Just another WordPress.com site

Posts tagged “cygnet

Auto e autostop nel Paese più bello del mondo

Cygnet, TAS, 12 gen 2013, ore 11:29

La strada che collega Huonville a Cygnet è generalmente trafficata. Non è come la Highway che da Huonville porta ad Hobart, piena di auto nuove e di mezzi pesanti. No, questa ha un traffico più rurale. Molte auto hanno la vernice opacizzata dal tempo, i vecchi paraurti cromati. Alcune hanno la ruggine sulle portiere. Molte jeep, pick up e piccoli camioncini. E’ il traffico tipico delle zone di campagna. E’ il traffico perfetto per trovare un passaggio. Senza un’automobile, spostarsi nella Huon Valley è impossibile. Due autobus al giorno collegano Cygnet ad Huonville e sono alle sette di mattina e a mezzogiorno. Tutti i backpackers che si devono muovere in altri orari hanno solo due soluzioni: camminare o fare autostop. L’autostop, hitch hiking, è il metodo più rapido per spostarsi. Si cerca una zona della strada dove le auto abbiano la possibilità di fermarsi, si tira fuori il pollice e si aspetta. Alcuni automobilisti accelerano, altri si scusano e non si fermano, ma molti si fermano. Sarà curioso, ma la percentuale più alta di passaggi l’ho ricevuta da donne sole. Il primo passaggio me l’ha dato una ragazza su una vecchissima e sgangherata giardinetta col legno sulle portiere. Era una ragazza estremamente solare e aperta. Viveva a metà tra il Kimberley e la Tasmania. Sei mesi da una parte e sei mesi dall’altra. Uno dei più bei brevi incontri di sempre. Altro incontro importante è stato quando un’altra signora, un’abitante della valle, ci ha portato dritto di fronte alla farm che stavamo cercando per il lavoro. Nonostante dovesse fermarsi circa sette chilometri prima, questa signora ci ha portati ancora avanti e si è messa a cercare la farm con noi. E’ stata estremamente gentile. Mi avevano detto che gli australiani avevano l’abitudine di caricare le persone e di portarle il più vicino possibile, ma mai avrei creduto tanto. Mai nessun timore, nessun problema, e generalmente passaggi da donne sole o da anziani. Proprio le tipiche persone che potrebbero essere espostead un aggressione da parte di uno sconosciuto sono proprio quelle persone che invece si fermano e ti aiutano. Meraviglioso.

La signora alla farm sopracitata, invece, ci ha dato notizie differenti. Ci ha detto che fare autostop è pericolosissimo, che spesso succedono cose brutte ai backpackers. Ci ha detto che lei non lo raccomanderebbe affatto. Però ci ha dato un lavoro, un lavoro vero. Tutti e quattro, potrei dire tutti e sei, perchè un’altra coppia di Modena si è aggiunta a noi, lavoriamo sei ore al giorno in uno shed , un capannone, a selezionare ed impacchettare ciliegie. Fa schifo, ma ci pagano 20 dollari l’ora, il lavoro è valido per il secondo visto e questo è tutto quello che ci occorre. No, ci occorreva anche un’auto. Ieri è stato il nostro primo giorno di lavoro. All’andata siamo saliti in quattro su un’auto guidata da una coppia dark-metallara bellissima. Due persone estremamente belle insieme ed estremamente gentili. Ci hanno caricato appena fuori Huonville ed anche se eravamo in quattro e se avevano la macchina piena di funghi, ci hanno portato allo shed. Grandi momenti e grandi persone si possono trovare lungo le strade d’Australia e della Tasmania. Abbiamo finito il lavoro alle nove di sera. Le ragazze le abbiamo messe su una macchina che andava a Cygnet e che abbiamo fermato mentre partiva dalla farm. Guidava un asiatico, ha caricato loro ma non me e Carlo. Io elui ci siamo fatti un bel pezzo a piedi col pollice fuori, ma nessuno si è fermato. Era quasi buio e noi eravamo coperti coi cappucci. Certo non due persone raccomandabili da caricare al crepuscolo. Infatti nessuno si è fermato. Dopo essere arrivati fino al museo della mela, ci siamo arresi ed abbiamo chiamato un taxi. Al suo arrivo siamo saliti e Carlo ha accennato all’autista che ci serviva un’auto. L’autista ha detto di poterci aiutare. Ci siamo fermati al crocevia con la strada per Cygnet e l’autista è sceso un attimo per andare a parlare con una cameriera dell’albergo che sorge in quel putno, uno di quegli alberghi-bar-pub-ristoranti-ostelli che si trovano nelle parti più remote del continente australiano, il punto migliore per trovare informazioni, aiuto o guai. Dopo un po’ ne è ritornato con un foglio ed un numero telefonico. L’auto costava 1000 dollari e a sentire lui era in ottime condizioni. Il tassista si è anche offerto di portarci fino a Cygnet gratis per vedere l’auto. Persone meravigliose sono gli australiani che non pagano i backpackers un dollaro al chilo di ciliegie. Siamo andati a vedere l’auto ieri sera e stamattina, dopo averla provata con la ragazza, l’abbiamo comprata. Comprare un’auto in Australia è veramente facile. La si trova, la si prova, la si paga in contanti al proprietario vecchio e il lunedì si va ad un ufficio a registrare il passaggio di proprietà al costo di 30 dollari. Fatto. L’auto te la porti via anche se non hai ancra fatto il passaggio di proprietà. Come si fa a non amare un Paese così?

Ora la maggior parte dei nostri problemi sono risolti. Abbiamo un lavoro, un’auto e una bella compagnia. Ci manca solo un posto dove vivere, ma presto risolveremo anche questa faccenda. Forse. Forse no. Impossibile prevedere il futuro. Meglio godersi il presente e caricare qualche backpacker che troveremo lungo la strada mentre guidiamo la nostra macchina nuova per andare al nostro nuovo lavoro. L’Australia, oggi, ha dato un sacco.

Advertisements

Cacciati!

Cygnet, TAS, 9 gen 2013, ore 17:52

La signora che gestisce questo posto, che mi rifiuto di chiamare ostello, non mi piace. E’ viscida. E’ una di quelle persone che ti sorride in faccia, sembra affabile, carina e disponiblie, ma che in realtà si approfitta di te alla prima occasione. Il suo aspetto non aiuta ad ispirare fiducia. La sua pelle è una e coperta di macchie nere sul collo. I suoi capelli sono unti e mal tinti: le punte marroni, le radici bianche sporco. I suoi occhi sono verdi, con la parte vicina alla pupilla nocciola e quando ti guardano ti penetrano dentro come spade. Sembra sempre che stia cercando di studiarti, di scoprire il tuo punto debole per poi, al momento giusto, fregarti. E’ grassa. Mostruosamente grassa. E’ grassa come due persone e questa sua mole si ripercuote sulla sua camminata, la quale è lenta e sempre incerta. Non mi piace, ma le circostanze mi impongono di essere sempre carino con lei. Ed io lo odio profondamente.

Stamattina, arrivati in farm, siamo stati divisi per nazionalità. Qui gli italiani, lì i francesi, là gli asiatici. Curioso come quando si parli di asiatici, la nazionalità non conti più. Non imposrta se si tratta di cinesi, coreani o giapponesi: sono solo asiatici. Per tutti. Questa però è un’altra storia. Una volta divisi siamo stati rimproverati tutti duramente. Il lavoro non andava bene. Bisognava essere più veloci, più precisi, meno foglie staccate. Più robot, insomma. Il farmer ci sgridava come se stesse cacciando delle pecore dentro all’ovile. Mi sentivo umiliato senza nessun motivo. Siamo stai minacciati tutti: se non si migliora, qualcuno andrà a casa. Io ero abbastanza tranquillo. Non sentivo il mio lavoro a rischio. Stavo dando il massimo e, come me, gli altri ragazzi. Siamo andati tra i filari a cuor leggero. Dopo appena due cestini la supervisor è arrivata a controllare. Ha controllato il mio: era perfetto. Le ho chiesto se andava bene e lei mi ha detto di sì, poi mi ha detto di andare al capannone una volta finito il mio cestino. Io e Sylvie. Poi è andata da Carlo e da Michelle e ha fatto la stessa cosa. Perchè? Non capivo. Stavo perdendo tempo, e il tempo, per uno che lavora a cottimo ed è pagato una miseria, è denaro. Arrivati al capannone il capo è arrivato, ha visto in terra due cestini con dentro alcune foglie e ci ha cacciati. Non ho detto licenziati. Ho detto cacciati. Senza troppe parole o spiegazioni. Non andate bene. Troppe foglie per terra. Adesso chiamiamo il pulmino e ve ne andate. Riconsegnate i cartelline e poi verrete pagati venerdì. Tutto qui. Non sono mai stato trattato così. Non so che posto sia questo, ma qui l’umanità non è di casa. Non ci ha nemmeno fatto finire la settimana, il giorno. Nessun preavviso, nessun richiamo. Via! Via col dito puntato verso la porta del capannone. Inutili le proteste. Via! Cacciati per delle foglie con dei cestini perfetti, raccolti per otto dollari l’ora.

Tornati all’ostello abbiamo parlato con la signora. Dopo qualche spiegazione, magari una parola di troppo, ma mai maleducati, è saltato fuori che la colpa era in effetti nostra. Noi, secondo la signora, siamo qui solo per i soldi e quindi per forza il lavoro non è di qualità. La tensione si è alzata. Se si conta che per questa baraccopoli paghiamo, tra tutto, 175 dollari la settimana è naturale cercare almeno di guadagnare il più possibile. Invece no, noi dovremmo lavorare, secondo loro, per meno di 60 dollari al giorno ma fare il lavoro di una macchina. Non è tutto. Anche se siamo stati cacciati dal farmer, tutti noi avevamo firmato un contratto che prevedeva una settimana di preavviso da dare alla signora per poter lasciare il posto senza perdere il bond di 200 dollari. Avendo perso il lavoro nelle ciliegie, la signora ha detto di non poterci più tovare un lavoro come raccoglitori di quei frutti, ma solo per le fragole. 5 dollari per un contenitore grande come due scatole da scarpe. Una cosa improponibile per chiunque. Volevamo allora andarcene, ma il contratto parla chiaro: una settimana di preavviso. Il risultato è che noi possiamo andarcene quando vogliamo, ma dobbiamo comunque pagare per altri due giorni di letto, 50 dollari, per poterne riavere indietro 200. Sono le regole, diceva, valgono per tutti: non vi sembra giusto? Non so come abbiamo fatto a non aggredirla, ma siamo ritornati indietro senza poter fare nulla e senza aver compromesso la situazione in maniera peggiore con le offese che avrebbe meritato.

Sfruttati all’osso, ecco cosa siamo. Tutti. Gli altri ragazzi che lavorano con noi domani non lavorano. Eppure stamattina, tra un urlo ed un altro, il farmer aveva detto che la raccolta era in ritardo. Quindi perchè non lavorano? Persone che pagano anche 225 dollari la settimana riescono a guadagnarne a malapena 64 al giorno. In Australia non è nulla. Mi chiedo cosa pensi questa gente, che situazione abbiano per non poter mandare tutto e tutti al diavole e cercare un’altra farm. Molti rimangono nonostante tutto ed io non me ne capacito. Personalmente, se volessi farmi trattare così e se volessi vivere in queste sistemazioni, mi basterebbe andare in puglia a raccogliere i pomodori coi rumeni a 50 centesimi l’ora. Nei week end potrei comunque tornare a casa a trovare la mia famiglia ed i miei amici. Il livello di sfruttamento raggiunto in Tasmania è tremendo. Se vuoi lavorare devi firmare questi contratti in quasi tutto gli ostelli. Una volta portato al lavoro, la paga è una miseria ed il livello richiesto è quello di una macchina. Se sei licenziato devi comunque dare altri soldi ad altra gente perchè hai firmato quel contratto che ti ha permesso di trovare quel lavoro. Vorrei fosse uno scherzo, ma non lo è.

A questo punto la mia situazione non è rosea. Dopo aver chiamato Bourke ed il governo innumerevoli volte posso dire con sicurezza di avere accumulato 58 giorni di visto a Bourke e 3 qui. Sui 3 giorni tasmani non sono ancora sicuro, devo chiamare. Il risultato è 61, quindi me ne mancano ancora 27. Ventisette giorni. Quattro settimane. Sono poche, ma sono anche tante. Ora come ora non ho idea di dove andare. Vorrei andarmene dalla Tasmania, ma sembra che nel resto dell’Australia non ci sia frutta da raccogliere. In Victoria si vocifera di un’imminente stagione delle mele, ma non ho certezze. Un ragazzo che ho conosciuto a Bowen, e che adesso lavora là, ha postato su Facebook che anche in Victoria le condizione sono pessime. E’ una dura lotta quella che mi aspetta, soprattutto perchè il numero di backpackers che sta cercando lavoro credo superi decisamente la domanda. Bisognerà aspettare, anche se non ho molto tempo. Domani proverò a chiamare in giro, oppure cercheremo un amacchina e andremo farm per farm a vedere come è la situazione. Ho già detto una volta che non sarebbe potuta essere peggio di prima ed ho sbagliato clamorosamente; quindi non lo farò. Dirò soltanto che preferisco ancora stare qui piuttosto che tornare in Italia. Quando questo pilastro crollerà, quando sarò veramente sconfitto, allora forse mollerò, mi farò i conti in tasca e poi farò ritorno. Per ora, nonostante tutto, evviva l’Australia, terra di opportunità, felicità e di spietati sfruttatori.


I dolori di un giovane backpacker

Cygnet, TAS, 8 gen 2012, ore 19:45

Questa è una fase delicata del mio cammino in Australia. E’ delicata perché è pesante sopra ad ogni limite. E’ delicata perché può farmi scoppiare da un momento all’altro. Sono una bomba che rotola. Tutto quello che ho visto e fatto quaggiù, da Perth a Bourke attraverso mezzo continente australiano, culmina con la situazione peggiore immaginabile. Ho finito i sinonimi presenti nel mio vocabolario e non ho abbastanza linea per farmi aiutare da Google. Se l’inferno avesse un nome, non sarebbe Bourke: sarebbe Tasmania. Una sirena, tanto bella quanto letale. Il suo canto attira innumerevoli sventurati che finiscono poi invischiati tra le sue braccia e lì rimangono per sempre. Molti backpackers hanno fatto naufragio quaggiù, attirati da una stagione di raccolta che prometteva essere ricca e che invece si è rivelata povera e spietata, crudele come le persone che sfruttano i viaggiatori. Proprietari di ostelli, farmers, albergatori ed anche tassisti. Tutti a sfruttare tutti finché ce n’è. E quando un non ne ha più, ce n’è subito un altro a sostituirlo.

Le mie condizioni di vita qui non credo siano classificabili come umane. Siamo bestie, schiavi o qualunque altra parola renda l’idea. Al prezzo di 175 dollari la settimana ho solo un tetto di lamiera sulla testa. Niente luce, i bagni sono lontani e non posso usarli tutti, la cucina è sporca, piena di insetti e sempre piena di altri pezzenti che cercano un angolo il meno sporco possibile per cucinare qualcosa di commestibile e mangiarlo in fretta. Il lavoro non è faticoso ma è sottopagato al massimo. Un dollaro al chilo per un cesto di ciliege perfette. Una ventina di quelle brutte e il supervisore ti dice che il prossimo non te lo pagano. Otto dollari ogni quarantacinque minuti da cui togliere le tasse. L’estate qui è un autunno. E’ freddo, piove spesso ed è sempre nuvoloso. L’acqua da bere è gialla o marroncina e quelle poche volte che il cesso non è occupato è sempre senza carta igienica. Appena dimentichi o appoggi qualcosa, è sparita. L’ostello è sovraffollato al massimo. Gente che paga anche più di me per dormire chi in una macchina, chi in un van scassato. I più fortunati vivono in tenda alla modica cifra di ottanta dollari alla settimana. E il tempo corre. Mi mancano ancora una quarantina di giorni da fare per il visto e di lavoro non ce ne è tanto. Tutti vogliono lavorare. Tutti cercano lavoro e a tutti va bene qualunque sistemazione. Un esercito di pezzenti. Per chi sa di cosa sto parlando, la tragedia degli Oakies.

Non capisco ancora bene che effetto avrà tutto questo su di me. L’entusiasmo è storia e ogni momento mi chiedo quanto tutto questo valga la pena. Credevo di essere forte ma forse non lo sono abbastanza. Non voglio cedere, ancora. Non voglio mollare. Ogni volta che penso di farlo penso a “Furore”, il libro di Steinbeck, e penso a tutte quelle persone che fanno questa vita ma non hanno la possibilità di ritornare a casa. O non hanno una casa affatto. Il mondo ne è pieno, ma non immaginavo di sentirmi così vicino a loro. E’ tremendo, tutti abbiamo il morale a terra ma vogliamo andare avanti. Ci proviamo. Basterebbero anche solo condizioni di vita migliori. Una stanza, la luce, un bagno. Sarebbe sufficiente, ma al momento non ci sono. Non resta che sperare. Se fossi credente pregherei, a questo punto. Purtroppo non ho nemmeno questo conforto. Sono solo un altro backpacker in cerca di lavoro e di un visto. E scusate se sono ripetitivo.