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Il Ghan

Katherine, NT, 19 feb 2013, ore 12:29, a bordo del Ghan

Il Ghan è il fratellino dell’Indian-Pacific. Corre da Adelaide a Darwin ed è, con i suoi 2979 chilometri, il secondo tracciato australiano per estensione. Taglia da sud a nord tutta l’Australia, attraversa il Red Centre e giunge fino al Top End. La storia di questo treno sa molto di outback.

La sua costruzione è iniziata nel 1877. Il progetto era quello di costruire una linea ferroviaria che collegasse Adelaide con l’allora stazione telegrafica di Alice Springs e Darwin. Il tracciato originario di questo treno era stato disegnato per correre lungo le miriadi di letti di fiumi secchi per la maggior parte dell’anno. Una volta iniziata la costruzione, però, le prime piogge hanno originato fiumi in piena dove c’era solo sabbia rossa, e le rotaie venivano spazzate via costantemente. Le ricostruzioni degli anni hanno spostato il tracciato di continuo, in cerca di punti più riparati dalle piogge stagionali. Per i primi cento anni di vita del Ghan, il tracciato era spesso interrotto e la stazione di arrivo era Oodnadatta. Nonostante la ferrovia fosse relativamente slada, il percorso era tortuoso, così intricato che la velocità raggiunta dai primi convogli non superava mai i 30 km/h. Frequenti erano anche gli intoppi e gli incidenti lungo i binari, ed i lanci di cibo coi paracadute, per nutrire i viaggiatori intrappolati a bordo del treno, erano una delle caratteristiche  più bizzarre dell’outback. L’ultimo pezzo, da Oodnadatta fino ad Alice Springs, era da fare in groppa di cammello. I cammelli, molto meglio dei cavalli, si adattavano perfettamente al bush desertico australiano. I conducenti di questi cammelli erano dei cammellieri pakistani, provenienti dall’allora Balochistan, ma la maggior parte degli australiani li credeva afgani. The Ghan, altro non è che l’abbreviazione di Afghan, afgano. Alla Bond Spring Station c’era una vecchia fotografia che ritraeva la prima locomotiva mai giunta ad Alice Springs. Si può dunque pensare che col tempo la tecnologia e le tecniche di costruzione siano migliorate. In parte è vero, ma fa sorridere pernsare che il tratto finale da Alice Springs a Darwin sia stato terminato ed inaugurato solo nel 2004. La lotta delgi ingegneri ferroviari contro l’outback non è stata un trionfo facile, ma una lunga guerra di logoramento. L’outback non perdona nessuno.

A bordo del treno è tutto come l’Indian-Pacific, tranne che per una cosa. Partendo da Alice Springs, ci siaddormenta circondati da terra rossa e bush e ci si sveglia circondati di verdi foreste pluviali. Almeno in questa stagione, la stagione delle piogge o Wet Season. A Katherine il treno ferma 4 ore. 4 ore in cui si può visitare la piccola città di Katherine, 5000 anime, che altro non si rivela essere che un ammasso di case circondate dal verde ed immerse in un caldo asfissiante, anche se per gli abitanti del Northern Territory è una specie di metropoli. Il viaggio riprende: ultima tappa Darwin.

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Indian – Pacific: Perth to Adelaide

Perth, WA, 26 ago 2012, 10:52, East Perth Train Station

Sono passati un sacco di anni da quando ho sentito parlare per la prima volta dell’Indian – Pacific. L’ho scoperto per caso, come quasi sempre accade, un pomeriggio in cui non avevo voglia di studiare in biblioteca e quindi mi sono messo a curiosare tra gli scaffali della sezione viaggi. Il titolo diceva “Australian Cargo” e dopo averne sfogliate poche pagine me lo sono sparato tutto. Qui ho conosciuto l’Indian – Pacific. Ricordo che ho pensato: un giorno salirò su quel treno e farò quel viaggio. Bè, oggi quel giorno è arrivato.

L’Indian – Pacific , come dice il nome, è un treno che collega la costa occidentale e la costa orientale del’Australia. Dall’oceano indiano a quello pacifico, per l’appunto. E’ un tratto infinito e continuo di rotaie, 4352 chilometri di strada ferrata che spacca a metà l’Australia. E’ il secondo treno più lungo del mondo, dopo la Transiberiana, ed è il percorso ferroviario con la tratta dritta più lunga del mondo. Attraversa tre stati: il Western Australia, il Southern Australia e il New South Wales. Grandi numeri per enormi distanze. Inaugurato nel 1970, secondo alcuni è uno degli ultimi viaggi epici rimasti attivi sulla Terra.

Appena arrivati sul binario della East Perth Train Station si capisce subito la maestosità del viaggio dalla dimensione del treno. Fai un passo sul binario e lui è lì e ti saluta con la sua scritta Indian – Pcific gialla intramezzata dalla grande aquila. Poi succede una cosa sconvolgente: cerchi la locomotiva ma non la vedi. Allora provi a consolarti cercando con lo sguardo la fine del treno, ma non vedi nemmeno quella. E’ il convoglio più lungo che abbia mai visto. Saranno trenta vagoni, ma sembrano il doppio. Tutti d’argento e tutti marcati dalla loro scritta sfoggiata con eleganza. La locomotiva, una volta raggiunta a piedi, è blu mare e qui la scritta occupa tutta la fiancata. Non vogliono che tu abbia dubbi, mate: questo è proprio l’Indian – Pacific, quello che hai sempre sognato.

La stazione, che al mio arrivo era quasi vuota, va via via riempiendosi mano a mano che si avvicina l’ora della partenza. Questo treno parte da Perth due volte la settimana, così come due volte parte da Sydney.

Ci sono un sacco di anziani e non molti backpacker. Non mi aspettavo una cosa così.

La hostess gentilissima ci fa accomodare alle nostre poltrone e ci illustra, sempre con il sorriso, tutte le nozioni che dobbiamo conoscere per poter fare il viaggio più confortevole possibile. Su questo treno ti incoraggiano a girare per le carrozze per evitare che ti si addormentino i muscoli. Del resto due giorni a sedere, il tempo che occorre ad arrivare ad Adelaide, non sono pochi. Il treno ha una carrozza bar, un ristorante, una sala comune, le docce e i bagni. Gli asciugamani te li forniscono loro. I seggiolini sono rossi, si sdraiano quasi completamente e c’è spazio a sufficienza per stendere le gambe. L’interno della carrozza mi ricorda un po’ gli autobus anni ’50 americani, con le pareti di una tinta tra l’azzurro e il verde acqua e i sedili rossi con le rifiniture in pelle che riprendono il colore delle pareti. Le finestre sono grandi a sufficienza per lasciare entrare le immagini spettacolari  che scorrono fuori. Hanno un doppio vetro con in mezzo delle persiane e queste possono essere tirate su o giù tramite una manovella. In poche parole è bellissimo, non ho mai visto un treno come questo. Mentre cerco di tirare su la persiana del finestrino, la signora seduta nella fila dietro sorride e dice che la vista è migliore dalla parte dove sono seduto. E prima di salire sul treno un’altra signora si è avvicinata a noi che ci facevamo fotografie a vicenda con il telefonino e ci ha chiesto se ne volevamo una insieme. Che grandi abitanti ha l’Australia.

Il treno si muove lentamente, cigola un po’ e poi si muove. Il grande viaggio è cominciato.

Appena fuori Perth il paesaggio è verde, con qualche recinto di cavalli e qualche farm che coltiva viti. Questa è una zona abbastanza ricca di vigneti e il vino del Margaret River, a pochi km da Perth, è uno dei migliori di Australia. Non vedo l’ora di arrivare al bush, sperando di vedere i canguri, ma so che manca ancora molto a quello. La periferia di Perth è splendida, con casette in fila e ogni tanto piccoli agglomerati di negozi e servizi, come a formare delle piccole cittadine dentro alla città. Niente degrado, niente case abbandonate e ruderi e discariche. Tutto utile, pulito ed in ordine come il centro della città.

Da qui in avanti è una cartolina dietro l’altra di paesaggi unici. Terre brulle, alberi, verdi prati e distese di fiori gialli accompagnano la marcia di questo serpente di metallo per miglia e miglia finchè la traversata dell’intero continente non è conclusa. Appena la presenza umana si dirada si fanno largo fiumi che scorrono su letti rocciosi ai bordi di montagne verdissime coperte di alberi e arbusti. Piante che non ho mai visto da nessuna altra parte. Pochi animali, per lo più uccelli, poche case e qualche auto. Nulla più. Paesaggi incontaminati, brulli e desolati si susseguono l’uno dopo l’altro fino al calare del sole. Poi è l’oscurità completa.

Come si fa a non amare il treno? Questo essere che si insinua in posti che normalmente sarebbero ignorati, come si fa a non amarlo? Il viaggio in treno è un viaggio. Ci si muove lentamente, si osserva tutto, si vedono cose che normalmente non si vedrebbero. Il panorama è sempre vario e capisci il valore della distanza che percorri, centimetro dopo centimetro. Il viaggio in aereo è uno spostamento, è per gente che ha fretta. Se hai fretta di fare una cosa si vede che non ti sta piacendo quello che stai facendo e hai voglia di fare qualcos’altro. Il viaggio in treno è già di per se un’esperienza. Più spazio, più calore umano, più dettagli. Onestamente: come si fa a preferire l’aereo? Questo, poi, è un treno che va piano. Molto piano. Si potrebbe quasi dire che sia una passeggiata attraverso l’Australia. In alcuni punti sembra quasi fermarsi, tanto va piano. E’ un mezzo da viaggiatori d’altri tempi, è un mezzo per gente per la quale l’attesa fa parte del piacere. Per accrescere ulteriormente il sapore del viaggio antico, la carrozza diffonde musica country e motivi suonati col banjo. Tutto fa dimenticare dove si è, trasportando il viaggiatore non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Una moderna diligenza che trasporta i viaggiatori verso l’ultima frontiera dell’ovest americano di fine ‘800, all’ultimo avamposto della civiltà, prima che lo sguardo si perda verso infinite distese di verde e di rosso. Un viaggio epico in luoghi incredibili ed in tempi passati.


Un errorino

Confine Ucraino – Polacco, 25 mag 2011, giorno 135, ore 11:11, treno

Se acquistate un biglietto del treno Kiev – Vienna e la bigliettaia vi dice che parte da Kiev alle 20:52 e arriva a Vienna “alle 06:52 del giorno dopo”, voi cosa capite? Io avevo capito che partendo il 24, sarei arrivato a Vienna la mattina del 25 alle 06:20. A quanto pare no. Quasi cinque ore dopo l’orario in cui sarei dovuto arrivare a Vienna, sono fermo alla frontiera Polacca. Le guardie doganali polacche sono intente a smontare il treno per vedere che nessuno abbia merce di contrabbando. No, non cocaina o uranio, solo sigarette o vodka. Letteralmente smontare il treno. I letti vengono staccati e fatti annusare ai cani, le paratie e i pannelli che in pratica formano il vagone vengono smontati per vedere se nascondono qualcosa. Di solito la polizia è armata di pistole e manganelli, la guardia doganale polacca, invece, di avvitatori e chiavi inglesi. La perquisizione nella mia cabina non è stata diversa. Vuota lo zaino, hai sigarette? Vodka? Sei solo? Poi hanno smontato tutto lo smontabile e un cane ha annusato tutto l’annusabile. A processo finito, nella mia prima rilucente cabina, c’era un forte odore canino e un sacco di polvere. La mia faccia deve aver lasciato trapelare i miei pensieri, perchè vedendola il poliziotto mi ha chiesto: “Problemi?”. “No, no, no. Tutto a posto. Meglio di prima”:

Ma questa era l’ultima frontiera europea, da adesso in poi dovrebbe essere tutto sgombro fino a casa. Sì, perchè in effetti è così: sto tornando a casa. Mi fa strano dirlo, casa! Negli ultimi mesi ho chiamato casa un sacco di cose: ostelli, alberghi, giacigli, aeroporti, ma mai con quell’accezione. Casa è casa, e io ci sto ritornando. Il paesaggio incantato della Polonia meridionale scorre dal finestrino ed assomiglia incredibilmente alla Pianura Padana. Gli Appennini sullo sfondo, i campi coltivati, qualche fiume e tanti alberi. Immagino già tutto quello che farò e soprattutto che mangerò al mio ritorno. Niente più viaggi, per un po’, però tanto cibo che da molto mi manca. A proposito di cibo: se avessi saputo che avrei dovuto passare due giorni in treno, me ne sarei portato dietro un po’. Io credevo di starci una notte, quindi ho portato solo uno snack e un po’ d’acqua. Spero a Cracovia ci sia il tempo per scendere e comprare qualcosa da mangiare.

Cracovia, Polonia, 25 mag 2011, giorno 135, ore 17:00, centro commerciale

Fantastico, il treno riparte da qui alle 22:00. Questo vuol dire che posso fare un giro per Cracovia, mangiare e fare qualche spesa per il viaggio fino a Vienna. Gran cosa il treno, gran cosa.


Uscire dalla Russia è tanto complicato quanto entrarci

Mosca, Russia, 17 mag 2011, giorno 127, 18:14, Piazza Rossa

Piove. Una giornata uggiosa a Mosca non è certo un fenomeno che mette allegria. Camminare è sconsigliato, a meno che non si desideri essere inzuppati dalla testa in giù. L’ombrello non fa parte del mio corredo da viaggiatore e il piumino cinese ha qualche lacuna, anche se devo dire che è il prodotto cinese più longevo che abbia mai acquistato. In questa giornata che mette tristezza ho preso informazioni su come uscire dalla Russia. Non è stato facile. I moscoviti, e soprattutto i moscoviti che lavorano nelle biglietterie, hanno zero conoscenza dell’inglese e ancora meno pazienza. Il più delle volte, una volta capito che la conversazione è a senso unico, ti guardano con disprezzo ed esasperazione e passano a quello dopo di te. Devo dire che se non sapessi nemmeno leggere la loro lingua sarei come in Cina, forse peggio. La metropolitana di Mosca è praticamente priva di informazioni visive. Niente colori delle linee, poche cartine, a volte persino le frecce sono sostituite dalle parole. Tutto è scritto, nulla è disegnato. Per ogni stazione c’è una scritta sola con il nome della stazione e quella scritta è sempre in cirillico. Se non sapessi leggere sarei fregato completamente. L’ufficio informazioni turistico non c’è, almeno non dove dovrebbe essere secondo Google e la Lonely Planet. La cartina me l’ha regalata dal nulla un biellorusso che ho incontrato per caso. Mosca non è una città facile, non ti da un caldo benvenuto e non pensa minimamente a te o alle tue esigenze. E’ rude, fredda e grigia, soprattutto quando piove. Per tutti coloro che si sono chiesti se sia meglio Mosca o San Pietroburgo la risposta è semplicissima: clamorosamente San Pietroburgo. Almeno secondo me.

Ma torniamo a noi, ai biglietti, alla mia via d’uscita. A San Pietroburgo tutti i miei problemi erano risolti da Irina e da Roman, i gestori dell’ostello Apple Hostel Italy (Italy perchè si trova in Italianskaya Ula o qualcosa del genere). Gentili e disponibili mi aiutavano con tutte le prenotazioni e a ricercare i prezzi che non riuscivo a trovare: praticamente tutti. Il sito delle ferrovie russe è in russo e in inglese, solo che nella versione inglese non hai i prezzi e non pui prenotare. Ti dice solo se c’è il treno. Ai russi piace questa cosa, favorire il compatriota e non lo straniero. Si riscontra spesso. Anche per i teatri o per i musei: il russo paga meno, lo straniero di più. Nei musei i titoli delle opere sono bilingue (non sempre), ma le didascalie solo in russo. Decisamente è meglio sapere un po’ di lingua per venire in Russia, almeno leggerla. Dopo aver raccolto informazioni autonomamente fra internet e altri viaggiatori sono giunto a credere che il modo migliore per lasciare la Russia sia un treno o per Berlino o per Kiev. Ci ho messo tipo mezz’ora per chiedere alla bigliettaia le informazioni sul treno per Berlino. Ero da solo, non c’era nessuno dopo di me, avevo trovato uno di quegli orari morti, quindi è stata obbligata ad ascoltarmi. Un po’ di russo, poco, e molta mimica, ha capito cosa cercavo. Il treno per Berlino parte alle 23:44 dalla stazione di Belorusskaya e arriva a Berlino il giorno dopo circa alla stessa ora. Il biglietto costa 170 Euro circa e per attraversare la Biellorussia ci vuole un visto di transito che può essere fatto a bordo del treno. Di quest’ultima informazione non mi fido molto, credo anzi che la bigliettaia mi abbia detto “Da, da, da” solo per levarmi di torno. Il problema è che a Berlino non c’è poi il collegamento in bus con Bologna. Dovrei andare ad Hanover o a Francoforte e poi da lì a Bologna e tutto questo giro comporta una grossa spesa. Per Kiev, invece, il treno parte dalla stazione di Kievskaya (sì Mosca ha una stazione più o meno per ogni punto cardinale e ognuna reca il nome della città dell’ex Unione Sovietica che è in linea per quel punto. Quella di S. Pietroburgo si chiama Leningradskaya) ogni giorno e il biglietto costa circa 40 Euro. Una volta a Kiev non ho intenzione di prendere l’ifinito bus per Bologna, quindi dovrei cercare un tappa intermedia, tipo Vienna, Varsavia o Cracovia. Anche volendo, non si può fare prima. L’aereo è fuori discussione. Nemmeno se fosse gratis. Entrare o uscire, con la Russia niente è facile.


Terza classe

Treno San Pietroburgo – Mosca, Russia, 16 mag 2011, giorno 126, ore 01:17

I treni russi hanno tre classi. La prima classe è senza dubbio quella più decorosa. Due letti per scomparto e un materasso che anche i più pignoli sarebbero costretti a ritenere tale. Si trovano i passeggeri più schizzinosi, gli elegantoni della strada ferrata. La seconda è gia meno pregiata, quattro letti per scomparto e i materassi si assottigliano. Si trovano le famigliole, i pendolari con le valigie di cuoio e quelli che nel secolo scorso sarebbero stati definiti i commessi viaggiatori. La terza classe è la mia. E’ la classe del popolo senza ombra di dubbi. Backpackers, russi del volgo e birre abbondano tra i sei letti per scompartimento di due metri per due. E’ la classe fatta da gente in mutande, piedi nudi e sudici, chiacchiere ad alto volume (complice anche l’alcol) e calze bucate. I materassi sono in pratica dei teli molto spessi e quelli alti faticano a trovare la posizione per dormire. E’ una classe che sa di copechi, non di rubli e certo non di euro. Decisamente è la mia classe. Il biglietto russo non è tanto chiaro. Lingua a parte, non riuscivo proprio a capire quale fosse il numero del posto. Ho chiesto aiuto e mi hanno indicato un sedile. “No. Error. Bed”. La tipa mi ha guardato come si guarda uno scemo, ha ribaltato il tavolino che stava tra i due sedili e mi ha detto: “Bed”. E’ sempre bello imparare cose nuove.

Nei treni russi come in quelli cinesi c’è il distributore di acqua calda, solo che qui c’è anche quello di acqua da bere, a temperatura ambiente, quando funziona. Vantaggio Russia. Come già visto, i vagoni sono riscaldati autonomamente da una caldaia indipendente a legna o a carbone, e anche se è primavera e il riscaldamento è spento, l’odore di fuoco, di fumo e di freddo passato ancora permea l’aria dei vagoni. E’ molto pittoresco. Anche i colori sono quelli del passato. Verde oliva, amaranto, finto oro. Tessuti una volta nuovi adesso sono i testimoni dello sfarzo, o non sfarzo, di un tempo. Una specie di souvenir del comunismo o forse dell’era zarista, chissà.

La stazione di San Pietroburgo a mezzanotte è molto diversa da come me l’ero immaginata. Pochi barboni, qualche ubriaco, tanti viaggiatori e un numero incredibile di poliziotti. Mi sarei aspettato qualcosa sul genere di Zagabria, invece sono stato piacevolmente sorpreso. I poliziotti, sebbene in forze, svolgono per lo più un lavoro di direzionaggio. Stazionano a tutti punti di entrata ed uscita e ti fermano se stai entrando o uscendo dalla parte sbagliata. Non so perchè ma in Russia ogni portone o è un’entrata o è un’uscita. Mai tutte e due le cose. Se per caso sbagli porta e vuoi tornare indietro, semplicemente non puoi. Spesso ti tocca fare un sacco di strada per tornare indietro. E’ la Russia, non c’è niente da fare. Prossima fermata: Mosca.


Il Confine

Zamin Uud, confine mongolo-cinese, 26 mar 2011, giorno 74, ore 7:15, stazione dei treni

Le mie paure di non trovare un mezzo per passare il confine sono state smentite subito. Dopo appena qualche passo sul binario, una folla di autisti mi è venuta incontro per offrirmi i loro servigi. Ho scelto l’autista più brutto e l’ho seguito dopo avere chiesto il prezzo: 5 con le dita. 5 mele? 5 euro? Tugrug, Youan, cammelli. Non sapevo. Alle elementari la maestra mi ha insegnato a specificare sempre l’unità di misura. Forse qui non hanno maestre come la Grazia. Immaginavo 5000 Tugrug, ma è saltato fuori essere 50 Youan. 5 Euro circa per passare di là dal filo spinato. Il parcheggio della stazione è pieno di jeep e quella del mio autista è una Toyota. Mi accomodo e inizio a riempire i moduli che trovo sul sedile e sparsi per tutto l’abitacolo. Nella mia fanciullesca ingenuità di viaggiatore europeo mi guardo intorno e penso: “cinque posti, cinque persone”. Non è così. Uno dopo l’altro si intrufolano nella jeep tante di quelle persone che sembra di essere in una puntata di “Scommettiamo che…”. Alla fine ci ritroviamo in undici più l’autista, che nel frattempo è cambiato. Non male per quel certificato che omologa il veicolo per cinque persone, ma qui non ci badano. Chi nel baule, chi fra il cambio, chi in braccio ad altri ci stiamo tutti. Tutti tranne la comodità. Per quella proprio non c’è spazio. Nelle ore di fila che precedono il mio ingresso in Cina (ce ne sono volute tre e mezzo, alla faccia della Lonely Planet che diceva che si faceva prima) mi ritrovo ad osservare il nuovo autista. Mi ricorda troppo Tyler Durden. Almeno la sua versione mongola. Occhiale da sole a specchio, giacca di pelle blu e stivali di pelle rossi. E’ solamente meno figo di Bradd Pitt, ma il personaggio c’è tutto. Inoltre è abile nel suo lavoro. Con i suoi sottoposti è severo e secco negli ordini, ma con le guardie è docile come una vacca al pascolo, sorride sempre e ammicca con tutti. E la jeep avanza tra la folla. Una colonna umana che attende il controllo documenti mongolo, passa la terra di nessuno con ogni mezzo e rifà la coda per il controllo passaporti cinese. Sembra di stare in un film. Le guardie hanno le stelle rosse sul colbacco, i ladri le jeep. Land Rover, Land Cruiser, jeep russe e giapponesi. Nessun europeo, al solito. Certo, qui c’è solo autentico volgo. Gli europei sono ricchi, pagano di più e il confine lo passano in treno. E’ una bella esperienza. Mi fa capire come si sta dall’altra parte della tv. Non siamo in zona di guerra o in presenza di clandestini, ma a parte questo è uguale alle immagini dei telegiornali. Stipati all’interno di un mezzo e poi in fila per il verdetto. Puoi passare. Oppure no. Io sì. Welcome back to China!


Le vacche

Beijing, Cina, 11 mar 2011, giorno 59, ostello

Ogni popolo potrebbe essere rappresentato nei modi e in quant’altro da un animale. Se per esempio dovessi dire quale animale rappresenta per me i giapponesi, direi senza dubbio alcuno le formiche. Ordinate, tutte in fila, pulite e laboriose. L’animale che invece rappresenta, sempre a mio avviso, i cinesi, è la vaccha. Una mandria sconfinata di vacche. Soffermiamoci su questo animale, considerato sacro dagli indiani e da noi mangiato e allevato. Immaginate vacche a perdita d’occhio. Esse, nella loro tranquilla esistenza, non hanno altro pensiero che mangiare, dormire, espellere le scorie e riprodursi. Immaginate adesso un campo sconfinato dove queste compiano il primo e il terzo dei bisogni sopra citati. Li compiono con noncuranza, senza alcuna remore ed esattamente nello stesso luogo. Nessuno si scandalizza. Immaginate adesso il mandriano che le deve condurre e controllare. Esso non può comunicare in alcun modo con loro se non tramite l’uso di suoni e di recinzioni. A volte le batte, ma in Cina questo non succede. Tutto il resto però sì. I miei occhi hanno veduto cose che se accadute in Europa, certo è successo solo in un passato assai lontano.

Stazione dei treni di Xian. Cinesi a perdita d’occhio che attendono il treno. Alcuni sulle panchine, altri a terra, qualcheduno in piedi ma tutti con un ingombrante bagaglio da portarsi appresso. In un angolo una madre e un pupo. I bambini cinesi, almeno quelli molto piccoli, hanno tutti un curioso vestiario. Le loro braghe e le loro mutande dispongono di un taglio verticale sul posteriore che lo attraversa in tutta la loro lunghezza. Quando questi stanno in piedi e camminano, una piega particolare nascondo le loro innocenti intimità, ma quando necessitaano di andare di corpo, non occorre che la madre tolga loro i calzoni. Essi sono già predisposti. Torniamo alla stazione e alla madre. Un suono, forse anche solo un’espressione del pupo, le fanno capire che egli deve fare la cacca. E che si può perdere forsse tempo prezioso per cercare un servizio? Giammai. Infatti la madre si alza e, condotto il bimbo in un angolo della stazione, gli dà il consenso per liberarsi. Così, mentre un signore anziano consuma i suoi noodles seduto appresso alla famigliola, il pupo fa la cacca. Non fa una grinza. Ecco però che il mandriano, in questo caso una sirena, dà il segnale: si aprono i cancelli. Subito è un calpestìo generale e una massa informe e indisciplinata si dirige verso uno strettissimo cancello. Se qualcuno dovesse cadere, sarebbe certamente perduto. Manca solo la polvere e vi sembrerebbe una mandria. Chi impreca, chi è tranquillo, chi ha perso il bagaglio, chi ha il pacco incastrato tra la gamba e il trolley di un vicino: non importa. Il flusso umano conduce tutti verso il cancelletto. Transenne lungo il camminamento impediscono ai più indisciplinati di lasciare la mandria. Non c’è da pensare, solo da muoversi. Niente formiche: vacche.

Beijing è una città straordinaria. Davvero un capolavoro di architettura e di storia. E di polizia. Forse la Cina è in guerra, forse ha paura, non so. Quello che so è che non ho mai visto tanti metal detector e punti di controllo in vita mia. Piazza Tienanmen. Uno si immagina, da viaggiatore che ha ancora fiducia negli uomini, di arrivarci e di camminarci immerso nello stupore dettato dalla dimensione e dalla sensazione di storia. Sì, si può fare, ma prima bisogna passare i controlli. Arrivi e ti fanno mettere lo zaino dentro all’apparecchio a raggi X. Davanti a te c’è una vecchia che viene quasi fatta spogliare. Poi è il tuo turno. Che fai? Vado in piazza. A fare che? Mah, un giro. Sei un terrorista? No, no. Che cos’hai in tasca? L’iPod. C’è dentro esplosivo? No, non è un’arma; potrei tirarlo, ma non lo farò. Cosa? No, no, agente. Costa troppo per ammazzarci un cristiano. E così si passa il controllo e si arriva in piaazza. Qui, ad ogni mattonella c’è un agente. E’ una cosa incredibile, davvero. Io aggiungo un po’ di finzione letteraria, ma non tanta da far offuscare i fatti. Controlli a parte, è un posto in cui recarsi almeno una volta ne3lla vita. In fronte alla piazza, la città proibita. Un enorme muro ne occulta la vista, e non è che il primo cortile. L’imperatore doveva amare davvero la privacy. Non sono entrato, lo farò domani. Oggi allenamento.

La tecnologia mi sta tradendo. La mia macchina fotografica da un po’ di giorni si è ammalata. Più che altro è vecchiaia. 33.000 scatti in un anno e mezzo sono tanti per la mia fedele amica. Spero che non decida di morire in Cina perchè altrimenti sarei rovinato. Come se non bastasse anche il mio pc ha cominciato a fare le bizze. Non so dare una definizione precisa del problema: si rifiuta di eseguire i miei ordini, è svogliato, spento. Se mi dovessero abbandonare entrambi, mi priverebbero di due dei miei principali interessi: la fotografia e la scrittura. Oppure potrebbero aprirmi nuovi orizzonti. Chissà? Staremo a vedere.

Il mio futuro si chiama Mongolia. Mercoledì, due giorni prima che mi scada il visto cinese, ho il treno per Ulaanbaatar. Per quelli di voi che desiderassero recarvisi da Beijing, due cose: il visto non costa 30 dollari americani ma 55 euro sonanti, mentre il biglietto del treno, il più economico, non costa 770 RMB ma 1350. Oggi ho quasi pianto a queste due notizie, ma fuori dal Paese ci devo andare, quindi c’è poca scelta.

Evviva la Cina. Evviva le vacche.