare la differenza in certe situazioni. Quando arriverò in città, pertanto, seppur malvolentieri cercherò un cambio.

Per la prima volta ho anche contattato l’ostello per farmi venire a prendere alla stazione. Come i veri signori. Arrivo, mi prendono il bagaglio e mi portano all’ostello. Il Montecristo dei poveri. Non mi costa nulla, quindi mi sembrava stupido non approfittarne. Chissà, magari ci prenderò gusto a farmi trattare come un signore. Oggi mi sono anche fatto la doccia e ho cambiato gli abiti. Alcuni, la tuta no. Da che io mi ricordi la indosso da Chegdu. Il bagno però era doveroso, più che altro per quelli che dormiranno in treno con me. Lavarsi è come il sonno e il mangiare. Se l’appetito vien mangiando e il sonno dormendo, la voglia di lavarsi viene lavandosi. Contando che non mi lavo molto, ne ho sempre meno voglia. E’ che è laborioso. Non ho nè l’accappatoio, nè l’asciugacapelli. Per asciugarmi uso un asciugamano grande come un francobollo e dopo che me lo sono passato in testa risulta essere irrimediabilmente spolto. Per asciugarmi i capelli metto in testa una maglietta fino a che non sono abbastanza asciutti per indossare la cuffia. Poi aspetto. Non è comodo, nemmeno rapido, però è il meglio che sia riuscito ad escogitare.

Amo la vita del viaggiatore. Fate largo, mongoli, sta arrivando il re dei topi!


Tre altre storie

Beijing, Cina, 14 mar 2011, giorno 62, ore 20:19, ostello

1 RIVELAZIONE
Beijing è Pechino

2 EUGE VS LA GRANDE MURAGLIA
Ieri volevo andare a vedere la grande Muraglia. Una leggenda metropolitana la racconta come l’unica costruzione dell’uomo visibile dalla luna. Ciò è impossibile. Per quanto i suoi quasi 8000 chilometri la rendano lunga, i suoi 10 metri di spessore la celano alla vista dell’uomo anche senza bisogno di arrivare fino alla luna. Parecchi astronauti hanno detto di non essere riusciti a vederla dallo spazio se non con un potente binocolo. Dalla luna sarebbe impensabile, poichè l’occhio umano non possiede una risoluzione di tale portata.
Il mio ostello organizza ogni giorno un tour guidato per arrivare laggiù. Il costo è però un po’ troppo elevato per le mie finanze, senza contare che aderire ad uno di questi tour guidati è un po’ come vederla a metà. Tanti turisti che fanno tante foto stupide. E poi file, controlli, biglietti e grida. No, visitarla in questa maniera sarebbe per me più penoso che piacevole. Andandoci da indipendente si risparmia parecchio, se non fosse che è difficile trovare gli autobus per arrivarci. Il governo cinese, ancora una volta, è stato molto abile nello sfruttare questa meraviglia. Sin dalla sua nascita questa costruzione è servita poco al suo scopo originale, cioè quello di tenere lontani i nemici del regno. Essi, infatti, hanno sempre trovato facile accesso grazie alle varie porte disseminate per forza di cose lungo il percorso. Come disse qulcuno, “Non è importante la larghezza del muro, quanto il coraggio degli uomini che lo difendono”. Uno dei suoi maggiori usi nell’antichità è stato quello di mezzo di spostamento. Una strada sopraelevata e lastricata che correva da un capo all’altro del Paese. Dopo svariate invasioni e dopo l’avvento di nuove armi, quest’opera è diventata inutile. Finchè, all’inizio del secolo, è intervenuto il turismo a valorizzarne la presenza. Il governo ha preso la palla la balzo, ne ha ristrutturato alcuni pezzi intorno alla capitale, e ha indirizzato lì la maggior parte del flusso turistico. In questo modo, milioni di turisti ogni anno hanno da spartirsi per alcune ore poche decine di chilometri di muro mentre altre migliaia osservano da lontano.
Devo confessarlo, non sono riuscito a trovare l’autobus. Ho seguito le indicazioni della guida, ma dove mi era stato indicato, non ho trovato nè autobus, nè segni di altro mezzo che potessero condurmi al muro. A conti fatti, però, ne sono contento. Sono andato in Cina e non ho visitato la muraglia. Almeno non condotto come una pecora, come un turista. Conoscendomi, so che una visita del genere avrebbe prodotto la più grande tempesta di rabbia interiore. Quindi, molto serenamente, ho preso la metropolitana e sono andato al Palazzo d’estate. Niente muraglia, dunque. Se riuscirò a vederne altri tratti, magari nell’interno del Paese e sempre da indipendente, ben venga, ma niente tour organizzato.

3 UNA BAMBINA
Passeggiando a caso per la città si arriva al China World. Questo è un complesso di edifici, tra cui quello più alto di Beijing, che racchiudono un grande centro commerciale, un hotel, uffici, un centro congressi e tutto quello che può stare dentro ad un agglomerato del genere. Camminando lungo i viali del centro commerciale si possono notare i marchi delle più prestigiose case di moda e gioielleria: Gucci, Luis Vuitton, Furla, Fendi, Tiffany, Cartier e Bulgari. In mezzo al complesso si trova anche una pista da pattinaggio sul ghiaccio. Bambini e ragazzi pattinano spensierati seguendo le note di una musica cinese. Qui ho assistito ad un fatto che mi ha colpito.
Cercavo qualcosa da mangiare, una merenda, niente più, quando la pista è stata sgombrata ed ha fatto il suo ingresso la macchinina che pulisce il ghiaccio. Adoro questo macchinario. Fa avanti e indietro lungo tutta la pista e quando il suo lavoro è terminato il ghiaccio pare uno specchio dal gran che è tirato a lucido. Mi sono fermato volentieri ad osservare il brav’uomo che adempiva a questo piacevole compito. Terminato il lavoro, però, nessuno è rientrato in pista. Le porte di accesso restavano inesorabilmente chiuse. Che stesseo chiudendo? Impossibile, erano appena le quattro di pomeriggio. Altamente incuriosito, attendo gli sviluppi. Ad un tratto, fanno la loro comparsa sul ghiaccio due figure: un uomo di trent’anni e una bambina di non più di otto. L’uomo prende il microfono e dice qualcosa in cinese che io non capisco. La bambina, invece, comincia a pattinare. Tutti gli occhi erano puntati su di lei. La cosa che più mi ha stupito, e che mi ha fatto pensare che quello fosse un allenamento, era il vestito della bambina. Una specie di calzamaglia nera che copriva tutto il corpo ed anche i pattini, proprio della specie che si osserva quando si guarda alla televisione un’esibizione di pattinaggio artistico. Non mi ingannai. Dopo qualche giro di riscaldamento la bambina si mette in posizione di partenza e l’uomo parla ad una radio che ha estratta dalla tasca. La musica, che fino a quel momento eraa cessata, riprende all’ordine dell’uomo, e la bambina inizia a danzare sul ghiaccio. Subito ho pensato a quanta pressione dovesse avere quella bambina sulle spalle. Tutto il centro commerciale la stava guardando. Ho immaginato che quella fosse una tattica, un allenamento per abituare l’atleta ad avere gli occhi puntati addosso mentre esegue gli stessi esercizi per una competizione internazionale. Gli occhi del pubblico delle olimpiadi sono come gli occhi del pubblico di un centro commerciale, in sostanza, quindi mi sono limitato ad ammirare l’astuzia e il grado di preparazione degli atleti cinesi. La bambina, d’altro canto, non doveva pensarla come me, perchè dopo appena due figure è caduta. L’uomo si è adirato. Urla, gesti secchi, ordini. Non so cosa gli abbia detto, ma dal suo atteggiamento non sembrava gli stesse dicendo “Hei, ti sei fatta male? Continuiamo?”. A questo punto qualcuno potrebbe cessare di pensarla come me, ma la mia convinzione è che anche questo sia giusto. Ogni maestro è diverso da un altro e magari, in questa sua intolleranza al minimo errore, si trova la chiave del successo che un giorno forse questa bambina raggiungerà. Certo, si può insegnare anche in altri modi, magari un po’ più affabili, ma l’importante credo sia il risultato. Così pensavo, mentre la bambina si rimetteva in posizione di partenza e la musica ricominciava. Questa volta, nessun errore. Un’esibizione bellissima. Questa bambina di otto anni danzava divinamente, scivolava sul ghiaccio con una padronanza di movimenti ed una sicurezza che nulla aveva da invidiare agli atleti professionisti. Non sono un esperto, va detto. Non distinguo un pattinatore olimpico da uno scandinavo che gozzoviglia sul ghiaccio in una domenica mattina qualsiasi di Stoccolma, però quella bambina era bellissima. Pattinava con la grazia di un angelo. Con i suoi movimenti metteva la gioia nel cuore. Ahimè diversamente la pensava il suo maestro. Grida, continue correzioni e gesti che esprimevano esasperazione hanno accompagnato fino in fondo tutta l’esibizione. Poi la bambina cadde di nuovo. Il maestro la chiamo a sè. Quando la bambina giunse a lui, le diede una pacca sulla spalla, non amichevole, ma come uno schiaffo, e poi le indicò ancora la posizione di partenza. Non so se il padre della bambina fosse presente all’allenamento della figlia. Se fossi stato io quel padre, di sicuro non avrei tollerato un simile gesto da parte dell’istruttore di mia figlia. Non tanto per lo schiaffo, quanto per il merito. Se al rimprovero dell’uomo ella si fosse alzata e l’avesse mandato a quel paese, avrei anche capito. Il rispetto è importante e ognuno lo amministra a modo suo. Ma quella bambina era l’impassibilità fatta a persona. Non una parola, non un gesto trapelavano dal suo atteggiamento. I suoi occhi erano dello stesso ghiaccio sul quale pattinava. Un’espressione da donna vissuta che non mostrava nessuna gioia. Questo è quello che mi ha fatto più pensare. Che valore può avere anche un oro olimpico se l’atleta che lo ottiene non prova emozione alcuna nell’ottenerlo? Se non c’è gioia, voglia di pattinare e di vincere, che valore può avere un’eventuale medaglia conquistata? A mio avviso nessuno. Considerando che un settimo dei talenti mondiale nasce sotto la bandiera cinese, mi sembra facile prendere questi talenti ed addestrarli ( e dico addestrarli, non allenarli, poichè questo mi pare di aver veduto) a vincere. Però non ci vedo il merito. In tutte le Olimpiadi che ho potuto vedere, a memoria ricordo che sempre la Cina abbia fatto incetta di medaglie. Ma quante di queste medaglie sono nate dal desiderio di vincerle e quante dalla costrizione a vincerle? Non c’è nulla di male a coltivare, ad assecondare il talento: il male sta nel perseguitarlo, nell’imporlo. Magari è tutto un mio farneticare, magari quella bambina era all’apice della gioia nel ricevere i rimproveri del maestro perchè sa che un giorno gli frutteranno. La sua espressione, però, non indicava niente di tutto questo. Avrei voluto sapere il nome di quella bambina. Forse un giorno, ho pensato, la si vedrà vincere un oro alle Olimpiadi ed io vorrò sapere se quella è proprio la bambina che ho visto allenarsi nel China World di Beijing. Purtroppo non sono riuscito nell’intento. Ero al piano superiore rispetto alla pista e nel tempo di trovare la strada per arrivare alla pista, questa si era aperta e aveva lasciato spazio alle altre persone. La bambina era sparita, ma se dovesse succedere ciò di cui sopra, credo che mi basterà guardarla negli occhi per sapere se è la stessa persona. Occhi di ghiaccio.


Le vacche

Beijing, Cina, 11 mar 2011, giorno 59, ostello

Ogni popolo potrebbe essere rappresentato nei modi e in quant’altro da un animale. Se per esempio dovessi dire quale animale rappresenta per me i giapponesi, direi senza dubbio alcuno le formiche. Ordinate, tutte in fila, pulite e laboriose. L’animale che invece rappresenta, sempre a mio avviso, i cinesi, è la vaccha. Una mandria sconfinata di vacche. Soffermiamoci su questo animale, considerato sacro dagli indiani e da noi mangiato e allevato. Immaginate vacche a perdita d’occhio. Esse, nella loro tranquilla esistenza, non hanno altro pensiero che mangiare, dormire, espellere le scorie e riprodursi. Immaginate adesso un campo sconfinato dove queste compiano il primo e il terzo dei bisogni sopra citati. Li compiono con noncuranza, senza alcuna remore ed esattamente nello stesso luogo. Nessuno si scandalizza. Immaginate adesso il mandriano che le deve condurre e controllare. Esso non può comunicare in alcun modo con loro se non tramite l’uso di suoni e di recinzioni. A volte le batte, ma in Cina questo non succede. Tutto il resto però sì. I miei occhi hanno veduto cose che se accadute in Europa, certo è successo solo in un passato assai lontano.

Stazione dei treni di Xian. Cinesi a perdita d’occhio che attendono il treno. Alcuni sulle panchine, altri a terra, qualcheduno in piedi ma tutti con un ingombrante bagaglio da portarsi appresso. In un angolo una madre e un pupo. I bambini cinesi, almeno quelli molto piccoli, hanno tutti un curioso vestiario. Le loro braghe e le loro mutande dispongono di un taglio verticale sul posteriore che lo attraversa in tutta la loro lunghezza. Quando questi stanno in piedi e camminano, una piega particolare nascondo le loro innocenti intimità, ma quando necessitaano di andare di corpo, non occorre che la madre tolga loro i calzoni. Essi sono già predisposti. Torniamo alla stazione e alla madre. Un suono, forse anche solo un’espressione del pupo, le fanno capire che egli deve fare la cacca. E che si può perdere forsse tempo prezioso per cercare un servizio? Giammai. Infatti la madre si alza e, condotto il bimbo in un angolo della stazione, gli dà il consenso per liberarsi. Così, mentre un signore anziano consuma i suoi noodles seduto appresso alla famigliola, il pupo fa la cacca. Non fa una grinza. Ecco però che il mandriano, in questo caso una sirena, dà il segnale: si aprono i cancelli. Subito è un calpestìo generale e una massa informe e indisciplinata si dirige verso uno strettissimo cancello. Se qualcuno dovesse cadere, sarebbe certamente perduto. Manca solo la polvere e vi sembrerebbe una mandria. Chi impreca, chi è tranquillo, chi ha perso il bagaglio, chi ha il pacco incastrato tra la gamba e il trolley di un vicino: non importa. Il flusso umano conduce tutti verso il cancelletto. Transenne lungo il camminamento impediscono ai più indisciplinati di lasciare la mandria. Non c’è da pensare, solo da muoversi. Niente formiche: vacche.

Beijing è una città straordinaria. Davvero un capolavoro di architettura e di storia. E di polizia. Forse la Cina è in guerra, forse ha paura, non so. Quello che so è che non ho mai visto tanti metal detector e punti di controllo in vita mia. Piazza Tienanmen. Uno si immagina, da viaggiatore che ha ancora fiducia negli uomini, di arrivarci e di camminarci immerso nello stupore dettato dalla dimensione e dalla sensazione di storia. Sì, si può fare, ma prima bisogna passare i controlli. Arrivi e ti fanno mettere lo zaino dentro all’apparecchio a raggi X. Davanti a te c’è una vecchia che viene quasi fatta spogliare. Poi è il tuo turno. Che fai? Vado in piazza. A fare che? Mah, un giro. Sei un terrorista? No, no. Che cos’hai in tasca? L’iPod. C’è dentro esplosivo? No, non è un’arma; potrei tirarlo, ma non lo farò. Cosa? No, no, agente. Costa troppo per ammazzarci un cristiano. E così si passa il controllo e si arriva in piaazza. Qui, ad ogni mattonella c’è un agente. E’ una cosa incredibile, davvero. Io aggiungo un po’ di finzione letteraria, ma non tanta da far offuscare i fatti. Controlli a parte, è un posto in cui recarsi almeno una volta ne3lla vita. In fronte alla piazza, la città proibita. Un enorme muro ne occulta la vista, e non è che il primo cortile. L’imperatore doveva amare davvero la privacy. Non sono entrato, lo farò domani. Oggi allenamento.

La tecnologia mi sta tradendo. La mia macchina fotografica da un po’ di giorni si è ammalata. Più che altro è vecchiaia. 33.000 scatti in un anno e mezzo sono tanti per la mia fedele amica. Spero che non decida di morire in Cina perchè altrimenti sarei rovinato. Come se non bastasse anche il mio pc ha cominciato a fare le bizze. Non so dare una definizione precisa del problema: si rifiuta di eseguire i miei ordini, è svogliato, spento. Se mi dovessero abbandonare entrambi, mi priverebbero di due dei miei principali interessi: la fotografia e la scrittura. Oppure potrebbero aprirmi nuovi orizzonti. Chissà? Staremo a vedere.

Il mio futuro si chiama Mongolia. Mercoledì, due giorni prima che mi scada il visto cinese, ho il treno per Ulaanbaatar. Per quelli di voi che desiderassero recarvisi da Beijing, due cose: il visto non costa 30 dollari americani ma 55 euro sonanti, mentre il biglietto del treno, il più economico, non costa 770 RMB ma 1350. Oggi ho quasi pianto a queste due notizie, ma fuori dal Paese ci devo andare, quindi c’è poca scelta.

Evviva la Cina. Evviva le vacche.