Just another WordPress.com site

Posts tagged “van

Dal paradiso dei surfisti all’inferno delle farm

Surfers Paradise, Gold Coast, QLD, 16 ott 2012, ore 09:44, biblioteca

  Arrivando da Southport, una carinissima città situata appena prima del paradiso, tutto quello che si vede è il blu. Laggiù, lungo la Gold Coast Highway, una fila quasi infinita di grattacieli tutti illuminati di blu. Arrivarci sotto è ancora più ammaliante. Le luci, i palazzi altissimi che svettano a pochi metri dalla spiaggia. La sabbia illuminata da luci blu e il rumore delle onde che rombano nel buio della notte. Non poteva esserci benvenuto migliore. Surfers Paradise, letteralmente paradiso dei surfisti, è la città principale della Gold Coast. E’ uno dei luoghi più vivaci di tutta l’Australia. La guida raccomanda di non venire qui per le vacanze di novembre e dicembre. La città è invasa da studenti in vacanza che fanno baldoria dalle prime luci del mattino a notte inoltrata e poi il giorno dopo ricominciano. Anche senza gli studenti, comunque, la città è molto viva anche di notte. Feste, locali, ubriachi e negozi aperti fino a tardi rendono Clermont solo un lontano ricordo. Il territorio di questa zona ricorda la Florida e difatti Surfers Paradise è spesso paragonata a Miami Beach. Una lunga striscia di terra corre parallela al litorale e sopra questo fazzoletto si sono ammassati grattacieli, alberghi e resort. Appena dietro ai grattacieli, isolette e canali si diramano a perdita d’occhio. E’ una specie di Venezia super estesa, ma anziché palazzi ottocenteschi ci sono case basse di legno, porticcioli e infinite barche. E’ una zona residenziale vastissima costruita sull’acqua e a contatto con essa. Per gli abitanti è molto più pratico avere una barca piuttosto che una macchina. Vista dall’alto del Q1 Skypoint, il grattacielo residenziale più alto del mondo, è una vista che lascia senza fiato. Appena il sole scende lontano dietro ai monti che circondano questa valle di terra e acqua e cemento, tante lucine azzurre illuminano il lungomare. Piano piano, mano a mano che l’oscurità avanza, sempre più luci vengono all’evidenza e la città si prepara per la notte e la baldoria. La vista dalla spiaggia, invece, con i grattacieli che sembrano quasi arrivare al mare, è una delle immagini più diffuse in tutta l’Australia. Il mare è relativamente sicuro a questa latitudine e nonostante le meduse morte si affollino lungo il bagnasciuga, i bagnanti ed i surfisti sono tantissimi. E’ un luogo perfetto per passare le vacanze con gli amici e gli studenti di cui sopra non sbagliano affatto.

Per quello che riguarda me questa città coincide con la fine del viaggio lungo la East Coast. Adesso è solo un lento arrivare a Sydney per riconsegnare il van. Ha anche coinciso con i miei primi tentativi di trovare una farm per ottenere il rinnovo del Working Holiday Visa per il secondo anno. Mi ero concentrato sulla Tasmania e le sue piantagioni di ciliegie, ma la raccolta non inizia che a gennaio. Ho quindi volto il mio sguardo all’Australia del Sud, ai vigneti della Barrossa Valley e al caro vecchio Western Australia e alla zona di Carnarvon, ma finora nessuna notizia. Ho circa cinque giorni per trovare qualcuno disposto ad assumermi, altrimenti sarò costretto a dirigermi dal mio amico a Bowen e chiedere se hanno posto per uno schiavo in più. Dal paradiso all’inferno.


Noosa

Noosa, QLD, 14 ott 2012, ore 23:34, sulla via per  Gold Coast

Noosa mi ricorda un sacco un modellino di città ideale che ho visto una volta al museo dell’architettura di Stoccolma. E’ proprio quello spazio urbano che un architetto disegna e sogna di costruire da qualche parte. Qui l’hanno fatto. E’ un paesino talmente elegantone che Port Douglas non ne esce bene. Pochi van, da queste parti. Il mio, col suo dragone arancione appiccicato sulla fiancata, è visto se non di cattivo occhio almeno con sguardo compassionevole. Porche, BMW, fuoristrada, sì. Van pochi e in periferia.

Noosa è una città formata da molte Noosa: Noosaville, Noosa Heads, Noosa Junction, Noosa Waters, Noosa Hill, Noosa Springs. Il Noosa è un fiume e alla sua foce sorge questo complesso di paesi/quartieri che prendono il nome dal corso d’acqua su cui sono adagiati. Noosa Heads è il più bello di tutti. Sorge proprio dove il fiume si getta nel mare. Questa foce ha un estuario che ricorda tantissimo quello di Whiteheven Beach, alle Whitsundays, con la sostanziale differenza che la sabbia è gialla e non bianca. Poco prima di gettarsi nel mare il fiume fa una serie di meandri che danno vita ad isolette più o meno grandi. L’industria immobiliare australiana ha preso queste isolette e ci ha costruito sopra delle case che non hanno eguali come posizione, lusso e sfarzo. Lungo la strada che passa accanto a queste isolette si vedono ville bianche o color mogano con piscine e porticcioli che si gettano nelle acque azzurre del fiume. Spiagge immacolate e larghe un metro fanno da alternativa alla piscina nei giorni d’estate.

Ovunque barche di qualunque tipo, dai motoscafi alle vele passando per tutte le altre imbarcazioni, purché siano piccole e costose. Il centro è una lunga via di negozietti che vendono articoli inerenti alla vita da spiaggia. Molti i caffè lungo i quali si affollano gli australiani. Questi esercizi hanno immancabilmente un portico sotto al quale sono ammassati fitti fitti tavolini rotondi le cui sedie sono tutte rivolte alla strada. Non tanto luoghi dove consumare cibi e bevande rinfrescanti (anche perché qui comprano tè caldi) quanto vetrine per osservare ed essere osservati. Non di rado si vedono passare per le strade signore e signorine in abiti da cocktail, tutte tiratissime e profumate a tal punto da rimanere inebriati. Anche per il basso volgo la vita a Noosa offre di più. Nei Mac Donald’s, a colazione, la marmellata alle fragole, quella  all’albicocca e la vegemite sono servite all’interno ci un cesto di vimini e sono offerte dalla ditta. Dev’essere proprio bella la vita a Noosa.


Rotolando verso Sud

Noosa Heads, QLD, 13 ott 2013, ore 12:18, Noosa Public Library

Un paio di giorni fa, ad Agnes Waters, ho visitato inaspettatamente la stazione di servizio migliore d’Australia. Mentre le altre che ho incontrato generalmente sono buie, dai servizi non tanto puliti e spesso gestite da tizi e tizie che non vedono l’ora di andarsene a casa, la stazione di servizio all’incrocio con la strada per 1770 è senz’altro di un’altra categoria. Innanzitutto sta aperta fino a tardi, e con tardi intendo le dieci. Al suo interno si trova di tutto, dai bagel al prosciutto ai fusibili di ricambio per il van, passando per rotoli di bava da 60 libbre e ciabatte infradito. Ha tutto quello che può servire ed a prezzi onestissimi. Offre una cucina che farebbe invidia ad alcuni locali che ho visto in città, con un menù a base di pesce fritto, hamburgers e pollo al forno. Fantastico. Le due signore che ci lavorano sono gentili, sorridono e mantengono i bagni talmente puliti e profumati che se non ti scappa fai di tutto comunque per andarci. Ho fatto loro i miei complimenti e dalla loro reazione deduco di non essere stato il primo. Da applausi.

Agnes Waters e 1770 non sono state due tappe molto aprrezzate. Credo che dipenda da cosa si voglia trovare. Se si cerca pace e relax, allora sono il posto giusto. Se si cerca altro, qualsiasi altra cosa, allora si ha sbagliato posto. Io ho sbagliato posto. La guida diceva che erano due cittadine un poco fuori dal percorso turistico. Forse proprio per questo ho scelto di andare a visitarle. A parte una lunga serie di case favolose affacciate all’oceano, credo che ci sia un motivo per cui queste due cittadine non abbiano cattuarto l’attenzione delle moltitudini di backpackers che si spostano lungo la costa. Sono molto sonnolente e non offrono grandi svaghi. Anche le spiagge non sono belle come si vorrebbe. Ci sono un sacco di barche e si capisce che i frequentatori non hanno problemi economici, ma nulla di più, e probabilmente e è tutto quello che avrei dovuto aspettarmi.

Continuando la Bruce Highway verso sud si arriva a Hervey Bay. Prima di arrivarci, però, mi sono imbattuto in un episodio che mi ha ricordato tanto casa. Lungo la strada, saranno state le tre del pomeriggio, alcune macchine hanno iniziato a lampeggiare coi fari. Non mi era mai successo, quindi ho pensato di avere qualcosa che non andava. Ho dato una rapida occhiata e tutto sembrava a posto. Portiere chiuse, tappo della benzina chiuso e non c’era nulla che andasse a fuoco. Tutto regolare. Poi ho pensato: che ci siano i poliziotti? La strada in quel punto era caratterizzata da una lunga e ripida discesa fiencheggiata da alberi. Appena prima che la strada iniziasse a puntare verso il basso, un cartello segnalava il limite: gli 80 all’ora! Io ho rallentato per tenermi ben sotto al limite e, appostata dietro ad un albero, ecco spuntare una macchina bianca con un poliziotto che misurava la velocità delle auto in discesa. Mi sono veramente sentito a casa. Lungo una strada quasi deserta, grazie agli altri automobilisti ed alla polizia mi sono sentito sulla via Emilia per cinque minuti.

Hervey Bay è il punto di partenza prediletto da tutti per raggiungere Fraser Island. Qust’isola fatta interamente di sabbia è una delle mete più ambite da tutti i viaggiatori. Non so per quale motivo, ma ho deciso di non visitarla. Semplicemente non mi andava. Non avevo voglia di mettermi nelle mani di un altro tour opertor, prendere una barca e farmi scorrazzare da sconosciuti come a Whitsunday. Per stavolta ho deciso di passare. Ho girato il van e mi sono diretto al lungo molo che, partendo da Hervey Bay, si tuffa a perdita d’occhio nel Pacifico. Una volta ci passava il treno. Lo caricavano di tutto punto e quello ritornava poi verso Sydney. Oggi lo percorrono anziani, bambini, pescatori e backpackers. L’ho percorso tutto avanti e indietro, ho salutato Hervey Bay e mi sono diretto a sud verso Noosa. Fraser Island al prossimo giro.


All good?

Clermont, QLD, 10 ott 2012, ore 21:15, Rose Harris Park

Clermont ha circa 1800 abitanti. E’ situata tra Charters Tower ed Emerald. Clermont è l’inferno.

Sono stato obbligato a fermarmi qui per colpa di un amico. A Bowen, qualche giorno fa, parlando del più e del meno con Carlo, è saltato fuori il discorso del guidare di notte. Io l’ho sempre fatto, nonostante le innumerevoli carcasse di canguri che si incontrano lungo il ciglio della strada. Quando gli ho raccontato delle mie esperienze di guida notturna, Carlo ha sgranato gli occhi ed ha iniziato ad elencarmi le innumerevoli volte che è stato costretto ad evitare canguri di notte mentre guidava con un australiano per arrivare a Bowen. Mi ha riferito le indicazioni del suo esperto conducente, il quale sottolineava quanto fosse pericoloso guidare di notte lungo le strade del Queensland proprio per via dei canguri. Questi animali sono attratti dalle luci delle auto, quindi di notte iniziano a saltellare e a dirigersi verso le auto in corsa. Il risultato è chiaramente visibile ai bordi delle strade. Le auto australiane sono per la maggior parte gipponi forniti di paraurti in acciaio grandi quasi come il cofano. Potrebbero sfondare un muro e non ne risentirebbero affatto. Il mio van non ha niente di simile, quindi quando è scesa la notte, le parole del mio amico hanno iniziato a ronzarmi in testa, creandomi non poche paranoie. Investire un canguro può sfasciarti la macchina e l’idea di pernottare in mezzo al nulla australiano con l’auto in panne senza una tacca di linea nel telefono non mi entusiasmava. Così, guidando con estrema cautela ed osservando il bush intorno alla strada più che la strada stessa, mi sono fermato nel primo paese che ho incontrato: Clermont.

Forse se ci fossi arrivato di giorno lo avrei considerato un paese come un altro. Arrivarci in piena notte, invece, ha fatto sì che il piccolo centro assumesse un aspetto spettrale. L’illuminazione pubblica è molto scarsa. Un lampione per incrocio quando va bene. Il centro è più illuminato, ma la cosa che inquieta davvero è che, al solito, non si incontra nessuno per la strada. La città è deserta. Tutto chiuso, tutti a letto. Le uniche cose aperte sono i liquor store e nei loro pressi si incontrano solo gruppi di bifolchi che gridano spesso e fanno pensare che, ovviamente, non essendoci nulla di meglio da fare che bere, essi siano già piuttosto avanti nel farlo.

Il tramonto, prima di arrivare qui, è stato bellissimo. Un cielo viola che contrastava la terra rossa del bush che mano a mano che il sole calava si faceva sempre più nera. Mi sono fermato sul bordo della strada a godermi il momento. Una macchina mi sfreccia accanto e poco prima di sparire in lontananza inverte la marcia e si riavvicina. Accosta davanti a me. Il guidatore era un operaio delle strade che stava tornando a casa. Con lui c’erano alcuni suoi colleghi. Tira giù il finestrino, mi sorride e mi chiede: “All good?”, tutto bene? Sì, sì, solo il tramonto, tutto ok. Ok, fa lui. Tutti sorridono. L’auto riparte, inverte la marcia e dopo poco sparisce all’orizzonte. Gli australiani guidano veloci e sicuri. Conoscono le strade e non temono i canguri. Era tornato indietro di un bel pezzo solo per vedere se era tutto a posto. Gran persone gli australiani. Si preoccupano per te anche se tu fossi talmente stupido da non fermare le auto che ti sfrecciano accanto quando sei in panne. Li amo sinceramente e amo il loro atteggiamento nei confronti del prossimo. L’unica cosa, è che non amo Clermont.


Il far west australiano

Charters Towers, QLD, 10 ott 2012, ore 13:07, Mac Donald’s

Arriva un momento, durante un qualunque viaggio lungo la costa del Queensland, in cui ci si chiede che cosa c’è oltre al sogno. Che c’è al di là della collina? Cosa c’è dietro quella sottile striscia di alture che separano la regione costiera dal resto del continente australiano? Oggi è stato il mio momento, e oggi sono andato avedere.

Lasciando Townsville lungo la Flinders Highway, si sente subito la mancanza del mare. La temperatura è torrida, la strada sullo sfondo inizia a tremolare e tutto intorno non c’è nulla. A perdita d’occhio solo terra rossastra coperta da erba secca e qualche macchia di alberi. Ogni tanto si incontrano delle abitazioni, per lo più baracche di lamiera o case di legno. Difficile dire se siano o meno abitate. Spesso si incontrano carcasse di animali morti lungo la strada, con uccelli simili a grandi aquile marroni che ci roteano sopra o intente a divorarne i resti sull’asfalto. La sensazione di vivere nei cartoni animati del Fer West è molto forte. Questa sensazione si acquisce a Ravenwood, una città di 190 abitanti a circa 75 km a sud dalla Highway principale. Questa città era una città mineraria cresciuta per via dell’oro che era stato trovato nei suoi campi. Oggi l’oro non c’è più, così come non ci sono più tutti gli uomini che lo cercavano alla fine dell’800. Però sono rimasti tanti rottami a testimoniare la corsa all’oro passata e soprattutto alcuni edifici storici e l’atmosfera di questa città semi fantasma. Appena giunti in città ci si chiede se sia o meno la città che si cercava. Nessuno alla vista, case dall’aspetto di baracche circondate da lunghe erbe gialle e arse dal sole e polvere alzata dall’aria torrida che spira dall’outback. Un vecchio albergo, vecchio almeno quanto la città, ospita alcune persone che guardando al mio van con un dragone disegnato sul fianco con un occhio a metà tra il ridicolo e lo stupore. Non so quanta gente passi di qui, ma sono sicuro che dagli abitanti sono visti come pazzi. Chissà chi siano veramente i pazzi. Proseguendo lungo la strada una chiesetta sulla collina saluta i viaggiatori che avanzano sulla carreggiata. E’ davvero una costruzione in stile “casa nella prateria”. Costruita in legno, su un’ altura, con il vecchio cancello di pietra ancora in piedi ed il piccolo campanile esterno con attaccata la campana. Mi immagino persone venirci ancora in chiesa la domenica; le donne con il fazzoletto bianco in testa e lunghi vestiti a pizzi mentre gli uomini hanno lunghi baffi neri, cappelli a tesa larga ed abiti scuri.

Lì vicino un cartello attaccato ad un palo reca la scritta “Halloween Ball”. E’ situato dinnanzi ad una tettoia coperta solo per tre lati. E’ tipo la balera del paese, il luogo di assemblea degli abitanti in occasione di feste o cerimonie speciali. La prossima è quella di halloween e pensare che tutti gli abitanti si troveranno lì, che tutti sapranno chi manca o chi è sparito a metà serata mi fa sorridere e venire i brividi allo stesso tempo. Chissà come deve essere la vita in un posto così. Una vita di altri tempi senz’altro, a contatto con la natura e con i compaesani come forse non accade più.

Seguendo la Highway si giunge infine a Charters Towers, una città molto più grande ma dall’atmosfera simile. Lungo la strada si vedono carri pieni di bestiame ed al Mac Donald’s la bacheca cittadina riporta gli eventi di tornei e rodei. Anche qui, tutto un altro mondo. La costa e la civiltà sono lontani anni luce e l’Australia che mi immaginavo è un po’ più vicina. Yee Haaa.

P:S. L’unica costante è che nei mac Donald’s la gente beve frappè al cioccolato con panna montata mentre ingurgita Big Mac e patatine. Anche i bambini. Brividi di altro genere….


Quel che non ti aspetti

Townsville, QLD, 6 ott 2012, ore 21:48, parcheggio sul lungomare

Non capisco come mai questa città stia all’ombra di Cairns. Nessuno me ne ha mai parlato e la guida ne parla con leggerezza. Townsville è tanto bella che ci resterò per un po’. Cairns, il gioiello del Queensland, non mi ha fatto un grande effetto. Sono contento di esserci stato ma non mi mancherà. Townsville pensavo di considerarla il giusto, ed invece mi ha colpito profondamente.

Sorge ai piedi di una montagna. E’ un ammasso di roccia marrone costellato di vegetazione. Domina tutta la città e la baia e, non so, fa effetto, ti fa sentire protetto. Ad un certo punto, mentre giri per strada, scopri una parete rocciosa che si estende fino a diventare la cima della montagna. E’ un ottimo biglietto da visita. Poi c’è il lungomare. Giochi di parole a parte è ilpiù lungo lungomare che abbia visto finora. La spiaggia è sabbiosa, ordinata e pulita. Il mare non è azzurro ma non è il peggiore che abbia visto qui a nord. Tra la spiaggia e la camminata che la costeggia ci sono parchi, giochi d’acqua per i bambini, bagni con docce, gelaterie e sdraio bianche di legno che ricordano tanto i tempi dei Beach Boys. L’erba arriva quasi fino alla spiaggia e per la prima volta da tanto tempo ho visto campi da beach volley sulla sabbia. Naturalmente ci sono i cartelli per le meduse e i contenitori di aceto e naturalmente c’è un waterfront. Non è proprio un waterfront, è più una piscina a bordo mare. Intorno non mancano gli immancabili barbecue e le palme. Già fin qui è uno spettacolo. La ciliegina sulla torta, però, è costituita da una cosa che non tutti notano: la luce. Al tramonto, il color salmone violetto del cielo si fonde alla perfezione con le tinte pastello delle casette in legno di foggia antica che costituiscono il centro della città. E’ una magia intensa, che il mio occhio fotografico non si lascia sfuggire. I neon colorati delle discoteche e dei ristoranti fanno anche loro un abbinamento perfetto con il cielo. Ristoranti ospitati dentro a vecchi uffici postali, strip club in edifici coloniali, cascate pseudo naturali lungo le strade che costeggiano il mare, parchi colmi di gente e un’aria da città di frontiera che è stata e di città moderna che è e sarà. Tutto fuso, tutto mischiato con gusto e maestria. Tutto quello che serve per catturare l’attenzione e trattenere più del previsto. Benvenuti a Townsville.


A Nord

Port Douglas, QLD, 5 ott 2012, ore 13:39, Whileaway books and coffee

Il Nord. Qui lo chiamano “Estremo Nord del Queensland”. Da dove provengo io è sinonimo di freddo, cattivo tempo, montagne e nevi. In Queensland il nord è sinonimo di tropici, palme, spiagge da sogno e mari da favola. Gran cosa la relatività. Nord come Norvegia o nord come paradiso.

La strada che da Cairns porta a Port Douglas è una delle più belle che abbia mai percorso. Innanzitutto il nome: Capitan Cook Highway. E’ un nome bellissimo, un nome che evoca esploratori lontani, tempi andati e luoghi selvaggi. E’ una striscia di asfalto che coteggia la costa per davvero. La spiaggia, quando presente, è proprio attaccata alla carreggiata, la segue ad est fino quasi in città. Il mare non è dei più belli. Non possiede quel turchino incantato che è tipico dei sogni, ma questo è da attribuirsi al fondo sabbioso e alle onde rampanti. Palme e mangrovie, in alcuni punti, formano un portico naturale attraverso il quale le auto seguono i tornanti della strada che a sua volta si dimena lungo le colline della regione. Una guida non rilassata ma piacevole fino a Port Douglas.

Poco prima del paese un bivio e un cartello. Si svolta a destra dalla statale Cook e da quel punto in poi cambia tutto. Prima di raggiungere il nucleo vero e proprio di questo piccolo centro dell’estremo nord, una fila interminabile di resort, ville, campi da golf e sistemazioni di lusso avvertono i viaggiatori del tenore di vita locale. L’unica nota stonata in mezzo a tutto quel lusso è stato un piccolo cimitero. Grazioso, non c’è che dire, ma non credevo che i ricchi morissero, o quantomeno che volessero ricordarlo ad ogni passaggio per palestra o per la piscina. Port Douglas, insomma, è una perla di benessere australiano. E’ la punta dell’iceberg. Il paese si sviluppa lungo due vie principali e la sua architettura ricorda con piacere il passato coloniale, da avamposto di frontiera. Case di legno pitturate di bianco e alberghi–saloon–ristoranti di un tempo passato che però sono ancora in attività. Tutto il resto, invece, è solo ristoranti e negozi. Qui non ci sono bancarelle che vendono i posaceneri di Bob Marley, ma bancarelle che regalano ostriche. Al naturale, col mango, con la sour creme o col limone, ma ostriche. E’ un paese in cui le agenzie immobiliari vendono ville con piscina all’interno del nuovo golf club, con un anno di tessera associativa compresa per tutta la famiglia, per soli 295.000 dollari, che in effetti non è eccessivo. Questa è la Port Douglas attuale. Per cercare le sue origini bisogna andare fuori dal centro, al molo, dove i pescatori sono ancora sotto il sole a tendere le lenze, o alla chiesa di Saint Mary by the Sea, una chiesetta di legno bianco che sfoggia tutta l’architettura di un passato che non c’è più, ma non viene dimenticato. Al suo interno c’era un matrimonio davvero intimo. Due sposi, un prete, pochissimi invitati. Una cartolina, o una favola per alcuni. Al suo esterno un cartello:

St. Mary By The Sea

Built Originally In 1880

Destroyed By A Cyclone & Rebuilt In 1911

Relocated In 1988

Restored By Port Douglas Soc In 1989

Port Douglas, estremo Nord del Queensland.


Pioggia e problemi

Cairns, QLD, 3 ott 2012, ore 20:11, Mc Donald’s

Vivere on the road a Cairns è davvero dura. Il clima è quanto di peggio si possa desiderare per non avere una casa. Dormire in un van è difficile per via della temperature e dell’umidità. Stamattina, dopo avere faticato parecchio a prendere sonno, una pioggia insistente e dispettosa mi ha destato all’alba. Ha piovuto a sprazzi per tutta la giornata. Il clima tropicale di Cairns in tutta la sua forma.

Oggi è stata anche il giorno in cui ho perso la mia casetta mobile. Persa, andata, sparita, cambiata. Occorre fare un passo indietro.

A Byron Bay, circa una settimana o due fa, pioveva. Stanco di sfuggire il cattivo tempo avevo deciso di inseguire l’estate. Anziché fare le tappe andando in su, avevo deciso di arrivare a nord e poi ridiscendere gradualmente fino a Sydney. Avevo chiamato la compagnia che mi noleggia il van per chiedere il permesso e loro mi avevano detto di sì. Tutto a posto, rotta per Cairns. Durante questo viaggio ho fatto solo una breve sosta a Whitsunday per spezzare la marcia. Stamattina sono andato all’ufficio della compagnia dei van per farmi cambiare la bombola del gas che perdeva. Per scrupolo gli ho chiesto anche se fosse tutto a posto con il cambio destinazione, se avessero ricevuto la chiamata dall’assistenza. No. Nessuna chiamata. Il van è da lasciare a Cairns. Panico. Qui non siamo in Italia, quindi so per esperienza che quando ti dicono no, è no davvero. In genere non ci sono scappatoie. Era una tragedia, avrebbe rovinato tutto. Ho saltato innumerevoli luoghi da sogno per arrivare qui e non potevo concepire l’idea di dover tornare indietro e poi nuovamente a Cairns. Surfers Paradise è una tappa obbligata del mio tour e per visitarla sarei dovuto tornare indietro fino a sotto Brisbane e poi ritornare qui facendo tutte le fermate. Tutto in due settimane e mezzo. La fatica superava decisamente il gusto. Ho fatto un sorrisone alla signora della reception e le ho detto che sicuramente ci doveva essere un errore. Lei era accomodante, ha chiamato il servizio assistenza e mi ha detto che non c’era nessun errore. Il van aveva una nuova prenotazione da Cairns e doveva per forza essere riconsegnato qui. Da questo momento in poi si è svolto tutto per telefono. Ho chiamato il tipo all’assistenza con cui avevo parlato ed egli, naturalmente, ha negato tutto. Secondo lui ero uno scemo che non aveva capito nulla. Allora mi hanno passato un piccolo manager e poi un grande manager. Ho spiegato la mia situazione almeno dieci volte e tutti non sapevano cosa fare. Incredulità. Davvero tutti se ne sarebbero lavati le mani? Davvero questo viaggio sarebbe stato distrutto in questo modo? Dicevano che sicuramente, siccome io non ero inglese, non avevo capito bene il problema. Come potevo, allora, capire tutte le loro obiezioni e rispondere tono su tono? Come mai oggi mi avevano passato l’assistenza e non l’altra volta? No, dovevano aiutarmi. Ho chiesto e richiesto una soluzione e tutto quello che hanno trovato è stato quasi un insulto: quattro giorni extra gratis per avere più tempo o cento dollari di rimborso. Are you f*****g kidding me? Ho fatto mille chiamate inutili, ho versato fiumi di parole e poi ho deciso di fare l’ultima chiamata. Volevo solo che tutti sapessero che il mio viaggio, un viaggio che a volte si fa una volta nella vita, era rovinato, distrutto, sciupato per sempre. Volevo solo che tutti lo sapessero, poi mi sarei arrangiato come al solito. Ho chiamato con tono stanco, arrendevole. Ho detto che dopo averci pensato tutto il giorno non c’era proprio soluzione. Bè, in quel momento, quel manager con cui ho litigato durante le ore precedenti per ottenere un rimedio mi dice: “A meno che, ovviamente, tu non voglia cambiare van”. Cioè? In pratica mi danno un van di categoria inferiore, senza nessun tipo di rimborso, senza nessun giorno extra ma con la possibilità di riportarlo a Sydney. Così facendo perdo la facoltà di stare in piedi nel van, il tavolino, la cucina interna e il frigo, però posso tornare nel Nuovo Galles del Sud. E’ una rapina, ma sapendo che sarebbe stato il meglio che avrei potuto ottenere ho accettato. Domattina ho il cambio e spero di non trovare intoppi di nessun genere. Se non altro il meteo per domani promette sole, ed è meglio litigare sotto al sole che sotto alla pioggia.


Da Bowen a Cairns

Cairns, QLD, 2 ott 2012, ore 21:22, parcheggio

Cairns è una città che mi ricorda un sacco la riviera romagnola. A dirla tutta è una fusione tra Cattolica e Lloret de Mar in Spagna. Un lungomare interminabile, pieno di negozi e ristoranti, culmina con il waterfront, un’enorme piscina pubblica affacciata sull’oceano che a Cattolica proprio non esiste. I pesci tropicali di metallo, una scultura presente all’interno della piscina, sono probabilmente l’icona più famosa di questa città del Nord del Queensland. Altra cosa che manca alle due europee sono i pipistrelli. A Cairns ce ne sono a migliaia e al tramonto la città si riempie delle loro strida. Li si può vedere volare solitari o a stormi nel cielo al crepuscolo, mentre la città sottostante si affretta negli ultimi negozi aperti o è già in fila per mangiare ai ristoranti. All’apparenza sembrano del tutto innocui. Loro stanno lassù e noi quaggiù, nessun contatto. Quando sono stanchi di volare si appollaiano su una qualche palma del lungo mare e buonanotte. Questa è davvero Australia.

Anche Bowen era davvero Australia, ma in una diversa sfumatura. E’ vero che ieri il Queensland festeggiava il compleanno della Regina e quindi era tutto chiuso, però sono sicuro di non avere mai visto una città così desolata. Nessuno in giro per miglia, per tutto il giorno. Una città fantasma. Già la conformazione un po’ impressiona. Una sere di quadrati sagomati da vie che in Italia sarebbero tangenziali forma il reticolato urbano. Lungo questi stradoni infiniti solo casette in legno un po’ trascurate, chiese di ogni genere e bottle shop o liquor store. Non scherzo: ho visto più negozi che vendevano alcolici che persone. Mi ero fermato a Bowen per salutare un amico di Perth che è in farm, al momento. Era il suo compleanno e così sono restato per tutto il giorno. E’ stata una giornata che ricorderò di sicuro per molto tempo. Intanto la sua casa. Metà casa privata, metà ostello, non si capiva; però talmente sporca che preferivo andare in bagno nel mio secchio dentro al van. Lui era arrivato da un giorno, quindi non aveva praticamente fatto nulla eccetto schivare lo schivabile. La cucina indecente, mosche ovunque e la tipica mano di unto che caratterizza le case non pulite. Pessima prima impressione. Tra questo e la desolazione mi sentivo un sacco lontano da casa. Poi ci ha pensato l’Australia e il suo modo di essere a cambiare tutto.

Non avendo nulla da fare, essendo tutto chiuso a parte il liquor store, ci siamo messi a bere e parlare sul portico. Il portico. Non dovrebbero esistere abitazioni senza portico. E’ un elemento troppo essenziale per l’espressione della pace, della felicità e dell’interazione umana. Quel portico era sporco anch’esso, privo di sedie ma con cinque cuscini vecchi come gli aborigeni ed un tavolino assemblato con un asse di legno ed una cassetta da frutta. Ci siamo messi lì, quasi obbligati, e il vento di Bowen non ha mai smesso di soffiare e di farci compagnia. E’ passata la mattina, è passato il pomeriggio ed è arrivata la sera. Infiniti dialoghi ed infinite riflessioni hanno fatto sì che, nonostante le premesse avverse io possa dire di essere effettivamente stato da re a Bowen, Queensland, un paese dimenticato da Dio. Niente spiagge, un mare pessimo. Solo farm, strade enormi e desolazione. E di farm si è parlato a lungo.

Il mio amico lavora in una piantagione di pomodori. Strappa le erbacce per 19 dollari e 70 meno le tasse. Passa dieci ore al giorno sotto al sole a rompersi la schiena per ottenere il secondo anno di visto in Australia. Dieci ore, sole malsano, schiena curva, sudore, sporco, strappare erbacce che crescono sulla terra. E’ davvero finita la schiavitù? Da fuori può sembrare una paga ottima per un lavoro che in altre parti del mondo, anche se civilizzate, viene pagato la metà o meno. Da australiano, invece, è una paga da fame, una miseria. Però questo è il prezzo da pagare se si vuole stare in Australia un altro anno. Tre mesi di inferno, tre mesi che fanno piangere e maledire la vita ed imprecare per ottenere dodici nuovi mesi di amore e paradiso. Tre mesi come a Bowen, con niente da fare ed un portico che, se sei nuovo, ti salva i day off.


Airlie Beach

Airlie Beach, QLD, 25 set 2012, ore 20:15, un ostello a caso con la wifi

Sono sempre più affascinato dal meccanismo che si attiva in me tutte le volte che arrivo in un posto nuovo. Non si può spiegare in maniera scientifica, ma tenterò. E’ un trionfo di dettagli che si esulano dal tutto nonostante effettivamente lo compongano. Credo che sia la spiegazione migliore. Le piccolezze, le cose che normalmente si tralasciano, si impossessano di me e dettano le linee per stilare un giudizio. Non dipende solo da elementi banalmente deducibili da una fotografia come il mare o il clima o l’architettura. E’ più sfumato. E’ una questione di sensazioni. Il traffico leggero, il venticello, l’atmosfera, il van che romba tra una discesa ed una curva dolce, un panorama semi nascosto dalle palme. Tutto fa pensare ad un buon giudizio. A dirla tutta è un paradiso. L’ennesimo.

Appena si arriva ad Airlie Beach la cosa che colpisce sono le luci. Questa località si presenta come una collinetta tutta illuminata di luci pastello che altro non sono che le finestre e le verande delle case che docilmente si adagiano sul pendio. Ai loro piedi il centro, una lunga via piena di insegne e di negozi aperti a tutte le ore. Tutto il resto è solo backpackers. Lungo le vie una miriade di giovani provenienti da tutte le parti di Australia e del mondo si spande, e mira ed è mirata. I parcheggi, gratuiti dopo le sette di sera, sono pieni di van, camper e auto caricate tipo le vacanze italiane degli anni’50. Tutta la città, si scopre, è a misura di backpackers. Ovunque panchine e barbecue occupati da cappellini e gonnelle, ostelli e sistemazioni economiche che trasbordano di giovani. I parcheggi gratuiti e disponibili. Pub e ristoranti dai prezzi modici completano il tutto. Come si fa a non amare questo posto? Come si torna a Sydney o a Perth?

Airlie Beach è famosa nel mondo come punto di partenza per le barche che portano a Whitsundays, quello che da tutti è ritenuto il miglior arcipelago della Great Barrier Reef. Spiagge bianche come neve, mare azzurro come in Photoshop e la vita sotto all’acqua che solo il più grande ecosistema del mondo può offrire. Sebbene la Lonely consigliasse di non accettare la prima offerta proposta dalle decine di agenzie che si occupano delle escursioni laggiù, ho prenotato subito. Entro, chiedo, pago inframmezzato dai mille sorrisi della ragazza al banco. Due giorni ed una notte in barca a vela, attrezzatura e pasti inclusi, a 279 dollari. Forse avrei potuto risparmiare, ma non me ne importa. E’ come se tutto fosse rimasto sulla Motorway. Brisbane è solo un lontano ricordo. L’Australia non mi è mai sembrata generosa come ad Airlie Beach. E il paradiso continua.


Roadhouse

Motorway tra Rockingham e Mackay, QLD, 25 set 2012, ore 14:10, Kalinka Roadhouse

Lasciando Brisbane e guidando senza sosta per un paio di giorni si vedono quelle cose che in televisione diventano documentari. La strada attraversa foreste pluviali, temporali biblici, fulmini da giorno del giudizio, fiumi limacciosi e si inoltra nel bush, dopo aver attraversato lavori in corso e carcasse di canguri schiacciati da camion lungo i bordi della carreggiata. Tra un paese e l’altro, tra un distributore di benzina e l’altro, soprattutto, possono esserci anche centinaia di chilometri. Vederne uno quando la lancetta segna quasi zero è una soddisfazione pari a poche cose. Immaginarsi di rimanere a piedi lungo una statale in mezzo ad un quasi deserto con il sole che picchia implacabile sulla testa è un pensiero che innesca una paranoia che può durare ore. Poi si vede un cartello, un’insegna che dice “Hei, c’è civiltà, tranquillo” e si arriva ad una roadhouse.

Le “case della strada” sono in genere baracche, con poche cose dentro e ancora meno intorno. Generalmente hanno benzina, non tutte, le classiche ed immangiabili torte di carne australiane e dei servizi igenici che hanno molto poco di igienico. Però sono pittoresche e a volte sono anche graziose.

Il Kalinka mi è piaciuta da subito, da quando un cartello a dieci chilometri da qui diceva “Riposati e rinfrescati: sopravvivi a questa guida”. Poi altri, lungo la via, indicavano l’area con un panino che rideva e soprattutto il disegno di un distributore. Scendendo dal van per fare il pieno, un cartello fatto di lavagna recante una scritta in gesso blu che dice: “Homemade Bacon Egg Muffin” invoglia ad entrare. Mentre il prezioso liquido scende nel serbatoio ci si accorge di una cosa che mancava da ore, forse più: l’aria fresca. Questo luogo, questa roadhouse, è la cosa più fresca che abbia assaporato da quando la bottiglietta di acqua che ho preso fuori dal frigo questa mattina si è trasformata in pipì subito dopo. Mentre tutto questo accade, la strada scorre accanto e tante auto e camion vanno e vengono. Qualcuno si ferma ed ordina una soda, parla del più e del meno, fa i suoi bisogni e riparte. Io ho ordinato un hamburger. Pensavo ci fosse la carne ma me l’hanno servito con solo l’uovo e il bacon. Non so, sarà stato l’odore, o forse le due vecchiette che gestiscono il posto, oppure la verandina nel parco all’ombra, ma ho pensato che sarebbe stato bello fermarsi e scrivere qualcosa. Mangiare anche e prendere del fresco. A conti fatti, se ci si aggiunge anche la benzina, un luogo come questo lungo una strada come questa è il meglio del meglio del meglio.


Port Macquarie

Port Macquarie, NSW, 19 set 2012, ore 20:41, parcheggio

Proseguendo verso Nord lungo la Pacific Highway si giunge a Port Macquarie. Dalla Lonely Planet viene presentata come una banalissima città del lungomare che però, una volta raggiunta, si rivela essere molto di più. La caratteristica che colpisce maggiormente di Port, come viene chiamata dalla gente del luogo e come è indicata sui cartelli, sono le mille spiagge che può vantare. Situata su un promontorio roccioso, è tutto un susseguirsi di spiagge incastonate nella roccia. Partendo dalla Lighthouse Beach, la spiaggia del faro, queste insenature continuano fino al centro città e alla centralissima Town Beach. Per gli abitanti di qui il mare deve essere come una seconda casa. Quasi davanti ad ogni giardino, e i giardini di qui appartengono a ville affacciate sull’oceano, c’è una barca parcheggiata. Lungo le strade si incontrano giovani in costume che, con una tavola da surf sotto al braccio, ridono e scherzano e si dirigono alle spiagge. Anche se qui non è ancora estate, sono tutti abbronzatissimi, biondissimi e con occhiali da sole e cappellino.

Il centro cittadino è un continuo sali scendi di strade intersecate da rotatorie. Il traffico non è soffocante anche se la città, nel complesso, è parecchio vivace. I negozi, e non i grattacieli pieni di uffici, formano il Central Business District e ce ne sono per tutti i gusti. A Port, infatti, sono finalmente riuscito a trovare un libro che cercavo da tempo. Il Camp 6 Australian Wide è la guida fondamentale per tutti coloro che si muovono in van attraverso l’Australia. E’ un librone di trecento pagine che racchiude uno stradario di tutto il Paese e una lista di oltre tremila aree di sosta con informazioni circa l’ubicazione, i servizi offerti e il prezzo di ogni campeggio. Farne a meno è quasi impensabile.

Seguendo la Lakes Way, prima di giungere a Port, si passa per Forster. Una città come tante, strade larghissime e case spaziali. Qui però ho visto una cosa che voglio ricordare. Ad un certo punto la strada prosegue su un ponte che attraversa lo stretto tra il lago Wallis e l’Oceano. Qui ho visto, finora, il fondo marino più bello d’Australia, con sabbia bianchissima e acqua dalle mille sfaccettature di turchese. In alcuni punti il fondale è così basso che si possono notare delle chiazze di acqua trasparente e bianchissima sabbia. Tutto intorno, case, parchi giochi e piccoli moli. E’ quasi surreale talmente è bello il contrasto tra il mare tropicale e una cittadina qualunque. Ero indeciso se prendere la Lakes Way. E’ una deviazione dalla Pacific Highway che costeggia la zona del lago Myall e si estende attraverso il Parco Nazionale da cui prende il nome. E’ stata però una gran scelta. Oltre ad avermi regalato Forster è stata una grande esperienza guidare attraverso le foreste pluviali che circondano il lago. Chilometri e chilometri di alberi e cartelli di koala e canguri ad ogni curva. Evviva l’Australia!

Come ogni sera, anche a Port Macquarie, il sole scende lento verso il mare e il cielo si infiamma. Tutto va per il meglio.

E il viaggio continua.


Sì viaggiare

Pacific Highway tra Newcastle e Nelson Bay, NSW, 18 set 2012, ore 20:15, Mac Donald’s

Viaggiare lungo le strade d’Australia è la cosa migliore che si possa fare se si ama guidare. Oggi ho anche sperimentato il “confronto” australiano. Mentre ero parcheggiato davanti ad un supermercato si è avvicinato un signore abbastanza anziano. Mi ha chiamato mate, amico, e mi ha chiesto se poteva vedere il mio van. Su due piedi non capivo cosa intendesse, ma poi ha spostato la sua figura, ha puntato il dito verso un mezzo simile al mio e ha detto: “Anche io ho un van!”. Fantastico. Abbiamo allora iniziato a vedere il retro, gli sportelli, la cucina e il letto del mio van, per poi passare al suo e fare il raffronto. Mi ha detto di avere acquistato il suo quando è andato in pensione. Voleva viaggiare. Poi però il figlio glielo ruba sempre e quindi non si è quasi mai mosso da dove vive. Mi ha stretto la mano, mi ha augurato buon viaggio e se n’è andato per la sua strada. Non mi ha nemmeno detto il suo nome. Gran gente gli australiani. Un tizio mai visto prima mi ferma e ci scambiamo pareri e opinioni come se ci fossimo conosciuti da sempre.

Oggi ho anche imboccato la Pacific Highway, una delle strade più famose e battute d’Australia e del mondo. E’ una superstrada gratuita che corre da Sydney fino a Brisbane e solca tutto il Nuovo Galles del Sud bordeggiando la costa. Ogni tot chilometri c’è un’area di sosta nella quale ci si può fermare, ci sono i servizi, l’acqua per il van e si può dormire la notte. Tutto gratuito. I bagni non sono da Waldorf Astoria, ma sono sempre meglio di un secchio. Il bello di viaggiare in van è la lentezza. Sull’Indian – Pacific ho capito la bellezza del viaggio lento. Non c’è fretta, non si deve andare da nessuna parte. L’obiettivo non è arrivare ma vedere. Gli australiani hanno una guida abbastanza rilassata e quindi finora tutto va come deve andare, ci si muove con piccoli spostamenti e se ci si perde non fa nulla, tanto non bisogna andare da nessuna parte. Basta andare a Nord, verso Cairns, verso il Queensland e i suoi mari dai mille azzurri e la sua barriera corallina. E verso il caldo.

Verso metà mattinata il Nord mi ha portato a Newcastle, una città divisa tra il fiume Hunter e l’Oceano Pacifico. E’ un bel posto per fermarsi una mezza giornata, soprattutto dalle parti del faro. Mentre camminavo lungo l’istmo che costeggia il porto, un ammasso di nubi blu ha deciso di annunciare un temporale di proporzioni bibliche. La luce era fantastica per le foto, ma i fulmini che hanno iniziato a saettare attraverso il blu sono stati il segnale che era ora di rientrare a “casa”. Arrivato al van ho deciso di ripartire.

Mi piace avere una casa mobile. Non ho mai viaggiato in questa maniera. Mattia, il ragazzo di Perth che mi ha dato i primi consigli, ha comprato un van in Queensland, ci ha girato l’Australia e poi è arrivato a Perth. Lì, dopo essersi stabilito, ha venduto il van dopo mesi di burocrazia e riparazioni. Due settimane dopo ne ha comprato un altro. Pazzia o amore?


Vivere in van: la guida, lo spazio, il bagno

Pearl Beach, NSW, 17 set 2012, ore 23:56, parcheggio di Coles

La nuova fase di questo viaggio è partita non benissimo e la potremmo chiamare “Riconsiderare”. Ci hanno messo un’eternità a consegnarci il mezzo e non ci hanno spiegato quasi nulla. Per fortuna avevo conosciuto un ragazzo a Perth che mi aveva accennato le principali funzionalità del van. Grazie Mattia. Il mezzo è molto vecchio, ha quasi 500.000 chilometri. Il cambio è indecente, le serrature non funzionano tutte e le chiavi sembrano fatte di burro. Curiosità: c’è una chiave per accendere il motore ed un’altra per aprire le portiere. Non appena ho avuto le chiavi in mano sono partito. Qui ho avuto la mia prima sorpresa: guidare al contrario.

Il volante è a destra e il senso di marcia è a sinistra. E’ tutto diverso. Sorprendentemente la cosa più difficile non è tanto imboccare le corsie giuste, spesso basta seguire le altre macchine, quanto mantenersi al centro della carreggiata. In Italia tendo a stare al centro della strada, quindi a destra. Qui è il contrario, ma l’abitudine mi spinge a cercare la destra. Il risultato è che spesso, senza accorgermene invado l’altra corsia. Così tutto ad un tratto accade e spesso gli altri automobilisti mi suonano dietro. Occorre davvero una forte concentrazione per guidare, non ci si può distrarre un attimo. Oggi è stato il primo giorno e spero che col tempo il mio senso della posizione stradale si adatti alla guida a sinistra. Le strade australiane mi sembravano enormi quando le guardavo dal finestrino. Ora che ci guido sopra scopro che sì, la carreggiata è larga, ma le corsie in cui è suddivisa non lo sono poi tanto. Per il momento sembro davvero il classico nonno col cappello, il tipico guidatore della domenica. Altra cosa che mi crea un’enorme confusione è che la freccia è a destra e i tergicristalli a sinistra. E’ tutto il giorno che anziché mettere la freccia, lavavo il parabrezza. Ad un certo punto ha iniziato a piovere e poi a grandinare e anziché regolare la velocità del tergicristalli mettevo la freccia. Fantastico. Patente, giorno uno, dieci anni dopo.

Appena ci si ferma e si vuole mangiare qualcosa, ecco che ci si accorge di un altro particolare: lo spazio è poco. La cucina è attaccata al letto che è attaccato al frigo che è attaccato al lavabo. L’elettricità c’è, ma bisogna essere attaccati ad una presa esterna per farla andare. Non c’è batteria per le prese, solo per le luci e per il frigo. Il tavolo è anche il letto, bisogna solo smontarlo e rimontarlo il giorno dopo. E poi il bagno. Non c’è.

Se sei in un’area di sosta non è un problema. Se sei in un parcheggio di Coles allora è un problema enorme. Qui, però, entra in gioco un altro fattore: la Cina. L’anno scorso, durante il mio peregrinare in quel Paese, ho visto bagni che non riesco a descrivere in questo momento senza ricorrere a brutte parole e questo mi ha insegnato una cosa che diventa preziosa in momenti come questi: quando non hai un water bastano un secchio, un sacco del pattume e una salvietta intima. Magari profumata.