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Archive for October, 2012

Venti, serpenti e tramonti

Darling Farm, Bourke, NSW, 26 ott 2012, ore 20:27, giorno visto 5/88

Bourke ha due venti, o almeno così pare a me, uno buono ed uno cattivo. Quello buono spira da est, dal mare. Passa da Sydney, spazza Bondi Beach e arriva fino a quaggiù a mitigare le sofferenze dei lavoratori. La sua brezza fresca e pura sfiora dolcemente le schiene sudate e i visi impolverati e porta benessere. E’ una delle godurie maggiori che offrono i campi in questa stagione. L’altro, il cattivo, viene dall’outback. Soffia dall’ovest e la frescura di Perth si secca e scompare attraverso il deserto. E’ un’aria che toglie il respiro e secca la gola. E’ una delle torture che offrono i campi in questa stagione. O tutto l’anno, chissà. Questi due venti sono le uniche fonti d’aria che spargono la polvere che alza la mia zappa. Quando va bene. Ieri abbiamo potato. Ad un primo impatto, la mattina presto, era anche piacevole tagliare i rami con le cesoie. Un poco di ombra offerta dagli alberi, la schiena dritta, un albero dopo l’altro. Alle undici e mezza il termometro segnava quaranta gradi e tutta l’aria del mondo non riusciva a penetrare la spessa coltre di alberi. Tutti in fila e compatti formavano una barriera impenetrabile a qualunque vento. E’ stato il giorno più lungo di tutti. Non sentivo più le braccia e il sole e la felpa che indossavo rendevano il tutto ancora più insopportabile. Volevo rinunciare, ero ad un passo, ma poi Judy, quella santa donna che amo sempre più, alle due nemmeno è arrivata e ha detto che poteva bastare. Faceva troppo caldo. Un altro giorno era andato. Dopo la doccia pensavo di avere la febbre a quaranta, tanto era il calore che avevo accumulato. Volevo scrivere ma le braccia erano troppo stanche. Potare è certo peggio che zappare. Ho notato una cosa: in campagna qualunque nuovo lavoro è peggio del precedente. Sempre, è una costante. Il problema è che sono tutti noiosi e faticosi. Davvero non riesco a comprendere come possa l’umanità fare affidamento sull’agricoltura. Fosse per me coprirei tutto di cemento e farei parcheggi per supermercati. Per fortuna non decido io.

Oggi la giornata si è aperta con un bel fresco. Era nuvoloso, e zappare i campi non più sotto al sole è tutta un’altra cosa. Ventinove gradi anziché quaranta fanno una bella differenza. Oggi è stato anche il giorno del serpente. Di fronte al mio container c’è un tronco di legno appoggiato sull’erba. Di solito è lì che attendiamo tutti l’arrivo di Judy. Dopo la pausa pranzo mi sono messo lì come al solito a parlare con Sylvie. Poi, con la coda dell’occhio ho visto un movimento. E’ stato strano. Ho guardato in direzione del movimento e ci ho messo almeno cinque secondi a rendermi conto che quello era un serpente. Un lungo serpente marrone. Lo vedevo, era lì di fronte a me, ma il mio cervello l’ha collegato ad un tubo per annaffiare mollato per terra ed impazzito a causa della pressione dell’acqua. Ricordo che il pensiero che mi ronzava per la testa era: “Non può essere un tubo”. Non so perchè abbia pensato a questo, ma quando ho realizzato il pericolo il serpente stava venendo verso di noi. Ho preso Sylvie da una parte, lei non aveva visto nulla. Sono silenziosi i ragazzi. Io non lo perdevo di vista, l’ho seguito finchè la distanza non è aumentata sufficientemente. Judy è scesa dalla macchina e anche Cathy, la vice supervisore. Anche lei è aborigena, e da donna dell’outback è scesa con la zappa in mano. Si è avvicinata ed ha iniziato a guardare a terra. Indicava dei punti dove la sabbia era smossa in un certo modo. Seguiva le tracce del serpente. Le due hanno ricostruito la strada presa dal rettile e hanno concluso che se si era avvicinato tanto era perchè forse cercava dell’acqua. Fine? Tutti a zappare. Così vanno le cose a Bourke. Al ritorno sempre quel serpente, o comunque un suo parente molto simile, strisciava sulla terra rossa che portava ai container. L’abbiamo schiacciato con la macchina ma dopo il nostro passaggio non c’era nessun cadavere. Forse era morto, forse era scappato. Chissà. Fine? Tutti sotto la doccia, la cui porta ha giusto giusto una fessura che sembra studiata apposta per i serpenti. Non è stata la doccia più rilassante dell’ultimo anno.

Non è affatto una vita facile. Tra la fatica e i pericoli ce n’è più che abbastanza per impazzire o scappare ma ci sono anche degli aspetti unici e positivi. Questo è quello che vedevo dalla mia finestra poche ore fa.

Non c’è Photoshop in questa foto. L’ho scattata e postata così com’era, sul mio onore. I tramonti dell’outback valgono quasi la fatica di vivere qui. Non è molto, ma è forse un primo passo per vedere quella bellezza che ad un primo sguardo sembra totalmente assente qui, a Bourke, terra di venti, serpenti e tramonti


L’Australia è una puttana

Darling Farm, Bourke, NSW, 24 ott 2012, ore 20:01, giorno visto 3/88

Chipping. E’ la parola australiana che significa zappare. E’ forse la parola che al momento odio maggiormente. Anche oggi otto ore a zappare sotto al sole. Le mie gambe non rispondono più, la mia schiena è a pezzi e le braccia sempre più pesanti. E rosse. Mentre tagliavo la mia bistecca al burro ho notato che gli avambracci sono quasi ustionati. Li definirei “rosso tramonto australiano”. Oggi stavo scoppiando dal caldo e ho tenuto le maniche della felpa tirate su fino ai gomiti per un paio d’ore nel pomeriggio. Nonostante la mia pelle si sia abbronzata sotto ad uno strato protettivo di crema al cocco durante il mio peregrinare per il Queensland, il sole dell’outback l’ha quasi bruciata. Ci è davvero mancato poco. Domani dovrò stare attento o mettermi la crema, anche se il pastone che deve saltare fuori con la polvere rossa non deve essere piacevole.

Mentre zappavo, sotto al cappello, pensavo a quanto sia puttana questa terra. Non perché offre il suo corpo per soldi, anche se un po’ lo fa, quanto perché le tue volontà qui sembrano contare davvero poco. La farm. A Perth parlavo sempre con Carlo della farm. Le sue intenzioni erano cristalline: era un’esperienza che voleva fare da solo, in un posto sperduto, lontano da tutto e da tutti, a fare un lavoro duro e a cercare di trovare il Nirvana in una specie di ritiro spirituale. Come è andata? Adesso è a Bowen e appena smette di lavorare si sbronza in una casa da urlo, in compagnia di gente sempre diversa, le domeniche al mare e i sabati in disco. Un caso? Sylvie non voleva assolutamente fare la farm. Dov’è ora? A fianco a me nel posto più sperduto e spietato d’Australia, dove l’erba è secca e l’acqua dei billabong è marrone. E io? Io ero indeciso. Avrei voluto una cosa soft, magari un lavoro in città, che so, a Darwin, valido per il visto, circondato da cemento e da vita. Certo non zappare sotto al sole a due passi da quel deserto che inizia al di là del recinto di Darling Farm e finisce quasi alle porte di Perth. Ma l’Australia ha deciso il contrario, tutti i piani sconvolti, tutto diverso. E’ bellissimo, da un lato. Niente certezze sul domani, ogni giorno un’incognita, una sfida, un cambiamento. Qui non si lucidano le maniglie sul Titanic: qui non ci sono maniglie né Titanic. Qui c’è solo una terra che offre l’evoluzione dell’avventura. Cook esplorava mondi inesplorati e lande sconosciute, ma l’avventura dell’Ottocento non tornerà mai più. Oggi si conosce tutto ma qui ancora non si conosce il domani e questa è l’avventura più grande di tutte. E’ l’avventura di oggi. Chilometri, van, esperienze, genti, padroni, mates, donne, giorni, tramonti, lavori, moduli, amici passati e futuri, case e ostelli. Tutto cambia, tutto passa e rimane solo nel cuore. Domani è un altro giorno ed è quasi inutile pensare a dove vorresti essere. Spesso non ci sei ma comunque tutto va per il meglio. Siamo nel migliore dei mondi possibili per davvero e Pangloss non ha mai avuto tanta ragione. Certo, ti capitano anche i giorni in cui ti svegli a Bourke, fuori da tutto e da tutti. Anche questa, però, è l’Australia.


La terra rossa

Darling Farm, Bourke, NSW, 23 ott 2012, giorno visto 2/88

Tra ieri e oggi il mio corpo ha subito uno stress incredibile. Non riesco quasi a muovere le gambe, le braccia sono pesantissime e la schiena mi fa male. Primi due giorni di farm, quella vera. Sveglia alle cinque e mezza, inizio lavoro alle sei e mezza e termine alle tre con mezz’ora di pausa pranzo. Le mie mansioni, fino ad ora, sono state strappare le erbacce a mano e zappare infiniti filari di cocomeri e meloni. E’ il lavoro più duro che abbia mai fatto in vita mia. Già lavorare in campagna è duro di suo, in più bisogna aggiungere all’equazione l’Australia. Il clima è torrido. Fino alle nove si sopporta bene, ma poi il sole si alza e se il vento non è fresco è come zappare in un gigantesco forno a cielo aperto. Mai una nuvola in cielo, il quale è azzurro come nei disegni. Purtroppo per proteggermi dal sole che ustiona sono costretto ad indossare abiti lunghi, quindi lavoro in felpa e tuta. Si possono quindi facilmente immaginare le mie condizioni nel primo pomeriggio. Il periodo di tempo che va dall’una alle tre è infinito. I minuti sembrano ore e la fatica fisica raggiunge il culmine. Lavoro in automatico, uno zombie nei campi coperto di terra rossa. La terra d’Australia è composta da polvere rossa. Questa polvere super fine penetra ovunque. Le scarpe sono rosse, gli abiti rossi, le lacrime e il muco rosso. E’ impossibile fermarla. Anche il pavimento del container ne è cosparso. Nelle foto è bellissima, ma lavorarci in mezzo è un’altra cosa. Però ci sono anche un sacco di aspetti felici. Judy, la supervisore, il mio capo diretto, è la donna più buona che abbia mai incontrato. E’ gentile, ti spiega sempre le cose tante volte e se lavori non al meglio, vinto dalla fatica, non ti rimprovera mai. Credo che sia un’aborigena, ma il colore della sua pelle potrebbe anche derivare dagli anni di lavoro nei campi, quindi non lo so di preciso. Anche negli orari è ultra flessibile. Ieri abbiamo smesso mezz’ora prima e oggi un’ora. Sempre otto ore segnate e via al riposo. Non so se lo faccia perché si rende conto che le nostre condizioni fisiche siano del tutto impreparate o se lo faccia perché anche in campagna la mentalità australiana del lavorare il meno possibile prevale, ma non mi importa. Quando si rientra è sempre una grande gioia, anche se fatico a salire in macchina per via dello stress muscolare. In Italia ho lavorato spesso in campagna, d’estate, a raccogliere la frutta, e non si sono mai sognati di regalarmi ore in questo modo. Mai. Rientrato nel container faccio la doccia e aspetto il giorno dopo cercando di non addormentarmi troppo presto. E’ forse il momento peggiore, dopo che ti sei un poco ripreso. Non si va da nessuna parte, non si parla con nessuno, non c’è nulla da fare se non aspettare. E’ una vita terribile. Non mi spiego come la si possa scegliere deliberatamente. E’ solo il secondo giorno e già non ne posso più. Spero solo che dalla settimana prossima il mio fisico si sia abituato. Mancano 86 giorni e desidero con tutto il cuore che passino in fretta, tipo quel paio d’ore di lavoro all’alba.


La pioggia porta conforto

Darling Farm, Bourke, NSW, 21 ott 2012, ore 15:43, domenica

Oggi va un poco meglio. Il senso di spaesatezza si è un po’ placato. La giornata si è presentata nuvolosa fin dal mattino e per un po’ ha persino piovuto. Poche gocce selvagge. Il fresco non è durato tanto, ma mi sembra che sia tutto lievemente più familiare. La natura non è così violenta, oggi. I rumori misteriosi che provengono la notte dall’esterno del container non ci sono durante il giorno e le nubi, placando il sole, diffondono tutto intorno un che di rassicurante. Anche il vento è più fresco. Non più un perenne asciugacapelli che spira in ogni dove ma una forte brezza carica di una lieve frescura. Nessuno in giro. Niente. Forse mi sto abituando alla situazione o forse oggi è solo una buona giornata, ma non mi pesa più come ieri. Leggo, scrivo, guardo film. Mi tengo impegnato nell’attesa che venga domani. Il mio primo giorno di lavoro nella farm, il giorno 1 su 88. Nelle 48 ore che ho trascorso qui ho sviluppato una serie di piani alternativi. Ad essere sincero non ci tengo poi più di tanto ad avere il secondo visto. Non a questo prezzo. Ora come ora è solo una gara di resistenza ed io, purtroppo, mi sento più favorito sulle brevi distanze. Non sono l’uomo delle maratone nell’outback, ma forse anche questa è solo questione di abitudine. Il mio problema più grande credo che sia il fatto di non riuscire ancora a ridurre tutto ai minimi termini. Sono qui, ho un tetto sulla testa, un letto e un condizionatore. Ho a fianco a me la donna che amo, ho un frigo pieno, un computer ed una connessione funzionante. Sono in un ventre di vacca. E invece penso al fatto che non c’è nulla, che sto sprecando giorni, ore, minuti preziosi della mia vita senza ricavarne nulla. So che non è vero, che quello che c’è qua fuori ha una sua bellezza e che se riuscissi a coglierla allora sarei nuovamente ricco, ma purtroppo non la vedo ancora. L’essenziale è invisibile agli occhi ed io sono cieco. E’ ancora troppo presto. Ho però iniziato ad esplorare i dintorni. Ieri ho camminato lungo la terra battuta che forma quella che possiamo definire la strada per arrivare al capannone dove si impacchetta la frutta. Dopo appena un centinaio di metri ho sentito un rumore nell’erba alta che costeggia la lingua rossa. Un lungo serpente marrone spuntava da un pezzo di terra nudo. Non ho visto la testa, mi sono volto tardi, ma il lungo corpo che precedeva la coda sembrava non finire mai. Non mi ha fatto tanto effetto, eravamo distanti. Anzi, mi ha quasi fatto piacere iniziare a fare la conoscenza delle creature che mi circondano. Sono comunque rientrato nel container perché non ho idea di come comportarmi di fronte ad una situazione del genere. Nessuno mi ha ancora ragguagliato a proposito, ma almeno abbiamo fatto conoscenza. La notte però fa ancora paura. Quei duecento metri che mi separano dal bagno per me sono come duecento chilometri. Troppi rumori, troppa vita sconosciuta, troppo buio. Un muro nero e impenetrabile che apre lo scrigno delle paure arcaiche, le paure provate dall’uomo fin dalla notte dei tempi. Non so cosa cela quell’oscurità, ma per ora non ho voglia di saperlo. Aspetto sempre con ansia il mattino, la luce e, quando si può, le nuvole cariche di pioggia. Domani alle sei e un quarto si va nei campi. Da quanto ho capito si seminano i meloni. Sdraiati tutto il giorno sulla terra rossa a fare buchi con uno stecco e a piantare semini. Sdraiati sulla terra dei serpenti aspettando il mattino dopo.


Il mio lager nell’outback: Darling Farm

Darling Farm, Bourke, 20 ott 2012, ore 15:17

Non so bene da dove partire. So che non mi piace qui, è come stare in un carcere e la cosa più terribile è che non ci sono sbarre o recinzioni o muri: c’è solo il nulla tutto intorno a me. Credo di non essere mai stato così male in vita mia. Mi è capitato di vivere brutte situazioni o di fare lavori terribili, ma questo batte tutto e tutti. Oggi sono andato a fare la spesa in città. Giuro che per quell’ora, circondato da miei simili, mi sono anche sentito bene, pensavo “Dai cazzo, ce la posso fare!”. Poi sono tornato qui, nel mio container, e la fame che avevo al supermercato si è dileguata. Lo stomaco si è chiuso e un macigno si è posato sul mio petto, a volte bloccandomi il respiro. Come farò anche solo a resistere tre settimane? Sono come tre anni o trenta o trecento. E’ un’infinità. L’Australia è anche spietata e Bourke e la Darling Farm sono tra gli aguzzini più feroci. Qui, a qualche baracca di distanza, vivono una giapponese e una coreana. Loro fanno questa vita da diciassette mesi una e da otto l’altra. Per me è come se mi avessero detto che non esiste il sole. E’ impossibile. Come fai a resistere in un posto simile? Come fai ad andare avanti? Credo che ogni viaggio abbia dei momenti cupi. Questo è il più cupo in assoluto. E’ una condizione psicologica che mi fa uscire fuori di testa. Libero, eppure intrappolato nel nulla. C’è gente che riesce, resiste e alla fine si sente invincibile. Io non so se ce la farò. E’ il secondo giorno, non ho nemmeno passato 24 ore quaggiù, e già non so dove sbattere la testa. Ora capisco cosa vuol dire essere irlandese, vivere in buco di merda a fare un lavoro anche peggiore e tornare a casa alla sera e bere per dimenticare dove si è e cosa si deve fare. E’ l’unica via, l’unico stratagemma a buon mercato per non impazzire. Tutto questo per un numero, un codice che mi permetterebbe di restare un altro anno nel Paese dei sogni, nella magica Oz. Ne vale la pena? Una vocina sepolta sotto ad un mare di angoscia urla di sì, ma è talmente lontana e debole che a malapena si sente. O forse è solo il vento, questo vento caldo e secco che spira dall’outback. Spero che col tempo migliori. Spero di riuscire anche solo a sopportare tutto questo. Spero sia così, ma mi sembra impossibile. Quasi quasi mi manca l’Italia. Forza e coraggio.


Quel treno per Bourke

Linea Sydney – Dubbo, NSW, 19 ott 2012, ore 12:39

Così è deciso: Bourke. Questa piccola comunità del Nuovo Galles del Sud è la prima meta scelta per conquistare gli 88 giorni di lavoro nei campi che mi permetteranno di restare un altro anno in Australia. Seduto sul sedile di questo treno penso ad un sacco di cose su questo lavoro e sul mio futuro. Sono così eccitato che non riesco a stare seduto. E’ quell’eccitazione che si prova quando la conclusione del viaggio è incerta, quando si sa dove si vuole arrivare ma non attraverso cosa si deve passare per arrivarci. E’ il momento peggiore: è il dubbio.

“Se si conosce Bourke, si conosce l’Australia”. E’ la frase forse più scritta a Bourke. E’ stata scritta dal famoso poeta australiano Henry Lawson. Questo signore era stato mandato qui nel 1892 dal suo editore per monitorare la vita ai confini dell’outback e anche per disintossicarsi dall’alcol. In questo luogo ha scritto alcuni dei suoi componimenti migliori. E’ un luogo che ispira, dicono. Una di quelle parti del continente in cui l’Australia è ancora vera, autentica. 2000 persone circa, clima semi arido, canguri e uccelli e farm. La farm che ho trovato coltiva limoni, arance e meloni. Sono tre settimane di lavoro che si potrebbero estendere fino a Natale, dipende da me e da loro. Dipende da Bourke. Un’ altro detto che laggiù va alla grande è Back’o Bourke ed è significativo che si pensi a Bourke come punto di ritorno dal nulla.

Non so davvero cosa mi devo aspettare. Il lavoro è sicuramente molto duro, anche il proprietario me l’ha detto. Via via che il treno si allontana da Sydney, gli alberi si diradano, l’erba si fa meno verde e spuntano pecore, vacche e canguri. Il paesaggio è splendido, come sempre, ma ora mi concentro sul fatto che non sarà solo un’immagine che scorre dal finestrino: sarà la mia casa per un po’. Il dovere prima del piacere. Quello che forse mi pesa maggiormente è il motivo per cui sono qui. Questa volta non è propriamente una mia scelta. Se avessi la possibilità di restare in Australia un altro anno senza andare in nessun Bourke o in nessun Bowen sicuramente adesso sarei a Sydney a cercare casa e lavoro a Bondi Beach. L’Australia però non lo concede. Se vuoi restare devi fare per 88 giorni molti di quei lavori che gli australiani ricchi non vogliono più fare. Sono da quella parte della televisione che a volte in Italia si vede nei telegiornali. Sono un immigrato che cerca di restare. Posso raccontarmela ma la verità è questa. Sono un italiano che come tanti suoi compatrioti prima di lui cerca fortuna in un altro Paese quando a casa tutto va male. Non è una novità, non è nulla di eccezionale; semplicemente, quando studiavo questo fenomeno sui banchi di scuola, non avrei mai pensato di farne parte. Quindi non c’è scelta, o Bourke o Italia, e da quello che leggo sui giornali e dal fatto che sono su questo treno, la mia scelta è molto chiara. Posso solo dire che adesso i racconti di John Steinbeck suonano diversi, anche se lui scriveva di America e non di Australia.

Bourke, container nella piantagione di meloni, 19 ott 2012, ore 23:54

Dove diavolo sono capitato? Vorrei proprio dire due parole al signor Lawson. Capisco che alla fine dell’ottocento non esistevano né l’Opera House né Surfers Paradise, ma se devo fare un dipinto di tutta l’Australia partendo da qui, bè non sarebbe un bel dipinto. Vivo in un container, a dieci chilometri da un centro abitato morto e a circa ottocento da quella che io definisco “città più vicina”. Al momento l’Italia non i sembra nemmeno così male. Sì, rubano tutti e non c’è lavoro, però almeno non mi sento annientato. Non credo che resisterò a lungo. Non c’è nulla a parte un milione di insetti che ruotano sulla mia testa e mi camminano addosso. Il bagno è esterno ed è a un centinaio di metri. Cento metri di buio e mistero. Per quello che mi riguarda potrebbe essere a Sydney. C’è troppa solitudine, troppa natura e troppo nulla. Mi sembra di impazzire, chiuso nel mio container ad aspettare che venga il mattino per capire almeno dove mi trovo, cosa ho intorno. Non è la mia dimensione, non lo è affatto. Se penso anche che questo week end non conta per i famosi 88 giorni mi viene davvero voglia di prendere il bus domattina e ritornare a Sydney. Ma non lo farò, non ancora, anche se non è detto che non prenderò quello di mercoledì. Per ora la farm vince e vince alla grande.


Dal paradiso dei surfisti all’inferno delle farm

Surfers Paradise, Gold Coast, QLD, 16 ott 2012, ore 09:44, biblioteca

  Arrivando da Southport, una carinissima città situata appena prima del paradiso, tutto quello che si vede è il blu. Laggiù, lungo la Gold Coast Highway, una fila quasi infinita di grattacieli tutti illuminati di blu. Arrivarci sotto è ancora più ammaliante. Le luci, i palazzi altissimi che svettano a pochi metri dalla spiaggia. La sabbia illuminata da luci blu e il rumore delle onde che rombano nel buio della notte. Non poteva esserci benvenuto migliore. Surfers Paradise, letteralmente paradiso dei surfisti, è la città principale della Gold Coast. E’ uno dei luoghi più vivaci di tutta l’Australia. La guida raccomanda di non venire qui per le vacanze di novembre e dicembre. La città è invasa da studenti in vacanza che fanno baldoria dalle prime luci del mattino a notte inoltrata e poi il giorno dopo ricominciano. Anche senza gli studenti, comunque, la città è molto viva anche di notte. Feste, locali, ubriachi e negozi aperti fino a tardi rendono Clermont solo un lontano ricordo. Il territorio di questa zona ricorda la Florida e difatti Surfers Paradise è spesso paragonata a Miami Beach. Una lunga striscia di terra corre parallela al litorale e sopra questo fazzoletto si sono ammassati grattacieli, alberghi e resort. Appena dietro ai grattacieli, isolette e canali si diramano a perdita d’occhio. E’ una specie di Venezia super estesa, ma anziché palazzi ottocenteschi ci sono case basse di legno, porticcioli e infinite barche. E’ una zona residenziale vastissima costruita sull’acqua e a contatto con essa. Per gli abitanti è molto più pratico avere una barca piuttosto che una macchina. Vista dall’alto del Q1 Skypoint, il grattacielo residenziale più alto del mondo, è una vista che lascia senza fiato. Appena il sole scende lontano dietro ai monti che circondano questa valle di terra e acqua e cemento, tante lucine azzurre illuminano il lungomare. Piano piano, mano a mano che l’oscurità avanza, sempre più luci vengono all’evidenza e la città si prepara per la notte e la baldoria. La vista dalla spiaggia, invece, con i grattacieli che sembrano quasi arrivare al mare, è una delle immagini più diffuse in tutta l’Australia. Il mare è relativamente sicuro a questa latitudine e nonostante le meduse morte si affollino lungo il bagnasciuga, i bagnanti ed i surfisti sono tantissimi. E’ un luogo perfetto per passare le vacanze con gli amici e gli studenti di cui sopra non sbagliano affatto.

Per quello che riguarda me questa città coincide con la fine del viaggio lungo la East Coast. Adesso è solo un lento arrivare a Sydney per riconsegnare il van. Ha anche coinciso con i miei primi tentativi di trovare una farm per ottenere il rinnovo del Working Holiday Visa per il secondo anno. Mi ero concentrato sulla Tasmania e le sue piantagioni di ciliegie, ma la raccolta non inizia che a gennaio. Ho quindi volto il mio sguardo all’Australia del Sud, ai vigneti della Barrossa Valley e al caro vecchio Western Australia e alla zona di Carnarvon, ma finora nessuna notizia. Ho circa cinque giorni per trovare qualcuno disposto ad assumermi, altrimenti sarò costretto a dirigermi dal mio amico a Bowen e chiedere se hanno posto per uno schiavo in più. Dal paradiso all’inferno.