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Quel treno per Wuhan

Treno 1562, Guilin – Wuhan, 24 feb 2011, giorno 44, ore 20:34

Nella sala d’attesa ero un po’ teso. Non sapevo bene cosa aspettarmi da questo spostamento. Un autobus è un autobus quasi in tutto il mondo, ma un treno può riservare ogni genere di sorpresa. La sala d’attesa era molto affollata e io ero l’unico viso pallido. Non so come si spostino gli altri viaggiatori. Mi è difficile credere di essere l’unico maschio dall’aspetto occidentale in tutta la Cina. Eppure a giudicare dalla frequenza con cui ne incontro sui mezzi pubblici e dalle reazioni dei cinesi quando mi vedono si direbbe di sì. Dopo la chiamata del treno, una massa di persone si mette in fila disordinatamente. Io mi agrego e dopo 5 minuti di attesa sono sul binario. Il treno sembra un Eurostar, solo più lungo e più grande. Appena entro, nella carrozza scende il silenzio. Tutti mi guardano attoniti. Chi sorride timidamente, chi distoglie lo sguardo incontrando il mio, tutti osservano attentamente quello che faccio. Devo ancora abituarmi a questo genere di reazione, ad essere sempre al centro dell’attenzione con tutti gli occhi puntati addosso. E’ vero che ormai è dal Giappone che subisco questo trattamento, più o meno, però faccio ancora fatica a sentirmi a mio agio. Non è facile. Il viaggio dura 14 ore, quindi anzichè un seggiolino normale ho optato per un letto duro, come lo chiamano qui per differenziarlo dal letto morbido. Era disponibile anche quello, ma mi sembrava di viziarmi troppo. Arrivato al mio posto trovo che c’è una signora sdraiata sopra. Questa mi vede, si alza, farfuglia qualcosa in cinese e poi se ne va. Mi viene in mente quella scena di Fight Club dove Edward Norton legge l’articolo di giornale scritto in prima persona da una parte del corpo. “Sono il cuoio cappelluto di quella signora. Quando mi avranno lavato l’ultima volta? Sarò pulito?”. Appoggio lo zaino sul letto e mi dileguo in fretta verso il bagno. Tutto quel silenzio e quegli sguardi sono un fardello troppo gravoso da sopportare ulteriormente. Il bagno lo trovo quasi subito e dopo averlo trovato desidero non averlo mai fatto. Devo ringraziare, mio malgrado, Trenitalia se riesco afare la pipì senza vomitare. A quanto pare qualcuno a bordo ha male di stomaco e ha voluto condividere col resto dei passeggeri questa notizia evitando di tirare l’acqua. Io ci provo, ma quella non funziona. Torno al mio posto e, fortuna delle fortune, scopro che il mio letto è proprio al centro di un allegra combriccola di giovani gentiluomini cinesi, i quali certo non si curano dell’invisibile confine imposto dal numero stampato sul fronte del mio biglietto. Tutti fanno i loro comodi. Chi appoggia le mani, chi i piedi, chi persino il mangiare sul mio letto. Paese che vai, usanze che trovi, viaggiatore. In Germania non esisterebbe, in Giappone ti sparerebbero e qui, invece, è all’ordine del giorno. Si prospetta un lungo, lungo viaggio. Se non altro, la compagnia ferroviaria cinese è di parola: per essere duro, il letto è straordinariamente duro.


Un uomo in barca

Yangshuò, Guangxi, 23 feb 2011, giorno 43, ore 16:05, ostello

Il fiume Li è quanto di meglio possa desiderare il viaggiatore. Le sue acque sono mansuete, docili, pulite. Guardando dall’impavesata dell’imbarcazione è possibile vedere il letto del fiume quasi in ogni momento. Non è molto trafficato, anche se una qualche barca di ronda lungo il fiume è sempre alla vista. Esso scorre tra le montagne del Guangxi e le attraversa in silenzio, accarezzandole ad una ad una. E’ un percorso idilliaco che appaga il desiderio del viaggiatore di vedere posti nuovi ed unici. La vita bucolica che lo accompagna lungo il suo corso è ricca di spunti: contadini, pescatori, venditori seduti sotto a capanne sulle sue rive, anatre ed uccelli in quantità. Ogni tango si incontrano un molo o un porticciuolo, usati dagli abitanti per introdursi nelle barche e scivolare lungo la corrente. C’è una gran pace, interrotta a sprazzi dal suono del motore che di tanto in tanto riporta la mente alla realtà. C’è anche la nebbia. Questa cosa sta diventando la mia rovina. Ieri, sulle terrazze di riso, tutto il panorama era saturo di nebbia al punto da non riuscire a vedere per più di due piani delle ingegnose costruzioni. Ho sperato tanto nel bel tempo per oggi, ma naturalmente non è servito. Sono abituato alla nebbia, a casa mia si vende per pochi centesimi il quintale, ma qui è un’altra faccenda. E’ una barriera che impedisce il pieno godimento dell’ambiente circostante ed è una disfatta per le fotografie. La macchian fotografica, giudice severo ed imparziale, si limita a raccogliere quello che gli si para dinnanzi, e se questo implica una parete di grigio informe che cela le vette e i panorami, lei lo coglie ugualmente. Non le interessa il risultato, le interessa mantenersi fedele al suo principio, e vi esorto su questo punto a non metterla alla prova. Io ci provo da tanto, ma inutilmente. Arrivato a Xingping ho scoperto un piccolo paese in riva al fiume. Non molto pittoresco ma, in compenso, molto pieno di fango. Nelle sue strade solo pochi punti possono vantare l’asfalto e il risultato è che in questa stagione l’intero paese sembra immerso nel fango. Il marroncino pallido è il colore che prevale. Non avendo a mia disposizione i mezzi per combattere tutta questa terra liquida e non avendo nemmeno vestiti e scarpe di ricambio per fare un tentativo, ho decisso di continuare fino a Yangshuò. Una gran decisione. Questo è il posto più bello che abbia visto finora in Cina. Case ordinate, strade lastricate di pietra, lanterne in ogni dove e una vivaace vita cittadina. Mi sarei aspettato di tutto fuorchè questo. Per una volta sono stato sorpreso in meglio. O forse no? Credo che sia giunto il momento di affrontare il tema con il quale ogni viaggiatore prima o poi deve fare i conti: il turismo. Il tursimo di massa per certi versi è una buona cosa: aiuta l’economia locale, rende i posti più predisposti all’accoglienza dei visitatori e rende il viaggio meno difficoltoso sotto gli aspetti della lingua e della ricerca di informazioni e strutture. Qui, per esempio, quasi tutti parlano inglese ed è pieno di ostelli ed alberghi. Però, questo turismo, è una lente che distorce. Questo luogo si presenterebbe così se non ci fosse stato l’intervento del turismo? Non credo proprio. Mi è capitato di vedere alcuni posti totalmente estranei al turismo e decisamente non erano così. La cosa peggiore, tuttavia, è quello che io chiamo l’intrattenimento forzato. Gli abitanti di un paese meta di turismo dicono ok, siamo turistici; ma perchè non diventarlo ancora di più? A questo punto vengono rispolverati antichi costumi, antichi riti e spettacoli dimenticati da secoli e spacciati per vero folklore locale. Si organizzano show, pullman e teatri appossitamente per intrattenere stranieri e trattenere i loro soldi. Li capisco gli autoctoni, nulla da dire, ma per me che lo vivo devo dire che preferirei evitarlo. Il problema è che diventa difficile distinguere il folklore genuino da quello forzato, perchè una volta messo in moto il meccaniosmo, tutto ha lo stesso sapore: una trappola per turisti. Si sono già sprecati milioni di parole su questo tema, quindi non mi dilungherò oltre. Soltanto vale la pena rifletterci sopra.

Mano a mano che mi avvicino all’ovest del Paese, non faccio che pensare al Tibet. Ormai sono arrivato al punto in cui ogni cosa che faccio è per esso. In ogni luogo chiedo informazioni per arrivarci, interpello agenzie e altri viaggiatori. Quando è così è meglio andare subito e togliersi il pensiero. Ho solo una tappa “obbligata” prima di lanciarmi verso la terra occupata: i monti del kung-fu del Wudan Shan. Sono proprio lungo la via (circa), lungo la strada ferrata che mi porterà a Chengdù, luogo che si presuppone essere la porta d’accesso per il Tibet. Non ho informazioni certe, solo frammentate, ma quasi tutte concordano nel dire che se voglio raggiungere Lhasa e l’Everest, quella è la città da raggiungere per prima. Nella speranza che il tempo migliori e che la mia macchina fotografica sia ben disposta, farò una cosa che erano settimane che non facevo: il bucato.


Guilin

Guilin, Guangxi, 21 feb 2011, giorno 41, ore 21:01, ostello

Secondo i cinesi sotto al cielo non c’è niente di meglio delle montagne e dei fiumi di Guilin. Gira voce che sia il posto dove ogni cinese sogna di andare. Effettivamente non posso dargli torto. Tutto intorno alla città ci sono queste montagne, questi picchi, che sono le tipiche montagne che si vedono nelle immagini della Cina. Sono veramente uniche. Ammassi di roccia che si ergono dal terreno all’improvviso, tempestati di vegetazione e di templi sulla loro cima. Tutto molto caratteristico. Il fiume Li accompagna la città da nord a sud e si perde nell’orizzonte della regione del Guangxi. E’ calmo, sereno, ispira tranquillità solo a guardarlo. Non mi stupisco che sia uno dei fiumi più amati della Cina. Domani mi recherò nelle campagne in cerca delle famose terrazze di riso. Spero che non piova ma soprattutto di trovarle. La prossima tappa sarà Xingping, tra due giorni. Per raggiungerla sperimenterò un po’ di gentilezza locale. Oggi mentre ero in contemplazione del fiume assorto nei miei pensieri, un signore mi si è avvicinato. Parlava inglese, così mi sono messo un po’ a chiacchierare con lui. E’ saltato fuori che io volessi andare a Xingping. E’ saltato fuori che lui avesse una barca. Morale della favola ho appuntamento con lui per il 23 alle 9:30 di mattina per discendere il fiume in barca. Ci ho parlato per quasi un pomeriggio e mi sembra proprio un tipo a posto. Non sono preoccupato, anzi, sono carichissimo. Il fiume Li è uno dei fiumi più celebrati del mondo e percorrerne un pezzo in barca nel punto più bello è un’esperienza che non ha prezzo. O meglio, ce l’ha ed è di 100Y. Un affare, se si conta che una mini crociera per turisti nei dintorni di Guilin costa dai 250Y ai 550Y per una guida in inglese. Io ho la mia barca personale per meno della metà. Vi mando un pezzettino di Guilin per salutarvi: le pagode gemelle del Sole e della Luna.

Pagode gemelle del sole e della luna, Guilin