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Archive for January, 2011

Buffering

Kyoto, 31 gen 2011, giorno 20, ore 18:30, Kyoto Hostel

Ogni tanto capita di non avere voglia di fare niente. Oggi è uno di quei giorni. E’ lunedì, molta gente va al lavoro, a scuola, i turisti in giro per le città. C’è chi prende un aereo per tornare a casa, chi ne prende uno per partire e chi invece vuole solo guardarsi un film sdraiato sul divano della sala comune dell’ostello. Io sono quel tipo. Niente visite, foto, esperienze: solo un film. Qui entra in gioco la tecnologia e l’organizzazione. Una persona furba sarebbe partita da casa con qualche film nel portatile, giusto in caso di giornate come questa. Sarebbe stato facile, ma a quanto pare io non sono tanto furbo. A questo punto entra in gioco la tecnologia. Per quanti non lo sapessero oggigiorno è possibile andare online e reperire gratuitamente quasi qualunque film in qualunque lingua. Ci sono anche appositi motori di recerca che ti aiutano nella scelta. Unico problema, una volta scelto il film, è il buffering. La traduzione letterale sarebbe “tamponando”, ma si può anche dire “aspetta che il video non si è ancora caricato del tutto”. In entrambi i casi è una palla. Ci sono dei giorni in cui va tutto liscio, il video scorre normalmente e tu ti godi il film. Ci sono però anche giornate, come questa, in cui ogni due secondi ti appare sul monitor la scritta buffering. Guardare il film è quindi impossibile. Ho provato di tutto: aggiornare la pagina, spostarmi tra le varie stanze dell’ostello per una migliore connessione, accelleratori. Niente da fare. La soluzione è solo aspettare che si carichi una parte abbastanza lunga del film e poi farlo ripartire.  L’alternativa che offre questo ostello è uno scaffale pieno di film in videocassetta: tutti in giapponese. Non è una soluzione che mi sfagiola, quindi ho deciso di aspettare. Devo confessarlo: questo post è stato scritto solo per ingannare l’attesa che mi separa dal mio film. Buffering…


Tre storie

1 LA CACCA

Nara, 29 gen 2011, giorno 18, ore 15:17, giardini pubblici

L’ostello di Kyoto è complessivamente un bell’ostello. Ubicato su cinque piani, ha due sale comuni, una cucina, una lavanderia, due bagni e una terrazza sul tetto da cui si gode una discreta vista sul fiume e sulla città. I letti sono comodi, le stanze calde e spaziose e gli ospiti che si fermano vengono da tutto il mondo. Una pacchia. Ha un solo grande difetto: i cessi sono gelati. Tutte le volte che devo andare in bagno mi vengono le paranoie al pensiero di sedermi su quella tazza. Ha una temperatura che rasenta lo zero assoluto. Il motivo di questa temperatura sta nel fatto che l’ambiente è situato al piano terra e qui è sempre tutto aperto. La porta d’ingresso non viene quasi mai chiusa, non so il perchè, e come se non bastasse, nonostante al suo interno sia presente un deodorante per ambienti formato stadio, l’abbaino che sta proprio sopra al water è sempre aperto. Per i primi giorni ho provato ad abituarmici, a tenere duro. La vita del viaggiatore ha anche questi lati oscuri, ma è stato inutile. Non riesco ad essere sereno con tutto quel freddo, non riesco a mettermi nelle condizioni di andare in bagno, così ho optato per un’altra soluzione.

A qualche centinaio di metri da questo ostello c’è una delle vie commerciali di Kyoto. Lungo questa via c’è il Takashiyama, un centro commerciale su sette piani. E’ dedicato quasi esclusivamente alle signore, e qui, al secondo piano, tra la boutique di Chanel e quella di Salvatore Ferragamo, c’è il mio tempio del piacere: la toilette. Ormai sono il Guru indiscusso di questo tempio perchè mi capita di andarci anche tre volte al giorno. Questi servizi igienici sono talmente futuristici da fare invidia a quelli della NASA. Tanto per cominciare sono grandi come camera mia, in più sono strutturati in modo da avere la stessa privacy che avresti in casa tua. Un connubio perfetto. Appena entrati si chiude la porta di legno e si scopre l’attaccapanni. Una volta spogliati (sì, io mi spoglio) ci si siede e si prova la magia. La tazza è riscaldata elettronicamente al punto giusto. Risacaldata! Come i sedili delle auto di lusso. Naturalmente prima di sedersi si spinge un bottone che pulisce e igienizza l’intero water. Una volta fatti i propri bisogni un altro pulsante accende il bidè, di modo che una volta usciti si è freschi come una pioggia estiva. La prima volta ci sono capitato per caso. Ero in giro e mi scappava e visto che in Giappone i bagni sono sempre lindi e puliti, un posto vale l’altro. Mai però avrei immaginato tanto. Quella volta ci sono stato tipo quaranta minuti. Non sopportavo l’idea di staccare il mio sederino da quel calore quasi materno. Adesso ci metto meno, sarà l’abitudine. Le commesse dei negozi ormai mi salutano. Non so che cosa pensino quando mi vedono, visto che entro nel loro centro commerciale almeno due volte al giorno e non compro mai nulla. Però quando esco sempre ringraziano. Prego!

2 L’ONSEN

Kyoto, 29 gen 2011, giorno 18, ore 17:59, Kyoto hostel

Quando ero in Turchia non sono stato dentro a un bagno turco. L’idea di stare nudo in mezzo ai turchi non mi entusiasmava, mi spaventava. L’equivalente giapponese del bagno turco è l’Onsen, una sorgente termale di acqua bollente che l’uomo ha imbrigliato per il suo piacere personale. Si dice che in Giappone ce ne siano più di 3000, più che in Islanda. Un Paese immerso nell’acqua calda. Tornando al mio proposito, la guida mi consigliava il Funaoka Onsen, uno degli onsen più antichi di tutta Kyoto. Trovarlo non è stato semplice, ma grazie all’aiuto di un paio di signore sono riuscito nell’intento. L’esterno non corrispondeva affatto all’idea che mi ero creato nella mia mente. Immaginavo un’idilliaca casetta di legno immersa nel verde, dove qua e là disseminate stavano sorgenti di acqua calda sgorganti dalle nude rocce, premurosamente indicate da spledide fanciulle sorridenti abbigliate con sontuosi kimono. Nulla di tutto questo: una casa vecchiotta schiacciata da palazzoni popolari in un quartiere alla periferia del centro di Kyoto. Nessuna insegna, nessuna indicazione particolare. L’ho riconosciuto solo perchè all’esterno, in un mare di ideogrammi, stavano i pochi numeri arabi che indicavano l’orario di apertura che mi indicava la guida. Un po’ scoraggiato decisi di entrare. Subito dopo la porta di ingresso mi viene chiesto di togliermi le scarpe, una cosa piuttosto comune qui in Giappone. Salito le scale mi ritrovo davanti una signora che avrà avuto mille anni seduta dietro al bancone della reception. Io la guardo e aspetto conforto. Lei mi guarda e non dice nulla. Io allora sorrido, lei non sorride. Io dico un timido “Onsen?” e lei mi indica col suo dito nodoso un cartello che dice 410. Era il prezzo d’entrata. Sempre più spaventato da questa grande impresa, pago e proseguo. Tutto intorno a me solo cartelli giapponesi, e visto che non sapevo cosa fare e dove farlo, decido di aspettare qualcuno che, a sua insaputa, mi avrebbe insegnato l’etichetta. Mentre aspetto qualcuno da copiare, mi domando se sono capitato in un bagno misto o separato. Nel caso di un bagno misto mi chiedo quale sia il comportamento appropriato in caso di erezione. Vergogna? Espulsione? Sorrisi divertiti? Mentre fantasticavo di harem e quant’altro arriva la mia vittima, che seguo e copio in tutto e per tutto. Si entra, si sceglie un armadietto, si estrae la cesta, la si riempie coi vestiti (tutti), la si rimette via, si prende la chiave e si entra. Eccomi qui, ho pensato, nudo come mamma mi ha fatto in mezzo a un sacco di…. Tralasciando per decenza quello che ogni uomo si sta chiedendo, mi guardo intorno. Uno stanzone con tante vasche interamente coperto da piastrelle celesti. Avete presente in Street Fighter la location dove si combatte contro Honda? Ecco, tipo così, solo con tante vasche da una parte e delle docce alte un metro dall’altra. Queste mini docce servono per lavarsi prima di entrare nelle vasche comuni. Ci si siede sotto e ci si lava per bene. Qui i giapponesi si sbizzarriscono: shampii, balsami, saponi profumati, spugne, olii. C’è chi si lava i denti, chi si fa la barba, chi si prepara per la serata. Una vera toletta pubblica. Io tutte queste cose non le sapevo, non avevo saponi con me, quindi fingo di lavarmi sotto alla doccia ed entro nella prima vasca. Una botta di piacere enorme. L’acqua calda al punto giusto, i brividini lungo la schiena e la totale rilassatezza del corpo. Un momento degno di un re. Nelle vasche successive la temperatura dell’acqua aumenta ancora. la seconda è ancora affrontabile, ma la terza è talmente calda che ci si potrebbe cuocere la pasta. Idem per le due saune. La prima si sopportava, ma la seconda dopo appena cinque secondi sono uscito e mi sembrava di avere fatto tutto il viaggio al centro della terra e ritorno. Ma nell’acqua si stava benissimo. C’era anche un idromassaggio dentro all aprima vasca e io mi ci sarò fermato tipo un ora. Nessuno avrebbe potuto muovermi da lì. Poi ho cominciato a vedere gente che entrava dentro a una porticina appannata che non avevo visto. Incuriosito mi alzo, li seguo e mi ritrovo all’aperto. C’erano pochissimi gradi, ma io non li sentivo anche se ero nudo. Alla mia sinistra stava incastonata nella roccia un’altra vasca, dal fondo di legno, con un rigagnolo d’acqua che vi si gettava da un tubo di bambù. Quello era il massimo. Appena mi sono immerso ho guardato verso il piccolo giardino che mi stava davanti e ho visto che nevicava. Leggermente e per pochi minuti, una spolveratina, ma che ha reso quel momento decisamente magico. Molto meno magico è stato quando ritornato nello spogliatoio nudo come un verme ho scoperto che gli asciugamani non erano offerti dalla casa. io non avevo nulla con me quindi mi sono dovuto asciugare con la maglietta accanto a un vecchio che mi guardava e scuoteva la testa. Finale a parte, una delle esperienze più belle di tutta la mia vita.

Adesso risponderò a qualche domanda. No, non ci sono busoni che ci provano con te. No, non mi sarebbe piaciuto che ci fossero. Sì, se sei l’unico europeo è probabile che il tuo pisello sia il più grande di tutto l’Onsen. Contenti?

3 QUEL TRENO PER NARA

Nara, 29 gen 2011, giorno 18, ore 13:21, tempio Todai-Ji

Da quando sono arrivato a Kyoto, tutti i viaggiatori che ho incontrato non hanno fatto altro che parlarmi di Nara. Nara di qua, Nara di là, vacci assolutamente, è bellissimo e così via. Oggi ci sono andato. Tutti mi dicevano anche che è facile da raggiungere, col treno ci si metteva pochissimo. Fiducioso e con belle aspettative nella sacca mi sono avviato verso questa città, già capitale stabile del Giappone prima di Tokyo e Kyoto. Arrivato al gabbiotto delle informazioni chiedo come raggiungere Nara. Facile, linea Kensei fino a Tofukuji, cambio, linea JR fino a Nara. A prova di stupido. Ero carico, mi ricordavo anche a memoria il nome della fermata, Tofukuji. Binario 2, arriva il treno e io salgo. Secondo le mie fonti, avrei dovuto metterci sei minuti per arrivare a Tofukuji. Dopo mezz’ora non ero ancora arrivato. Ho fermato il controllore e gli ho chiesto spiegazioni. Un controllore loquace, simpatico, ma dopo cinque minuti di discorso non avevo capito niente. Così l’ho fermato gli ho chiesto se l’avevo già passata. Lui mi ha detto di sì. Così scendo, torno a chiedere informazioni e mi viene indicato un altro treno. Dopo mezz’ora ero di nuovo al punto di partenza. Ci sono voluti altri due tentativi e un’altra ora ma dopo essere ritornato di nuovo al punto di partenza ho capito che il treno Express non ferma dappertutto, mentre il treno Local sì. Prendo il Local e dopo quaranta minuti sono a Nara. Appena sceso mi sento ancora di più in Giappone. Case antiche, poche vie commerciali, nemmeno un Mac Donald’s. Un bel posto davvero. Dopo qualche passo vedo un cervo impagliato in mezzo al marciapiede. Che brutto, ho pensato, proprio inappropriato. Poi quel cervo impagliato ha mosso prima le orecchie, poi ha cominciato a camminare. Non era impagliato. Era vivo! Ci sono rimasto male, devo ammetterlo. Il fatto è che a Nara i cervi sono dappertutto. Ce ne sono a decine e girano per la città come un qualsiasi turista. Non sono spaventati dall’uomo, anzi. Dei due sono gli uomini quelli spaventati perchè appena si compra qualcosa da mangiare in uno dei vari carretti sparsi per la città, ecco che quelli subito si avvicinano per farsi offrire un boccone. E non ti mollano finchè non gliene dai un po’. Qui ho visto il mio primo Buddha gigante. E’ situato in un tempio enorme, forse il più grande che abbia mai visto. In passato questo tempio aveva ai suoi fianchi due pagode gemelle alte più di cento metri, ma adesso non ci sono più. Appena si entra nel tempio si viene accolti da questo Buddha, che con i suoi otto metri di altezza ti guarda dall’alto e ti dona amore. Ci sono stato per un po’ a guardarlo. Mi sono chiesto quante facce abbia visto e quante ancora ne vedrà questo Buddha. Mi sono anche fatto fare una foto accanto a lui. E’ l’unica foto che ho di me, finora. Mi ha colpito davvero un sacco. Tornando sui miei passi ho anche ritrovato la voglia di scrivere. Forse, oltre che all’amore, questo Buddha mi ha regalato anche qualcos’altro.


Lo Zen e l’arte di viaggiare

Kyoto, 25 gen 2011, giorno 14, ore 20:57, Kyoto Hostel

Oggi sono stato ad Arashiyama. E’ una specie di sobborgo di Kyoto, me ne ha parlato un ragazzo australiano che ho conosciuto in ostello. E’ un posto magico. Situato lungo una collina sulle sponde di un fiume, domina dall’alto tutta Kyoto. Ci sono templi ovunque, molti dei quali rientrano nel Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. Ho vagabondato per questi luoghi tutto il giorno, attraversando prima una sponda del fiume poi l’altra, un Siddartha contemporaneo che vaga per le forsete di bambù alla ricerca del tempio. Ne ho trovati parecchi, di templi,  ed ognuno di essi ha suscitato in me un senso di spiritualità genuino, un pizzico di Zen. Lo Zen è un percorso, è un modo di ambire alla perfezione dell’essere. Non c’è un punto di inizio, non c’è una fine. Bisogna solo camminare. Tutto questo camminare, di oggi, del mio spirito, del mio viaggio, è tutto una grande metafora: il cammino come via di miglioramento. Il mio viaggio stesso ne è un esempio pratico. Io viaggio, non ho una meta, so solo che devo continuare a muovermi, a camminare. Non so dove sarò domani, so solo dove sono stato ieri. E so che cosa mi ha lasciato. Due modi diversi di praticare lo stesso pensiero. Più sto qua e più sento nascere in me il desiderio di conoscere maggiormente la loro religione, la loro filosofia, il loro pensiero. Cammiando per le vie dei templi sento i loro canti, mi chiedo cosa stiano a significare, mi lascio incantare da queste cantilene. Totalmente assorbito, non esiste nient’altro. Vorrei capirle, ma non saprei da dove cominciare. Anche così, però, mi comunicano qualcosa, ed è un senso di pace e di serenità che è costante, una filosofia che dice che ogni cosa è tutto e tutto è ogni cosa. Il mio viaggio, i miei cammini fanno parte di questa filosofia, anche se le due cose non si conoscono e non si capiscono. Si impara molto anche senza capire.


Sono già stato qui

Kyoto, 25 gen 2011, giorno 14, ore 20:32, Kyoto Hostel

Questo è il vero Giappone. Il vero Giappone, che avevo solo intuito passeggiando lungo le strade di Tokyo e di Osaka, oggi l’ho sentito davvero sulla mia pelle. Lontano dalle metropoli ho trovato quello che stavo cercando. E’ stata una sensazione bellissima, come essere finalmente arrivato ad una meta da tanto sognata. Profumava un po’ di casa, ma anche di nuovo, di esotico, con un retrogusto di antico. Quel po’ di casa che ho sentito l’ho sentito perchè in questo luogo ho rivisto tutte le immagini che mi sono portato con me, tramandatemi dalle avventure dei personaggi dei cartoni animati della mia infanzia. Dai finestrini dei treni ho visto i quartieri popolari e i campi da calcio sparsi qua e là di Holly e Benji, le palestre di Mila e Shiro e le rive dei fiumi dove i miei beniamini solevano recarsi a pensare nei loro momenti riflessivi. Lungo le strade ho incontrato gli anziani, con la loro aria bonaria, i vestiti, gli zaini, i pantaloni, le loro espressioni e i loro modi di fare, tutti esattamende come ricordo che dovrebbero essere da quei cartoni. I locali dove si mangia come quelli del padre di Licia e i cortili delle scuole come quelli di Gigi la trottola. Le case sono quelle di Doremon, i parchi quelli di E’ quasi magia Johnny, le auto della polizia sono quelle di Occhi di gatto. I templi ed i santuari, poi, sembrano essere appena usciti da Naruto. Il cibo è quello che mangia sempre Goku, nei torrenti mi sembra quasi di vedere Sampei e tra le foreste di bambù scorgo Ranma 1/2. Tra i grattacieli attendo col naso all’insù l’arrivo di Sailor Moon, o l’apparire di Vultus 5. Lo sfondo di tutti questi cartoni lo vedo sotto i miei occhi per davvero. Sono già stato qui? Mi sembra di sì. Mi sento come quando ero bambino, solo che stavolta dentro al cartone ci sono davvero e non solo con la mia fantasia.


Sono proprio un italiano

Osaka, 24 gen 2011, giorno 13, ore 13:35, stazione centrale NetCafe

(Tastiera giapponese)

Oggi passeggiavo per Osaka e chi ti incontro? Una agenzia di viaggi, la prima giapponese che incontro. Visto che dovevo ancora risolvere quella faccenda dell aereo mi sono detto entriamo, tanto che mi costa chiedere anche qui. Appena entrato sono stato sommerso dai sorrisi e da frasi di benvenuto incomprensibili. Una sola frase ho imparato in giapponese: eigo ga anasemasuka? (parli inglese?). Sguardi impauriti, occhi che volgevano da tutte le parti tranne che su di me e le immancabili sillabe di scuse. Mi hanno fatto sedere davanti a quella che probabilmente era l ultima arrivata dell agenzia, quella che si becca tutte le rogne per intenderci. Ecco come e andata. Io le spiego quello che cerco, un volo che parta da qualunque parte del Giappone e che arrivi o a Singapore o a Kuala Lumpur. Lei sembra capire, cosi inizia a cercare. Internet, cataloghi, telefonate, domande a collecghi; per una buona mezz ora non ha fatto altro che lavorare per me, alacremente, come se l imperatore del Giappone fosse venuto a prenotare le vacanze. Ogni tanto adirittura si scusava per l attesa. Al termine della sua ricerca mi presenta alcune offerte. Erano tutte sui 400 euro, un po troppo alte per me. Lei mi prega di attendere ancora un po, ritorna a lavorare nella sua miniera di offerte e cataloghi e finalmente tira fuori un coniglio dal cilindro. Osaka – Singapore con scalo a Kuala Lumpur alla modica cifra di 330 euro circa. “Final Price?” chiedo, “Final Price” dice. Ero contento, spendevo un po meno che prenotando on line e non dovevo fare nulla se non aspettare che mi dessero il biglietto in mano. Le chiedo se il volo che si ferma a Kuala Lumpur e possibile prenotarlo e a che prezzo. Magari se mi fermavo al primo scalo spendevo meno. Lei ha fatto una telefonata lunga come la muraglia cinese, un sacco di sillabe spese tra i due capi del telefono, ma alla fine mi ha detto che il diretto anche solo per Kuala Lumpuer costava di piu. Nessun problema. Poi pero qualcosa ha cominciato ad andare male. Non so, la vedevo che sommava quella cifra sulla calcolatrice ad altre cifre di cui non avevo ancora sentito parlare. Final price e final price, vuole dire tutto, tutti i soldi che devi avere da me, cosi non ho detto nulla. Lei inoltra la richiesta alla compagnia aerea e dopo altri venti minuti mi presenta il foglio col riassunto della prenotazione e il prezzo. E qui c era un problema. Il prezzo era misteriosamente salito a 410 euro. Le ho chiesto il motivo dell aumento e lei mi ha detto che quello e il prezzo dell agenzia piu altre spese di routine che sono sempre date per scontato. Panico. E adesso? Che faccio? Non posso dirle adesso, dopo che ha lavorato una mezza giornata, che non voglio pagare perche il prezzo e troppo alto. Mi vergogno. In quel momento arriva da dietro il suo capo e mi guarda. Non potevo non pagare. Ero incastrato. Le spese date per scontate in Giappone non lo erano per me, ma ormai era fatta. Tirarsi indietro era un passo impossibile da compiere, per il mio orgoglio e per il timore di gettare nel niente la mezza giornata di lavoro di quella signorina tanto gentile. Cosi, rassegnato, le porgo la carta di credito. E a quel punto mi viene un idea. Per motivi tecnici porto sempre con me due carte di credito, una da usare solo sul web e una da usare solo nei negozi o negli alberghi. Lo faccio perche in quella che non uso sul web posso mettere piu soldi e sentirmi comunque sicuro. La sera prima avevo giusto controllato i residui e in quella usata sul web mi erano rimasti solo 100 euro. L acconto che avrei dovuto versare era leggermente superiore. Se il cambio mi aiuta, ho pensato, forse salvo la faccia. Le porgo cosi la carta sbagliata e la guardo allontanarsi in direzione del POS. Da qui in poi la mia interpretazione e stata da Oscar. Ritorna dopo un po con una faccia di circostanza. “No work” dice. COSA? Imposibile. Guardi riprovi perche di sicuro c e un errore. No, no, davvero. Sono sicuro che si e sbagliata. Lei torna mesta mesta al POS, fa due o tre tentativi e ritorna sui suoi passi. Qui pero e entrata in gioco una cosa che non avevo considerato: la tenacia giapponese per risolvere i problemi. Lei chiama il suo capo, gli spiega la situazione. Lui mi guarda, io reggo il suo sguardo ma sudo freddo. Poi tira fuori un elenco del telefono e inizia a sfogliarlo. Alla pagina che sceglie riesco chiaramente a leggere la scritta VISA. Non ci credevo. Stavano chiamando la VISA! Per fortuna la telefonata non ha portato risultati concreti, ma io non ho capito cosa si siano detti. Mi ha chiesto se potevo pagare in cash, ma io le ho spiegato che visto che per gennaio avevo superato il massimale non potevo rischiare di spendere contanti. Accanto a me tutto l ufficio si struggeva per il mio problema. Mi sentivo un verme, li avevo praticamente truffati. E diro di piu: per uscire da quella situazione ho fatto di peggio. Li ho rassicurati dicendo che avrei controllato con la mia banca e gli ho anche detto che sarei passato di nuovo da loro ai primi di febbraio per prenotare di nuovo e pagando in contanti, visto che febbraio sarebbe stato un mese nuovo e avrebbe quindi azzerato il mio massimale. Un esplosione di gioia ha accolto questa notizia. “Ma sei sicuro?”. Si, si tranquilli. Allora ci vediamo a febbraio, eh. Sayonara, arigato, domo arigato, sayonara.

Uscendo in maniera cosi meschina lungo la strada non avevo pero ancora risolto il mio problema. Avevo deciso di volerlo risolverlo oggi, quindi sono venuto qui, in questo internet cafe e l ho risolto. Dopo un infinita di ricerche ho scoperto che Jetstar effettua voli da Osaka a Taipei, Taiwan, che nella mia fantasia e un posto pieno di mini fabbrichette dove i bambini cuciono scarpe e palloni della Nike. Questo Paese non richiede un visto di ingresso, basta semplicemente presentare un biglietto di uscita dal Paese per poter restare 30 giorni. La Tigerairways, quella cara, dolce, picola compagnia low cost, tocca Taipei, e per la modica cifra di 130 euro ti porta a Singapore, il luogo dove ogni sua rotta ha inizio. Morale della favola? Per lasciare il Giappone adesso spendo solo 300 euro, visito un posto nuovo e mi sento piu italiano che mai!


Prime impressioni su Osaka

Osaka, 24 gen 2011, giorno 13, 09:30, Media Cafe Popeye Manga Kissa

(Tastiera giapponese)

E sicuramente diversa da Tokyo. Non solo e piu piccola ma e anche meno caotica, tant e che la piantina della metro sta tutta in una pagina. A Tokyo ce ne volevano tre. Appena arrivato ho visto una di quelle cose che si vedono in tv nei programmi tipo “Le cose piu bizzarre che capitano nel mondo”. Davanti a quella che mi pareva una grossa compagnia c erano tutti i dipendenti schierati in fila. Erano le otto del mattino, la giornata doveva ancora iniziare. Al centro stava quello che ho ritenutio essere il capo. Quest uomo urlava frasi per me incomprensibili, con un tono autoritario, marziale. Tutti gli altri dipendenti ripetevano le stesse frasi e al termine tutti facevano un inchino. Dev essere una di quelle iniziative per migliorare il lavoro di squadra e della compagnia. Erano sul marciapiede, di fronte a decine di passanti che non li consideravano neppure. Per loro deve essere una cosa normale. Io invece li guardavo come un ebete e mi domandavo che cosa stessero dicendo. Io mi vergognerei a fare una cosa del genere, loro invece sembravano a proprio agio. Adesso credo che faro un giro per la citta, ma verso sera credo che mi trasferiro subito a Kyoto. Non e molto distante da qui, ma il prezzo degli alloggi e decisamente inferiore. Probabilmente mi sistemero li per circa sei o sette giorni e mi spostero tra i vari posti che vorro visitare. Con la metro ci vuole un attimo a tornare qui o ad andare a Nara. Per il momento e tutto, il tizio di fianco a me sta facendo degli strani rumori dentro alla sua gabbia. A presto.


Dolci e spirito

Tokyo, 23 gen 2011, giorno 12, 18:06, Tokyo Hostel (di nascosto)

Stamattina sono andato a visitare quel tempio che avevo scoperto l’altro giorno. Non c’era quasi nessuno in giro e io stavo gironzolando senza nessun apparente pensiero. Invece ero attentissimo. Queste religioni orientali mi affascinano molto e così pure i loro riti. Ho visto che per pregare, siano essi scintoisti o buddisti, gettano una moneta in una cassa di raccolta offerte molto grande davanti alla divinità (in questo tempio la divinità era un enorme faccia di Budda cicciona che rideva), fanno due inchini, battono due volte le mani, dicono la loro preghiera, si tornano ad inchinare e poi se ne vanno. Ero affascinato. Per un po’ mi sono incantato a guardare un signore che compiva uno strano rito presso una fonte a forma di dragone dalla cui bocca sgorgava acqua. Il signore mi ha visto e mi ha chiamato vicino. Io ero un po’ a disagio, ma mi sono avvicinato. A quel punto lui ha preso una specie di mestolo di legno dalla fonte e mi ha detto di attingere acqua dalla bocca del drago, poi di sciacquarmi le mani, prima una e poi l’altra. Infine ha fatto segno con le sue mani di bere dal mestolo. Io l’ho fatto e ho ingoiato l’acqua. Lui si è messo a ridere e mi ha fatto capire che l’acqua non era da mandare giù ma da sputare, così ho ripetuto. Credo che sia una specie di purificazione prima di entrare nel tempio. Ti sciacqui le mani e la bocca e l’acqua sporca la getti, non la ingoi di certo. Nel pomeriggio invece sono andato a visitare un altro tempio ad Asakusa, il tempio Sensoji. L’iscrizione sull’ingresso diceva che questo tempio era stato eretto dai samurai perchè per conquistare la loro vittoria, avevano ucciso così tanti nemici che sentivano che per purificarsi davvero dalle azioni malvage che avevano compiuto, avrebbero dovuto erigere un tempio. Il complesso era gigante e a differenza di quello della mattina, che era un tempio shintoista, questo era buddista. Sono entrato per l’enorme portone dal tetto verde e dalle colonne rosse. Tutt’intorno persone che pregavano e turisti. Un altro rito qui mi ha colpito. C’erano delle baracche con dei barattoli di latta pieni di stecchi di legno. Ogni stecco aveva un numero o una lettera, io non li distinguo, ma dopo aver agitato per un po’ il barattolo il fedele tira fuori un bastoncino. Poi apre il cassettino con il numero o la lettera dello stecco e ne tira fuori una preghiera. Credo che siano storielle zen o massime del Buddha tratte dal Dhammapada, il libro sacro. Poi una volta lette le preghiere vengono piegate, legate ad una grata e lasciate lì fino al mattino dopo, quando vengono tutte bruciate. Si stava anche svolgendo un rito all’interno e l’aria era impregnata di cantilene, di suono di tamburi e di spiritualità. Accanto alla sede del tempio si ergeva la pagoda; alta e maestosa ispirava allo stesso tempo forza e pace. Non so come ci riescano, non so cosa dicano nelle loro preghiere nello specifico. Quello che so è che il Dio Cristiano dice che il suo primo comandamento è “Non avrai altro Dio all’infuori di me”, quello Musulmano che “Allah è l’unico Dio e Maometto è il suo profeta”. Qui invece gira questa storia:

Uno studente universitario, che era andato a trovare Gasan, gli domandò: «Hai mai letto la Bibbia cristiana?». «No, leggimela tu» disse Gasan. Lo studente aprì la Bibbia e lesse da San Matteo: «”E perché ti preoccupi delle vesti? Guarda come cresconoi gigli del campo: essi non lavorano e non tessono, eppure io ti dico che nemmeno Salomone in tutta la sua gloria era
abbigliato come uno di loro… Perciò non darti pensiero del domani, perché sarà il domani a pensare alle cose…”». Gasan osservò: «Chiunque abbia detto queste parole, a me sembra un uomo illuminato». Lo studente continuò a leggere: «”Chiedi e ti sarà dato, cerca e troverai, bussa e ti sarà aperto. Perché colui che chiede riceve, e colui che cerca trova, e a colui che bussa verrà aperto”». Gasan commentò: «Questo è molto bello. Chiunque
l’abbia detto, è quasi un Buddha».

E’ una storiella Zen che ho trovato tanto tempo fa. Mi aveva fatto molto pensare allora, così l’ho scritta nel mio libro delle citazioni preferite. Rileggendola qui, in questo clima, a contatto con questa gente la capisco molto di più. Non è solo una storia, è una storia che racchiude un pensiero, un modo di vivere, un modo che mi pare da noi sia stato un po’ dimenticato. Uscendo dal tempio, dopo aver rinfrancato lo spirito, ho rinfrancato un po’ il corpo. La zona adiacente al tempio è uno dei mercati più antichi di Tokyo, i suoi banchi risalgono al periodo Edo (1603 – 1868). Qui ho deciso di investire i miei Yen nell’arte dell’assaggio dei prodotti tipici locali. Per iniziare, sono stato sul semplice e ho comprato un gelato. Non avevo mai mangiato un gelato giapponese, ma devo dire che non c’è tanta differenza con quelli che mangio a casa, solo che la composizione è impeccabilmente artistica. Ho poi continuato con frittelle di riso, dei dolci fatti di una strana pastella il cui interno è pieno di cioccolato e qualche altra chincaglieria culinaria. Mi sono piaciuti tutti.

Adesso sto per prendere il bus che mi porterà ad Osaka, più a sud. Provo una strana sensazione di nostalgia. Mi stavo cominciando ad abituare qui, conoscevo la metro e tutte quelle cose che si imparano solo vivendo in una città. Tokyo mi mancherà e anche i suoi abitanti. Non è quello che ho provato quando ho lasciato Istanbul l’anno scorso ma ci si avvicina molto. Credo che sia un buon segno, significa che l’esperienza, per quanto non molto lunga, ha lasciato un buon ricordo. Ho gettato anche io una moneta nel tempio. Ho chiesto che questo viaggio possa continuare ad essere quella meravigliosa scoperta che fino ad ora ho vissuto.