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La primavera di Lhasa

Potala Palace, Lhasa

Lhasa, Tibet, alt. 3500 m, 10 apr 2011, giorno 89, ore 18:30, ostello

Oggi mi sento meglio. La febbre non c’è più e a parte la debolezza direi di essere in via di guarigione. Ho parlato con la guida circa il mio soggiorno in Lhasa. Avendo deciso di non andare più in Nepal ed avendo inoltre sprecato a letto tutti i giorni che avrei dovuto impiegare per visitare la città, ho chiesto se fosse possibile stare qui altri quattro giorni, recuperare le escursioni perdute e poi fare ritorno in Cina. Certamente, mi è stato risposto: 200 Youan al giorno. Più gli extra. Quindi, oltre a quelli che ho già versato e che non ho minimamente sfruttato, devo dare alla guida altri 800 Youan anche solo per stare a Lhasa senza fare niente. E’ una bella miniera d’oro, questo Tibet, almeno per le agenzie governative che dispensano guide e permessi. Però li vale tutti.

Oggi ho fatto una passeggiata con la guida per andare a mangiare. Sia lei che il proprietario dell’ostello mi avevano detto che non era una buona cosa stare sempre a letto, così oggi ho fatto il mio ingresso ufficiale lungo le strade di Lhasa. Al ristorante ho incontrato quella coppia canadese che sarebbe dovuta essere la mia compagnia di questo tour. Sono stati carini, speravano stessi meglio, ci siamo presentati e gli ho raccontato le mie avventure precedenti e i miei piani futuri. Terminato il mio pranzo e salutato tutti, guida compresa, mi sono subito diretto verso il Palazzo del Potala. La costruzione è magnifica e non ci sono parole per descriverla. E’ situata in un punto tale che da qualunque parte di Lhasa ci si trovi, si riesce sempre a scorgere. Dall’alto della sua rupe e della sua mole domina la città. E’ imponente, enorme, austera e solare al tempo stesso. Camminando per raggiungere questo gioello architettonico ho iniziato a sentire l’altitudine. E’ una sensazione di euforia costante. Ci si sente la testa leggera, ci si sente un po’ stonati, i pensieri straparlano e quando si parla con qualcuno a volta sembra di vedere il proprio interlocutore con un po’ di ritardo. Il cuore batte forte anche solo per fare una passeggitata, sembra di correre anche se si cammina, le forze sembrano poche e il fiato corto arriva subito. Se non avessi incontrato i canadesi che mi hanno dato rassicurazioni circa questi stessi sintomi riscontrati anche da loro, crederei in una ricaduta della mia malattia. Certo, se fossi più in forma magari avrei maggiore resistenza, ma tutto sommato me la cavo abbastanza bene. Il clima a Lhasa è meraviglioso. E’ piena primavera, il sole splende di giorno e le nubi lo coprono al tramonto, conferendo al momento e alla città tutta un’aria magica. La temperatura è ideale, sebbene io sia tutto imbacuccato. Gli alberi sono in fiore, la frutta è sui banchi e l’Himalaya che circonda il tutto è spettacolare. Mi piace tantissimo questo posto. Lo so che lo dico tutte le volte, ma credo che sia il posto più bello che abbia mai visto. Mi piacerebbe avere tempo, denaro e forze per girarlo tutto. E’ ricco di acqua, fiumi e laghi, e il colore di questi specchi è indescrivibile. Si dice che nelle giornate particolarmente chiare, in cui il sole colpisce la superficie senza incontrare ostacoli, l’acqua assuma sette tonalità di azzurro-verde. Deve essere bellissimo, e comunque l’Himalaya avrebbe un fascino particolare anche senza queste acque. Dopo essere stato in contemplazione del Potala, ho ritenuto meglio fare ritorno. Ho preso la strada del mercato, e qui sono rimasto davvero a bocca aperta. Il mercato dell’area di Bankhor è un vero mercato. Gli artigiani producono i loro beni in bottegucce adiacenti alle bancarelle. Le vie strette e tortuose sono piene di gente, di grida, di sorrisi e di prodotti. Quarti di vacca, mezzi polli, carni secche, pelli, stoffe, teli, quadri, chincaglierie, oggetti sacri, vestiti, frutta e occhiali da sole. Tutto si può trovare, e a dispetto di molti altri mercati che ho visto in Asia e per il mondo, mi è sembrato tutto molto vero, tutto molto originale. Pochi prodotti “fake”, molti prodotti fatti a mano dagli stessi venditori. L’ho girato finchè avevo fiato e ci tornerò per andare a cena. Il Tibet mi piace e io mi sento meglio. Si va avanti.


Il momento più cupo

Lhasa, Tibet, alt. 3500 m, 9 apr 2011, giorno 88, ore 17:40, ostello

Approfitto della tregua che mi concede adesso la febbre per provare a scrivere dei momenti più terribili che ho incontrato in questo viaggio. Credo che sia importante scriverne sia per me, sia per altri, nel caso qualcun altro si dovesse trovare nelle mie stesse condizioni.

Direi che occorra partire dal giorno prima della mia partenza per Lhasa, a Xining. Qui mi svegliai intorno all nove di mattina con una sensazione di prossima guarigione indicibile. Sentivo che ormai era fatta. Mi vestii di tutto punto e andai in centro in cerca di una banca. Stetti fuori due ore, era una cosa di cui avevo assolutamente bisogno, ma quando rientrai in ostello ero più morto che vivo. La febbre era risalita e io mi sentivo stanco e molto scoraggiato. Il fatto di credere di essere guarito per poi scoprire di non esserlo mi aveva tolto tanto, se non in termini di energie fisiche, di certo a livello psicologico. Restai a letto tutto il resto del giorno e anche quello dopo. Mi chiedevo sempre come avrei fatto a prendere il treno per il Tibet, mi chiedevo se fosse la scelta giusta. Col senno di poi, non è stata una delle migliori decisioni che abbia preso. Il fatto è che avevo paura a rinunciare poichè credevo che presto tutto sarebbe passato. E invece il peggio doveva ancora venire e io avrei rimpianto tantissimo il mio letto all’ostello di Xining. Lasciai l’ostello alle 18:30. Non stavo bene, ma nemmeno tanto male. Intenzionato a prendere un taxi per arrivare in stazione, scoprii che i taxi non ci vlevano andare. Tutti quelli che fermavo mi dicevano di no. Forse anche questo era un segno, come ne avrei poi incontrati tanti, eppure io, non volendo cedere, ne fermai un altro, saltai su, diedi 100 Youan all’autista e mi feci portare in stazione. Quello protestò un po’, ma i 100 Youan fecero l’effetto che speravo. Arrivato in stazione mi misi ad attendere il treno. Avevo qualche dubbio circa l’impresa in cui mi stavo cimentando, ma feci finta di non ascoltare la mia vocina interiore. Il treno ebbe un’ora di ritardo, e in quell’ora svariate cose mi passarono per la mente, ma alla fine salii e mi misi subito a letto. Da qui devo fare uno sforzo per ricordare tutto, poichè la febbre alta mi fece tanti brutti scherzi. Ricordo che a notte inoltrata ebbi bisogno del bagno. Mi alzai dal letto sentendomi la testa scoppiare e raggiunsi il bagno. Qui non ricordo ciò che accadde, se non che mi svegliai sdraiato per terra in bagno con la mano attaccata all’inferriata del finestrino. Provai a chiedere aiuto, ma nessuno rispose. Mi alzai a fatica e uscii nel corridoio ben deciso a ritornare a letto, ma qui svenni di nuovo. Mi occorsero svariati tentativi per ritornare a letto. Tutte le volte cercavo di chiedere aiuto, e tutte le volte non vi riuscii. Nessuno si accorse mai di me. Stavo molto male, la testa mi scoppiava, volevo sentire qualcuno vicino a me. Credevo seriamente che non ce l’avrei fatta, che sarei morto di febbre sul treno per Lhasa. Le lacrime mi bagnavano gli occhi, non saprei dire se per la constatazione della mia situazione o per via della febbre. Con grande sforzo raggiunsi letto e mi sdraiai. Nel delirio causatomi dalla febbre pensavo alla mia casa, alle persone che si sarebbero prese cura di me. Ricordo che ad un certo punto iniziai a sentire freddo. Fu una sensazione piacevolissima, la migliore che potessi mai provare. Ricordo che fui molto felice nel sentire quel freddo. Mi coprii e mi addormentai.

La mattina dopo la febbre non c’era più, almeno non così forte. Ero abbastanza lucido e questo non fu un bene. Dovetti sforzarmi come non mai per non ammattire di solitudine. Mi misi a parlare da solo, poi mi immaginai di parlare con qualcuno di mia conoscenza. Fu uno sforzo enorme. Ad ogni interruzione sentivo le lacrime salirmi al viso e allora ricominciavo a parlare da solo con qualcuno di immaginario. Mancavano una decina d’ore all’arrivo e i miei pensieri erano sempre più cupi. Questo viaggio in treno è stato sicuramente il momento più cupo e triste di tutto il mio viaggio. Non mi sono mai sentito tanto solo ed abbandonato e lontano da casa. Ricordo che quando la notte precedente pensavo che non ce l’avrei fatta, il mio pensiero andò subito agli affetti, alla Sylvie, alla famiglia, agli amici. Ore infauste che credo non dimenticherò mai finchè campo. Il resto del viaggio, come ho già detto, l’ho dedicato al non impazzire di solitudine, parlando da solo e giocando con il solitario dell’iPod. Volevo solo arrivare e mettermi a letto. Volevo guarire. Quella febbre non era normale. Ogni volta che prendevo l’antibiotico mi risaliva ed erano troppi giorni che la sua morsa mi attanagliava perchè potessi sentirmi tranquillo. Arrivammo a Lhasa alle 19:00. Mi vestii e mi misi lo zaino in spalla. Mi costò tanta fatica uscire dal treno e cercare la mia guida, ma nonostante la paura di svenire nuovamente, tutto andò bene. La mia guida era una ragazza molto gentile. Appena arrivato mi mise un nastro bianco attorno al collo e mi disse “Welcome to Tibet”. Poi si rese conto che qualcosa non andava. Le dissi che ero ammalato, che avevo la febbre. Lei mi chiese dove alloggiavo e mi aiutò in tutto e per tutto. Mi prese lo zaino, mi aiutò con il check in, mi accompagnò in camera e mi disse che sarebbe tornata l’indomani e che se non stavo ancora bene mi avrebbe chiamato un medico. Non avrò mai parole adatte a spiegare quanto amai quella ragazza.

L’indomani è oggi, e io non sono certo in forma come vorrei, eppure sento un certo miglioramento. La febbre credo che non ci sia più, anche se ho il terrore di ripetere l’esperienza sdi Xining dicendo questa cosa. Ho anche mangiato un po’ di riso scondito dopo quattro giorni in cui non ebbi mangiato nulla. Ho anche la diarrea, ma questo lo attribuisco ai farmaci. Il mio morale non è dei migliori. Lhasa è spettacolare, è una città magica, ed io sono costretto a letto. Questo mi provoca grande dispiacere, ma il pensiero di una ricaduta mi inibisce ad uscire. Se mi dovesse tornare la febbre, se dovessi tornare a stare così male come sul treno che mi ha condotto fin qui, tornerei a casa immediatamente. Fisicamente e psicologicamente non reggerei ad altri momenti del genere. Sarebbe troppo.

Per il momento quindi rimaniamo con un leggero miglioramento. Domani vedrò come mi sveglierò e poi valuterò il da farsi. Di andare in Nepal non se ne parla. Occorre una forma fisica smagliante per raggiungere Katmandu via terra ed io proprio non mi sento in grado. Tornerò quindi a Xian, credo, dove spero che il caldo serva a rimettermi in forze. Non occorre preoccuparsi: il peggio credo che sia passato, e questo peggio credo che sia stato il peggiore che abbia mai provato. Avrei evitato tutto questo molto volentieri, ma certe cose non si possono decidere. L’importante, adesso, è guarire. State tranquilli. Se non altro ho raggiunto il Tibet.


Che non sia mai troppo facile

Xining, Cina, alt. 2275 m, 6 apr 2011, giorno 85, ore 17:39, ostello

Per quello che riguarda il Tibet, direi di avere tutto. Il biglietto del treno ce l’ho, l’ostello l’ho prenotato, il permesso mi dovrebbe arrivare domani. Ho tutto e ho anche di più: ho anche la febbre. Adesso mi è un po’ scesa perchè ho preso la tachipirina, ma oggi è stata dura. Non riuscivo ad alzarmi dal letto, mi sentivo molto debole. Ho dovuto approfittare degli altri ragazzi in camerata per fare determinate cose. Ora che la temperatura si è un po’ abbassata, sono sceso in strada e ho comprato un po’ di cibo, soprattutto biscotti e cracker. Non ho molto appetito, e questo è senz’altro la febbre. Anche le mie urine hanno un colore che non preannuncia nulla di buono.  Se prima di dormire la temperatura mi torna a slire, inizio a prendere anche gli antibiotici. Non posso rischiare di arrivare in queste condizioni in Tibet, non saprei proprio come fare. Sarebbe impossibile per me seguire il gruppo, quindi non ho idea di quello che accadrebbe. No, no, devo guarire, non c’è altra soluzione, e ho 48 ore di tempo per farlo. Domani alle 20:00 ho il treno per Lhasa e sul treno ci passerò altre 24 ore. Per quanto la malasorte si accanisca contro di me, direi che sarebbe troppo farmi arrivare fino là, per poi bloccarmi con la malattia. Decisamente troppo. Io comunque vado, non rinuncio, anche se dovessi farmi trascinare a braccia. Un’altra cosa che mi spaventa è il mal d’aria. Un inglese che è qui con me mi ha regalato un po’ di pillole da prendere per prevenire questa eventualità. E’ stato molto gentile, ma se dovessi prendere anche gli antibiotici mi sembrerebbe un po’ troppo. Speriamo dunque di non averne bisogno. La ferrovia un po’ mi dovrebbe aiutare, in quanto da qui si arriva a Tanggula, che con i suoi oltre 5000 metri è la stazione ferroviaria più alta del mondo, per poi ridiscendere fino ai 3500 metri circa di Lhasa. Se non avrò problemi in treno, spero di non averne a Lhasa. Accidenti, ci tenevo tanto ad essere davvero in forma per questo viaggio, invece devo sperare di essere in grado di compierlo. La cosa importante è non peggiorare. Mi accontenterei di stare sempre come sto ora. Se riuscissi ad arrivare in qualche modo a Katmandou, sarebbe faantastico, ma non credo di riuscire a proseguire in questo stato per altri dieci giorni. E’ in casi come questo che si capisce davvero il valore di un compagno. In due ci si aiuta, ci si cura, si fa morale, si trascina. Se avessi la febbre alta e fossi bloccato a letto, potrei comunque contare su un paio di mani che lavorino per me. Da solo tutto questo non c’è: se hai un problema, te lo devi risolvere.  Se non ci riesci, e se non trovi anime buone che ti aiutino, non c’è nulla da fare. La responsabilità è tutta tua. Se sei malato, sei medico e paziente. Devo confessare di essere parecchio rammaricato, ma non ho affatto paura. Se le cose dovessero peggiorare, allora mi rivolgerei a qualcuno e vedrei che cosa mi raccomanda, per quanto di sicuro il Tibet sia uno dei luoghi meno consigliati per ammalarsi. E’ dalla Mongolia che mi trascino dietro un forte raffreddore e credo che adesso sia esploso in una febbre. Che fortuna, eh? Ma ripeto, non mi do per vinto. Adesso mi riposo, parlo col mio corpo e gli faccio capire che se non rimette il culo in carreggiata, c’è il rischio di perdere tutto. Niente Tibet, niente Nepal. Sono sicuro che davanti a questa minaccia capirà. Se non dovesse farlo, allora non lo so. Forza corpo: guarisci!


Bandolero stanco

Xining, Cina, alt. 2275 m, 3 apr 2011, giorno 82, ore 18:04, ostello

Finalmente ho lasciato Langzhou. Devo dire che è stata la più brutta città che abbia mai visto in Cina. Mi metteva addosso una gran tristezza, mi sentivo lontano da casa. Non ci sono ostelli, a Langzhou, e la mia solitudine era accresciuta da una squallidissima camera in un albergo da film horror senza servizi, doccia e internet. I servizi c’erano, ma il loro stato era tale per cui era come se non ci fossero stati.

Adesso sono a Xining. La prima cosa che colpisce all’arrivo sono i palazzoni. Credo di anon averne mai visti tanti in vita mia. Dalla stazione dei treni al centro si passa per un quartiere composto da palazzoni di cinquanta piani come minimo e tutti in costruzione. Se ne contavano a decine. Immagino che la crescita demografica da queste parti sia prevista altissima per gli anni a venire. Dal mio lato, se mi dovesse capitare di comprare uno di quegli appartamenti, vi chiedo di spararmi. Sarebbe cosa assai gradita, piuttosto che vivere in quella giungla di asfalto e cemento.

Torniamo a parlare di Tibet. A Lanzhou sono riuscito a fare il versamento per il deposito sul tour. Quei bravi ragazzi a Chengdou hanno aspettato proprio fino all’ultimo per inoltrare i documenti all’ufficio competente, forti del dubbio che io fossi un truffatore dei più assidui. Ne risulta che il permesso, se mai dovesse arrivare, arriverà il 7 di aprile, che è lo stesso giorno in cui dovrò prendere il treno per Lhasa. Treno che è impossibile prenotare senza presentare il permesso di viaggio. La morale della favola è che domani dovrò andare in stazione a cercare un cinese che compri al posto mio il biglietto per Lhasa. Se non dovessi trovarlo, o dovessero esserci delle difficoltà a livello di comunicazione, cosa non improbabile, sarebbe interamente un problema mio, a detta dei ragazzi di Chengdou. Ho qualche scrupolo riguardo alla riuscita del mio intento, soprattutto sono stanco di lottare contro questo gigante che sembra non avere il minimo interesse a farsi raggiungere dal sottoscritto. Se non fosse che il Tibet è anche la porta di accesso al Nepal, devo ammettere che forse vi avrei rinunciato. La mia filosofia di viaggio ha protestato con clamore contro la mia ostinazione a voler perseguire quella meta. Viaggiare dovrebbe essere un piacere, non una tortura come lo è diventato negli ultimi giorni. Eppure, ciononostante, eccomi qui, a sperare che tutto si risolva per il meglio e a continuare ad alimentare quella fiducia che con tanta solerzia ho riposta in sconosciuti. Non mi resta dunque altro da fare che godermi Xining e i suoi palazzoni, sperando che il mio umore migliori e che questa stanchezza mi lasci così come mi ha trovato. Se non altro qui ho internet, quindi posso gozzovigliare allegramente e compiacermi dei risultati sportivi che mi giungono dall’Italia. Dalla Cina forza Milan.


Un po’ di numeri

Xi’an, Cina, 31 mar 2011, giorno 79, ore 17:09, ostello

Alle 22:30 ho il treno per Lanzhou. Nell’attesa ho fatto un po’ di conti. Ho rispolverato il mio taccuino e, tramite un sito che ho trovato per caso, ho calcolato quanta strada ho fatto finora.

Da quando sono partito da Bologna, secondo il programma del sito, ho percorso in totale 24.810 chilometri. Più della metà dell’ipotetica circonferenza dell’intero pianeta. Questi 24.810 km sono da suddividere: 16.892 in aereo, 6.884 in treno e 1033 in autobus. Tuttavia bisogna dire che il sito mi ha calcolato le distanze in linea d’aria, e non seguendo le strade o le rotaie. Inoltre non ho contato i piccoli spostamenti o le escursioni per motivi pratici. Per l’aereo non è un gran problema, il dato è attendibile, ma riguardo al treno e all’aereo ho seri dubbi in proposito. Non credo proprio che 6.884 km sia un dato accettabile, men che meno i soli 1033 km di autobus. Ho anche fatto una mappa approssimativa del mio percorso.

Mappa al 31 mar 2011Non è molto accurata, come d’altronde non lo sono i chilometri, però dà un’idea. Ho calcolato anche quanto mi è costato ogni singolo chilometro. Ponendo di avere speso 3300 Euro in 79 giorni di viaggio (anche questo dato non è affatto certo in quanto dovrei controllare gli estratti conto per esserne sicuro), ne risulta che ogni chilometro mi è costato 0,133 Euro. Direi di essere stato abbastanza bravo, contando che i chilometri dovrebbero essere molti di più. In quei 13 centesimi è compreso tutto: trasporti, cibo, dormire, visti e tutti gli extra. Ciò per dare un’idea generale di quanto può costare un viaggio del genere e, per paragone, di quanto occorra spendere per viaggiare come indipendenti.

Viaggiare da indipendenti che è impossibile in Tibet. Oggi sembra che finalmente si arrivata la risposta definitiva. La mia agente di Chengdu mi aveva fatto un prezzo troppo alto, quasi 500 Euro per 8 giorni di viaggio. A questa notizia, arrivatami in serata, ero molto abbattuto, ma non mi sono dato per vinto. Ho tirato fuori il mio taccuino e ho scritto email a quasi tutte le persone che ho incontrato in questo viaggio, chiedendo aiuto o informazioni riguardo alla mia prossima meta. Fortunatamente Theo mi ha risposto e mi ha dato la mail di un altro ostello di Chengdu che organizza viaggi in Tibet. Li ho contattati e questi mi hanno risposto quasi subito. Morale della favola, sarebbe un tour per tre persone, io e una coppia di non so dove, al prezzo di 300 Euro. Non è il massimo, ma rispetto ai 500 che mi avevano fatto supporre è una gran soluzione. Attendo le istruzioni per il pagamento e intanto mi avvicino al tetto del mondo. La prossima città, Lanzhou, sarà solo a 1600 m s.l.m., ma già a Xining, la seconda tappa, sarò a 2275 m s.l.m. Da lì andrò a Golmud, 2800 m s.l.m. e “soltanto” 800 m di differenza di altitudine da Lhasa. In questo modo non dovrei aver problemi di mal d’altitudine. Purtroppo non posso fare nulla riguardo alla burocrazia. Sono nelle mani di persone che non ho mai visto e che spero si rivelino oneste almeno la metà di quanto mi abbiano fatto supporre. In fin dei conti, a me basta arrivare. Una volta lì, tour o non tour, sono sicuro di riuscire ad arrangiarmi. La sorveglianza, però, è stratta, talmente stretta che una volta finito il periodo di soggiorno che hai concordato con l’agenzia di viaggi, o ti portano al confine Nepalese o ti fanno salire su un treno diretto in Cina. Non ti mollano un attimo. Queste sono le notizie che ho da qui. Una volta arrivato finalmente in Tibet,  mi renderò conto se siano cose serie o robe per turisti.


Tibet, ma quanto mi fai penare?

Xi’an, Cina, 29 mar 2011, giorno 77, ore 18:24, ostello

Scrivo di nuovo in diretta. E’ il secondo giorno che sto qui e ho ricevuto solo brutte notizie. La mia agente di viaggi si trova a Chengdu. E’ una ragazza che non ho mai visto, si chiama Angie e il suo contatto me l’ha dato Alex, il ragazzo che ho conosciuto a Yangshuo. Ho lasciato la Mongolia convinto, dalle sue parole, che mi sarebbe bastato arrivare a Lhasa e avrei trovato tutto pronto: documenti, permessi e tour. Non è così. Le notizie sono cambiate. Dapprima sembrava che non ci fossero abbastanza viaggiatori per organizzare un tour, poi sembrava che bastasse aspettare fino al 7 di aprile per poter procedere. Una mail di ieri sera mi avvertiva che invece alcuni avevano rinunciato e quindi si tornava al punto di partenza. Oggi, secondo l’ultima mail, dopo aver cambiato alcune tappe dell’itinerario del tour, mi riconfermano il 7 aprile come data per essere a Lhasa. Sembra buono, se non fosse che l’ostello di Xi’an mi ha avvertito che domani dovrò sgomberare, poichè hanno delle prenotazioni che occupano tutte le stanze. Fantastico. Devo far passare 10 giorni e non ho idea di dove andare. Potrei iniziare l’avvicinamento a Lhasa e quindi ad abituarmi all’altitudine, se non fosse che dopo Lanzhou la Lonely Planet mi avverte non esserci nulla degno di nota. Solo paesini sonnecchianti e piuttosto noiosi. Come se non bastasse Angie mi ha appena avvertito che il pagamento dei suoi servizi può essere effettuato solo tramite bonifico bancario. Non avendo idea di come si debba procedere, credo che mi toccherà andare a Chengdu a pagare di persona. E’ un bello sbattimento. Sono un sacco di chilometri buttati al vento. Tuttavia, se non troveremo un compromesso o una soluzione alternativa, sarò costretto ad andare laggiù. Tanto più che da domani sarò in mezzo ad una strada. Nell’attesa di conoscere le sorti del mio futuro, impiego il mio tempo in due modi: leggo Terzani e cucio. Già, il mio guardaroba comincia a subire le ingiurie del tempo e della trascuratezza. Il risultato è che sono disseminato di buchi dappertutto. In Mongolia avevo comprato un set da cucito per sistemare la giacca che avevo comprato. Essendo il nipote di una sarta, ho richiamato alla mente le immagini che da bambino accompagnavano i miei pomeriggi: mia nonna che cuciva e io che la imitavo. Devo dire che sono un sarto discreto. Non un fenomeno, ma i miei rattoppi reggono alla grande. Calze, pantaloni, scarpe. Tutto è sistemato e chiuso. Esteticamente non è il massimo, ma non ho grandi pretese. Il set non comprendeva nè ditale nè forbici, ma ho scoperto che un accendino può sopperire a queste mancanze senza problemi. Taglia e spinge come se fosse stato creato apposta per queste funzioni. Mi chiedo come mai non sia un’accessorio standard di ogni corredo. La faccenda di Terzani è un po’ più complessa. Per chi non sapesse chi sia, è stato un giornalista italiano che ha speso gran parte della sua vita a contatto con l’Asia e con gli asiatici. Potremmo dire che ha fatto quello che sto facendo io, solo per più tempo e su distanze più larghe, senza contare che, come è ovvio che sia, è arrivato molto più in profondità di quanto non stia facendo io. La sua presenza si è inserita nel mio viaggio con prepotenza, senza che io abbia fatto nulla di particolare per richiamarla. E’ iniziato tutto con Facebook. Un giorno stavo curiosando sul sito quando ho letto di una mostra a Roma che riportava le fotografie di un certo Terzani e dei suoi viaggi in Asia. Non ne avevo mai sentito parlare, così l’ho Googlato e ho guardato la sua pagina di Wikipedia. Poi è morta lì. Se non che un mio amico, senza che io gli chiedessi nulla, mi ha inviato alcuni dei suoi libri, mentre un’altro mio amico mi ha pubblicato un link di una sua intervista su Youtube. Allora mi sono messo a leggere. Una gran penna e una gran persona. Mi piacciono i suoi libri, in alcune cose mi ci immedesimo e alcune altre avrei potuto benissimo scriverle io (forse meno bene). L’unica cosa che mi dispiace è che sia morto. Avrei voluto contattarlo in qualche modo, magari andarlo atrovare se fosse stato ancora in India, chiedergli consigli, racconti, cose così. Invece mi dovrò accontentare di quello che c’è. Dei suoi libri, della sue esperienze su carta. Magari un giorno qualcun altro leggerà delle mie.


Scusa, hai detto Tibet?

Ulaanbaatar, Mongolia, 22 mar 2011, giorno 70, ore 16:20, ostello

Mi è arrivata la mail che tanto aspettavo: il Tibet è aperto, e sembra lo sia dal 18 di marzo. Sono felice e credo che me ne ritornerò in Cina dopodomani. Domani andrò all’ambasciata Kazaka per sapere se possono farmi il visto. In questi due giorni ho avuto un sacco di informazioni. L’agenzia che mi ha detto Manuel mi ha garantito il visto russo per 130$ americani e in dodici giorni lavorativi. Sono 25$ in meno dell’altra agenzia e in più ho un’assicurazione sanitaria mongola per l’intera durata del visto, cioè 21 giorni. Se le cose dovessero andare per il meglio, una volta giunto a Novosibirsk scenderei dalla Transiberiana per dirigermi verso il Kazakhistan e Astana. Lì farei richiesta per un nuovo visto russo e poi mi dirigerei su Mosca. Spero che la burocrazia, per una volta, non mi crei problemi. Ma torniamo al Tibet. Per motivi di ristrettezze economiche non posso permettermi il treno diretto Ulanbaatar – Beijing. Prenderò invece un treno nazionale per Zamyn-Uud, attraverserò il confine in autobus, in jeep o in autostop, e da Erlian prenderò un altro treno nazionale per Beijing. Il diretto costa 80 euro, la soluzione a tappe 30. E’ un bel risparmio ed è il modo in cui i ragazzi francesi sono arrivati a Ulaanbaatar. Una volta arrivato a Beijing prenderò il treno per Xian, e da lì proseguirò con un altro treno per Xining. Qui sosterò alcuni giorni per abituarmi all’altitudine e poi via, verso Golmud, una delle città più elevate del mondo. Un altro paio di giorni e poi, finalmente, il Tibet, Lhasa. Essendoci solo, “solo”, 800 metri di differenza di altitudine tra Golmud e Lhasa, con questo metodo non dovrei avere nessun tipo di problema per quello che riguarda il mal d’aria. Se dovessi avere qualche capogiro, Luciano, un argentino che ho incontrato a Beijing, mi ha detto di mangiare un po’ di cioccolato e tutto passa. E’ il metodo che lui usa quando vola in Perù dall’Argentina. Quindi direi che sia tutto. Il mio equipaggiamento da montagna/freddo è a postissimo. Gli scarponi mi fanno un po’ male, ma credo che riuscirò ad abituarmi. Passare da un paio di Nike ad un paio di anfibi militari sovietici richiede pazienza. Però il Tibet ha riaperto, il resto non mi interessa.