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Il mio amico Miša

Treno tra Zagreb e Budapest, 16 gen 2011, giorno 5, ora sconosciuta

Sul treno, nella fila accanto alla mia, c’era un uomo che mi fissava. Un atteggiamento come da nonno affettuoso, aria scanzonata, sorriso affabile. Abbiamo iniziato a fare quattro chiacchiere; solite cose, dove vai, da dove vieni, come ti chiami, quanti anni hai, ed è saltato fuori che si chiamava Miša (si scrive così?) e che aveva 53 anni. Ne dimostrava di più. Da quello che il suo inglese mi lasciava intendere, il buon vecchio Miša faceva spesso la spola tra l’Ungheria e la Croazia per stare un po’ da un suo figlio e un po’ da un altro. Biologicamente parlando Miša è un parassita, un organismo che vive alle spalle di un altro.Non lavora il povero Miša, perchè di lavoro non ce n’è, dice, e poi tanto a lui non piace. No like work. Cinquant’anni e non sentirli, un uomo che non ha nulla e che si accontenta del minimo, il caro Miša. Mi ha anche detto che si vergogna alla sua età di essere costretto ad appoggiare la propria esistenza sui figli, che se non ci fossero loro ad ospitarlo non saprebbe cosa fare, che gli sarebbe piaciuto fare di più per loro. Non so se sia vera questa storia, o se io l’abbia intesa bene, fatto sta che mi ha fatto pensare. Credo che un uomo si vergogni della sua età in misura di ciò che ha fatto per gli anni che ha vissuto. Non credo che Napoleone si vergognasse di essere vecchio; non l’ho mai conosciuto di persona, ma non credo proprio. Prima di lasciarci Miša mi ha domandato qualche soldo per fare colazione. In linea teorica sono contro l’elemosina, non per il valore dei soldi, ma perchè concedendoloa non si aiutano le persone, le si rende menomate, le si insegna che per vivere si può contare sull’aiuto degli altri. E non dovrebbe essere così. Ognuno dovrebbe avere insita in sè quella scintilla che accende il motore che permette a ciascuno di guadagnare da vivere per conto suo. Miša però mi faceva pena. Vero è anche, inoltre, che se a cinquant’anni suonati in Miša quella scintilla era ancora spenta, difficilmente si sarebbe accesa successivamente. Dopo una certa età si smette di imparare, semplicemente si è quel che si è diventati, anche se questa età cambia da individuo a individuo. Comunque a semplificare la mia situazione c’era il fatto che non avessi nemmeno un soldo in tasca. Avevo solamente cinque euro, come a ricordarmi l’Italia. Ma, ora mi chiedo, chissà cosa ne avrebbe fatto il mio nuovo amico Miša con quei cinque euro.

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Resident Evil Zagreb

Zagreb, 16 gen 2011, giorno 5, ore 04:20

Quasi tutti gli ostelli del mondo hanno un orario massimo di uscita il giorno che te ne vai. Quello del Fuler Backpacker Hostel sono le 11:30. Dovendo io prendere un treno alle 4 di notte ho pensato di non spendere soldini preziosi per una notte passata solo a metà nell’ostello, quindi alle 11:00 in punto ero già sulla mia strada con tutta la mia roba. Onde evitare di scorrazzare tutto il giorno per Zagabria con 20 kg di zaino sulle spalle, ho deciso di utilizzare il deposito bagagli della stazione dei treni, dove per sole 15 kune, circa 2 euro, conservano il tuo zaino in un armadietto per 24 ore. Quello a cui non avevo pensato era il ritiro.

Il corridoio dove sono installati gli armadietti si presenta alle 4 di notte come un ambiente lievemente in penombra, tipo la navata di una chiesa, silenzioso e pieno di….. vecchi. Sì, anziani o sembranti tali, moderni no global che passano la notte al caldo gratuito della stazione; chi sdraiato su di un cartone, chi accoccolato su una poltrona. Arrivato al mio armadietto ho inserito la mia chiave. Leggeri mugugnii da parte del pubblico. Scatto della serratura: una bomba che esplode in una sala concerti. Occhi aperti, denti stretti, attenzione del pubblico tutta per me. Il maschio alfa di questa piccola e graziosa comunità decide di non perdere tempo, e avvicinatosi mi dice: “Bla, bla, bla, bla… kuna?”. Il resto del branco, forse reso fiducioso grazie alla guida del loro leader, ne segue l’esempio e attacca una sinfonia di “Bla, bla… kuna, bla, bla, kuna…”. Il tutto condito da sguardi di disperazione che avrebbero fatto piangere anche Gesù. Che interpretazioni! Una comunità tuttavia educata. Dopo avere detto no tipo in tutte le lingue che conoscevo “No, Nou, Niet, Nain”, mi hanno semplicemente ignorato e sono tornati ai loro giacigli. Che grinta! Alla faccia dell’ICI, della crisi, della globalizzazione. E forse, anche della Capcom.

 


Vagablogging

Zagreb, 15 gen 2011, giorno quattro, ore 20:00

Mi piace pensare di avere coniato un nuovo termine: vagablogging.

E’ una parola che credo rappresenti quello che sono in questo momento, un tipo che gira per il mondo (vagabonding) e che tiene un blog circa quello che vede e sente (blogging). Non so se questa parola sia già stata inventata prima, ma ho paura di segarmi il viaggio chiedendo a Google. Dovrei provare a scdrivere in inglese e aspettare per vedere se qualcuno mi chiama ladro; ad esempio Rolf Potts, il detentore a mio avviso del brevetto del termine “vagabonding”. Comunque questo è quello che sono ormai, un vagablogger, visto che le mie aspirazioni da fotografo sono clamorosamente naufragate in quanto la risoluzione del mio schermo non mi permette di installare e far girare quei programmi che mi consentirebbero di scaricare le foto dalla fotocamera, di convertitle in DNG e di lavorarle in camera Raw (paroloni che servono a dire che non posso vedere le foto che faccio nè modificarle). Pertanto non mi resta che dedicarmi alla scrittura, che se ci si pensa un attimo è circa come la fotografia, solo che utilizza il supporto di immagine più potente che sia mai stato inventato: la fantasia.

Passando alle cose pratiche, stanotte alle 4 ho il treno che mi porterà a Budapest. La lettera di invito non mi è ancora arrivata. La Russia si presenta ancora come la serratura che tiene chiusa la porta dell’Asia rendendola a me inaccessibile. Se non dovessi farcela nemmeno a Budapest ad ottenere quel visto forse sarò costretto a prendere un aereo. Mi dispiace ma non vedo soluzione. Andare fino a Tallin per sentirmi dire la stessa cosa mi sembra solo molto stupido. Tra l’altro il mio amico Google mi dice che a Mosca la temperatura oscilla tra i -10 e i -22 gradi. Chissà che la burocrazia russa non mi stia in realtà facendo un favore?


La città visibile

Zagreb, 15 gen 2011, giorno quattro, ore 14:40, biblioteca pubblica

Oggi Tram Day, tutta Zagabria su un tram. 13, 22, 17, 9. Da capolinea a capolinea. Stare fermi seduti sul tram e guardare la città muoversi sotto le rotaie. Fare ciao con la mano alle persone anziane; qualcuna ride, qualcuna si incazza, altre ricambiano o mugulano qualcosa di icomprensibile per me. La metafora del carattere umano. Ragazzi fermi sulle panchine delle fermate con una chitarra o una tastiera intenti a studiare la partitura per la prossima esibizione. Musica ovunque e in qualunque formato: mendicanti e fisarmoniche, artisti di strada e chitarre, giovani e tastiere, studenti e ipod. Le famiglie nei parchi, le coppie in macchina ferme al semaforo, i giovani in centro di sabato pomeriggio. Ogni mondo è paese. Un formicaio dentro a una teca, io dentro a un tram. Chi è dentro alla teca? Chi è davanti? Zagabria che mi guarda guardare Zagabria. Sogno di una linea che colleghi tutte le città del mondo. Mi immagino il tram passarci. Ogni città una stazione, nessun capolinea, una linea continua. Scegliere se scivolare sul mondo o farsi scivolare il mondo addosso. Costo del biglietto: il tempo.


No invitation letter, no party

Zagreb, 14 gen 2011, giorno tre, ore 13:17

Entrare in Russia sembra essere diventato tutto a un tratto molto complicato. L’ambascita mi ha detto (in russo) che senza una lettera di invito non posso ottenere un visto dall’ambasciata stessa. Almeno questo è quello che ho capito. Ho richiesto una lettera di invito tramite un sito che si occupa di queste cose.  L’ho ordinata da Zagabria ma intendo ritirare il visto da Budapest.  Se questa cosa non dovesse essere possibile allora avrei due strade: o andare in Turchia e attraversare l’Armenia e l’Azerbaijan per poi entrare in Kazakistan dal Mar Caspio (so che parecchia gente non approverebbe, ma è un itinerario affascinante) oppure andare a Tallin, Estonia.  Lì, in un mio precedente viaggio, ricordo che il tizio dell’ambasciata non solo parlasse inglese, ma mi disse che era possibile avere il visto in tre giorni lavorativi per la modica cifra di 200$ americani.  Inoltre sarei a due passi da San Pietroburgo quindi penso che opterò per la seconda ipotesi, sperando che la mia memoria non mi inganni.

Detto questo, ho una domanda. Perchè devo avere un visto per entrare in Russia? Perchè me lo fanno solo se qualcuno mi invita? Voglio dire, siamo in Europa, Europa Unita, Unione Europea, perchè non posso semplicemente attraversare il confine col mio passaporto e farmi i fatti miei? Ok, avete bisogno di soldi, lo capisco, ma fatemi pagare una tassa di ingresso e basta, non fatemi andare in paranoia per calcolare quanto tempo mi occorre per raggiungere il confine russo ed entrare. Magari c’è un’altra spiegazione per tutto questo, forse risale alla guerra fredda, ma io non la conosco. Se qualcuno la conosce, per favore mi contatti.

Dasvidania…


Nubi di domani sul nostro oggi odierno

Zagreb, 13 gen 2011, giorno due, ore 19:37

E’ bello fare il vagabondo, ma dormire su un letto con le lenzuola nuove è davvero un’emozione notevole considerando il rapporto qualità-prezzo. Al mio risveglio sono andato all’ambasciata russa. Se devo morire di noia aspettando un visto meglio scoprirlo subito, ho pensato. Dopo essermi arrampicato lungo una via della pseudo periferia di Zagabria trovo davanti a me un cancello inesorabilmente chiuso. Un gentilissimo guardiano mi ha istruito a gesti sulla necessità di ritornare l’indomani per avere informazioni circa il visto. Il mio futuro è incerto, tutto dipende dai tempi di attesa. Se, come penso, dovrò aspettare due settimane per avere il visto, a parte offendere pesantemente la Federazione Russa penso che chiederò di farmelo spedire a Budapest e di far passare queste due settimane vagando per i Balcani e l’Ungheria. Sono già stato ad informarmi per i bus per Mosca e mi hanno detto che non ce ne sono. “Plane” hanno detto, ma visto che io non voglio prendere il plane per il momento, sono andato alla stazione dei treni. Lì ho scoperto che c’è un treno che parte da Zagreb, fa scalo a Budapest e mi porta a Mosca per la modica cifra di 13.000 kune, circa 200 euro. Considerando la distanza e il mezzo di trasporto direi che è una cifra accettabilissima, tenendo anche presente che la bigliettaia mi ha detto che il biglietto vale un mese e che quindi posso pure fermarmi a Budapest per qualche giorno.

Non mi resta che aspettare quindi, e passare la serata verificando se tutti i locali che consiglia la Lonely Planet sono davvero così validi come dovrebbero.  E in culo alla pluma.


Una notte da leoni

Zagabria, giorno due, ore 5:09 di mattina.

Ho tante cose da dire, perchè tante cose sono successe. Ieri credo sia stata la giornata più brutta che abbia mai vissuto come viaggiatore. Il mio incubo peggiore si stava avverando: non sentivo la magia. Non ero felice, non avevo fame di nuovo, ero preoccupato. La grigia atmosfera di venezia  era ancora più grigia se vista attraverso la lente del mio umore. Ero preoccupato per i soldi, per il giro, la nostalgia mi stava aggrappata come una scimmia sulla schiena. Stavo quasi peer tornare a casa, lo ammetto. Non era certo il modo di iniziare un’avventura del cenere. Il treno non arrivava mai alla stazione di Monfalcone, e una volta arrivato posso quasi dire di aver percorso il tragitto dall’Italia a Zagabria a piedi tanto ho camminato su e giù per la corsia del treno, roso dalla paranoia e da una sensazione di sbagliato. Sì, perchè sentivo che  c’era qualcosa che premeva sulla mia ghiandola di vagabondo, un virus che impediva la secrezione di fluido avventuroso.  Arrivato a Zagabria alle 4 sono sceso dal treno, mi sono avviato per i viali silenziosi della Vienna dei Balcani e ho capito.

Lo sbaglio era semplice: mantenvo lo stesso atteggiamento che avevo a casa. Facciamo un passo indietro. Per potermi permettere questo viaggio, nei mesi passati ho assunto un atteggiamento piuttosto chiuso verso la vita: non uscivo, non compravo e risparmiavo fino all’ultimo cent.  Comprensibile, ma qui totalmente sbagliato.

(Nel frattempo è arrivato qui un ragazzo cileno, quindi la mia scrittura è interrotta da una discussione sulla grande capacità dei croati nel parlare inglese)

Per farla breve ho deciso di godermela di più, spendendo più soldi, stando via meno, eliminando delle tappe ma rendendo questo viaggio se non incredibile, almeno più confortevole e molto meno triste. Se poi l’ostello aprisse prima delle annunciate 7 e 30 sarebbe davvero il massimo.