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Nella casa dei panda

Chengdu, Sichuan, 4 mar 2011, giorno 52, ore 18:29, ostello

Oggi sono andato a vedere i panda. Generalmente non mi piacciono gli zoo e i parchi naturali, ciononostante ho deciso di recarmici per due ottimi motivi: il primo è che non ho mai visto un panda dal vivo, il secondo è che la Cina è lo Stato dei panda, il luogo dove sono sempre vissuti, quindi mi sembrava stupido non approfittarne. Anche Xiao Xiu è venuto con me. Malgrado egli sia cinese e viva in Cina, non aveva mai visto un panda prima di oggi.

Panda Gigante a pranzo

Il “Giant Panda Research Base”, a dieci chilometri da Chengdu, è uno dei centri mondiali più prestigiosi per quanto riguarda lo studio di questi animali. E’ un area in cui i panda vivono tranquilli e vengono studiati sotto ogni minimo aspetto. Nutrizione, genetica, riproduzione e abitudini sono monitorati costantemente da esperti biologi. E’ ststo uno dei primi centri a riuscire nell’impresa di far nascere e vivere un cucciolo di panda in cattività. All’interno del parco, i visitatori possono vedere sia i panda giganti, quelli enormi bianchi e neri, che quelli rossi, i quali sembrano degli orsetti lavatori: sono più piccoli, hanno una coda lunga e una pelliccia rossastra sul dorso, nera sulla pancia.

Panda rosso

Inutile dire che mi sono divertito come un bambino. I panda sono buffissimi. Inoltre sono da considerare come orsi che hanno deciso di diventare vegetariani. Meglio bambù che carne, questo pensa il panda. E di bambù ne mangiano quintali al giorno. Sono furbi. Hanno un modo di togliere la corteccia del bambù sviluppaato da generazioni. Da quanto ho capito, essi evolvendosi hanno sviluppato un dente particolare che gli permette di incidere il fusto della pianta con precisione chirurgica. Passeggiando tra le viuzze che circondano i siti dei panda, li si può vedere fare due cose: mangiare e dormire. Se chiudiamo per un attimo gli occhi sul fatto che non possiedono la libertà, bisogna dire che non è poi una brutta vita.

E’ stata una bella escursione. Unico punto dolente è stata la stanza che descrive minuziosamente il parto dei panda in cattività. Stavo quasi per svenire. Non sono un fan di queste cose. Però sono decisamente un fan dei panda.


Un nuovo amico

Chengdu, Sichuan, 2 mar 2011, giorno 50, ore 10:34, stazione degli autobus

Ieri sera qualcuno è entrato nella mia camera all’ostello. Io stavo leggendo un ebook sul computer nell’attesa di addormentarmi, “L’isola del tesoro”. Era buio in stanza, quindi mi sono alzato e ho detto al nuovo venuto che poteva accendere la luce. Lui non capiva. Una volta accesa la luce ho capito il perchè: era cinese. Dapprima mi ha studiato un attimo, con l’aria tipica di tutti gli asiatici che quando vedono uno straniero sembrano pensare “Ce provo o non ce provo?”. Ci ha provato. Mi ha chiesto da dove venissi. Italia. Tu?. Da un posto vicino a Shanghai. Gli ho chiesto allora se conoscesse l’Alice, la mia amica che abita là. No, non la conosceva. “Italy good football”, mi ha detto, e da qui abbiamo cominciato una lunga enumerazione di calciatori militanti nel campionato italiano. Toti, Depiero, Pihrhlo, Ibramovch e tanti altri. La sua conoscenza geografica del Belpaese era interamente dovuta al calcio. Milano, Roma, Bologna, Firenze, Catania, Napoli sì, Venezia e Modena no. Esse non giocano in serie A. Potere del pallone. Non era nemmeno riuscito a trovare Juventus. Torino, gli dico. No Juventus city, Torino. “Ahhhhhhhhhhhhh!”. A quel punto, forse felice di avere scoperto qualcosa, mi ha offerto uno snack. A malincuore ho sorriso e ho assaggiato una tavoletta rosa di materiale pressato e dal gusto a tratti dolce e a tratti amaro. Sorrido, ma proprio non rieswco ad andare oltre al primo morso. Il dialogo, “dialogo”, è andato avanti per una buona ora, e oggi sono qui alla stazione dei bus di Chengdu in attesa del bus per Longshan e lui è qui con me. Sì, perchè una volta capito che sarei andato laggiù mi ha chiesto se ci potevamo andare insieme. Io ho accettato e lui si è emozionato come uno scolaretto. “Picture! Picture! You, me, picture!”. Mi ha subito dato il suo numero di telefono e la sua mail. Quando arrivi a Shanghai, mi ha fatto capire, chiamami che giochiamo a “Soccer”. E’ un ragazzo gentile, ma le comunicazioni tra di noi sono difficoltose. più che altro parole isolate e tanto intuito. Però ci chiamiamo.Almeno credo.

Chengdu, Sichuan, ore 20:18, ostello

Quando ero a Wuhan una ragazza mi ha chiesto di farle una foto. Ci siamo messi un po’ a parlare e lei mi ha detto di essere di Beijing. Io le ho detto che sarei andato a Chengdu. Lei mi disse: “La Cina ha quattro stagioni. Chengdu ne ha solo una ed è bellissima”. Mai furono dette parole più vere. Questa città e questa regione mi piacciono tantissimo. Mentre il resto del mondo è al freddo, qui si sta bene con la giacchetta e in maniche corte, c’è il sole ed è sempre ventilato. Io e Xiao Xu (credo che si chiami così, ma per comodità lo chiamerò solo Xiao) oggi siamo stati a Leshan. E’ una cittadona sonnecchiante che si frappone all’incrocio fra il fiume Min e il fiume Dadu. Di per sè, forse non sarebbe nulla di speciale, ma appena fuori da questo complesso, a strapiombo sul fiume si erge il Buddha Gigante più grande del mondo. Con i suoi 71 metri di altezza, il Buddha di Leshan si è guadagnato il primato mondiale e anche un posto speciale fra i beni protetti dall’UNESCO. La leggenda dice che questa statua gigante è stata scolpita nella roccia da un monaco buddista di nome Haitong. Questo volenteroso signore ha iniziato a scolpire3 la roccia sperando che il futuro Buddha avrebbe calmato le acque tumultuose del fiume e le sue letali correnti. Il Buddha fu finito di scolpire novanta anni dopo la morte del monaco ed effettivamente le acque si rilassarono dopo il suo completamento. Gli abitanti del luogo sostengono che sia stato il Buddha a calmare il fiume, i geologi, invece, che tutta la petra estratta dal monte per la sua scultrua e rivarsatasi in acqua abbia modificato il letto e il comportamento delle acque del fiume. A chi credere scegliete voi.

Andare a Leshan con Xiao mi ha fatto capire quanto è bello essere un cinese in Cina. Se hai bisogno di qualche informazione, basta che ti guardi intorno e leggi i cartelli, i segnali, gli avvisi e quant’altro. Se ancora non hai quello che cerchi ti basta fermare qualcuno e parlargli. Lui ti capisce e tu capisci lui. Fantastico. Tutta questa facilità è per me un lontano ricordo. Io sono abituato a googlare quello che cerco, trovare il corrispettivo in cinese occidentale, farmelo tradurre in cinese classico da qualcuno e poi andare in giro con un foglietto ed un taccuino mostrandolo a tutti fino a che qualcuno non mi dice dove andare. E’ tutta un’altra musica.

La giornata è stata piacevole. Io e il mio socio non ci siamo ammazzati di chiacchiere, ma ci sono stati tanti bei momenti e tante fotografie. Il migliore è stato sicuramente la cena. Ritornati a Chengdu senza aver mangiato nulla durante tutto il giorno eravamo affamati. Lui mi ha portato in un localino sulla strada e ha ordianto per me dei noodles al manzo. E’ stato bello. io non sarei mai riuscito a fare un ordine del genere (poco piccanti mi raccomanso) e quando mi è arrivata la ciotola di noodles erano tutti lì ad aspettare di sapere se mi piacesse oppure no. E’ buono. Evvai. Una roba tipo l’uomo Del Monte ha detto sì. Fantastico. Non so domani cosa ci aspetterà; non so nemmeno se avrò ancora un socio nei miei spostamenti. Quello che però so per certo è che Chengdu e il Sichuan sono il posto più bello sotto al cielo di tutta la Cina. Altro che Guilin.

Vi lascio con una foto dei due pirla sotto al Buddha.

Leshan, Buddha gigante


Quel maledetto treno per Chengdu

Chengdu, Sichuan, 28 feb 2011, giorno 48, ore 13:00, stazione dei treni

E’ stato il viaggio peggiore che abbia mai fatto in vita mia. Quando mi avevano detto che non c’erano più letti duri disponibili ma solo posti a sedere normali mi sono detto: “Ormai i treni li ho già visti. Sono un figo. Nulla mi spaventa. 17 ore seduto le reggo benissimo. Vai col posto normale”. Mai sbagliai maggiormente. Devo sempre ricordarmi che i cinesi sono un miliardo. E’ una bella cifra, un miliardo, e questo numero si riflette in ogni situazione pratica. Anche negli spostamenti coi mezzi pubblici. Innanzitutto i miei futuri compagni di viaggio hanno cominciato ad indicarmi dai finestrino quando ancora ero sul binario. Guarda uno straniero. La mia carrozza era la numero 15. Una volta salito, un centinaio e forse più di persone mi guardava in silenzio. La solita cosa, lo so, però erano davvero tanti. Cerco il mio posto e lo trovo occupato. Un bel deja-vu. Per fortuna è vicino al finestrino, penso, così riesco a dormire. Altro errore. Appoggio lo zaino in mezzo alle gambe e subito il tipo davanti a me si lamenta e mi dice di appoggialro in alto sul portabagagli. Non mi emoziona l’idea di perdere il contatto con il mio passaporto ma non ho scelta. In effetti lo spazio è davvero poco. Stando seduto normalmente le mie gambe toccano le sue. Ho ancora tutti gli occhi puntati addosso e i più cominciano a confabulare osservando i miei movimenti. Nel momento in cui apro lo zaino posso sentire il fiato trattenuto di cento persone. Il mio tesoro si sta per aprire. Quando poi tiro fuori la guida della Cina, sento letteralmente gli “Ohhhhh” di tutti gli spettatori. Qualcuno che legge l’inglese dice agli altri che c’è scritto China su quel libro, e la voce passa di bocca in bocca lungo la lunghezza di tutta la carrozza. Sento già che non resisterò. Già mi manca il letto duro. Lo spazio è pochissimo. I posti numerati all’interno della carrozxza sono 118. In più si devono contare quelli in piedi. Ci saranno come a ridere 150 persono in quella carrozza. Immagini di film e di treni nazisti colmi d’ebrei si proiettano nella mia mente. Per fortuna mi addormento subito, ma dormo solo un’oretta. Il resto delle 17 ore di viaggio l’ho passato guardando l’orologio, ascoltando l’iPod e pregando tutto quello che mi veniva in mente di non farmi scappare la cacca. Sarebbe stata la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso. Per timore di questa situazione non ho nemmeno mangiato durante tutto il viaggio. Non potevo assolutamente rischiare, soprattutto avendo già visto i bagni del treno precedente. Davanti a me passavano carrelli colmi di cibo, e per quanto in una situazione normale non mi sarei mai sognato di ingerire simili alimenti, la fame mi aveva reso schiavo del cibo. Bramavo per averne una scodella. Ma il timore dell’instabilità del mio intestino è stato più forte, e alla fine ho concluso il mio viaggio avendo ingerito solamente poco meno di 30 cl d’acqua.

ore 20:00, Dragon Town hostel

Sono arrivato a Chengdu sporco, stanco e affamato come non mai. Dopo aver trovato l’ostello, aver mangiato ed essere andato in bagno, il mondo mi è sembrato un posto migliore dove vivere. Mi sono quindi messo alla ricerca del mio bagaglio. Il primo ufficio a cui mi rivolgo in stazione mi dice di andare in quello dopo. Lo stesso si verifica in quello dopo e in quello dopo ancora. Alla fine percorro quasi 500 metri di ufficio in ufficio fino ad arrivare a quello giusto. Mi fanno pagare 3Y e mi dicono di aspettare l’arrivo del bagaglio nel magazzino adiacente. Una volta giunto lì mi ritrovo catapultato nel diciottesimo secolo. La politica della compagnia ferroviaria cinese in fatto di bagagli spediti è la seguente: tutto ciò che è spedito va insieme. Mi ritrovo quindio in una specie di mercato, pieno di camion e di persone che urlano il proprio nome e il propeio numero in attesa del proprio bene. Cartoni, scatoloni, sacchi di riso e imballi di ogni genere si mescolavano a valigie, zaini e sporte di plastica. Non ci capivo niente. Per fortuna una donna del servizio ferroviario mi viene incontro e mi dice di aspettare. Dopo mezz’ora ancora non si vedeva il mio zaino. Mi era scappato? L’avrei più rivisto? Lo stavano aprendo? Finalmente arriva. Consegno la ricevuta e, non senza fatica, mi faccio largo tra una mandria di cinesi impazziti, ritiro lo zaino e me ne torno in ostello. Come avevano fatto gli spedizionieri ad assicurarsi che nessuno avrebbe aperto il mio zaino? Semplice: l’avevano piombato. Avevano infilato dei fili di ferro nel tessuto adiacente alla cerniera e li avevano tutti chiusi con una fusione a piombo. Il fatto che poi sarebbero rimasti i buchi sarebbe stato ampiamente compensato dal fatto che nessuno avrebbe frugato al suo interno. Almeno secondo la loro interpretazione. Devo andare alla reception e chiedere dei tronchesi per aprire il mio zaino e fare la doccia. Adesso tutto è a posto, mi sono lavato, ho mangiato, ho messo la roba in lavanderia e ho chiesto informazioni per il Tibet. Domani mi sapranno dire tutto. Non mi resta che fare un giro per Chengdu e poi una bella dormita. Benvenuti nel Sichuan.