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Le città invisibili

Copenhagen – Helsinki, 5 – 7 mag 2011, giorno 117, ore 13:05, biblioteca

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”   Italo Calvino, “Le città invisibili”

Kublai Khan chiese a Marco Polo: “Dopo aver viaggiato per così tante città, se ne dovessi costruire una, come la costruiresti la tua città?”.

Marco Polo rispose: “Non ti dirò come, poichè il come è effimero, ma ti dirò che se dovessi costruire una città, partirei sicuramente dall’acqua e non dalla terra. Nella sua semplicità, l’acqua è un elemento essenziale per la vita di una città. Essa porta rumori, odori e oggetti senza i quali una città non potrebbe essere considerata tale. La saggezza del tutto risiede nelle acque. Sì, ho sempre pensato che per il suo bene una città dovrebbe scorrere vicina all’acqua”.

La città invisibile

“Intendi dire che l’acqua dovrebbe scorrere vicino alla città?”

“No, l’acqua può anche stare ferma. E’ la città che deve scorrere. Una città immobile ristagna, si imputridisce e muore. Ho visto troppi luoghi fare questa fine, seccarsi sotto all’immobilità della realtà. No, credo che una città dovrebbe essere come un fiume; scorrere, mantenersi fresca, pulita. Anche i suoi abitanti non dovrebbero essere mai gli stessi di qualche istante prima.
Immagina una città sempre nuova, sempre diversa per ogni cittadino che la abita. Non si chiederebbero informazioni, non ci sarebbe bisogno di vie: sarebbero tutti uguali e tutti meravigliati. Una città che non invecchia mai. Una città che, come un fiume, scorre tra le genti.

Le città invisibili

“E dove la costruiresti nel mio impero una città così?”.
“La costruirei nel lugo più visibile, sotto gli occhi di tutti, di modo che risulti invisibile ai più, ma che sia facilmente accessibile e comoda a coloro che vedono cio che non si vede, quelli che hanno voglia di vederla veramente. Sarebbe perfetta su una montagna”.

Le città invisibili

“E vi sarebbero case, in questa tua città?” chiese Kublai Khan

“Di case ve ne sarebbero eccome, e di tutti i tipi. Rotonde, quadrate e delle forme più strane e bizzarre. Dovrebbero essere case a misura d’uomo, quindi per forza non comuni, poichè ogni uomo è non comune e bizzarro e strano.

Le città invisibili

Le case e il tutto spunterebbero dall’erba, come funghi o fiori, facendo sembrare che la mano dell’uomo non abbia mai avuto a che fare con tutto questo.

Le città invisibili

Sarebbe una prospettiva nuova, una visione in cui l’edificio non sarebbe lo scopo finale, il primo pensiero, bensì l’uomo e il suo benessere, il suo vivere. Non ci sarebbero recinzioni o barriere poichè ognuno avrebbe tutto ciò di cui potrebbe aver bisogno.

Le città invisibili

Decisamente la costruirei di vetri e di acciaio, di specchi e cemento. Per lo più di tanta fantasia. La città non rifletterebbe la luce, ma si fonderebbe con essa. Ad ogni ora del giorno ci si potrebbe domandare “c’è o non c’è?”. La vedo immersa in un paradiso di naturalezza artificiale”.

Le città invisibili

Kublai Khan meditò a lungo sulle parole di Marco Polo, tentando di immaginare una simile meraviglia senza tuttavia riuscirci. Alla fine chiese: “Ma sei sicuro che una città del genere non esista già?”

Marco Polo nascose al sovrano un sorriso: “Certo che esiste già, ma è talmente sotto agli occhi di tutti che nessuno la vede”.

Nota dell’autore

Quando lessi per la prima volta “Le città invisibili” di Calvino non capii e non mi piacque. Col tempo imparai ad apprezzare il testo e non appena vidi gli edifici ritratti nelle foto, la mia mente si precipitò dentro al libro. Fra le tante città inventate da Calvino-Polo, nessuna mi è mai risultata tanto straordinaria quanto questo quartiere di Copenhagen. La sola cosa che vorrei sapere, il mio unico dubbio, è che cosa avrebbe fatto o pensato o scritto Calvino se avesse avuto modo di vedere tutto ciò.

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Christiania

Copenhagen, Danimarca, 4 mag 2011, giorno 114, ore 22:45, stazione dei treni

Christiania è aperta o chiusa? Cerchiamo di fare luce su questo mistero.

Il 3 maggio 2011 la prima pagina del Copenhagen Post riporta questo titolo: “Christiana si ritira dietro le barricate”. Sfogliando la versione inglese del quotidiano cittadino scopro che Christiania è aperta, ma sembra sia alle prese con una battglia per la terra. Pare che il governo voglia sfruttare la terra dell’ex sito militare in maniera più produttiva. A causa di questa intenzione, per la prima volta in 40 anni di esistenza Christiania ha chiuso le sue porte volontariamente ai turisti e ai visitatori abituali. “Chiudiamo per non chiudere” diceva uno degli slogan. Da quanto ho potuto capire leggendo, il problema è che secondo il governo lo spazio è da sfruttare meglio, quindi le soluzioni proposte sono due: o sloggiano o comprano la terra. Contando che il valore stimato dell’area è di 150 milioni di corone danesi, credo che le opzioni si riducano ad una soltanto: sloggiare. E così per prendere tempo gli abitanti hanno chiuso e hanno parlato tra di loro, senza però venire a capo di nulla. Questo è quello che ho capito io. Sul futuro non si sa nulla di preciso.

Ma com’è dal vivo Christiania? Prima di aver letto questo articolo ero andato a vedere di persona. Nel quartiere che le dà il nome, Christianshavn, sorge Freetown, un complesso di edifici in un’area molto verde che ospita un po’ di tutto.

L'ingresso di Christiania

Hippies, straccioni, spacciatori, gente tranquilla e danesi. Mentre una coppia di ragazze deliziose si ferma ad un chiosco per prendere un caffè, dall’altra parte della stradina un signore esibisce la sua cassetta portatile piena di ogni tipo di hashish, con tanto di prezzi, coltello e bilancino. In molti fumano e bevono, ma tutto sommato l’atmosfera è piacevole. Ci si sente “free”, il luogo ispira una totale libertà, in nessun caso ci si sente intimiditi o in pericolo. Ci sono gruppetti di ragazzi che parlano e ridono, bancarelle di chincaglierie e articoli per fumatori (non di tabacco), chioschi di fornai e caffetterie, negozi e case. Teoricamente qui è legale tutto, in quanto il territorio è autonomo o quasi. Non sono riuscito a capire esattamente fin dove possano spingersi, fatto sta che le droghe leggere non sembrano essere un problema. Il tutto è colorato. Muri, panchine, giochi, insegne, pali, tutto è dipinto a festa in stile hippie annio ’70. Certo deve essere stato più colorato negli anni ’70.

Christiania, particolare

Immaginate una Amsterdam un po’ meno legale e in versione rurale, un po’ più colorata, senza le prostitute in vetrina e avrete Christiania. Passeggiando lungo le stradine attorno alle case magazzino dell’ex cantiere scopro anche una mostra sul Tibet. Una “mostra” sul Tibet. Una stanza quadrata di due metri per due con alcune fotografie e qualche volantino. Piccola, purtroppo, però una bella iniziativa. Un commento sullo stato del Tibet e sul diritto e sui requisiti di una Nazione ad essere riconosciuta come Stato sovrano. Il Tibet ha tutto quello che occorre, tranne che un appoggio internazionale. Tibet Libero! Christiania ha anche un lago bellissimo, che la circonda per tre quarti e la “protegge” dal resto della città. Uscendo il visitatore ritorna in Europa, e il cartello di saluto non manca di sottolinearlo.

Il "confine" tra Christiania e Copenhagen


Un letto, una doccia e una lavatrice

Copenhagen, Danimarca, 4 mag 2011, giorno 114, 09:21, ostello

Oggi è una nuova giornata, ed è una nuova giornata che comincia benissimo. Ho fatto una doccia, ho indossato vestiti puliti, appena lavati, e ho fatto una dormita vera in un letto vero. Unico neo della notte è stato un ciccione di Miami che russava come un porco, sembrava una vacca e parlava nel sonno. Parlava davvero, fraasi lunghe, anche complesse. Io e gli altri della stanza ce la ridevamo alla grande. Ah gli ostelli. E’ molto meglio che dormire in aeroporto. Letti veri, lenzuola, docce calde e lavatrici. Una pacchia.

Stamattina mi sono svegliato, ho bevuto il mio Nescafè e ho letto il giornale. Non so perchè ma mi sono venute in mente tutte le persone al lavoro, in ufficio, in fabbrica, gli studenti in biblioteca, a casa, a letto. E’ un pensiero che ho subito scacciato: è presto per pensare a queste cose. Oggi andrò a prenotare il biglietto di ritorno verso Helsinki, andrò in giro per la città e, cosa super importantissimissima, andrò al Lego Store. Mi stavo quasi dimenticando che la Danimarca è la patria dei Lego. Ieri sono stato per caso in un negozietto di mattoncini e mi è venuto male. Ce ne sono un sacco, di tanti temi diversi, molti dei quali non c’erano quando io ero piccolo. A parte i Lego di Harry Potter e quelli di Star Wars, che avevo visto anche in Italia, ci sono anche i Lego Ninja, i Lego antico Egitto, e alcuni Lego pirata che mi hanno fatto prendere in mano il portafoglio e fare un paio di conti. Vorrei avere 10 anni e comprarli tutti e giocarci tutto il giorno. Purtroppo non succederà: primo non saprei dove mettermeli, secondo sono ormai un po’ troppo grande per i mattoncini. Anche se questi sono mattoncini originali del luogo d’origine, anche se l’età alla fine non conta. W i Lego!


Bisogna dire qualcosa

Stoccolma, Svezia, 2 mag 2011, giorno 112, ore 20:35, Mac Donald’s

E’ tanto che non scrivo. Lo so. Da quando sono ritornato in Europa la mia vena letteraria langue. Mi siedo davanti al pc, apro il blog, vado in “Nuovo articolo” e poi fisso lo schermo. Aspetto, magari mi viene; invece niente. Il foglio bianco mi fa paura, penso che sia da riempire e la cosa mi spaventa perchè non ho idea di come farlo. Quando è così meglio chiudere tutto e farsi una passeggiata. Se anche si riuscisse a riempire, quello che direbbe sarebbe inutile e vuoto. La mia teoria è questa: per scrivere bisogna avere il desiderio di avere un foglio bianco sotto al naso. Non è più un nemico, ma una cosa senza la quale si impazzirebbe. C’erano dei momenti in cui mentre camminavo mi ritrovavo in ginocchio sullo zaino a cercare il taccuino perchè dovevo essere assolutamente sicuro di scrivere una cosa, quella cosa, adesso, subito, prima che se ne andasse, prima di scordarla. Potrei citare mille autori che parlano di cose del genere, ma non lo farò. Questa è la mia teoria, gli altri hanno la loro. Il punto è che ho paura del foglio bianco e quindi scrivo meno. Tutto qui.

Il perchè non lo saprei spiegare con esattezza. Ce ne sarebbe da dire; avrei potuto parlare dei musei di Stoccolma, ma mi sembrava di essere una guida turistica. Avrei potuto accennare ai trasporti e alla vivibilità dela città, ma non c’era poi tanto da dire se non che sono, in una parola, perfetti. Potevo dichiarare la bellezza incredibile degli svedesi, ma poi sarei stato accusato di essere un allupato. La verità è che tutto mi sembrava scontato. Google è pieno di siti, guide, blog e commenti su questa città, perchè quindi farlo sbadigliare ulteriormente? E’ il ritorno all’Europa, al conosciuto, alla mia civiltà che mi atterrisce. Oggi un’amica mi ha scritto una mail chiedendomi se c’è differenza, e se si sente, tra l’Asia e l’Europa. Gran domanda, ho pensato, magari ci scrivo su. Sì c’è differenza, eccome, come dal giorno alla notte. Non sto parlando di cibo, comunicazione, servizi o monumenti. Parlo delle persone. Da quando sono in Scandinavia non ho parlato con nessuno. Sono scivolato in silenzio tra le loro città, le loro vie, i loro aeroporti. Ignorato e ignorando. Niente sguardi incuriositi, niente discorsi sui treni, niente “Welcome to Finland”. Niente, freddo come il loro clima. Questa è una cosa che ho sentito, anche se forse c’è voluta quella domanda per farmelo capire. Dopotutto io ci sono abituato, anche in Italia è così. La mattina sali sul treno, o sul bus, o sul metrò, ti infili l’iPod nelle orecchie e maledici la mattina e il fatto di dover andare al lavoro. Se non hai amici con te non parli con nessuno, ti appisoli, pensi ai fatti tuoi. Certamente non attacchi bottone con uno come me. Al ritorno, la sera, è la stessa cosa ma al contrario. Non vedi l’ora di tornare a casa, nella tua sicura e confortevole casa, di fare una doccia, cena e poi a guardare la tv. Il resto è nulla. La nostra casa ha tutto, perchè dovremmo desiderare altro? Tyler direbbe “questa è la nostra vita e sta finendo un minuto alla volta”. E’ questo che intendo quando dico guardare le cose da diverse prospettive. Adesso che non ci sono più immerso, vedo soprattutto la Cina, i cinesi e il loro vivere. Loro non sono come noi, anzi, forse troppo diversi. Sono invadenti, curiosi come bambini. Solo la timidezza li trattiene, ma una volta rotto il ghiaccio la foto scatta garantito. I treni cinesi sono una babilonia, sì, ma una babilonia di uomini che si rapportano, che si incontrano davvero. Sali su un treno che non conosci nessuno, ma non ti infili un iPod nelle orecchie. Primo perchè non ce l’hai, secondo perchè il bello è già lì, intorno a te, negli altri viaggiatori, nei brustolini mangiati e sputati a terra, nelle battute, nelle chiacchiere. Che se ne fa un cinese di un iPod? Cultura di piazza contro cultura di appartamento. Noi che ci chiudiamo nelle nostre case e tutto il mondo fuori e loro che invece non avendo una casa come la nostra se la chiudono alle spalle e poi ci vanno, di fuori. Non so se sarà ancora così quando tutti saranno ricchi e ammaestrati, ma per il momento vincono loro, non le case. Ci vorrebbe una via di mezzo, un compromesso, un sistema che metta in pratica il meglio delle due opzioni. Ma per il momento non c’è. Se in questo falliscono anche gli svedesi, non so proprio che cosa si possa fare.


Arrivederci Asia

Urumqi, Cina, 22 apr 2011, giorno 101, ore 13:28, ostello

Tra qualche ora avrò il volo. Dopo tre mesi spesi a scorrazzare per l’Asia credo sia il caso di tirare un riga e fare un bilancio. Ho visitato molte città, ho cambiato spesso bandiera e ho sempre lottato contro la burocrazia. Ho conosciuto tante persone, alcune superficialmente, altre più a fondo, ma tutte mi hanno lasciato qualcosa. Ho fatto grande scorta di templi, una scorta che credo durerà per un bel pezzo. Vorrei poter dire di avere imparato qualche lingua, ma questo mi manca. Mi sono sempre scontrato con gli ideogrammi asiatici e per quanto mi sia sforzato, non posso dire di andare oltre le cinque espressioni basilari: grazie, ciao, scusa, arrivederci e prego. Ah, anche “non piccante”, essenziale per il mio quieto vivere. L’Asia mi è piaciuta, è un viaggio da fare almeno una volta nella vita. Ti mette davanti ad un mondo che è totalmente diverso dal tuo, dall’Europa, dalla nostra filosofia di vita. Ho pensato a lungo a quali parole usare per descrivere questa differenza. Credo che ce l’avrei fatta ad esprimermi, se non avessi letto una frase di Terzani. E’ talmente perfetta e giusta, l’ho trovata così vera, che ha assunto per me i caratteri di una definizione. La riporto:

…l’Occidente – diceva – è la cultura intesa come scienza, cioè come conoscenza del mondo attorno all’io, mentre l’io è solo strumento e luogo di pensiero; ne derivano le scienze della natura e dell’osservazione. L’Oriente invece – cioè l’India, perché secondo lui tutto venne da lì anche in Giappone attraverso la Cina e la Corea – vuol dire cultura in quanto ricerca dell’io pensante, il pensiero inteso come pensiero dell’io che pensa se stesso perché l’io non è parte del tutto, ma il tutto. Il distinguere è illusione; il tutto, l’assoluto, è verità. Cercare di distinguere è la via dell’errore. In queste due direzioni – dice lui – il mondo s’è mosso per secoli arrivando a questo pauroso abisso di oggi in cui da una parte c’è l’io che ha dimenticato se stesso nella conoscenza dell’attorno, anzi è diventato schiavo del conosciuto – la civiltà della macchina e la fine dell’umanesimo -; dall’altra parte c’è l’io che ha raggiunto profondità ricchissime e forme di cultura avanzate, ma che, avendo dimenticato la conoscenza dell’attorno, ora muore di fame e ancora di peste e di lebbra…”.

Tiziano Terzani, “In Asia”, pag. 21

Difficile fare meglio di così, anche se a consolarmi è il fatto che quelle sopra citate non sono nemmeno parole di Terzani, ma uno stralcio di dialogo avuto con un personaggio incontrato lungo il suo viaggio. La regola, tuttavia, è chiara: “verba volant, scripta manent”, quindi sono parole di Terzani. Direi che racchiudano tutto ciò che ho riscontrato nella pratica.

Tornando al mio caso, non mi paragono minimamente allo scrittore e giornalista italiano. Non ho conosciuto l’Asia così a fondo, non ho visitato tanti Paesi (di sicuro non tutti quelli che avrei voluto visitare), non ho speso così tanto tempo tra gli occhi a mandorla. Ho giusto dato una spolverata alla superficie e mi sono fatto un’idea, ma sono contento di quello che ho fatto. Guardandomi indietro sono soprattutto contento di essere volato subito in Giappone. Allora la cosa mi indispettì, ma vedendo come sono andate le cose, mi sarei indispettito maggiormente se mi fossi ritrovato impossibilitato ad andarci per via dello Tsunami. E’ una buona lezione: a volte le cose non vanno come vorremmo, ma unendo i puntini scopriamo che in realtà sono andate meglio di quanto non potessimo sperare. E’ un ragionamento che si può fare solo a posteriori, quindi ci vuole del tempo. Anche il fatto che adesso come adesso sia obbligato ad andarmene è una situazione che magari si rivelerà la cosa migliore che mi potesse capitare. Non so cosa farò una volta ad Helsinki, ma non sono affatto triste o scoraggiato. Lo ero quando ho impattato con la realtà delle cose, ma ora, a mente fredda, sono estremamente curioso di scoprire cosa mi riserverà il futuro, fiducioso che sarà bellissimo. Ho qualche progetto, certo, ma voglio aspettare a pronunciarmi di avere tutte le informazioni. Quando saprò, scriverò.

Un’altra decisione giusta è stata quella di non volare direttamente in Cina, ma fermarmi a Taipei e Singapore. Uno sbattimento, per alcuni, una possibilità, per me. Una possibilità di visitare luoghi che normalmente non fanno parte delle mete tradizionali asiatiche. Ho commesso qualche errore in Mongolia, avrei potuto rimanere di più, ma ho dovuto fare i conti con i visti e con il tempo, oltre che con la geografia. Se mi fossi reso conto prima che la Cina confinava direttamente con il Kazakistan avrei agito diversamente, ma a quel tempo non lo sapevo. Un errore stupido, da pivello ignorante, che mi è costato molto caro. Ormai è andata, ma posso assicurare che sarà un errore che non commetterò mai più, a costo di fare come alle elementari e mettermi a scrivere sul quaderno “la Cina confina a sud con….”.

C’è anche un po’ di gioia, non la nascondo, nel tornare in Europa. Oltre alla lingua, sulla quale mi sono già espresso nei post precedenti, c’è anche la questione cibo. Dopo tre mesi di riso, noodles e ravioli, non vedo l’ora di mangiare qualcosa di simile alla mia cucina. Sarà solo molto dura riabituarsi ai prezzi europei e soprattutto finlandesi. Una notte in ostello a Helsinki, nel più economico che abbia trovato, costa 20 Euro. 20 Euro, mi viene male solo a pensarci. Con la stessa cifra in Cina sto in ostello una settimana. Credo che se il collegamento tra il centro e l’aeroporto costerà meno che dormire in ostello, allora dormirò in aeroporto per un po’, come facevo a Hong Kong. Dal mangiare non posso esimermi, ma cercherò di risparmiare il più possibile.

Credo che tornerò da queste parti. Certo un giorno visiterò per bene il sud est asiatico. Inoltre mi piacerebbe tornare in Cina da qui a dieci anni, vedere se il miracolo cinese sarà effettivamente esploso, vedere tutte queste costruzioni completate e vedere come cambierà il loro modo di vivere. Sono felice di aver assistito alle fasi iniziali di questo embrione. Spero per loro che le cose vadano bene per tutti, soprattutto per le zone rurali. Sono curioso di sapere cosa farà il governo per gestire questo divario.

Ci sarebbero anche altre cose da dire e da analizzare, ma avrò tempo una volta tornato a casa, quando potrò osservare questo viaggi da lontano. Salirò sul banco della mia normalità e ricorderò a me stesso che bisogna sempre guardare le cose da angolazioni diverse. Questo è tutto; se non interverranno forze maggiori che impediranno il corso naturale del mio viaggio, il prossimo post sarà scritto dall’Europa. Da Mosca se sarò fortunato o tutt’al più da Helsinki.

Arrivederci Asia, spero non passi troppo tempo per il nostro prossimo incontro. E’ stato un vero piacere conoscerti. Stammi bene.


Epilogo

Urumqi, Cina, 21 apr 2011, giorno 100, ore 19:14, ostello

Ci siamo, la faccenda è conclusa. Sembrava tutto fatto ieri sera; prenotato il volo da casa, una cosa sicura. Poi una mail nella notte cinese (ora di Beijing, come dicono da queste parti) sintomo della difficoltà di dormire dovuta ancora ai pensieri del post precedente. “La prenotazione non è stata confermata”. E con questo siamo a due. Il sonno ha preso poi finalmente il sopravvento e il problema è scivolato tra le ombre di Morfeo. Ma stamattina si è ripresentato. Non mi restava che prenotare in agenzia, a qualsiasi prezzo, per qualunque destinazione che non richiedesse un visto. La Lonely Planet mi segnalava un’agenzia molto a sud del mio ostello. Mi sono messo in marcia, ma dell’agenzia nessuna traccia. Forse aveva chiuso, forse non c’era un’insegna leggibile. L’ho cercata a lungo, ma invano. Stavo per ritelefonare a casa quando mi è piovuto dal cielo un ufficio della Southern Airlines. Non avrei potuto desiderare di meglio. Proprio la compagnia con cui avrei dovuto prenotare dal sito web. Sono entrato e ho chiesto informazioni sullo stesso volo. Parlavano inglese, è stato facile. Mezz’ora e avevo il biglietto. Urumqi – Mosca, sedici ore di attesa in aeroporto e poi Mosca – Helsinki. Ironia della sorte ho anche speso meno che da sito web: 460 Euro solo andata. Avevo il terrore che nell’atto della prenotazione qualcosa andasse storto. Mi aspettavo da un momento all’altro che l’agente mi dicesse “Sorry, it’s impossible” e poi adducesse un motivo qualunque. Dopo tutti i miei guai burocratici ho iniziato a credere ciecamente nella legge di Murphy, ne sono diventato rispettoso all’estremo, quasi riverente. Invece non è successo nulla, ho pagato, ho ritirato il biglietto e sono uscito.
La mia avventura asiatica si concluderà domani, salvo ulteriori imprevisti. Ieri ero piuttosto abbattuto all’idea, oggi però mi sento benissimo, in forma, quasi smanioso di ritornare in Europa. La cosa che mi fa sorridere è che finalmente potrò tornare a parlare con tutti, a leggere i cartelli, a chiedere informazioni a chiunque. Sembra una bazzecola, ma questa barriera linguistica che mi trascino dal Giappone, e che sembra terminerà con l’arrivo a Helsinki, ha avuto il suo peso. Non ci ho pensato fino a che non mi sono trovato davanti questo pensiero, ma sarà bello poter tornare di nuovo ad una comunicazione attiva. Parlavo da solo da troppo tempo, sono andato ad intuito per troppi chilometri. L’inglese tornerà a farla da padrone, ed io ne sono felice. Inoltre la Finlandia mi incuriosisce parecchio. Ho pensato che avrò tante possibilità di itinerario una volta giunto laggiù, anche senza andare in Russia. Insomma, il viaggio è lungi dall’essere concluso. Il problema più grande ora, se di problema si può parlare, è il denaro. Le due prenotazioni mancate mi hanno “mangiato” più di 800 Euro e il biglietto che ho comprato in contanti se ne è portati via altri 460. La mia situazione è questa: sul conto ho 5,24 Euro, ho 300 RMB cinesi in contanti (tipo 30 Euro), 7000 e rotti Tugrug mongoli (4 Euro circa), 135 dollari americani e 5 euro che mi porto dietro da Budapest. Più spiccioli e monetine da mezza Asia. Fine dei miei soldi. Gli 800 torneranno a casa non so quando. Ma contrariamente a quanto si possa pensare non sono preoccupato e non ho chiesto soldi a casa. Mi ritroverò in Finlandia, che è tipo il Paese più sicuro del mondo o comunque sul podio della sicurezza. Sarà una pacchia per me. Se non avrò denaro sarà solo un modo per avvicinarmi a McCandless, un modo per assimilare qualche altra informazione sul suo viaggio e il suo modo di vivere. Informazioni preziose, di cui ho premura, prese in diretta, non da un libro. E ne sento davvero il bisogno di queste informazioni. Ma non voglio fare piani o farmi viaggi inutili. Quando arriverò a Helsinki farò i miei conti e valuterò il da farsi. Fino ad allora aspetterò e basta.

Ingannando il tempo ho scritto al Corriere della Sera. Ho letto un pezzo sulla proposta di cambiare l’articolo 1 della Costituzione. Non mi dilungo nei particolari. Io sono d’accordo, anzi cambierei di più. Ho sentito il desiderio di far sapere alla redazione il mio pensiero e l’ho fatto. L’attesa è lunga e a scrivere il tempo vola. Mi piacerebbe una risposta, ma dalla mia esperienza deduco che non arriverà.

Epilogo: Europa sto tornando. E sono carico.


I cento giorni

Urumqi, Cina, 20 apr 2011, giorno 99, ore 19:39, ostello

Una via di uscita l’ho trovata, anche se non è decisamente la cosa che desideravo. Per tentare comunque tutto di visitare la Russia non mi resta che prendere un volo. Stoccolma e Helsinki sono le due mete migliori, come prezzo e posizione. Ho chiesto a casa di provare a contattare l’ambasciata russa a Roma per sapere se ho bisogno del visto di transito anche solo per quelle che sarebbero sedici ore di attesa a Mosca. Il volo per Helsinki, la mia prima scelta, comporta uno scalo di una notte nella capitale russa. Sedici ore di attesa e poi un altro volo per la capitale finlandese. Da lì poi proverei ad ottenere questo tanto sofferto documento per poi tornare in russia da uomo pseudo libero. E Tallin, idilliaca Vecchia Guardia, è comunque vicinissima. In caso tutto ciò non fosse possibile ci sarebbe un volo per Stoccolma. Nessuno scalo in territorio russo, andrei a Pechino per poi tornare in Europa e cimentarmi nella stessa impresa sopra citata. Comunque vada, credo di poter ufficialmente annunciare il termine della mia avventura asiatica. La Wellington-burocrazia ha vinto. Si torna in Europa, non c’è nulla da fare. Non ne sono entusiasta, non sono pronto. L’unico aspetto positivo è che una volta rientrato nei confini dell’Unione Europea, non avrò più nessun problema di transito. Russia a parte, naturalmente. Ho le mani legate. Tutto quello che potevo tentare l’ho tentato. Si torna verso casa, verso l’Italia, in una maniera che mai avrei creduto possibile. Ho fatto degli errori? Se sì, quali? Sicuramente qualcosa avrei potuto fare, ma al momento non saprei dire cosa. Certo le coincidenze contro di me sono state tante e ripetute, ma forse se avessi avuto più informazioni, più esperienza, magari tutto questo si sarebbe potuto almeno aggirare in qualche modo. Ma ormai è tardi. Con un po’ di tristezza e tante perplessità mi avvio verso la strada di casa. Entro 24 ore dovrei risolvere tutto, con l’aiuto da casa.  I tanti andrò dei miei progetti si sono trasformati oramai in avrei potuto andare. Lo sconforto domina. Mi preparo per la mia Sant’Elena sperando si trasformi in un’Elba. Una pausa triste prima dei gloriosi cento giorni. E i miei cento giorni di viaggio scadono domani.