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Auto e autostop nel Paese più bello del mondo

Cygnet, TAS, 12 gen 2013, ore 11:29

La strada che collega Huonville a Cygnet è generalmente trafficata. Non è come la Highway che da Huonville porta ad Hobart, piena di auto nuove e di mezzi pesanti. No, questa ha un traffico più rurale. Molte auto hanno la vernice opacizzata dal tempo, i vecchi paraurti cromati. Alcune hanno la ruggine sulle portiere. Molte jeep, pick up e piccoli camioncini. E’ il traffico tipico delle zone di campagna. E’ il traffico perfetto per trovare un passaggio. Senza un’automobile, spostarsi nella Huon Valley è impossibile. Due autobus al giorno collegano Cygnet ad Huonville e sono alle sette di mattina e a mezzogiorno. Tutti i backpackers che si devono muovere in altri orari hanno solo due soluzioni: camminare o fare autostop. L’autostop, hitch hiking, è il metodo più rapido per spostarsi. Si cerca una zona della strada dove le auto abbiano la possibilità di fermarsi, si tira fuori il pollice e si aspetta. Alcuni automobilisti accelerano, altri si scusano e non si fermano, ma molti si fermano. Sarà curioso, ma la percentuale più alta di passaggi l’ho ricevuta da donne sole. Il primo passaggio me l’ha dato una ragazza su una vecchissima e sgangherata giardinetta col legno sulle portiere. Era una ragazza estremamente solare e aperta. Viveva a metà tra il Kimberley e la Tasmania. Sei mesi da una parte e sei mesi dall’altra. Uno dei più bei brevi incontri di sempre. Altro incontro importante è stato quando un’altra signora, un’abitante della valle, ci ha portato dritto di fronte alla farm che stavamo cercando per il lavoro. Nonostante dovesse fermarsi circa sette chilometri prima, questa signora ci ha portati ancora avanti e si è messa a cercare la farm con noi. E’ stata estremamente gentile. Mi avevano detto che gli australiani avevano l’abitudine di caricare le persone e di portarle il più vicino possibile, ma mai avrei creduto tanto. Mai nessun timore, nessun problema, e generalmente passaggi da donne sole o da anziani. Proprio le tipiche persone che potrebbero essere espostead un aggressione da parte di uno sconosciuto sono proprio quelle persone che invece si fermano e ti aiutano. Meraviglioso.

La signora alla farm sopracitata, invece, ci ha dato notizie differenti. Ci ha detto che fare autostop è pericolosissimo, che spesso succedono cose brutte ai backpackers. Ci ha detto che lei non lo raccomanderebbe affatto. Però ci ha dato un lavoro, un lavoro vero. Tutti e quattro, potrei dire tutti e sei, perchè un’altra coppia di Modena si è aggiunta a noi, lavoriamo sei ore al giorno in uno shed , un capannone, a selezionare ed impacchettare ciliegie. Fa schifo, ma ci pagano 20 dollari l’ora, il lavoro è valido per il secondo visto e questo è tutto quello che ci occorre. No, ci occorreva anche un’auto. Ieri è stato il nostro primo giorno di lavoro. All’andata siamo saliti in quattro su un’auto guidata da una coppia dark-metallara bellissima. Due persone estremamente belle insieme ed estremamente gentili. Ci hanno caricato appena fuori Huonville ed anche se eravamo in quattro e se avevano la macchina piena di funghi, ci hanno portato allo shed. Grandi momenti e grandi persone si possono trovare lungo le strade d’Australia e della Tasmania. Abbiamo finito il lavoro alle nove di sera. Le ragazze le abbiamo messe su una macchina che andava a Cygnet e che abbiamo fermato mentre partiva dalla farm. Guidava un asiatico, ha caricato loro ma non me e Carlo. Io elui ci siamo fatti un bel pezzo a piedi col pollice fuori, ma nessuno si è fermato. Era quasi buio e noi eravamo coperti coi cappucci. Certo non due persone raccomandabili da caricare al crepuscolo. Infatti nessuno si è fermato. Dopo essere arrivati fino al museo della mela, ci siamo arresi ed abbiamo chiamato un taxi. Al suo arrivo siamo saliti e Carlo ha accennato all’autista che ci serviva un’auto. L’autista ha detto di poterci aiutare. Ci siamo fermati al crocevia con la strada per Cygnet e l’autista è sceso un attimo per andare a parlare con una cameriera dell’albergo che sorge in quel putno, uno di quegli alberghi-bar-pub-ristoranti-ostelli che si trovano nelle parti più remote del continente australiano, il punto migliore per trovare informazioni, aiuto o guai. Dopo un po’ ne è ritornato con un foglio ed un numero telefonico. L’auto costava 1000 dollari e a sentire lui era in ottime condizioni. Il tassista si è anche offerto di portarci fino a Cygnet gratis per vedere l’auto. Persone meravigliose sono gli australiani che non pagano i backpackers un dollaro al chilo di ciliegie. Siamo andati a vedere l’auto ieri sera e stamattina, dopo averla provata con la ragazza, l’abbiamo comprata. Comprare un’auto in Australia è veramente facile. La si trova, la si prova, la si paga in contanti al proprietario vecchio e il lunedì si va ad un ufficio a registrare il passaggio di proprietà al costo di 30 dollari. Fatto. L’auto te la porti via anche se non hai ancra fatto il passaggio di proprietà. Come si fa a non amare un Paese così?

Ora la maggior parte dei nostri problemi sono risolti. Abbiamo un lavoro, un’auto e una bella compagnia. Ci manca solo un posto dove vivere, ma presto risolveremo anche questa faccenda. Forse. Forse no. Impossibile prevedere il futuro. Meglio godersi il presente e caricare qualche backpacker che troveremo lungo la strada mentre guidiamo la nostra macchina nuova per andare al nostro nuovo lavoro. L’Australia, oggi, ha dato un sacco.

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Cacciati!

Cygnet, TAS, 9 gen 2013, ore 17:52

La signora che gestisce questo posto, che mi rifiuto di chiamare ostello, non mi piace. E’ viscida. E’ una di quelle persone che ti sorride in faccia, sembra affabile, carina e disponiblie, ma che in realtà si approfitta di te alla prima occasione. Il suo aspetto non aiuta ad ispirare fiducia. La sua pelle è una e coperta di macchie nere sul collo. I suoi capelli sono unti e mal tinti: le punte marroni, le radici bianche sporco. I suoi occhi sono verdi, con la parte vicina alla pupilla nocciola e quando ti guardano ti penetrano dentro come spade. Sembra sempre che stia cercando di studiarti, di scoprire il tuo punto debole per poi, al momento giusto, fregarti. E’ grassa. Mostruosamente grassa. E’ grassa come due persone e questa sua mole si ripercuote sulla sua camminata, la quale è lenta e sempre incerta. Non mi piace, ma le circostanze mi impongono di essere sempre carino con lei. Ed io lo odio profondamente.

Stamattina, arrivati in farm, siamo stati divisi per nazionalità. Qui gli italiani, lì i francesi, là gli asiatici. Curioso come quando si parli di asiatici, la nazionalità non conti più. Non imposrta se si tratta di cinesi, coreani o giapponesi: sono solo asiatici. Per tutti. Questa però è un’altra storia. Una volta divisi siamo stati rimproverati tutti duramente. Il lavoro non andava bene. Bisognava essere più veloci, più precisi, meno foglie staccate. Più robot, insomma. Il farmer ci sgridava come se stesse cacciando delle pecore dentro all’ovile. Mi sentivo umiliato senza nessun motivo. Siamo stai minacciati tutti: se non si migliora, qualcuno andrà a casa. Io ero abbastanza tranquillo. Non sentivo il mio lavoro a rischio. Stavo dando il massimo e, come me, gli altri ragazzi. Siamo andati tra i filari a cuor leggero. Dopo appena due cestini la supervisor è arrivata a controllare. Ha controllato il mio: era perfetto. Le ho chiesto se andava bene e lei mi ha detto di sì, poi mi ha detto di andare al capannone una volta finito il mio cestino. Io e Sylvie. Poi è andata da Carlo e da Michelle e ha fatto la stessa cosa. Perchè? Non capivo. Stavo perdendo tempo, e il tempo, per uno che lavora a cottimo ed è pagato una miseria, è denaro. Arrivati al capannone il capo è arrivato, ha visto in terra due cestini con dentro alcune foglie e ci ha cacciati. Non ho detto licenziati. Ho detto cacciati. Senza troppe parole o spiegazioni. Non andate bene. Troppe foglie per terra. Adesso chiamiamo il pulmino e ve ne andate. Riconsegnate i cartelline e poi verrete pagati venerdì. Tutto qui. Non sono mai stato trattato così. Non so che posto sia questo, ma qui l’umanità non è di casa. Non ci ha nemmeno fatto finire la settimana, il giorno. Nessun preavviso, nessun richiamo. Via! Via col dito puntato verso la porta del capannone. Inutili le proteste. Via! Cacciati per delle foglie con dei cestini perfetti, raccolti per otto dollari l’ora.

Tornati all’ostello abbiamo parlato con la signora. Dopo qualche spiegazione, magari una parola di troppo, ma mai maleducati, è saltato fuori che la colpa era in effetti nostra. Noi, secondo la signora, siamo qui solo per i soldi e quindi per forza il lavoro non è di qualità. La tensione si è alzata. Se si conta che per questa baraccopoli paghiamo, tra tutto, 175 dollari la settimana è naturale cercare almeno di guadagnare il più possibile. Invece no, noi dovremmo lavorare, secondo loro, per meno di 60 dollari al giorno ma fare il lavoro di una macchina. Non è tutto. Anche se siamo stati cacciati dal farmer, tutti noi avevamo firmato un contratto che prevedeva una settimana di preavviso da dare alla signora per poter lasciare il posto senza perdere il bond di 200 dollari. Avendo perso il lavoro nelle ciliegie, la signora ha detto di non poterci più tovare un lavoro come raccoglitori di quei frutti, ma solo per le fragole. 5 dollari per un contenitore grande come due scatole da scarpe. Una cosa improponibile per chiunque. Volevamo allora andarcene, ma il contratto parla chiaro: una settimana di preavviso. Il risultato è che noi possiamo andarcene quando vogliamo, ma dobbiamo comunque pagare per altri due giorni di letto, 50 dollari, per poterne riavere indietro 200. Sono le regole, diceva, valgono per tutti: non vi sembra giusto? Non so come abbiamo fatto a non aggredirla, ma siamo ritornati indietro senza poter fare nulla e senza aver compromesso la situazione in maniera peggiore con le offese che avrebbe meritato.

Sfruttati all’osso, ecco cosa siamo. Tutti. Gli altri ragazzi che lavorano con noi domani non lavorano. Eppure stamattina, tra un urlo ed un altro, il farmer aveva detto che la raccolta era in ritardo. Quindi perchè non lavorano? Persone che pagano anche 225 dollari la settimana riescono a guadagnarne a malapena 64 al giorno. In Australia non è nulla. Mi chiedo cosa pensi questa gente, che situazione abbiano per non poter mandare tutto e tutti al diavole e cercare un’altra farm. Molti rimangono nonostante tutto ed io non me ne capacito. Personalmente, se volessi farmi trattare così e se volessi vivere in queste sistemazioni, mi basterebbe andare in puglia a raccogliere i pomodori coi rumeni a 50 centesimi l’ora. Nei week end potrei comunque tornare a casa a trovare la mia famiglia ed i miei amici. Il livello di sfruttamento raggiunto in Tasmania è tremendo. Se vuoi lavorare devi firmare questi contratti in quasi tutto gli ostelli. Una volta portato al lavoro, la paga è una miseria ed il livello richiesto è quello di una macchina. Se sei licenziato devi comunque dare altri soldi ad altra gente perchè hai firmato quel contratto che ti ha permesso di trovare quel lavoro. Vorrei fosse uno scherzo, ma non lo è.

A questo punto la mia situazione non è rosea. Dopo aver chiamato Bourke ed il governo innumerevoli volte posso dire con sicurezza di avere accumulato 58 giorni di visto a Bourke e 3 qui. Sui 3 giorni tasmani non sono ancora sicuro, devo chiamare. Il risultato è 61, quindi me ne mancano ancora 27. Ventisette giorni. Quattro settimane. Sono poche, ma sono anche tante. Ora come ora non ho idea di dove andare. Vorrei andarmene dalla Tasmania, ma sembra che nel resto dell’Australia non ci sia frutta da raccogliere. In Victoria si vocifera di un’imminente stagione delle mele, ma non ho certezze. Un ragazzo che ho conosciuto a Bowen, e che adesso lavora là, ha postato su Facebook che anche in Victoria le condizione sono pessime. E’ una dura lotta quella che mi aspetta, soprattutto perchè il numero di backpackers che sta cercando lavoro credo superi decisamente la domanda. Bisognerà aspettare, anche se non ho molto tempo. Domani proverò a chiamare in giro, oppure cercheremo un amacchina e andremo farm per farm a vedere come è la situazione. Ho già detto una volta che non sarebbe potuta essere peggio di prima ed ho sbagliato clamorosamente; quindi non lo farò. Dirò soltanto che preferisco ancora stare qui piuttosto che tornare in Italia. Quando questo pilastro crollerà, quando sarò veramente sconfitto, allora forse mollerò, mi farò i conti in tasca e poi farò ritorno. Per ora, nonostante tutto, evviva l’Australia, terra di opportunità, felicità e di spietati sfruttatori.


L’Australia prende, l’Australia dà

Cygnet, TAS, 7 gen 2012, ore 17:48

Non pensavo che sarei mai andato in Tasmania in vita mia. Uno la sente nominare, sa che sta dall’altra parte del mondo, ma non pensa mai di andarci. Un ragazzo che ci è stato non sapeva nemmeno che fosse un’isola. Non sapeva nemmeno che fosse in Australia. Invece è cosi. Una piccola isola, ma abbastanza grande da essere classificata come stato autonomo, non un territorio. In aereo dista poco meno di un’ora da Melbourne. Ci si può andare anche in nave, volendo. Lo “Spirit of Tasmania”, l’unico traghetto che copre la tratta, ci mette una notte e sbarca a Devonport. Da lì, per raggiungere l’aereo arrivato quasi un giorno prima, la si attraversa in autobus e si giunge a Hobart, la capitale. Hobart, una capitale piccola e graziosa, situata sui dorsi delle colline che sormontano l’estuario del fiume Derwent, il quale, dopo aver serpeggiato tra colline coperte di frutta, si getta nel mare di fronte alla città, in uno dei porti naturali più belli d’Australia. Hobart ed i suoi ponti. Hobart e le sue mille casette. Una città priva di condomini o palazzoni. Solo case di legno ammassate alla rinfusa lungo dorsi scoscesi di dolci colline. Una delle città più semplici di cui abbia memoria. Un piccolo centro, un grande porto, mille barche a vela e tante persone gentili. Difficile non voler restare per un po’. Facile invaghirsene in breve tempo. Basta poco. Un giro in taxi, due albergatori squisiti ed un letto vero, pulito e morbido dopo tanto tempo. E un bagno in camera ovviamente. E’ tutto qua. Mentre ovunque, nel mondo, la notte più buia cela gatti o uccelli bizzarri, Hobart cela creature strane. A prima vista sembrano enormi gatti dal muso a punta. Accoccolati sui rami dei giardini si muovono silenziosi celati dalla notte e dal loro pelo nero. Solo gli occhi brillano al buio. Non fuggono davanti agli uomini, ma cantano, ed il loro canto ghiaccia il sangue nelle vene. Un brivido corre fugace lungo la spina dorsale, i denti si stringono, gli occhi si chiudono. I diavoli della Tasmania, chiamati così per un giusto motivo.

Al mio arrivo ad Hobart ho scoperto il fuoco selvaggio. Avevo chiamato per giorni in cerca di una sistemazione. Nulla da fare. Tutto occupato. Al mio arrivo in aeroporto non sapevo dove andare. Sapevo solo che la domenica sarei dovuto essere ad Huonville per la nuova farm. Due giorni da trascorrere ad Hobart per l’attrezzatura da campeggio e poi via, verso una sistemazione in tenda ed un lavoro ipotetico come raccoglitore di fragole. Era poco, ma era tutto quello che sapevo. Giunto all’aeroporto mi ha accolto un cielo rosa fuoco ed un sole coperto da nubi vaporose e leggere. Mai visto nulla di simile. Recuperato il bagaglio, ho chiamato tutti gli alberghi reperiti su una brochure trovata all’aeroporto. Niente. Poi l’ultimo numero ha dato tanto. Si, c’era un posto, ma ero fortunato. Tutto era pieno. Perché? Bushfires. Incendi. Il caldo aveva generato autocombustioni nei bush, i quali si erano propagati per chilometri tutto intorno alla città. Centinaia di sfollati con le case a rischio. Ostelli e alberghi tutti pieni. Ho avuto fortuna, ma ho poi pagato nei giorni seguenti. Reperita l’attrezzatura per la farm, la domenica ho preso il bus per Huonville. Non ero teso come quando ero sul treno per Bourke. Inspiegabilmente mi sentivo fiducioso. Eravamo i quattro e non più in due, e si sa, l’unione fa la forza. Pensavo che sarebbe andato tutto bene, che avremmo trovato un bel pratino dove piantare la tenda e che il lunedì avremmo iniziato a raccogliere fragole. Pura essenza di ottimismo. Arrivati alla stazione di Huonville abbiamo preso un taxi fino al Little Devil Backpackers. E qui, tutto e cambiato. La tassista, era una donna, prima di arrivare, ci aveva detto che il posto era scadente e che spesso il lavoro non c’era, ma noi insistemmo per andare. Avevamo pagato ed al telefono ci avevano assicurato un lavoro. Arrivati nel parcheggio e scesi dal taxi sembrava di essere in un altro universo. L’ostello era un insieme di baracche piene di gente e il pratino da me immaginato era in realtà una distesa di terra secca e sassi invasa da decine di tende montate alla rinfusa l’una sull’altra tende. Non c’era spazio nemmeno per una bicicletta. Sembrava una baraccopoli da terzo mondo e per nulla un ostello australiano. Il piccolo diavolo. Avevamo tutti già pagato per una settimana, 110 dollari a testa prelevati dalla nostra carta di credito al telefono. Nel resto dell’Australia un posto tenda costa dai 20 ai 40 dollari la settimana. Li costava 110, si dovevano aggiungere 7 dollari al giorno per il trasporto al lavoro e la doccia costava un dollaro. Dove diavolo eravamo capitati? Già scoraggiati per l’accoglienza, abbiamo chiesto ad alcuni ospiti dell’ostello quanto venissero pagati per le fragole per le fragole. 30 o 40 dollari al giorno. Nemmeno gli schiavi nell’800 prendevano cosi poco. Ci avevano fregati. Quello che inspiegabilmente andava bene per almeno duecento persone, non era assolutamente sufficiente a vivere. Non c’era nemmeno il padrone dell’ostello. Avevamo ricevuto istruzioni di arrangiarci. Quello che invece avevamo ottenuto era un giro a vuoto in Tasmania, soldi persi, nessuno spazio per dormire, nessuno a cui chiedere chiarimenti, nessun lavoro o un lavoro infattibile. Un cul de sac. Due italiani ci hanno attaccato bottone e ci hanno detto di scappare via subito. Quello era il posto peggiore del mondo. Sylvie mi ha guardato in faccia e mi ha detto: “E adesso che cazzo facciamo?”. Già che si poteva fare? La tassista ci aveva accennato ad una sistemazione alternativa e quindi decidemmo di chiamarla. Al telefono rispose che sarebbe stata lì in venti minuti e che ci avrebbe potuto dare una casa ed un’auto per girare tra le farm e chiedere lavoro. Tutto sistemato. Abbiamo raccontato agli italiani dell’ostello la nostra nuova possibilità ed uno di essi ci ha detto la cosa più saggia del mondo: “L’Australia dà, l’Australia prende!”. All’arrivo della tassista ricarichiamo la macchina, montiamo e le diciamo di portarci dove vuole. Lei però si rimangia la parola. La casa non era disponibile prima di due settimane e così la macchina. La fiera di Cygnet aveva prosciugato tutti i posti disponibili. Eravamo di nuovo fregati. L’Australia prende. Dopo un po’ di dialoghi confusi tra tutti noi, sempre la tassista ci dice che ci potremmo fermare lungo la via a chiedere ad una signora che ha un ostello e che trova lavori per i backpackers. L’Australia dà. Il lavoro può esserci, dice la signora, ma il posto per farci dormire è una baracca senza luce né acqua ed abitata da altri quattro francesi. Non avevamo scelta, così abbiamo accettato. La baracca si è rivelata essere decente, a parte per la mancanza dei più comuni servizi e della presenza di decine di esemplari di ragni  dal marchio rosso, ragni ultra temuti da tutti poiché un loro morso può uccidere. L’Australia ha tolto più di quel che a dato. Nel giro di nemmeno un’ora la nostra situazione è mutata innumerevoli volte. Si è stabilizzata su un livello molto basso, un livello paragonabile alle condizioni degli schiavi che coltivavano il cotone. Il lavoro non è duro come a Bourke. Le ciliegie sono molto più facili da raccogliere. Il problema è che veniamo pagati tutti 8 dollari lordi a cesto. Un cesto pesa otto chili quindi la paga si riduce ad un dollaro al chilo. Non solo. I cesti devono contenere solo frutta di prima qualità. Niente ciliegie ammaccate o marce o segnate. Solo frutta perfetta. E’ terribile. C’è gente che raccoglie nove cesti al giorno, quindi vuol dire che non arriva ad 80 dollari al giorno meno le tasse. E’ un lavoro ultra sottopagato. Chi abbiamo incontrato in giro ha detto che la Tasmania è bella da girare ma pessima per lavorare. E’ più povera rispetto al resto dell’Australia, quindi le paghe sono molto più basse mentre gli ostelli spennano chi cerca lavoro per i visti.

Io devo solo resistere per altri 30 giorni in un posto sito tra le colline del ‘800. Non avrei mai e poi mai voluto dirlo ma preferivo Bourke. Incredibile, ma vero. La farm mi sta uccidendo dentro. Qui veramente sono dall’altra parte della tv, sono il paragone per quelli che stanno meglio. Vorrei avere più tempo per cercare condizioni migliori, ma non ne ho. O resisto e mi guadagno il secondo visto oppure mollo e chiudo con l’Australia. Decine di persone mi hanno chiesto com’è l’Australia, se vale la pena venire fin qui. Io credevo di amarla tantissimo, ma in realtà quello che provo per lei va oltre tutto quello che si possa provare, perché quello che sto facendo adesso per restare un altro anno non lo farei per nessun altro motivo al mondo. Per nessuno e per niente. E’ infernale, disumano. Lavori durissimi pagati male e condizioni di vita al limite della sopportazione. Schiavi, siamo tutti schiavi. Immigrati che cercano di non pensare e fare quello che devono per un altro anno di paradiso, per un altro pezzo di cielo che, anche se per ognuno ha un nome di città diverso, per tutti si chiama Australia.

 


Canberra, Melbourne e Strawberry Fields

Melbourne, VIC, 2 gen 2013, ore 21:13, ostello

Sono ormai quasi dieci mesi che sono in Australia. In tutto questo tempo non ho mai incontrato nessuno che mi abbia detto di essere stato a Canberra. Adesso ho capito il motivo.

La capitale dell’Australia è una città progettata appositamente per lo scopo di diventare capitale. I lavori per la sua realizzazione iniziarono nel 1913. Il luogo su cui sorge è stato scelto nel 1908 ed è situato tra Sydney e Melbourne. Il motivo è che quando si stava decidendo se fare diventare capitale Sydney o Melbourne, nessuna delle due voleva cedere: entrambe pretendevano il titolo di capitale. Per terminare la contesa, si è quindi deciso di costruire la capitale tra le due pretendenti. E’ una storia che fa sorridere, ma il risultato di questa faida ha dato alla luce una delle città più vuote e desolate che abbia mai visto. Canberra, sulla carta, ha molti pregi. E’ una città costruita sulle sponde del lago Burley Griffin, un bacino artificiale appositamente creato, ed è immersa nel verde. Ci sono talmente tanti parchi che a volte la città quasi scompare. La zona parlamentare, il centro governativo vero e proprio dell’Australia, è composta da edifici imponenti circondati da ettari di alberi e parchi e affacciati sulle rive del lago. Scritta è molto più bella di quanto non risulti in realtà. E’ troppo dispersiva e le vacanze natalizie non aiutano assolutamente a creare intimità con gli autoctoni. I visitatori sono pochissimi e gli abitanti ed i politici, che la abitano durante l’anno, in questo periodo sono quasi tutti al mare o in viaggio. E’ come se in Italia fosse ferragosto: tutto chiuso, nessuno in giro e morale a terra per chi deve restare in città.

Melbourne invece è fatta di tutta un’altra pasta. L’impronta urbana è la stessa di Brisbane: una grande città situata lungo un fiume che la taglia in due. In principio non vedevo tante differenze se non nelle dimensioni, ma poi, girando, le differenze ci sono eccome. Pensavo che Sydney fosse clamorosamente la città più bella d’Australia. L’Opera House e l’Harbour Bridge difficilmente possono competere con qualunque altra struttura, credevo. Invece Melbourne compete eccome. Difficile per me poter dichiarare la vincitrice. Quest’ultima è molto più varia, ha più sfumature di Sydney. Il suo waterfront non compete con quello di Sydney, nemmeno ci prova, e questo suo non provarci e il suo sviluppo differente rende la zona portuale bella e vera. Gli edifici del centro e dei Docks sono all’avanguardia sia come architettura che come servizi, mentre dietro ad ogni angolo spuntano strane strutture, non convenzionali. Bolle verdi, piramidi sulle pareti, ancore sospese, non c’è limite alla fantasia. Spesso ho sentito dire che Melbourne sia la città più bella d’Australia. Appena arrivato una ragazza al bancone di un bar mi ha chiesto se era la prima volta a Melbourne. Gli ho risposto di sì. “Melbourne is the best city in Australia!”. Difficile decidersi. Certo è la più varia, la più europea, la più raffinata. Caffè, negozi di design, boutique di stilisti e murales sono gli ingredienti principali del quartiere Fitzroy, forse uno dei luoghi più belli della città. Qui si possono incontrare alternativi all’ultima moda e cinquantenni scalzi e coi pantaloni sdruciti fermi alla stessa fermata del tram. Il tram. Anche questo mi piace tantissimo. E’ il mezzo perfetto per questa città. Gira come una metropolitana ma è più caratteristico, più eccentrico. No questa città merita assolutamente una visita. Qui ho trovato la lavanderia più strana che abbia mai visto ed un negozio che vendeva solo macchine fotografiche Polaroid originali. Spero di ritornarci assolutamente.

Spero di ritornarci il 28 febbraio, di ritorno dalla Tasmania, dove spero di aver finalmente finito i miei 88 giorni di lavoro per il visto. Oggi ho trovato un lavoro: raccoglitore di fragole a Huonville. Fragole. Non ciliegie, o mele, o uva. No, fragole. Forse addirittura peggio dei meloni. Il lavoro dovrebbe iniziare lunedì e l’alloggio l’ho trovato in un ostello che ha tutte le camere occupate ma che fornisce un posto in tenda per 110 dollari la settimana più 7 dollari al giorno per il trasporto alla farm. E’ una rapina. Se penso che dopo aver raccolto fragole tutto il giorno devo anche dormire in tenda quasi rimpiango il mio treno abbandonato a Bourke, ma non ho trovato di meglio. Ho chiamato mille ostelli e mille farm e nessuno aveva posto o lavoro. Il 28 febbraio mi scade il visto e a me mancano 40 giorni circa. Non posso aspettare, quindi vado e spero che sia meglio di quanto pensi. Mentre lasciavo Bourke ricordo che pensavo al fatto che qualunque altra farm avessi trovato in futuro non sarebbe mai stata peggio di quella che stavo lasciando. Spero di non aver parlato troppo presto. Spero che non mi manchi Bourke.