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Il male trionfa

Darling Farm, Bourke, NSW, 10 dic 2012, ore 18:59

Vorrei poter dire che tutta la faccenda si è risolta per il meglio, ma purtroppo non è così. Anzi, rispetto a ieri sono in una situazione molto peggiore.

Oggi abbiamo iniziato a raccogliere all’alba, come sempre. Finiti i primi due campi ci hanno diviso in due squadre, una per i meloni ed una per i cocomeri. Io ero in quella dei meloni. Judy era in quella dei cocomeri. Sal era in quella dei meloni. Al termine della prima fila Sal non mi aveva ancora detto nulla. Pensavo che le cose stessero andando bene. Poi è arrivato Andrew, il capo. Sal ha parlato con lui ed Andrew mi ha chiamato. Non ci siamo, non va, tutti si lamentano. Me lo aspettavo, era troppo bello sperare di essere lasciato in pace, però questa volta mi sono innervosito. Ho detto a Andrew quello che pensavo, che Sal ce l’aveva con me, che non era vero che non lavoravo. Andrew, dopo avermi detto che anche Judy si era lamentata, la stessa Judy che mi aveva detto di non preoccuparmi, ha tagliato corto: non mi interessa. Le lamentele devono finire. Lì mi si è chiusa la vena in testa, sono andato da Sal e gli ho detto chiaro e tondo quello che pensavo. Poi Andrew mi ha richiamato, mi ha detto che non potevo permettermi di rispondere a Sal e che alla prossima ero fuori. Fuori. Avrei voluto schiaffeggiarlo. Forte. Poi ho pensato che una denuncia per aggressione non avrebbe figurato bene sulla mia richiesta per il secondo visto. Ho annuito, sono tornato in fila e ho ripreso a lavorare. Ho mandato giù. Anche se non aveva affatto un buon sapore, non potevo fare altro. Il male ha trionfato. Domani a Sal basterà dire solo una parola ed io sarò fuori. Avrò chiuso con Bourke, coi meloni, con questa farm e con i giorni per il visto. Dire che mi tiene per le palle è un eufemismo.

Dopo undici ore sui campi ho riflettuto un sacco. E’ che non so più di chi fidarmi. Judy è con me o contro di me? Il punto principale, tuttavia, è un altro. Oltre alla fatica, al caldo, al dolore, ora mi ritrovo a subire una pressione psicologica che scalza tutto il resto. Già è dura di suo, ma questo terrore, questo dover essere perfetti in una squadra in cui nessuno lo è, in cui nessuno parla con me, in cui nessuno vuole lavorare con me, è peggio di ogni mia più cupa aspettativa. L’ostracismo. Mi ritrovo quasi a sperare di essere licenziato. Potrei andarmene, ma Sylvie ha un ottimo posto all’interno della fabbrica e io devo pensare anche a lei. Inoltre non voglio dare loro la soddisfazione di togliersi il pensiero. No, no, se vogliono cacciarmi allora dovranno dirmelo guardandomi in faccia. E se succederà allora mi toglierò tutti i sassolini che ho accumulato nelle mie scarpe lacere, dirò quello che avrò da dire, farò lo zaino e via verso altri orizzonti. Il visto è un problema. Ad essere fiscali coi giorni, me ne mancano ancora una buona cinquantina. Contando che siamo sotto Natale e tutto il resto, direi che ad essere fortunati potrei riprendere a lavorare ai primi di gennaio e allora non ci sarebbero più margini di errore. O si lavora fino alla fine di febbraio senza interruzioni, oppure significherebbe essere fuori per sempre dall’Australia.

Non so che accadrà. Quello che so è che il pensiero di dover tornare laggiù domani mi sconvolge. Se chiudo gli occhi vedo solo una fila interminabile di meloni da raccogliere ed un coreano malvagio che mi tallona. Non si può andare avanti così. Non è quasi più vita.


Siamo uomini o caporali?

Darling Farm, Bourke, NSW, 8 dic 2012, ore 13:14

“L’umanità, io l’ho divisa in due categorie di persone: uomini e caporali.
La categoria degli uomini è la maggioranza, quella dei caporali, per fortuna, è la minoranza.
Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare per tutta la vita, come bestie, senza vedere mai un raggio di sole, senza mai la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama.
I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano. Questi esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza averne l’autorità, l’abilità o l’intelligenza ma con la sola bravura delle loro facce toste, della loro prepotenza, pronti a vessare il povero uomo qualunque.
Dunque dottore ha capito? Caporale si nasce, non si diventa! A qualunque ceto essi appartengono, di qualunque nazione essi siano, ci faccia caso, hanno tutti la stessa faccia, le stesse espressioni, gli stessi modi. Pensano tutti alla stessa maniera!”

Totò, Siamo Uomini o Caporali, 1955

Uomini o caporali? Bè certamente io, qui, sono un uomo. Uno dei più abietti, mi sento di aggiungere. Da qualche giorno le cose non vanno per il meglio. C’è un caporale che mi perseguita. Il suo nome è Sal, o qualcosa del genere. Sal è un coreano che per ragioni a me ignote ha raggiunto un gradino più alto degli altri. Il suo compito è quello di seguire chi raccoglie ed assicurarsi che non vengano lasciati sul campo meloni maturi. Ce ne sono altri come lui, sul campo, ma lui ha una caratteristica tutta particolare: ce l’ha con me. Non ho idea del motivo, non so cosa gli ho fatto, tanto più che non ci siamo quasi mai nemmeno parlati, però mi odia. Il suo divertimento maggiore è riprendermi per qualunque cosa. Hai lasciato un melone! Stai più vicino al nastro! Più in fretta! Così tutto il giorno. Ora, già questo è un lavoro che a mio parere dovrebbe essere proibito dalla Commissione per i diritti umani, se poi si aggiunge anche il fattore Sal, allora diventa un campo di concentramento. Dall’esterno è difficile rendersi conto di cosa significhi esattamente. Il punto è che tutti i raccoglitori lasciano indietro dei meloni. Non è una scienza esatta. A volte il melone è ancora verde, oppure fatica a staccarsi dalla pianta. Capita anche che semplicemente non lo si scorga tra il fogliame. Dopo tre o quattro ore chini a guardare in terra, un po’ si perde lucidità. Questo per dire che ad essere pignoli tutti sarebbero possibili oggetti di rimprovero. Perché solo a me? La cosa che veramente mi fa ribollire il sangue è che Sal a volte mi dice di guardare come si fa e poi si mette a raccogliere al posto mio. La cosa divertente è che lui lascia indietro un sacco di meloni, quanto me o più, e quando io li raccolgo e glielo faccio notare, lui non ci bada. Si limita a cedermi di nuovo il posto e a torturarmi per le ore successive. Ieri la cosa ha raggiunto un livello superiore. Ieri ha fatto rapporto a  Pete. Pete è quindi venuto da me, mi ha preso da parte e mi ha detto che c’era stata una lamentela nei miei confronti e che questa cosa non poteva andare bene. E’ stata una brutta cosa per me. Non sapevo cosa dire. Ero stupefatto e arrabbiato. Sconfitto. Potevo spiegargli? Potevo fargli capire che non era vero? Che la qualità del mio lavoro non differiva da quella degli altri? Se sì, come? Pete ed Andrew, il capo, stanno sui campi non più di quindici minuti al giorno. Arrivano, fanno un po’ i boss e poi se ne vanno. Va detto che i coreani sono tosti. Loro sono macchine. Letteralmente macchine. Non si fermano mai, non sono mai stanchi, non parlano. Sono scimmie che si lanciano a terra appena vedono un melone che sembra maturo. Non ho mai visto una cosa del genere in vita mia. Ero preoccupato. C’era il rischio di perdere il posto ed io non potevo permettermelo. Sylvie lavora alla fabbrica di impacchettamento e per lei è una gran fortuna. Non potevo perdere il lavoro. Ne ho parlato con Judy. La mattina, quando mi viene a prendere, abbiamo sempre un po’ di tempo prima di arrivare ai campi, quindi oggi le ho chiesto come stavano le cose. Lei mi ha detto tre cose: che Sal è lì solo perché sta simpatico ad Andrew, che Pete si è messo in testa di diventare “The man” ma  in realtà spesso non sa di cosa sta parlando e che io non ho nulla da temere. E’ stato come quando nei cartoni animati arriva la fata buona e la sua aura si spande per lo schermo della tv. Un’aura di giustizia, bontà, umanità. Judy è un capo ma non è un caporale. Fino ad ora ha dimostrato di possedere tutte le doti del vero leader. Non si arrabbia se non è necessario, chiede sempre di fare le cose e non sbraita ordini, lavora con noi ma soprattutto, cosa per me fondamentale, è equa. Un peso, una misura. Le sue parole e la sua presenza, per me, sono come una grande iniezione di serenità. E’ un lavoro disumano, ma con lei al mio fianco è almeno possibile.

Probabilmente se si andasse a frugare in qualche soffitta americana, si troverebbero decine di diari di immigrati come me fitti di parole simili alle mie. L’immigrato è sempre l’ultima ruota del carro. Io, poi, sono l’ultima ruota tra le ultime ruote. Non sono né australiano né coreano. Sono in clamorosa minoranza e questo fattore è un ulteriore problema. Però non ho mai fatto nulla di male. Ho sempre cercato di dare il massimo, di fare il mio lavoro e di arrivare a fine giornata. Un giorno dopo l’altro. Sono sicuro di non meritare un trattamento del genere. Per me i rapporti umani sono sempre stati fondamentali. Non importa quale sia il lavoro e quanto duro si presenti: se c’è umanità si può fare tutto. Senza non si va da nessuna parte. Totò ha scritto quelle parole nel 1955 e il mondo non è cambiato granché, almeno tra le fila degli immigrati. C’è sempre chi calpesta i sottoposti senza ragione o per proprio piacere personale. Come dice Totò, almeno, per fortuna i caporali sono la minoranza.

Qui Bourke, non troppo bene, ma si va avanti.


Qui Bourke, tutto bene, si va avanti

Darling Farm, Bourke, NSW, 3 nov 2012, ore 18:12, giorni visto 13/88

Qui Bourke, tutto bene, si va avanti. Sono già tredici giorni di vita nei campi, tredici giorni di visto in meno da reggere. Non posso certo dire che mi piaccia, ma almeno gli stati di disperazione dei primi giorni sono lontani. Più passa il tempo in questa valle di meloni e più mi abituo, conosco, mi tempro. Giusto le storie sui serpenti turbano un poco i miei sonni e le mie docce. Storie di backpacker del passato, che nessuno ha conosciuto, i quali hanno trovato serpenti ovunque, dai letti alle docce a qualsivoglia altro posto. Uno è stato anche morso, ma si è salvato, si narra. Non do tanto peso a queste chiacchiere, ma da qualche tempo ho preso a portare con me la scopa dentro alla doccia. Così, per essere sicuro, per avere un’arma di sorta. Non credo di riuscire ad ucciderne uno, e nemmeno vorrei provarci, ma dicono che se un serpente ti morde è meglio ucciderlo e portarlo al medico che ti deve salvare la vita. E’ la maniera più sicura per non sbagliare antidoto. A casa stavo in doccia delle ore. Qui faccio molto prima.

E’ anche arrivato già il primo stipendio. 830 dollari per 67 ore di lavoro meno 500 dollari tra affitto e caparra. Non male, anche se prendevo meglio a Perth. Tuttavia non mi lamento; vado avanti e vivo giorno dopo giorno. 79 all’alba. 78. 77. I lavori da eseguire procedono e variano. Si zappa, si pota, si tolgono i rami secchi con le mani. Li odio tutti, ma tanto è uguale. Alle due e mezza si finisce e domani è un altro giorno. La mattina è però il momento peggiore della giornata. Devi iniziare, è freddo e buio. Prima si iniziava alle sei e mezza, ora alle sei. E’ indispensabile, perché come fa tanto freddo la notte, fa tanto caldo di giorno. A mezzogiorno, di solito, la temperatura va dai 30 ai 40 gradi. Poca aria e comunque quella poca che soffia non riesce a penetrare i filari di mandarini. E’ un forno a cielo aperto, e più si va avanti più farà caldo. Dicono che in piena estate, tra dicembre e gennaio, si arrivi tranquillamente a 50 gradi. Tranquillamente. Quindi iniziare prima è una gran bella cosa. Ho anche qualche notizia in più sul mio futuro. Per le prossime due o tre settimane si poterà e poi si inizierà a raccogliere i meloni. Ogni volta che si tira fuori questo argomento la gente abbassa lo sguardo. Chi l’ha fatto, racconta che sia davvero una gran fatica. Le ragazze, tra cui Sylvie, verranno messe nel capannone dove si impacchetta la frutta ed i ragazzi, tra cui me, raccoglieranno i meloni. Un altro modo per dirlo sarebbe che le ragazze stanno al fresco ed i ragazzi sotto al sole. Un altro modo ancora sarebbe che le ragazze se la spassano e i ragazzi si spaccano. E stessa paga. E’ discriminazione. Bella e buona discriminazione di una volta. Le ragazze agli affari da ragazze e gli uomini a lavorare duro. Però qui non ho visto femministe. Sarà un caso ma negli ultimi cento anni nessuno si è mai lamentato, ho chiesto in giro. Non si è mai vista una ragazza saltare su e dire: “Cosa? Che storia è questa? Noi in un capannone all’ombra e gli uomini sotto al sole a schiene piegate? E’ inaccettabile. Noi non siamo diverse da loro. Sapete una cosa? Mandate gli uomini ad impacchettare che noi andremo a raccogliere con 50 gradi”. Nessuna protesta, meno che meno ragazze a seni nudi che sbraitano con cartelli recriminanti il diritto di raccogliere i meloni. Non si è mai visto, qui, a Bourke, Australia.