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La paura di volare

Urumqi, Cina, 22 apr 2011, giorno 102, ore 20:46, aeroporto

Questa è mondiale. Non so quale forza stia agendo contro di me, ma sta facendo un ottimo lavoro. Il volo doveva essere già partito, e invece sono ancora qui. Perchè? Vediamo.

Aeroporto, check in, controllo personale, controllo passaporto. Qui il primo intoppo. Non capivano perchè non avessi il visto russo e non sapevano dove fosse Helsinki. Finland, Europe. Non c’è stato verso. Hanno chiamato gente istruita, hanno discusso un po’ e poi mi hanno fatto il timbro. Io in mezzo a tutto questo cercavo di darmi un contegno, la sicurezza di chi sa di avere ragione; in realtà sudavo copioso. Ma sono passato. Duty free, breve attesa, imbarco, controllo biglietto, cintura allacciata. Era fatta, ero sull’aereo. Stavo pensando a come dev’essere precipitare quando lo speaker dell’aereo fa un annuncio, per fortuna bilingue: cinese e russo. I cinesi seri, i russi ridono. Poi tutti si alzano e prendono i bagagli. Che succede? Hanno saputo che a bordo c’ero io e hanno sospeso il volo? Io non capivo ma copiavo. Mi sono alzato, ho preso lo zaino e mi sono messo in fila. Poi vedo una hostess e chiedo spiegazioni. Che succede? Perchè scendiamo? Cambio, diceva quella, cambio. Sì ma perchè cambio. Poi una ragazza russa si avvicina e mi dice: “L’aereo è rotto. Bisogna cambiarlo”. Cosa? Cosa? Come rotto? Rotto? Ma non fanno manutenzione? In quel momento mi sono passati davanti tutti gli edifici, gli autobus, le strade, le camere e i muri della Cina, e le condizioni in cui versavano. Di certo i cinesi non sono i più forti sostenitori della manutenzione, ma credevo che per gli aerei ci fossero delle regole. Forse è così, ma al momento non ne sono più tanto sicuro. Già volare non è il mio forte, se si aggiunge anche questo fattore ecco che la sicurezza si dilegua e al suo posto compare la paranoia. Sono in paranoia: l’ultima sfiga che mi rimane da collezionare è precipitare con l’aereo. Almeno sotto c’è la terra, questo mi conforta. Sulla terra si trovano gli aeroporti, e non puoi scegliere luogo migliore per atterrare, anche in caso di emergenza.

Così adesso sono seduto davanti al nuovo gate, il volo è alle 22:30 e io mi crogiolo immaginando tutte le peggiori cose che potrebbero succedere sull’aereo. La mia scena apocalittica preferita è il contatto tra due aerei ad alta quota come si vede in Fight Club. Se dovesse succedere spero di morire di infarto sul colpo, secco, indolore. Ma potendo scegliere spero non succeda. Scriverei ci vediamo in Russia, ma non voglio fare provocazioni a forze oscure o al signor Murphy in persona. Ci vediamo quando ci vediamo.

P.S. Ah, ma poi: perchè ridevano i russi?


Epilogo

Urumqi, Cina, 21 apr 2011, giorno 100, ore 19:14, ostello

Ci siamo, la faccenda è conclusa. Sembrava tutto fatto ieri sera; prenotato il volo da casa, una cosa sicura. Poi una mail nella notte cinese (ora di Beijing, come dicono da queste parti) sintomo della difficoltà di dormire dovuta ancora ai pensieri del post precedente. “La prenotazione non è stata confermata”. E con questo siamo a due. Il sonno ha preso poi finalmente il sopravvento e il problema è scivolato tra le ombre di Morfeo. Ma stamattina si è ripresentato. Non mi restava che prenotare in agenzia, a qualsiasi prezzo, per qualunque destinazione che non richiedesse un visto. La Lonely Planet mi segnalava un’agenzia molto a sud del mio ostello. Mi sono messo in marcia, ma dell’agenzia nessuna traccia. Forse aveva chiuso, forse non c’era un’insegna leggibile. L’ho cercata a lungo, ma invano. Stavo per ritelefonare a casa quando mi è piovuto dal cielo un ufficio della Southern Airlines. Non avrei potuto desiderare di meglio. Proprio la compagnia con cui avrei dovuto prenotare dal sito web. Sono entrato e ho chiesto informazioni sullo stesso volo. Parlavano inglese, è stato facile. Mezz’ora e avevo il biglietto. Urumqi – Mosca, sedici ore di attesa in aeroporto e poi Mosca – Helsinki. Ironia della sorte ho anche speso meno che da sito web: 460 Euro solo andata. Avevo il terrore che nell’atto della prenotazione qualcosa andasse storto. Mi aspettavo da un momento all’altro che l’agente mi dicesse “Sorry, it’s impossible” e poi adducesse un motivo qualunque. Dopo tutti i miei guai burocratici ho iniziato a credere ciecamente nella legge di Murphy, ne sono diventato rispettoso all’estremo, quasi riverente. Invece non è successo nulla, ho pagato, ho ritirato il biglietto e sono uscito.
La mia avventura asiatica si concluderà domani, salvo ulteriori imprevisti. Ieri ero piuttosto abbattuto all’idea, oggi però mi sento benissimo, in forma, quasi smanioso di ritornare in Europa. La cosa che mi fa sorridere è che finalmente potrò tornare a parlare con tutti, a leggere i cartelli, a chiedere informazioni a chiunque. Sembra una bazzecola, ma questa barriera linguistica che mi trascino dal Giappone, e che sembra terminerà con l’arrivo a Helsinki, ha avuto il suo peso. Non ci ho pensato fino a che non mi sono trovato davanti questo pensiero, ma sarà bello poter tornare di nuovo ad una comunicazione attiva. Parlavo da solo da troppo tempo, sono andato ad intuito per troppi chilometri. L’inglese tornerà a farla da padrone, ed io ne sono felice. Inoltre la Finlandia mi incuriosisce parecchio. Ho pensato che avrò tante possibilità di itinerario una volta giunto laggiù, anche senza andare in Russia. Insomma, il viaggio è lungi dall’essere concluso. Il problema più grande ora, se di problema si può parlare, è il denaro. Le due prenotazioni mancate mi hanno “mangiato” più di 800 Euro e il biglietto che ho comprato in contanti se ne è portati via altri 460. La mia situazione è questa: sul conto ho 5,24 Euro, ho 300 RMB cinesi in contanti (tipo 30 Euro), 7000 e rotti Tugrug mongoli (4 Euro circa), 135 dollari americani e 5 euro che mi porto dietro da Budapest. Più spiccioli e monetine da mezza Asia. Fine dei miei soldi. Gli 800 torneranno a casa non so quando. Ma contrariamente a quanto si possa pensare non sono preoccupato e non ho chiesto soldi a casa. Mi ritroverò in Finlandia, che è tipo il Paese più sicuro del mondo o comunque sul podio della sicurezza. Sarà una pacchia per me. Se non avrò denaro sarà solo un modo per avvicinarmi a McCandless, un modo per assimilare qualche altra informazione sul suo viaggio e il suo modo di vivere. Informazioni preziose, di cui ho premura, prese in diretta, non da un libro. E ne sento davvero il bisogno di queste informazioni. Ma non voglio fare piani o farmi viaggi inutili. Quando arriverò a Helsinki farò i miei conti e valuterò il da farsi. Fino ad allora aspetterò e basta.

Ingannando il tempo ho scritto al Corriere della Sera. Ho letto un pezzo sulla proposta di cambiare l’articolo 1 della Costituzione. Non mi dilungo nei particolari. Io sono d’accordo, anzi cambierei di più. Ho sentito il desiderio di far sapere alla redazione il mio pensiero e l’ho fatto. L’attesa è lunga e a scrivere il tempo vola. Mi piacerebbe una risposta, ma dalla mia esperienza deduco che non arriverà.

Epilogo: Europa sto tornando. E sono carico.


Le città della Cina

Urumqi, Cina, 19 apr 2011, giorno 98, ore 22:25, ostello

Urumqi. Con i suoi 2250 chilometri di distanza è la città più lontana da un oceano sulla Terra. Passeggiando mi chiedo quanti di quelli che mi circondano e mi guardano abbiano mai visto il mare o mai lo vedranno in vita loro. Urumqi. La mia porta di accesso al Kazakistan o alla Thailandia. Dipenderà dai burocrati, anche se per quello che riguarda la Thailandia sarebbe un piccolo escamotage. Con un aereo si va dappertutto da qualunque punto di partenza. Qui ci sono molte persone non orientali, senza occhi a mandorla per dirla spiccia. Deduco che siano kazaki o kirgiki o discendenti tali. I cartelli hanno tre lingue: cinese, cirillico e arabo o farsi, non li distinguo. L’inglese qui è una lingua morta. I musulmani erano già tanti a Lanzhou, ma qui i cappellini bianchi sono quasi la prassi. Le moschee sostituiscono lentamente ma inesorabilmente i Buddha e i templi. Mi mancheranno. Sebbene sia arrivato da non più di dieci ore, ho già capito a grandi linee di che cosa si tratta. E’ la Cina B. Ho sviluppato una teoria. Le città della Cina hanno tre categorie: A, B e C. Le città di categoria A, come ad esempio Beijing, Xian, Chengdu, immagino Shanghai, Hong Kong, sono città effettivamente moderne, con servizi “all’europea”, con monumenti e attrazioni degni di essere visitati. Hanno storie da raccontare, carattere, personalità. Sono città che rispecchiano il secolo in cui viviamo, almeno dal mio punto di vista, dalla prospettiva di un europeo che vive in Italia. La Cina B è diversa. Sì, è una Cina che ha l’apparenza della sorelle di categoria A, ma se analizzata da vicino presenta molte differenze. I suoi grattacieli, le sue strade, i suoi cantieri fanno pensare ad una città moderna, ma riflettono una crescita in atto, un potenziale sviluppo che non è ancora avvenuto. Sono timide, sciatte, a volte pompate dall’urbanistica governativa.  Sono più indietro di qualche decennio, ecco tutto. Non trovi tutto, non hai tutti i servizi, c’è poco di concreto da assorbire. Hohhot, Lanzhou, Xining, Guangzhou, Urumqi ne sono alcuni esempi. E’ una Cina che rincorre le capoliste, una Cina da metà classifica che arranca per cercare di raggiungere la zona Europa. E non solo metaforicamente parlando. La Cina C, in ultimo, è quella prettamente rurale. E’ la Cina in cui i contadini vanno in città per vendere le uova, in cui le donne girano coi cesti di vimini attaccati ad una canna di bambù, che non ha molte linee elettriche, che lavora i campi senza trattori o macchinari, la Cina che è povera e arretrata. L’ho vista poche volte, per lo più durante gli spostamenti, e quelle volte che l’ho incontrata sulla pelle (un esempio il post “Uomini e topi” o “Il popolo che ride”) ha avuto effetti a volte da sogno, a volte da incubo. Ma così è la Cina, almeno la Cina di oggi vista con i miei occhi. Urumqi. Speravo in una città A, ma mi dovrò accontentare di quello che ho.

Cercavo una qualche guida per il Kazakistan, ma non ve n’è traccia. Ho frugato in tutte le librerie intenazionali, due, ma niente. Qualunque sia la mia prossima meta, dovrò arrangiarmi senza guida. L’ho già fatto, ma era diverso. Avrei voluto valutare qualche opzione, se fosse stato meglio il Kazakistan o il Kyrgyzstan, ma dovrò andare a naso, seguire l’istinto. La Lonely Planet, o una qualunque concorrente, non è ancora arrivata da queste parti. Di attrattive non ce ne sono molte e spero che domani all’ambasciata mi diano buone notizie sia per quello che riguarda i tempi di attesa, sia per la fattibilità della faccenda: il visto per il Kazakistan. Sono abbastanza tranquillo, ma se dovessero esserci dei problemi sarei fregato. Un cul-de-sac. Di tornare in Mongolia per poter arrivare in Russia non se ne parla. Sono dall’altra parte del Paese, dovrei tornare a Beijing, fare il visto mongolo, arrivare a Ulaanbaatar, aspettare venti giorni un visto russo da 150 dollari americani e poi andare a Mosca. Mi fregherei comunque il Kazakistan. No, l’unica speranza è che l’ambasciata non faccia storie e faccia presto. Un’altra opzione che immagino possa esserci è quella di arrivare ad Almaty in aereo e fare il visto in aeroporto, ma non so se il Kazakistan lo concede. Mi informerò. Per il momento non posso far altro che andare a dormire in questo ostello che non è dei migliori che abbia frequentato di recente. Le stanze sono accettabili, ma i bagni è come se non ci fossero. Ricordano quelli di una discoteca italiana alle sei di mattina. Non credo che mi laverò spesso. Spero sempre di più che l’ambasciata faccia presto e non faccia storie.