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Arrivederci Chengdu

Chengdu, Sichuan, 7 mar 2011, giorno 55, ore 22:04, ostello

Un po’ di malinconia nel lasciare Chengdu. In questa città ci stavo proprio bene, come una perla in un’ostrica. Sono certo che mi mancherà, anche se tra un mese sarò di nuovo qui per prendere la strada che, salvo ulteriori imprevisti, dovrebbe condurmi al tanto agognato Tibet e al Nepal. Se c’è un Dio dei viaggiatori da qualche parte, spero che interceda in mio favore con la burocrazia. Per qualche strana ragione questa entità sembra avercela con me, ma confido che dopo tanto perseguitarmi si sia stancato e voglia magari premiare la mia perseveranza con qualche inaspettato colpo di fortuna. Uno di questi potrebbe essere il treno che domani mattina mi porterà a Xi’an. Potrebbe essere pulito e poco affollato, la mia cuccetta potrebbe essere situata in uno scompartimento tranquillo, abitato da gente tranquilla. Potrebbe perfino avere un bagno pulito. Devo dire che non mi aspetto nessuna di queste cose, ma d’altro canto non mi aspetto nemmeno un ulteriore viaggio come quello che ho fatto per arrivare fin qui. Non so se lo reggerei, devo essere sincero. Sono quasi due mesi che mi sballotto da una parte all’altra dell’Asia, e sebbene il mio spirito sia determinato e il mio corpo si sia abituato alle scomodità del viaggio disorganizzato, non nascondo che spero che l’esperienza acquisita mi possa rendere gli spostamenti meno difficoltosi e magari più confortevoli. Ma questa è la via, quindi non resta che percorrerla e vedere quello che succederà.

Tra le altre cose che mi lascio alle spalle per volgere il mio cammino verso nord, mi dispiace lasciare Xiaoxiu e la signora che mi vende i noodles all’angolo della strada. Quest’ultima, sebbene la frequenti da poco, posso dire che è abbastanza simpatica e che mi mancherà. Con Xiaoxiu, invece, è un po’ diverso. Negli ultimi giorni era andato a fare un’escursione alla quale io non ho potuto partecipare in quanto egli era entrato in possesso dell’ultimo biglietto dell’autobus disponibile (ne converrete con me che quell’entità di cui sopra si è proprio accanita). Oggi, al suo ritorno, siamo stati entrambi sinceramente felici di rivederci. Sorrisi e abbracci. Poche parole, ma ci siamo intesi. Anche con lui, però, è solo un arrivederci. Quando il mio peregrinare per il continente asiatico sarà terminato e arriverò a Shanghai, allora ci rivedremo. Mi ha promesso una partita a calcio e io voglio dimostrare la superiorità del calcio europeo. I miei piedi non ne sono certo all’altezza, ma l’umore è alto. Se si trovassero altri ragazzi italiani dentro a qualche università si potrebbe anche tentare un Italia – Cina. Non sarà trasmesso sulla RAI ma sarei molto contento di partecipare ad una partita del genere. Mal che vada mi accontenterei di un Europa – Cina. Spero solo non ci siano poi tanti giocatori o rischio di restare in panca.

 

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I muri che ci creiamo, i muri che abbattiamo

Chengdu, Sichuan, 5 mar 2011, giorno 53, ore 23:41, ostello

A Castelfranco Emilia c’è un unico ristorante cinese. Il piatto più prelibato che, a mio avviso, annoverano nel loro menù sono gli spaghetti pasta fresca con verdure. Ne vado matto, sebbene non mangi le verdure. Sono di sicuro nella top ten dei miei piatti preferiti, dopo quelli che cucina mia nonna. Io sono in Cina da più di due  settimane e non li avevo ancora mai mangiati. Ho paura del cibo. Già quando sono a casa c’è solo un ristretto numero di pietanze che mangio. Qui, poi, in un Paese straniero e con quasi nessuno che mi capisce, mangiare è uno dei miei principali problemi. La maggior parte del cibo cinese è piccante, e io col peperoncino ho poco feeling. Da qui si evince facilmente che i miei pranzi e le mie cene siano costituiti da poche variazioni e da molta ripetitività. Xiaoxiu è stata la prima breccia di questo muro. Essendo lui un cinese, è naturalmente abituato a mangiare i piatti di questa cucina, e sotto la sua spinta mi sono lasciato andare a qualche novità. La cosa migliore però che lui abbia fatto mai per me è stato scrivere sul mio taccuino “beef noodles non piccanti” in cinese. Circa mezz’ora fa mi è venuta fame. Il Macdonald’s, mia ahimè principale fonte di sostentamento, chiude alle undici, quindi mi sono dovuto arrangiare. Mi sono messo lo zaino in spalla e sono uscito dall’ostello. La Cina abbonda di banchetti che cucinano sui marciapiedi. Ce ne sono per tutti i gusti e servono praticamente qualsiasi tipo di pietanza. Io ne cercavo uno che servisse noodles, con la speranza di trovare qualcosa da mettere sotto ai denti. Non ci è voluto molto tempo prima che qiualcosa attirtasse la mia attenzione. Una signora sui 50 anni se ne stava tranquilla a cucinare col suo wok all’angolo della strada appena usciti dalla via del mio ostello. Ero spaventato ad approcciarmi direttamente a lei. Intorno al suo banchetto stavano alcuni tavolini pieni di clienti, e il solo fatto di passarci davanti e gettare un’occhiata fugace per saggiare il terreno ha destato la curiosità di tutti gli astanti. Faccio finta di niente e vado avanti. Appena arrivato fuori dalla loro visuale, mi giro e mi ripresento con noncuranza. Questa volta quasi nessuno mi considera, ma davanti alla signora si era creata un po’ di fila, quindi proseguo, attraverso la strada e mi siedo su un pilone di cemento nell’attesa che la fila si smaltisca. Accendo una sigaretta e medito sul da farsi. L’approccio diretto era fuori discussione. Non ho così tanto coraggio. Sarebbe occorsa una mossa Kansas City. Medito. Lo faccio o non lo faccio? Scemo, perchè non dovresti farlo? Ma, non so. Magari non mi piace, magari non ci capiamo, poi tutti mi guardano e io faccio la figura del coglione. Oh, butterai via 5Y, sono 50 centesimi; quanto alla gente che ti frega? Tanto non li rivedrai mai più. No, no, no, no vado via. Coniglio. Non sono un coniglio, è che non so cosa aspettarmi. Coniglio. La lotta con me stesso si è protratta in questo modo per tutta la durata della sigaretta. Mi immaginavo chissà quali situazioni, e tutte finivano senza il mio piatto di noodles ma con una magra figura. Spenta la sigaretta per terra (qui si può, lo fanno tutti) la situazione era ottimale. Nessuno in fila, pochi i seduti e la strada libera. Ora o mai più. Prendo lo zaino e mi avvicino alla signora con passo felpato. Una gazzella che si avvicina all’acqua per bere. Ci sarà un coccodrillo in agguato tra i giunchi pronto a sbranarmi? Arrivo al banchetto e non c’è nessun segno del coccodrillo. Io e la tipa ci guardiamo. Sorrido. Lei sbraita in cinese, ma non mi intimorisco. Qui hanno sempre questo modo militaresco di esprimersi. Dovreste vederli litigare. Mormoro un timidissimo “Beef noodles” che lei ignora completamente. Altri sbraiti in cinese. Scappo? Poi, con un estremo gesto di coraggio, tiro fuori il mio taccuino con la frase scritta da Xiaoxiu, la mostro al generale e ripongo in essa tutto il mio futuro. La signora mi prende il taccuino, legge, sorride e mi fa cenno di sì. Ce l’ho fatta, penso, evvai. Per fugare ogni mio dubbio lei indica la scodella col peperonico e dice “No?”. No. Tutto da manuale. Sono un duro, io. Ci mette pochi minuti a preparare il mio piatto. La piccola clientela seduta lì dietro mi guarda e sorride, ma nessuno fa poi tanto caso a me. Prendo la mia scodella, le bacchette, le do 5Y e me ne vado per la mia strada. Guardo la scodella, spezzo le bacchette e comincio a mangiare non senza un certo timore. Erano buonissimi. Davvero. Meglio addirittura di quelli del ristorante cinese di casa mia. Tutto contento mangio per la strada con un sorriso da cretino stampato sul volto fino ad arrivare al mio ostello. Qual’è la morale della favola? La morale della favola è che di sicuro io sono uno stupido, ma nella mia stupidità ho capito che la maggior parte delle difficoltà a volte me le creo io da solo. Non dico che da oggi mangerò tutto e sarò sempre felice e spensierato per quanto riguarda il nutrimento. Non è sempre domenica. Però credo che quello che potrei perdere assecondando i miei timori ha più valore di quello che potrebbe deludermi. Se fossero stati immangiabili li avrei semplicemente gettati. La signora, dal suo canto, ci ha guadagnato 5Y e un cliente fisso per tutta la durata del mio soggiorno a Chengdu. Durata che si protrarrà fino all’otto marzo, in quanto i posti sul treno che mi porterà a Xi’an erano esuriti fino a quella data. Adesso ho la pancia piena, il mio umore è alto e mi è capitata tra le mani una bella storia da raccontare. E niente coniglio! Tornando verso l’ostello ha cominciato a piovere. Sarà forse un segno?


Nella casa dei panda

Chengdu, Sichuan, 4 mar 2011, giorno 52, ore 18:29, ostello

Oggi sono andato a vedere i panda. Generalmente non mi piacciono gli zoo e i parchi naturali, ciononostante ho deciso di recarmici per due ottimi motivi: il primo è che non ho mai visto un panda dal vivo, il secondo è che la Cina è lo Stato dei panda, il luogo dove sono sempre vissuti, quindi mi sembrava stupido non approfittarne. Anche Xiao Xiu è venuto con me. Malgrado egli sia cinese e viva in Cina, non aveva mai visto un panda prima di oggi.

Panda Gigante a pranzo

Il “Giant Panda Research Base”, a dieci chilometri da Chengdu, è uno dei centri mondiali più prestigiosi per quanto riguarda lo studio di questi animali. E’ un area in cui i panda vivono tranquilli e vengono studiati sotto ogni minimo aspetto. Nutrizione, genetica, riproduzione e abitudini sono monitorati costantemente da esperti biologi. E’ ststo uno dei primi centri a riuscire nell’impresa di far nascere e vivere un cucciolo di panda in cattività. All’interno del parco, i visitatori possono vedere sia i panda giganti, quelli enormi bianchi e neri, che quelli rossi, i quali sembrano degli orsetti lavatori: sono più piccoli, hanno una coda lunga e una pelliccia rossastra sul dorso, nera sulla pancia.

Panda rosso

Inutile dire che mi sono divertito come un bambino. I panda sono buffissimi. Inoltre sono da considerare come orsi che hanno deciso di diventare vegetariani. Meglio bambù che carne, questo pensa il panda. E di bambù ne mangiano quintali al giorno. Sono furbi. Hanno un modo di togliere la corteccia del bambù sviluppaato da generazioni. Da quanto ho capito, essi evolvendosi hanno sviluppato un dente particolare che gli permette di incidere il fusto della pianta con precisione chirurgica. Passeggiando tra le viuzze che circondano i siti dei panda, li si può vedere fare due cose: mangiare e dormire. Se chiudiamo per un attimo gli occhi sul fatto che non possiedono la libertà, bisogna dire che non è poi una brutta vita.

E’ stata una bella escursione. Unico punto dolente è stata la stanza che descrive minuziosamente il parto dei panda in cattività. Stavo quasi per svenire. Non sono un fan di queste cose. Però sono decisamente un fan dei panda.


Un nuovo amico

Chengdu, Sichuan, 2 mar 2011, giorno 50, ore 10:34, stazione degli autobus

Ieri sera qualcuno è entrato nella mia camera all’ostello. Io stavo leggendo un ebook sul computer nell’attesa di addormentarmi, “L’isola del tesoro”. Era buio in stanza, quindi mi sono alzato e ho detto al nuovo venuto che poteva accendere la luce. Lui non capiva. Una volta accesa la luce ho capito il perchè: era cinese. Dapprima mi ha studiato un attimo, con l’aria tipica di tutti gli asiatici che quando vedono uno straniero sembrano pensare “Ce provo o non ce provo?”. Ci ha provato. Mi ha chiesto da dove venissi. Italia. Tu?. Da un posto vicino a Shanghai. Gli ho chiesto allora se conoscesse l’Alice, la mia amica che abita là. No, non la conosceva. “Italy good football”, mi ha detto, e da qui abbiamo cominciato una lunga enumerazione di calciatori militanti nel campionato italiano. Toti, Depiero, Pihrhlo, Ibramovch e tanti altri. La sua conoscenza geografica del Belpaese era interamente dovuta al calcio. Milano, Roma, Bologna, Firenze, Catania, Napoli sì, Venezia e Modena no. Esse non giocano in serie A. Potere del pallone. Non era nemmeno riuscito a trovare Juventus. Torino, gli dico. No Juventus city, Torino. “Ahhhhhhhhhhhhh!”. A quel punto, forse felice di avere scoperto qualcosa, mi ha offerto uno snack. A malincuore ho sorriso e ho assaggiato una tavoletta rosa di materiale pressato e dal gusto a tratti dolce e a tratti amaro. Sorrido, ma proprio non rieswco ad andare oltre al primo morso. Il dialogo, “dialogo”, è andato avanti per una buona ora, e oggi sono qui alla stazione dei bus di Chengdu in attesa del bus per Longshan e lui è qui con me. Sì, perchè una volta capito che sarei andato laggiù mi ha chiesto se ci potevamo andare insieme. Io ho accettato e lui si è emozionato come uno scolaretto. “Picture! Picture! You, me, picture!”. Mi ha subito dato il suo numero di telefono e la sua mail. Quando arrivi a Shanghai, mi ha fatto capire, chiamami che giochiamo a “Soccer”. E’ un ragazzo gentile, ma le comunicazioni tra di noi sono difficoltose. più che altro parole isolate e tanto intuito. Però ci chiamiamo.Almeno credo.

Chengdu, Sichuan, ore 20:18, ostello

Quando ero a Wuhan una ragazza mi ha chiesto di farle una foto. Ci siamo messi un po’ a parlare e lei mi ha detto di essere di Beijing. Io le ho detto che sarei andato a Chengdu. Lei mi disse: “La Cina ha quattro stagioni. Chengdu ne ha solo una ed è bellissima”. Mai furono dette parole più vere. Questa città e questa regione mi piacciono tantissimo. Mentre il resto del mondo è al freddo, qui si sta bene con la giacchetta e in maniche corte, c’è il sole ed è sempre ventilato. Io e Xiao Xu (credo che si chiami così, ma per comodità lo chiamerò solo Xiao) oggi siamo stati a Leshan. E’ una cittadona sonnecchiante che si frappone all’incrocio fra il fiume Min e il fiume Dadu. Di per sè, forse non sarebbe nulla di speciale, ma appena fuori da questo complesso, a strapiombo sul fiume si erge il Buddha Gigante più grande del mondo. Con i suoi 71 metri di altezza, il Buddha di Leshan si è guadagnato il primato mondiale e anche un posto speciale fra i beni protetti dall’UNESCO. La leggenda dice che questa statua gigante è stata scolpita nella roccia da un monaco buddista di nome Haitong. Questo volenteroso signore ha iniziato a scolpire3 la roccia sperando che il futuro Buddha avrebbe calmato le acque tumultuose del fiume e le sue letali correnti. Il Buddha fu finito di scolpire novanta anni dopo la morte del monaco ed effettivamente le acque si rilassarono dopo il suo completamento. Gli abitanti del luogo sostengono che sia stato il Buddha a calmare il fiume, i geologi, invece, che tutta la petra estratta dal monte per la sua scultrua e rivarsatasi in acqua abbia modificato il letto e il comportamento delle acque del fiume. A chi credere scegliete voi.

Andare a Leshan con Xiao mi ha fatto capire quanto è bello essere un cinese in Cina. Se hai bisogno di qualche informazione, basta che ti guardi intorno e leggi i cartelli, i segnali, gli avvisi e quant’altro. Se ancora non hai quello che cerchi ti basta fermare qualcuno e parlargli. Lui ti capisce e tu capisci lui. Fantastico. Tutta questa facilità è per me un lontano ricordo. Io sono abituato a googlare quello che cerco, trovare il corrispettivo in cinese occidentale, farmelo tradurre in cinese classico da qualcuno e poi andare in giro con un foglietto ed un taccuino mostrandolo a tutti fino a che qualcuno non mi dice dove andare. E’ tutta un’altra musica.

La giornata è stata piacevole. Io e il mio socio non ci siamo ammazzati di chiacchiere, ma ci sono stati tanti bei momenti e tante fotografie. Il migliore è stato sicuramente la cena. Ritornati a Chengdu senza aver mangiato nulla durante tutto il giorno eravamo affamati. Lui mi ha portato in un localino sulla strada e ha ordianto per me dei noodles al manzo. E’ stato bello. io non sarei mai riuscito a fare un ordine del genere (poco piccanti mi raccomanso) e quando mi è arrivata la ciotola di noodles erano tutti lì ad aspettare di sapere se mi piacesse oppure no. E’ buono. Evvai. Una roba tipo l’uomo Del Monte ha detto sì. Fantastico. Non so domani cosa ci aspetterà; non so nemmeno se avrò ancora un socio nei miei spostamenti. Quello che però so per certo è che Chengdu e il Sichuan sono il posto più bello sotto al cielo di tutta la Cina. Altro che Guilin.

Vi lascio con una foto dei due pirla sotto al Buddha.

Leshan, Buddha gigante


Niente Ovest rotta a Nord

Chengdu, Sichuan, 1 mar 2011, giorno 49, Dragon Town hostel

Una canzone di Mingardi recita: “Sono così sfigato che se mi casca l’uccello mi rimbalza nell culo”. Oh quanto mi sento quel personaggio. Il governo di Lhasa (credevo che fosse quello cinese il governo di Lhasa, ma a quanto pare non è così) ha chiuso le frontiere per un mese. E’ inspiegabile, ma è così. Questo significa due cose: la prima è che devo aspettare un mese per poter andare in Tibet, la seconda è che ad aprile, quanto i valichui riapriranno, Lhasa sarà invasa da turisti come una forma di cacio lasciata nella stazione di Ling Feng dai topi. E io odio i turisti. La prendo sul ridere però. Ormai isono talmente abituato alle delusioni da non farci più caso. Questo vorrà dire che mi dirigerò a nord, verso Xi’an, Beijing e la Mongolia. Ho ancora due settimane circa per poter stare in Cina prima che mi scada il visto. Il 17 marzo devo essere fuori dal Paese, e visto che non potrò uscire in Nepal, uscirò in Mongolia. Dopo l’equinozio di primavera tornerò a fare rotta verso Chengdu e se non dovessero esserci ulteriori complicazioni finalmente sarò in Tibet. Io e un alto milione di persone.

Chengdu, d’altra parte, si è rivelata la più bella città vista da me in Cina fino a questo momento. E’ moderna e ben tenuta, ha una piazza principale bellissima, una metropolitana e il traffico è abbastanza accettabile. Ed è in fremente espansione, come tutta la Cina d’altronde. In ogni angolo ci sono cantieri e scavi a cielo aperto. Grattacieli, biblioteche, centri di ricerca e centri di congressi spuntano come funghi. Sono contento di essere venuto in Cina in questo momento storico. Il Paese sta cambiando e il cambiamento è visibile nei suoi contrasti, dallo sporco e arretratezza delle campagne all’ultramodernità di alcune zone di alcune città, dai quartieri moderni a quelli vecchi delle stesse, dalle abitudini e dagli atteggiamenti dei vecchi a quelli dei giovani. Sono sicuro che tra dieci o venti anni molto di quello che vedo adesso in giro per le strade sarà sparito e sostituito da quello a cui anche io sono abituato. Alex, il ragazzo che ho incontrato a Yangshu, il quale era già stato in Cina quattro anni fa, mi ha detto che nell’arco di questo tempo lui ha potuto vedere molti cambiamenti, soprattutto un forte miglioramento della rete dei trasporti e nella pulizia delle città. Forse un giorno si parlerà di miracolo cinese, forse se ne sta già parlando. Se mi chiedessero di dare un nome al futuro, quel nome sarebbe di certo Cina. Aspettiamo fiduciosi il momento in cui il futuro sarà Cina VS USA. Se la storia non si sbaglia, e non si sbaglia mai, se tutto continua così un giorno quel giorno verrà. Due galli in un pollaio non ci stanno. Almeno questo è il mio parere.


Quel maledetto treno per Chengdu

Chengdu, Sichuan, 28 feb 2011, giorno 48, ore 13:00, stazione dei treni

E’ stato il viaggio peggiore che abbia mai fatto in vita mia. Quando mi avevano detto che non c’erano più letti duri disponibili ma solo posti a sedere normali mi sono detto: “Ormai i treni li ho già visti. Sono un figo. Nulla mi spaventa. 17 ore seduto le reggo benissimo. Vai col posto normale”. Mai sbagliai maggiormente. Devo sempre ricordarmi che i cinesi sono un miliardo. E’ una bella cifra, un miliardo, e questo numero si riflette in ogni situazione pratica. Anche negli spostamenti coi mezzi pubblici. Innanzitutto i miei futuri compagni di viaggio hanno cominciato ad indicarmi dai finestrino quando ancora ero sul binario. Guarda uno straniero. La mia carrozza era la numero 15. Una volta salito, un centinaio e forse più di persone mi guardava in silenzio. La solita cosa, lo so, però erano davvero tanti. Cerco il mio posto e lo trovo occupato. Un bel deja-vu. Per fortuna è vicino al finestrino, penso, così riesco a dormire. Altro errore. Appoggio lo zaino in mezzo alle gambe e subito il tipo davanti a me si lamenta e mi dice di appoggialro in alto sul portabagagli. Non mi emoziona l’idea di perdere il contatto con il mio passaporto ma non ho scelta. In effetti lo spazio è davvero poco. Stando seduto normalmente le mie gambe toccano le sue. Ho ancora tutti gli occhi puntati addosso e i più cominciano a confabulare osservando i miei movimenti. Nel momento in cui apro lo zaino posso sentire il fiato trattenuto di cento persone. Il mio tesoro si sta per aprire. Quando poi tiro fuori la guida della Cina, sento letteralmente gli “Ohhhhh” di tutti gli spettatori. Qualcuno che legge l’inglese dice agli altri che c’è scritto China su quel libro, e la voce passa di bocca in bocca lungo la lunghezza di tutta la carrozza. Sento già che non resisterò. Già mi manca il letto duro. Lo spazio è pochissimo. I posti numerati all’interno della carrozxza sono 118. In più si devono contare quelli in piedi. Ci saranno come a ridere 150 persono in quella carrozza. Immagini di film e di treni nazisti colmi d’ebrei si proiettano nella mia mente. Per fortuna mi addormento subito, ma dormo solo un’oretta. Il resto delle 17 ore di viaggio l’ho passato guardando l’orologio, ascoltando l’iPod e pregando tutto quello che mi veniva in mente di non farmi scappare la cacca. Sarebbe stata la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso. Per timore di questa situazione non ho nemmeno mangiato durante tutto il viaggio. Non potevo assolutamente rischiare, soprattutto avendo già visto i bagni del treno precedente. Davanti a me passavano carrelli colmi di cibo, e per quanto in una situazione normale non mi sarei mai sognato di ingerire simili alimenti, la fame mi aveva reso schiavo del cibo. Bramavo per averne una scodella. Ma il timore dell’instabilità del mio intestino è stato più forte, e alla fine ho concluso il mio viaggio avendo ingerito solamente poco meno di 30 cl d’acqua.

ore 20:00, Dragon Town hostel

Sono arrivato a Chengdu sporco, stanco e affamato come non mai. Dopo aver trovato l’ostello, aver mangiato ed essere andato in bagno, il mondo mi è sembrato un posto migliore dove vivere. Mi sono quindi messo alla ricerca del mio bagaglio. Il primo ufficio a cui mi rivolgo in stazione mi dice di andare in quello dopo. Lo stesso si verifica in quello dopo e in quello dopo ancora. Alla fine percorro quasi 500 metri di ufficio in ufficio fino ad arrivare a quello giusto. Mi fanno pagare 3Y e mi dicono di aspettare l’arrivo del bagaglio nel magazzino adiacente. Una volta giunto lì mi ritrovo catapultato nel diciottesimo secolo. La politica della compagnia ferroviaria cinese in fatto di bagagli spediti è la seguente: tutto ciò che è spedito va insieme. Mi ritrovo quindio in una specie di mercato, pieno di camion e di persone che urlano il proprio nome e il propeio numero in attesa del proprio bene. Cartoni, scatoloni, sacchi di riso e imballi di ogni genere si mescolavano a valigie, zaini e sporte di plastica. Non ci capivo niente. Per fortuna una donna del servizio ferroviario mi viene incontro e mi dice di aspettare. Dopo mezz’ora ancora non si vedeva il mio zaino. Mi era scappato? L’avrei più rivisto? Lo stavano aprendo? Finalmente arriva. Consegno la ricevuta e, non senza fatica, mi faccio largo tra una mandria di cinesi impazziti, ritiro lo zaino e me ne torno in ostello. Come avevano fatto gli spedizionieri ad assicurarsi che nessuno avrebbe aperto il mio zaino? Semplice: l’avevano piombato. Avevano infilato dei fili di ferro nel tessuto adiacente alla cerniera e li avevano tutti chiusi con una fusione a piombo. Il fatto che poi sarebbero rimasti i buchi sarebbe stato ampiamente compensato dal fatto che nessuno avrebbe frugato al suo interno. Almeno secondo la loro interpretazione. Devo andare alla reception e chiedere dei tronchesi per aprire il mio zaino e fare la doccia. Adesso tutto è a posto, mi sono lavato, ho mangiato, ho messo la roba in lavanderia e ho chiesto informazioni per il Tibet. Domani mi sapranno dire tutto. Non mi resta che fare un giro per Chengdu e poi una bella dormita. Benvenuti nel Sichuan.


Lo svizzero

Wudangshan, Hubei, 27 feb 2011, giorno 47, ore 17:20, stazione dei treni

Per la prima volta in quasi 50 giorni di viaggio mi hanno fatto storie per il coltellino svizzero. Tutte le stazioni cinesi, sia dei treni che degli autobus, hanno all’ingresso dei metaldetector e dei controlli a raggi x per i bagagli. Il mio zaino è sempre passato senza problemi attraverso questi controlli. Questa volta, purtroppo, non è andata così. Il poliziotto di guardia ha voluto vedere il coltellino e, dopo aver parlato col suo capo, mi ha detto che era dispiaciuto ma che non potevo passare. L’italiano che è in me si è messo subito al lavoro. Come? Ma no. E’ impossibile. Sono stato in Giappone, Taiwan, Singapore, mezza Cina e tu mi dici che io non posso passare? Massè. Guarda che è il terzo treno che prendo e nessuno ha mai fatto storie. Dai bomber. Guarda che non sono un killoer. No killer. Hei viaggio da solo. E’ un ricordo, un regalo. Me lo ha regalato la mia nonna. Hei campione. Ok, quanto vuoi? Nonostante il poliziotto fosse gentile e parlasse un inglese stentato ma decente, non c’è stato verso di smuoverlo dalla sua posizione iniziale. Gli chiedo allora se fosse possibile dare il coltello al controllore del treno e dirgli di ridarmelo una volta giunti a Chengdu. Mi risponde di no, ma mi dice che potrei spedire il bagaglio col coltello dentro e ritirarlo una volta giunto a Chengdu. Ci tengo molto a quello svizzero. Ero serio quando dicevo che me lo aveva regalato la mia nonna. Io ero, mi pare, nei primi anni delle superiori quaqndo lo ricevetti e quello strumento mi ha accompagnato praticamente in qusi tutti i miei viaggi. E’ il tipico oggetto che non dovresti portarti dietro in viaggio, dato il suo valore affettivo, ma mi è sempre sembrato stupido lasciarlo a casa. Accetto la proposta del poliziotto e porto il bagaglio al deposito bagagli, dove lo pesano e me lo spediscono per una spesa di 15Y. E’ un vero affare, soprattutto se si pensa che compreso nel prezzo c’è il fatto che non mi dovrò preoccupare del bagaglio una volta sul treno. Spero solo di ritrovarlo al mio arrivo.

Il poliziotto è appena venuto a cercarmi. Aveva in mano il mio sacchetto delle medicine e il mio sacchetto dei caricabatteria. Mi ha detto che non è possibile spedire questi e me li ha dati in mano, dopodichè se ne è andato. Ci capisco sempre meno. Più che altro questo significa che ha aperto lo zaino. La cosa non mi entusiasma, ma non ci posso fare nulla. Arriva il treno. Si parte per Chengdu.