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La pioggia, due anni dopo

Singapore, 25 feb 2013, ore 17:31, Footprints Hostel

La Malacca è una penisola strana. Partendo dalla Thailandia si slancia verso sud nel mar delle Andamane, per poi sfociare nello stretto a cui dà il nome. Ad un certo punto forma un istmo che sembra quasi staccarsi dal continente asiatico, per poi riallargarsi e culminare come una punta di lancia; una lancia verde che affonda nell’azzurro del mare. In questa penisola coesistono tre stati. La Thailandia, da cui tutto ha origine. La Malesia, che forma la picca della lancia, e Singapore, che altro non è che la punta estrema dell’asta. La città stato è l’ultimo baluardo di continente, il confine tra la terra e le diciottomila isole che formano l’Indonesia. In realtà, essa stessa è già un’isola, ma la distanza che la separa dalla Malesia è talmente poca che dalle cartine, e dalla sua dimensione, non si ha affatto l’impressione di essere su un’isola. Non si ha nemmeno la sensazione di essere in Asia. Si è a Singapore. Punto.

Due anni dopo la mia prima visita eccomi di nuovo a qui. E’ bello cercare di ricordare i luoghi da me visitati in passato. A volte i ricordi sono freschissimi, come se fossi appena andato via. Altre volte, le cose, me le ricordavo completamente diverse.
La città si riconferma guazzabuglio di razze, religioni e costumi. Le lingue si mescolano, così come le cucine ed i colori. Impossibile definire asiatica questa parte di mondo, così come impossibile sarebbe non definirla tale. In realtà è come essere in un limbo, in un punto di passaggio tra l’Inghilterra colonizzatrice ed il vicino continente. Sono tanti gli aspetti che confondono. I cibi sono asiatici. Noodles, dumplings e riso si mescolano e si originano da mille ricette diverse, imparate da nonne sparse tra l’India e il Giappone. La skyline è europea, o americana. Occidentale. Decine e decine di grattacieli nuovissimi, dalle vetrate a specchio, che svettano scintillanti dalla terra per poi tuffarsi nel cielo. Ai loro piedi, le acque verdi dei mari del sud non hanno identità. Le piante ed i parchi sono Asia, o per meglio dire, piccole giungle equatoriali. Tra la città ed  il parallelo più famoso ci sono solo 150 chilometri, e i parchi della città, per lo più abbondanti e rigogliosi, risentono di questa vicinanza. Zeppi di piante verdissime e di fiori colorati, essi evocano alla mente le immagini che, da europei, siamo abituati a vedere solo nelle enciclopedie che raccontano di Paesi lontani. La ricchezza è occidentale. Ogni palazzo o strada o centro commerciale o cantiere in costruzione trasuda benessere. Uno dei principali centri finanziari del mondo, nonché uno dei porti più trafficati del mondo, è anche uno stato molto piccolo, dove gli abitanti hanno un reddito pro capite medio da fare invidia a Montecarlo. Gli odori sono asiatici senza dubbio. Che si tratti di Little India o di Chinatown, gli odori delle bancarelle che vendono cibi, degli incensi, degli assembramenti umani e delle strade, hanno tutti i sapori dell’oriente, dei bazar, delle spezie. In ultimo vengono gli abitanti. Questi non sono né asiatici né occidentali. Sono di Singapore, che è un modo come un altro per dire che vengono dall’Asia come dall’Occidente, come dall’ultima Babilonia forse ancora in piedi nel mondo. Ci si sente a casa anche se non lo si è.

L’Australia è ormai lontana. La sua vicinanza è data solo dal clima, da quella stagione delle piogge che speravo essermi lasciato alle spalle. Invece eccola qui. Due anni fa incontrai qui la pioggia per la prima volta dalla mia partenza. Ora la rincontro dopo aver appena lasciato Darwin. Un po’ la maledico, ma non troppo. Giusto perché mi impedisce di vagabondare libero per le strade della città. Però va detto che questa pioggia mi permette di starmene seduto sotto al portico, in attesa che smetta, e di osservare la vita muoversi in mezzo all’umido che scroscia dal cielo. Starsene in pace a guardare persone che si inzuppano lungo le strade, mentre sotto al portico godo del vento, del fresco e della sedia comoda. E poi, del resto, non c’è nessuna fretta. Viaggio.


Bisogna dire qualcosa

Stoccolma, Svezia, 2 mag 2011, giorno 112, ore 20:35, Mac Donald’s

E’ tanto che non scrivo. Lo so. Da quando sono ritornato in Europa la mia vena letteraria langue. Mi siedo davanti al pc, apro il blog, vado in “Nuovo articolo” e poi fisso lo schermo. Aspetto, magari mi viene; invece niente. Il foglio bianco mi fa paura, penso che sia da riempire e la cosa mi spaventa perchè non ho idea di come farlo. Quando è così meglio chiudere tutto e farsi una passeggiata. Se anche si riuscisse a riempire, quello che direbbe sarebbe inutile e vuoto. La mia teoria è questa: per scrivere bisogna avere il desiderio di avere un foglio bianco sotto al naso. Non è più un nemico, ma una cosa senza la quale si impazzirebbe. C’erano dei momenti in cui mentre camminavo mi ritrovavo in ginocchio sullo zaino a cercare il taccuino perchè dovevo essere assolutamente sicuro di scrivere una cosa, quella cosa, adesso, subito, prima che se ne andasse, prima di scordarla. Potrei citare mille autori che parlano di cose del genere, ma non lo farò. Questa è la mia teoria, gli altri hanno la loro. Il punto è che ho paura del foglio bianco e quindi scrivo meno. Tutto qui.

Il perchè non lo saprei spiegare con esattezza. Ce ne sarebbe da dire; avrei potuto parlare dei musei di Stoccolma, ma mi sembrava di essere una guida turistica. Avrei potuto accennare ai trasporti e alla vivibilità dela città, ma non c’era poi tanto da dire se non che sono, in una parola, perfetti. Potevo dichiarare la bellezza incredibile degli svedesi, ma poi sarei stato accusato di essere un allupato. La verità è che tutto mi sembrava scontato. Google è pieno di siti, guide, blog e commenti su questa città, perchè quindi farlo sbadigliare ulteriormente? E’ il ritorno all’Europa, al conosciuto, alla mia civiltà che mi atterrisce. Oggi un’amica mi ha scritto una mail chiedendomi se c’è differenza, e se si sente, tra l’Asia e l’Europa. Gran domanda, ho pensato, magari ci scrivo su. Sì c’è differenza, eccome, come dal giorno alla notte. Non sto parlando di cibo, comunicazione, servizi o monumenti. Parlo delle persone. Da quando sono in Scandinavia non ho parlato con nessuno. Sono scivolato in silenzio tra le loro città, le loro vie, i loro aeroporti. Ignorato e ignorando. Niente sguardi incuriositi, niente discorsi sui treni, niente “Welcome to Finland”. Niente, freddo come il loro clima. Questa è una cosa che ho sentito, anche se forse c’è voluta quella domanda per farmelo capire. Dopotutto io ci sono abituato, anche in Italia è così. La mattina sali sul treno, o sul bus, o sul metrò, ti infili l’iPod nelle orecchie e maledici la mattina e il fatto di dover andare al lavoro. Se non hai amici con te non parli con nessuno, ti appisoli, pensi ai fatti tuoi. Certamente non attacchi bottone con uno come me. Al ritorno, la sera, è la stessa cosa ma al contrario. Non vedi l’ora di tornare a casa, nella tua sicura e confortevole casa, di fare una doccia, cena e poi a guardare la tv. Il resto è nulla. La nostra casa ha tutto, perchè dovremmo desiderare altro? Tyler direbbe “questa è la nostra vita e sta finendo un minuto alla volta”. E’ questo che intendo quando dico guardare le cose da diverse prospettive. Adesso che non ci sono più immerso, vedo soprattutto la Cina, i cinesi e il loro vivere. Loro non sono come noi, anzi, forse troppo diversi. Sono invadenti, curiosi come bambini. Solo la timidezza li trattiene, ma una volta rotto il ghiaccio la foto scatta garantito. I treni cinesi sono una babilonia, sì, ma una babilonia di uomini che si rapportano, che si incontrano davvero. Sali su un treno che non conosci nessuno, ma non ti infili un iPod nelle orecchie. Primo perchè non ce l’hai, secondo perchè il bello è già lì, intorno a te, negli altri viaggiatori, nei brustolini mangiati e sputati a terra, nelle battute, nelle chiacchiere. Che se ne fa un cinese di un iPod? Cultura di piazza contro cultura di appartamento. Noi che ci chiudiamo nelle nostre case e tutto il mondo fuori e loro che invece non avendo una casa come la nostra se la chiudono alle spalle e poi ci vanno, di fuori. Non so se sarà ancora così quando tutti saranno ricchi e ammaestrati, ma per il momento vincono loro, non le case. Ci vorrebbe una via di mezzo, un compromesso, un sistema che metta in pratica il meglio delle due opzioni. Ma per il momento non c’è. Se in questo falliscono anche gli svedesi, non so proprio che cosa si possa fare.


Arrivederci Asia

Urumqi, Cina, 22 apr 2011, giorno 101, ore 13:28, ostello

Tra qualche ora avrò il volo. Dopo tre mesi spesi a scorrazzare per l’Asia credo sia il caso di tirare un riga e fare un bilancio. Ho visitato molte città, ho cambiato spesso bandiera e ho sempre lottato contro la burocrazia. Ho conosciuto tante persone, alcune superficialmente, altre più a fondo, ma tutte mi hanno lasciato qualcosa. Ho fatto grande scorta di templi, una scorta che credo durerà per un bel pezzo. Vorrei poter dire di avere imparato qualche lingua, ma questo mi manca. Mi sono sempre scontrato con gli ideogrammi asiatici e per quanto mi sia sforzato, non posso dire di andare oltre le cinque espressioni basilari: grazie, ciao, scusa, arrivederci e prego. Ah, anche “non piccante”, essenziale per il mio quieto vivere. L’Asia mi è piaciuta, è un viaggio da fare almeno una volta nella vita. Ti mette davanti ad un mondo che è totalmente diverso dal tuo, dall’Europa, dalla nostra filosofia di vita. Ho pensato a lungo a quali parole usare per descrivere questa differenza. Credo che ce l’avrei fatta ad esprimermi, se non avessi letto una frase di Terzani. E’ talmente perfetta e giusta, l’ho trovata così vera, che ha assunto per me i caratteri di una definizione. La riporto:

…l’Occidente – diceva – è la cultura intesa come scienza, cioè come conoscenza del mondo attorno all’io, mentre l’io è solo strumento e luogo di pensiero; ne derivano le scienze della natura e dell’osservazione. L’Oriente invece – cioè l’India, perché secondo lui tutto venne da lì anche in Giappone attraverso la Cina e la Corea – vuol dire cultura in quanto ricerca dell’io pensante, il pensiero inteso come pensiero dell’io che pensa se stesso perché l’io non è parte del tutto, ma il tutto. Il distinguere è illusione; il tutto, l’assoluto, è verità. Cercare di distinguere è la via dell’errore. In queste due direzioni – dice lui – il mondo s’è mosso per secoli arrivando a questo pauroso abisso di oggi in cui da una parte c’è l’io che ha dimenticato se stesso nella conoscenza dell’attorno, anzi è diventato schiavo del conosciuto – la civiltà della macchina e la fine dell’umanesimo -; dall’altra parte c’è l’io che ha raggiunto profondità ricchissime e forme di cultura avanzate, ma che, avendo dimenticato la conoscenza dell’attorno, ora muore di fame e ancora di peste e di lebbra…”.

Tiziano Terzani, “In Asia”, pag. 21

Difficile fare meglio di così, anche se a consolarmi è il fatto che quelle sopra citate non sono nemmeno parole di Terzani, ma uno stralcio di dialogo avuto con un personaggio incontrato lungo il suo viaggio. La regola, tuttavia, è chiara: “verba volant, scripta manent”, quindi sono parole di Terzani. Direi che racchiudano tutto ciò che ho riscontrato nella pratica.

Tornando al mio caso, non mi paragono minimamente allo scrittore e giornalista italiano. Non ho conosciuto l’Asia così a fondo, non ho visitato tanti Paesi (di sicuro non tutti quelli che avrei voluto visitare), non ho speso così tanto tempo tra gli occhi a mandorla. Ho giusto dato una spolverata alla superficie e mi sono fatto un’idea, ma sono contento di quello che ho fatto. Guardandomi indietro sono soprattutto contento di essere volato subito in Giappone. Allora la cosa mi indispettì, ma vedendo come sono andate le cose, mi sarei indispettito maggiormente se mi fossi ritrovato impossibilitato ad andarci per via dello Tsunami. E’ una buona lezione: a volte le cose non vanno come vorremmo, ma unendo i puntini scopriamo che in realtà sono andate meglio di quanto non potessimo sperare. E’ un ragionamento che si può fare solo a posteriori, quindi ci vuole del tempo. Anche il fatto che adesso come adesso sia obbligato ad andarmene è una situazione che magari si rivelerà la cosa migliore che mi potesse capitare. Non so cosa farò una volta ad Helsinki, ma non sono affatto triste o scoraggiato. Lo ero quando ho impattato con la realtà delle cose, ma ora, a mente fredda, sono estremamente curioso di scoprire cosa mi riserverà il futuro, fiducioso che sarà bellissimo. Ho qualche progetto, certo, ma voglio aspettare a pronunciarmi di avere tutte le informazioni. Quando saprò, scriverò.

Un’altra decisione giusta è stata quella di non volare direttamente in Cina, ma fermarmi a Taipei e Singapore. Uno sbattimento, per alcuni, una possibilità, per me. Una possibilità di visitare luoghi che normalmente non fanno parte delle mete tradizionali asiatiche. Ho commesso qualche errore in Mongolia, avrei potuto rimanere di più, ma ho dovuto fare i conti con i visti e con il tempo, oltre che con la geografia. Se mi fossi reso conto prima che la Cina confinava direttamente con il Kazakistan avrei agito diversamente, ma a quel tempo non lo sapevo. Un errore stupido, da pivello ignorante, che mi è costato molto caro. Ormai è andata, ma posso assicurare che sarà un errore che non commetterò mai più, a costo di fare come alle elementari e mettermi a scrivere sul quaderno “la Cina confina a sud con….”.

C’è anche un po’ di gioia, non la nascondo, nel tornare in Europa. Oltre alla lingua, sulla quale mi sono già espresso nei post precedenti, c’è anche la questione cibo. Dopo tre mesi di riso, noodles e ravioli, non vedo l’ora di mangiare qualcosa di simile alla mia cucina. Sarà solo molto dura riabituarsi ai prezzi europei e soprattutto finlandesi. Una notte in ostello a Helsinki, nel più economico che abbia trovato, costa 20 Euro. 20 Euro, mi viene male solo a pensarci. Con la stessa cifra in Cina sto in ostello una settimana. Credo che se il collegamento tra il centro e l’aeroporto costerà meno che dormire in ostello, allora dormirò in aeroporto per un po’, come facevo a Hong Kong. Dal mangiare non posso esimermi, ma cercherò di risparmiare il più possibile.

Credo che tornerò da queste parti. Certo un giorno visiterò per bene il sud est asiatico. Inoltre mi piacerebbe tornare in Cina da qui a dieci anni, vedere se il miracolo cinese sarà effettivamente esploso, vedere tutte queste costruzioni completate e vedere come cambierà il loro modo di vivere. Sono felice di aver assistito alle fasi iniziali di questo embrione. Spero per loro che le cose vadano bene per tutti, soprattutto per le zone rurali. Sono curioso di sapere cosa farà il governo per gestire questo divario.

Ci sarebbero anche altre cose da dire e da analizzare, ma avrò tempo una volta tornato a casa, quando potrò osservare questo viaggi da lontano. Salirò sul banco della mia normalità e ricorderò a me stesso che bisogna sempre guardare le cose da angolazioni diverse. Questo è tutto; se non interverranno forze maggiori che impediranno il corso naturale del mio viaggio, il prossimo post sarà scritto dall’Europa. Da Mosca se sarò fortunato o tutt’al più da Helsinki.

Arrivederci Asia, spero non passi troppo tempo per il nostro prossimo incontro. E’ stato un vero piacere conoscerti. Stammi bene.


Epilogo

Urumqi, Cina, 21 apr 2011, giorno 100, ore 19:14, ostello

Ci siamo, la faccenda è conclusa. Sembrava tutto fatto ieri sera; prenotato il volo da casa, una cosa sicura. Poi una mail nella notte cinese (ora di Beijing, come dicono da queste parti) sintomo della difficoltà di dormire dovuta ancora ai pensieri del post precedente. “La prenotazione non è stata confermata”. E con questo siamo a due. Il sonno ha preso poi finalmente il sopravvento e il problema è scivolato tra le ombre di Morfeo. Ma stamattina si è ripresentato. Non mi restava che prenotare in agenzia, a qualsiasi prezzo, per qualunque destinazione che non richiedesse un visto. La Lonely Planet mi segnalava un’agenzia molto a sud del mio ostello. Mi sono messo in marcia, ma dell’agenzia nessuna traccia. Forse aveva chiuso, forse non c’era un’insegna leggibile. L’ho cercata a lungo, ma invano. Stavo per ritelefonare a casa quando mi è piovuto dal cielo un ufficio della Southern Airlines. Non avrei potuto desiderare di meglio. Proprio la compagnia con cui avrei dovuto prenotare dal sito web. Sono entrato e ho chiesto informazioni sullo stesso volo. Parlavano inglese, è stato facile. Mezz’ora e avevo il biglietto. Urumqi – Mosca, sedici ore di attesa in aeroporto e poi Mosca – Helsinki. Ironia della sorte ho anche speso meno che da sito web: 460 Euro solo andata. Avevo il terrore che nell’atto della prenotazione qualcosa andasse storto. Mi aspettavo da un momento all’altro che l’agente mi dicesse “Sorry, it’s impossible” e poi adducesse un motivo qualunque. Dopo tutti i miei guai burocratici ho iniziato a credere ciecamente nella legge di Murphy, ne sono diventato rispettoso all’estremo, quasi riverente. Invece non è successo nulla, ho pagato, ho ritirato il biglietto e sono uscito.
La mia avventura asiatica si concluderà domani, salvo ulteriori imprevisti. Ieri ero piuttosto abbattuto all’idea, oggi però mi sento benissimo, in forma, quasi smanioso di ritornare in Europa. La cosa che mi fa sorridere è che finalmente potrò tornare a parlare con tutti, a leggere i cartelli, a chiedere informazioni a chiunque. Sembra una bazzecola, ma questa barriera linguistica che mi trascino dal Giappone, e che sembra terminerà con l’arrivo a Helsinki, ha avuto il suo peso. Non ci ho pensato fino a che non mi sono trovato davanti questo pensiero, ma sarà bello poter tornare di nuovo ad una comunicazione attiva. Parlavo da solo da troppo tempo, sono andato ad intuito per troppi chilometri. L’inglese tornerà a farla da padrone, ed io ne sono felice. Inoltre la Finlandia mi incuriosisce parecchio. Ho pensato che avrò tante possibilità di itinerario una volta giunto laggiù, anche senza andare in Russia. Insomma, il viaggio è lungi dall’essere concluso. Il problema più grande ora, se di problema si può parlare, è il denaro. Le due prenotazioni mancate mi hanno “mangiato” più di 800 Euro e il biglietto che ho comprato in contanti se ne è portati via altri 460. La mia situazione è questa: sul conto ho 5,24 Euro, ho 300 RMB cinesi in contanti (tipo 30 Euro), 7000 e rotti Tugrug mongoli (4 Euro circa), 135 dollari americani e 5 euro che mi porto dietro da Budapest. Più spiccioli e monetine da mezza Asia. Fine dei miei soldi. Gli 800 torneranno a casa non so quando. Ma contrariamente a quanto si possa pensare non sono preoccupato e non ho chiesto soldi a casa. Mi ritroverò in Finlandia, che è tipo il Paese più sicuro del mondo o comunque sul podio della sicurezza. Sarà una pacchia per me. Se non avrò denaro sarà solo un modo per avvicinarmi a McCandless, un modo per assimilare qualche altra informazione sul suo viaggio e il suo modo di vivere. Informazioni preziose, di cui ho premura, prese in diretta, non da un libro. E ne sento davvero il bisogno di queste informazioni. Ma non voglio fare piani o farmi viaggi inutili. Quando arriverò a Helsinki farò i miei conti e valuterò il da farsi. Fino ad allora aspetterò e basta.

Ingannando il tempo ho scritto al Corriere della Sera. Ho letto un pezzo sulla proposta di cambiare l’articolo 1 della Costituzione. Non mi dilungo nei particolari. Io sono d’accordo, anzi cambierei di più. Ho sentito il desiderio di far sapere alla redazione il mio pensiero e l’ho fatto. L’attesa è lunga e a scrivere il tempo vola. Mi piacerebbe una risposta, ma dalla mia esperienza deduco che non arriverà.

Epilogo: Europa sto tornando. E sono carico.


Tibet, ma quanto mi fai penare?

Xi’an, Cina, 29 mar 2011, giorno 77, ore 18:24, ostello

Scrivo di nuovo in diretta. E’ il secondo giorno che sto qui e ho ricevuto solo brutte notizie. La mia agente di viaggi si trova a Chengdu. E’ una ragazza che non ho mai visto, si chiama Angie e il suo contatto me l’ha dato Alex, il ragazzo che ho conosciuto a Yangshuo. Ho lasciato la Mongolia convinto, dalle sue parole, che mi sarebbe bastato arrivare a Lhasa e avrei trovato tutto pronto: documenti, permessi e tour. Non è così. Le notizie sono cambiate. Dapprima sembrava che non ci fossero abbastanza viaggiatori per organizzare un tour, poi sembrava che bastasse aspettare fino al 7 di aprile per poter procedere. Una mail di ieri sera mi avvertiva che invece alcuni avevano rinunciato e quindi si tornava al punto di partenza. Oggi, secondo l’ultima mail, dopo aver cambiato alcune tappe dell’itinerario del tour, mi riconfermano il 7 aprile come data per essere a Lhasa. Sembra buono, se non fosse che l’ostello di Xi’an mi ha avvertito che domani dovrò sgomberare, poichè hanno delle prenotazioni che occupano tutte le stanze. Fantastico. Devo far passare 10 giorni e non ho idea di dove andare. Potrei iniziare l’avvicinamento a Lhasa e quindi ad abituarmi all’altitudine, se non fosse che dopo Lanzhou la Lonely Planet mi avverte non esserci nulla degno di nota. Solo paesini sonnecchianti e piuttosto noiosi. Come se non bastasse Angie mi ha appena avvertito che il pagamento dei suoi servizi può essere effettuato solo tramite bonifico bancario. Non avendo idea di come si debba procedere, credo che mi toccherà andare a Chengdu a pagare di persona. E’ un bello sbattimento. Sono un sacco di chilometri buttati al vento. Tuttavia, se non troveremo un compromesso o una soluzione alternativa, sarò costretto ad andare laggiù. Tanto più che da domani sarò in mezzo ad una strada. Nell’attesa di conoscere le sorti del mio futuro, impiego il mio tempo in due modi: leggo Terzani e cucio. Già, il mio guardaroba comincia a subire le ingiurie del tempo e della trascuratezza. Il risultato è che sono disseminato di buchi dappertutto. In Mongolia avevo comprato un set da cucito per sistemare la giacca che avevo comprato. Essendo il nipote di una sarta, ho richiamato alla mente le immagini che da bambino accompagnavano i miei pomeriggi: mia nonna che cuciva e io che la imitavo. Devo dire che sono un sarto discreto. Non un fenomeno, ma i miei rattoppi reggono alla grande. Calze, pantaloni, scarpe. Tutto è sistemato e chiuso. Esteticamente non è il massimo, ma non ho grandi pretese. Il set non comprendeva nè ditale nè forbici, ma ho scoperto che un accendino può sopperire a queste mancanze senza problemi. Taglia e spinge come se fosse stato creato apposta per queste funzioni. Mi chiedo come mai non sia un’accessorio standard di ogni corredo. La faccenda di Terzani è un po’ più complessa. Per chi non sapesse chi sia, è stato un giornalista italiano che ha speso gran parte della sua vita a contatto con l’Asia e con gli asiatici. Potremmo dire che ha fatto quello che sto facendo io, solo per più tempo e su distanze più larghe, senza contare che, come è ovvio che sia, è arrivato molto più in profondità di quanto non stia facendo io. La sua presenza si è inserita nel mio viaggio con prepotenza, senza che io abbia fatto nulla di particolare per richiamarla. E’ iniziato tutto con Facebook. Un giorno stavo curiosando sul sito quando ho letto di una mostra a Roma che riportava le fotografie di un certo Terzani e dei suoi viaggi in Asia. Non ne avevo mai sentito parlare, così l’ho Googlato e ho guardato la sua pagina di Wikipedia. Poi è morta lì. Se non che un mio amico, senza che io gli chiedessi nulla, mi ha inviato alcuni dei suoi libri, mentre un’altro mio amico mi ha pubblicato un link di una sua intervista su Youtube. Allora mi sono messo a leggere. Una gran penna e una gran persona. Mi piacciono i suoi libri, in alcune cose mi ci immedesimo e alcune altre avrei potuto benissimo scriverle io (forse meno bene). L’unica cosa che mi dispiace è che sia morto. Avrei voluto contattarlo in qualche modo, magari andarlo atrovare se fosse stato ancora in India, chiedergli consigli, racconti, cose così. Invece mi dovrò accontentare di quello che c’è. Dei suoi libri, della sue esperienze su carta. Magari un giorno qualcun altro leggerà delle mie.


Un giovane e un vecchio

Treno Erlian – Hohot, 26 mar 2011, giorno 74

Sempre su quel treno ho incontrato un giovane. All’inizio mi è parso cosa da nulla, un giovane come tanti. Però parlava inglese, così ci siasmo messi a chiacchierare. Era curioso, come tutti del resto, e voleva sapere come si viveva in Europa. Gli ho raccontato la mia vita, Modena, il lavoro che al momento manca e i piani inesistenti del mio futuro. Ascoltava come se fosse una fiaba. Mi ha detto che in Cina c’è tanta povertà e che a molte persone piacerebbe fare quello che io sto facendo: un viaggio per scoprire cosa c’è di là dall’orizzonte. Ciò mi ha aiutato a capire tanti di quegli sguardi meravigliati che spesso accompagnano le mie spiegazioni. Io, dalla mia, gli ho detto che in Europa si fa tanto parlare della Cina e del suo imminente sviluppo. Gli ho detto che in questa Cina che scorre dal finestrino del treno, io rivedo le foto della mia Italia degli anni 50 e 60, le immagini in bianco e nero del nostro miracolo economico. Il miracolo cinese è qui, sta succedendo, credo, quindi basta solo avere pazienza. Mi ha detto che le mie parole lo hanno cambiato, perchè aveva sempre creduto che noi vedessimo loro come dei poveri senza niente da offrire. Verità e stereotipo. Gli ho paarlato degli amici che ho incontraato nel mio viaggio, di come tanti di loro in questo momento stiano studiando la lingua cinese in vista di un futuro utilizzo. “Ma non hai paura? La tua famiglia non ha paura che tu sia qui da solo?”, mi chiede. Perchè paura? Da quando sono qui non mi è mai accaduto nulla di male. Ho solo incontrato amici e persone gentili e ospitali. I cinesi sono poveri, forse, ma non rubano. E nella loro povertà hanno qualcosa che noi europei abbiamo un po’ perso: il rapporto umano. Se sei cinese e sali su un treno, automaticamente sei amico con tutti. Ci si scambia cibo, parole, sorrisi e scherzi. In Europa non è così, e in questo voi siete molto più ricchi di noi. “Tu sei ricco”, mi ha detto. Non credo proprio. “Non parlo di soldi, ma di vita. La tua vita è ricca”. Lo spero, ho risposto. Siamo andati avanti così e oltre fino all’arrivo a Hohhot. Qui il giovane mi ha chiesto se potevamo fare una fotografia. Non so cosa gli abbia detto, quali delle mie parole lo abbiano così toccato, fattostà che quando ci siamo scambiati gli indirizzi email era quasi commosso. Felice. Il mio incontro, o forse le mie parole, devono averlo profondamente scosso, perchè ad un certo punto ha tirato fuori 100 Youan e me li ha offerti dicendomi “Anche se io non ho niente, questi te li voglio dare. Perchè credo che quello che tu stia facendo sia bellissimo e io voglio supportarti”. Mi ha fatto venire i brividi. E’ un gesto di grande portata, soprattutto se proveniente da un ragazzo di nemmeno vent’anni. Naturalmente ho rifiutato, 100 Youan sono 10 euro per me, ma tanti soldi per lui. Gli ho detto di non prenderla male, di non reputarla un offesa, ma non potevo proprio accettarli. Il solo fatto che me li avesse offerti valeva per me tutto il denaro del mondo. Ci siamo salutati lungo la strada dopo che mi aveva fermato un taxi. Mi ha guardato andare via salutando col braccio alzato. Io ho risposto al saluto dal vetro posteriore del taxi. Felice, ricco e sempre più ricco.

Hohhot, Cina, 27 mar 2011, giorno 75, ore 16:00, piazza

Al momento di lasciare l’ostello di Hohhot la ragazza al bancone mi chiede aiuto. Un vecchio che sembrava parente di Mao voleva sapere delle informazioni che la ragazza non era in grado di fornire. Gli chiedo cosa desiderasse e lo osservo attentamente. Era asiatico, di aspetto, con lunghi capelli bianchi e una barba bianca anch’essa, e lunga e sporca come se ci avesse mangiato sopra. Portava abiti consunti, della foggia tipica del viaggiatore di lungo corso. Una camicia a quadri rossi sdrucita e pantaloni con le tasche laterali grigi. Ai piedi scarpe da trekking vecchie almeno quanto lui. Aveva occhiali spessi come fondi di bottiglia che tradivano una forte miopia e alle orecchie un apparecchio acustico. Parlava un inglese abbastanza fluente, sebbene reso irrequieto dal tono tipico di alcuni anziani. Voleva sapere se avessi una guida della Cina, poichè avendo perso la sua, non aveva più gli indirizzi degli ostelli lungo il suo percorso. Gli chiesi, troppo incuriosito per badare all’educazione, la provenienza e l’eta. Mi disse di essere giapponese e di avere sessantanove anni. Poi prese ad illustrarmi il suo percorso. Mi disse di essere da lungo tempo in giro per la Cina, di volere andare in Tibet e poi in Mongolia, per poi arrivare in Russia e proseguire in treno fino a San Pietroburgo. Poi, una volta raggiunta la città degli zar, avrebbe deciso se ritornare in Asia o proseguire alla volta dell’Europa. Mi sono subito immedesimato nel personaggio. Mi sono visto alla sua età a fare quello di cui mi ha detto. Contando che io lo sto facendo a ventisei anni e che ci sono dei giorni che proprio mi sento esausto, sia per lo sbattimento che per la fatica, mi sono chiesto se mai potessi averne le forze una volta raggiunta la sua età. E invece lui stava lì a copiare gli indirizzi come un mio coetaneo, con la stessa meticolosità che avrei usato io se fossi stato al suo posto: tanta strada da fare senza una guida. E’ stato un incointro stupefacente. Ho pensato a lungo a quel vecchio. Ad essere sincero ci penso ancora, ogni volta che sollevo lo zaino o che aspetto in coda. Penso che bisogna essere proprio in gamba per compiere un’impresa del genere, a quell’età e su quella distanza. Mi riprometto di provarci anche io, sebbene quell’età mi sembri ad anni luce da questo momento.


Il Confine

Zamin Uud, confine mongolo-cinese, 26 mar 2011, giorno 74, ore 7:15, stazione dei treni

Le mie paure di non trovare un mezzo per passare il confine sono state smentite subito. Dopo appena qualche passo sul binario, una folla di autisti mi è venuta incontro per offrirmi i loro servigi. Ho scelto l’autista più brutto e l’ho seguito dopo avere chiesto il prezzo: 5 con le dita. 5 mele? 5 euro? Tugrug, Youan, cammelli. Non sapevo. Alle elementari la maestra mi ha insegnato a specificare sempre l’unità di misura. Forse qui non hanno maestre come la Grazia. Immaginavo 5000 Tugrug, ma è saltato fuori essere 50 Youan. 5 Euro circa per passare di là dal filo spinato. Il parcheggio della stazione è pieno di jeep e quella del mio autista è una Toyota. Mi accomodo e inizio a riempire i moduli che trovo sul sedile e sparsi per tutto l’abitacolo. Nella mia fanciullesca ingenuità di viaggiatore europeo mi guardo intorno e penso: “cinque posti, cinque persone”. Non è così. Uno dopo l’altro si intrufolano nella jeep tante di quelle persone che sembra di essere in una puntata di “Scommettiamo che…”. Alla fine ci ritroviamo in undici più l’autista, che nel frattempo è cambiato. Non male per quel certificato che omologa il veicolo per cinque persone, ma qui non ci badano. Chi nel baule, chi fra il cambio, chi in braccio ad altri ci stiamo tutti. Tutti tranne la comodità. Per quella proprio non c’è spazio. Nelle ore di fila che precedono il mio ingresso in Cina (ce ne sono volute tre e mezzo, alla faccia della Lonely Planet che diceva che si faceva prima) mi ritrovo ad osservare il nuovo autista. Mi ricorda troppo Tyler Durden. Almeno la sua versione mongola. Occhiale da sole a specchio, giacca di pelle blu e stivali di pelle rossi. E’ solamente meno figo di Bradd Pitt, ma il personaggio c’è tutto. Inoltre è abile nel suo lavoro. Con i suoi sottoposti è severo e secco negli ordini, ma con le guardie è docile come una vacca al pascolo, sorride sempre e ammicca con tutti. E la jeep avanza tra la folla. Una colonna umana che attende il controllo documenti mongolo, passa la terra di nessuno con ogni mezzo e rifà la coda per il controllo passaporti cinese. Sembra di stare in un film. Le guardie hanno le stelle rosse sul colbacco, i ladri le jeep. Land Rover, Land Cruiser, jeep russe e giapponesi. Nessun europeo, al solito. Certo, qui c’è solo autentico volgo. Gli europei sono ricchi, pagano di più e il confine lo passano in treno. E’ una bella esperienza. Mi fa capire come si sta dall’altra parte della tv. Non siamo in zona di guerra o in presenza di clandestini, ma a parte questo è uguale alle immagini dei telegiornali. Stipati all’interno di un mezzo e poi in fila per il verdetto. Puoi passare. Oppure no. Io sì. Welcome back to China!