Just another WordPress.com site

Archive for February, 2011

Il monte del kung fu: Wudang

Autobus per la cima del monte Wudang, Wudangshan, Hubei, 26 feb 2011, giorno 46, ore 12:31

Questo posto è davvero caro. Il biglietto per l’autobus che percorre i 26 chilometri che mi separano dalla cima costa 210Y. Per la Cina sono cifre astronomiche e finora è tutto costruito ad arte per intrattenere i turisti. Spero di riuscire a restare su per la notte, altrimenti è un bel danno per le mie finanze. Qui ci sono tanti turisti. Li si riconosce dalla faccia e dalle macchine fotografiche appese al collo. Però nessun bianco, come al solito. Sono poco fiducioso, spero che il tutto non si risolva in un teatrino. Lo spero tanto.

Nanyan Palace, monte Wudang, Hubei, 26 feb 2011, ore 22:17, Xiang He Hotel

Questo posto vale ogni centesimo speso per arrivarci. Credo di poter dire che è il posto più bello che abbia visto finora in Cina.

Prima di arrivare in cima al monte mi fermo al Tempio delle nuvole viola dell’abate You Xuanda. Il nome già di per se vale l’emozione che suscita.

Ingresso del Tempio delle nuvole viola

Sono rimasto di stucco nel vederlo con i miei occhi. Tanta strada per giungere nel luogo sacro del kung – fu. La leggenda narra che sempre su questo monte un monaco del 13esimo secolo, tale Zhang San Feng, abbia preso la tecnica dura dei monaci Shaolin per trasformarla in qualcosa di più dolce: il Taichi. La spiritualità è presente in ogni dove. Viene quasi voglia di lasciarsi tutto alle spalle per stare un po’ qui, soli, in ritiro, lontano da tutto e da tutti. Entrando nel cortile la costruzione principale guarda immobile tutti dall’alto delle sue rampre di scale. E’ un mondo fuori dal tempo. Sono deciso a non perdere nemmeno un momento per visitare il resto del monte quando incontro una ragazza che parla inglese. E’ una guida del posto e si offre di darmi informazioni per il mio percorso. Mi consiglia di passare la notte a Nayan Palace per andare in cima il giorno dopo. Ormai è tardi e la salita è dura dice. Se non avessi incontrato questa ragazza avrei perso tanto di quello che questo monte aveva da offrire. Arrivato sul posto e trovato l’albergo (stanza singola a 100Y) deciso di continuare ad esplorare la meraviglia di questi luoghi. Inizio a salire una delle mille rampe di scale e mi ritrovo alla Grotta del Dio della tempesta, un piccolo tempietto situato sotto ad una parete rocciosa a picco sul monte. Proseguo lungo il sentiero di scalini e arrivo a quello che a mio avviso è il luogo più magico dell’intero monte. Non mi stupisce che sia stato scelto dai produttori di Hollywood come location del film “Karate kid la leggenda continua”, l’ultimo capitolo della famosa saga. Il Nanyan Palace è un tempio che si espande su un burrone quasi in cima alla montagna. Le sue sale e le sue divinità sono venerate con ossequio dai visitatori credenti e dai pellegrini. Il tempio taoista in inverno è avvolto dalle nubi e dalla nebbia, ma questo non fa che accrescere l’atmosfera spirituale. La roccia del drago, una sporgenza architettonica che si affaccia su un burrone, è forse il simbolo principale della location.

La sera è scesa sul monte Wudang, e io me ne torno in albergo dove mi aspetta una brutta sorpresa. Non c’è il riscaldamento. In camera è freddo, si vede il fiato quando si respira. Talmente freddo che dormo vestito con anche il piumino. Per fortuna almeno c’è l’acqua calda. Domani attaccherò la cima del monte. Se la giornata sarà bella come quella di oggi sarà una gran giornata. Se ci fosse anche un po’ di sereno sarebbe il massimo.

 

Advertisements

Approfondimento sul viaggio in treno e dopo

Treno 1562 Guilin – Wuhan, 25 feb 2011, giorno 45, ore 10:59

Anche in Cina come in Italia, i treni partono e arrivano in ritardo e si fermano inspiegabilmente per secoli a 500 metri dalla stazione di arrivo. Grazie Trenitalia, di nuovo, per avermi addestrato per anni a tutto questo. I cinesi sono degli zozzoni. Certo, non si può fare di tutta l’erba un fascio, ma se si dovessero cercare le eccezioni a questo assunto, sarebbe più la fatica e il tempo perso che il reale guadagno. Andando al bagno svariate volte durante la notte, sembrava di stare alla fiera mondiale della fece liquida. Se dovesse esserci uno slogan per questa manifestazione sarebbe: “Scegli un colore e una forma. Da noi c’è!”. Sarà poco fine riportarlo inmaniera così cruda ma questo di certo non lo leggete sulla Lonely Planet. Non appena il treno farà quei benedetti 500 metri, sarò arrivato a Wuhan. Spero di trovare subito un treno per Wudangshan. Ci sono tre stazioni in questa città e solo due la collegano a Wudangshan: 10 a 1 che io sono in quella sbagliata. Un giorno o l’altro scriverò un post sulle applicazioni pratiche della legge di Murphy durante un viaggio. Adesso si muove. Devo scendere.

Ore 17:05, autobus per Wudangshan

Sono stato stupido. il treno per Wudangshan partiva alle 22:30 e costava 70Y. Avrei viaggiato per tutta la notte e sarei arrivato alla mattina. Un bel risparmio. Invece ho optato per un autobus che è partito alle 17:30 e che arriverà a mezzanotte. Odio arrivare di notte. In aggiunta questo bus è costato 195Y. Non so come sia potuto essere così stupido, eppure è successo. Unico merito è che questo autobus non ha i seggiolini ma i letti, così saprò come si sta.

Ore 20:05, autobus per Wudangshan

Si sta da culo, ecco come si sta. Fa freddo e il letto è minuscolo. Maledetto me e quando ho deciso di prendere questo pullman. Stupido, stupido, stupido Euge

Ore 21:12, stesso posto

Il bello della vita è che a volte ci sono degli avvenimenti piccolissimi che la cambiano radicalmente. Ci siamo fermati in una specie di autogrill. Io avevo una fame terribile e dopo circa 15 minuti di ricerche ho deciso di buttarmi sui noodles in scatola. Si comprano, si aprono, si mette dentro la roba liofilizzata che c’è nelle bustine, si aggiunge acqua calda e si mangia. Ero appunto all’ultima fase quando l’autista mi chiama e mi dice che bisogna andare. Con l’umore sotto ai piedi, nero di rabbia per la pessima decisione e affamato come un leone mi siedo nel seggiolino di fianco all’autista e consumo il mio pasto. Dopo 5 minuti ho finito e non so dove buttare la confezione, la quale era anche piena di “brodo”. Mi guardi intorno con sguardo impaurito e faccio un cenno al secondo dell’autista. Questo capisce, prende la confezione, apre il finestrino e la butta fuori in autostrada. Così. 130 all’ora e il brodo che prende il volo mentre la confezione finisce sul parabrezza della macchina dietro. Io mi scompiscio. Lui mi guarda come se fossi scemo, ma io non riesco a smettere di ridere. Non lo so, mi ha preso così. Mi siedo un altro po’, mi riprendo e chiedo se posso fumare. Un altro passeggiero, il quale si vede che come me non ha più voglia di stare sdraiato a prendere del freddo mi dice di fare. Finisco la sigaretta e mi godo la strada vista dal mio nuovo posto. Vista dall’autobus la strada è più bella che vista da un auto. Sarà l’altezza, il parabrezza gigante, gli abbaglianti in Cina sempre accesi…. Non so, per me lo è. Dopo un po’ l’altro passeggero mi batte la spalla e mi chiede se voglio una sigaretta delle sue. Accetto e tutt’a un tratto sono felice. Io gli accendo e fumiamo insieme seduti in silenzio. Non mi importa più dell’errore e di tutto il resto. Anzi, se non fosse successo avrei perso una scena che, ancora adesso che la ricordo mentre scrivo, mi ha fatto letteralmente piangere. Tutto scomparso per via di un po’ di brodo e di una sigaretta.


Quel treno per Wuhan

Treno 1562, Guilin – Wuhan, 24 feb 2011, giorno 44, ore 20:34

Nella sala d’attesa ero un po’ teso. Non sapevo bene cosa aspettarmi da questo spostamento. Un autobus è un autobus quasi in tutto il mondo, ma un treno può riservare ogni genere di sorpresa. La sala d’attesa era molto affollata e io ero l’unico viso pallido. Non so come si spostino gli altri viaggiatori. Mi è difficile credere di essere l’unico maschio dall’aspetto occidentale in tutta la Cina. Eppure a giudicare dalla frequenza con cui ne incontro sui mezzi pubblici e dalle reazioni dei cinesi quando mi vedono si direbbe di sì. Dopo la chiamata del treno, una massa di persone si mette in fila disordinatamente. Io mi agrego e dopo 5 minuti di attesa sono sul binario. Il treno sembra un Eurostar, solo più lungo e più grande. Appena entro, nella carrozza scende il silenzio. Tutti mi guardano attoniti. Chi sorride timidamente, chi distoglie lo sguardo incontrando il mio, tutti osservano attentamente quello che faccio. Devo ancora abituarmi a questo genere di reazione, ad essere sempre al centro dell’attenzione con tutti gli occhi puntati addosso. E’ vero che ormai è dal Giappone che subisco questo trattamento, più o meno, però faccio ancora fatica a sentirmi a mio agio. Non è facile. Il viaggio dura 14 ore, quindi anzichè un seggiolino normale ho optato per un letto duro, come lo chiamano qui per differenziarlo dal letto morbido. Era disponibile anche quello, ma mi sembrava di viziarmi troppo. Arrivato al mio posto trovo che c’è una signora sdraiata sopra. Questa mi vede, si alza, farfuglia qualcosa in cinese e poi se ne va. Mi viene in mente quella scena di Fight Club dove Edward Norton legge l’articolo di giornale scritto in prima persona da una parte del corpo. “Sono il cuoio cappelluto di quella signora. Quando mi avranno lavato l’ultima volta? Sarò pulito?”. Appoggio lo zaino sul letto e mi dileguo in fretta verso il bagno. Tutto quel silenzio e quegli sguardi sono un fardello troppo gravoso da sopportare ulteriormente. Il bagno lo trovo quasi subito e dopo averlo trovato desidero non averlo mai fatto. Devo ringraziare, mio malgrado, Trenitalia se riesco afare la pipì senza vomitare. A quanto pare qualcuno a bordo ha male di stomaco e ha voluto condividere col resto dei passeggeri questa notizia evitando di tirare l’acqua. Io ci provo, ma quella non funziona. Torno al mio posto e, fortuna delle fortune, scopro che il mio letto è proprio al centro di un allegra combriccola di giovani gentiluomini cinesi, i quali certo non si curano dell’invisibile confine imposto dal numero stampato sul fronte del mio biglietto. Tutti fanno i loro comodi. Chi appoggia le mani, chi i piedi, chi persino il mangiare sul mio letto. Paese che vai, usanze che trovi, viaggiatore. In Germania non esisterebbe, in Giappone ti sparerebbero e qui, invece, è all’ordine del giorno. Si prospetta un lungo, lungo viaggio. Se non altro, la compagnia ferroviaria cinese è di parola: per essere duro, il letto è straordinariamente duro.


Incontri da ostello

Yangshuò, Guangxi, 23 feb 2011, giorno 43, ore 17:33, ostello

L’ho sempre detto che le migliori fonti di informazioni sono gli altri viaggiatori. In questo ostello ho incontrato Alex, un galiziano che è in viaggio da cinque mesi e che si è fatto dal Portogaallo alla Russia in autostop. Questo è uno da ammirare. Io sono un novellino implume a confronto. Parlando del più e del meno mi ha detto che se voglio andare in Tibet ho solo cinque giorni di tempo. Stando alle sue informazioni i valichi chiuderanno il 28 febbraio per riaprire solo ad aprile. Se dovesse succedere sarei obbligato a prendere un aereo (un altro) per arrivarci. Inutile dire che sarebbe una tragedia. Mi ha dato la mail di una tizia che ha avuto da un’altra tizia e che dice di potermi aiutare ad ottenere il permesso. Le ho scritto la mia situazione e adesso attendo risposta. Se le cose, per una volta, dovessero andarmi bene allora domani schizzerei alla velocità della luce a Chengdu per sistemare i documenti e partire. Ho paura di non farcela nemmeno questa volta. La burocrazia è la mia nemica numero uno. Numero due la nebbia, ma questo già si sa. Non appena avrò qualche certezza la riporterò. Per il momento, sperate con me.


Un uomo in barca

Yangshuò, Guangxi, 23 feb 2011, giorno 43, ore 16:05, ostello

Il fiume Li è quanto di meglio possa desiderare il viaggiatore. Le sue acque sono mansuete, docili, pulite. Guardando dall’impavesata dell’imbarcazione è possibile vedere il letto del fiume quasi in ogni momento. Non è molto trafficato, anche se una qualche barca di ronda lungo il fiume è sempre alla vista. Esso scorre tra le montagne del Guangxi e le attraversa in silenzio, accarezzandole ad una ad una. E’ un percorso idilliaco che appaga il desiderio del viaggiatore di vedere posti nuovi ed unici. La vita bucolica che lo accompagna lungo il suo corso è ricca di spunti: contadini, pescatori, venditori seduti sotto a capanne sulle sue rive, anatre ed uccelli in quantità. Ogni tango si incontrano un molo o un porticciuolo, usati dagli abitanti per introdursi nelle barche e scivolare lungo la corrente. C’è una gran pace, interrotta a sprazzi dal suono del motore che di tanto in tanto riporta la mente alla realtà. C’è anche la nebbia. Questa cosa sta diventando la mia rovina. Ieri, sulle terrazze di riso, tutto il panorama era saturo di nebbia al punto da non riuscire a vedere per più di due piani delle ingegnose costruzioni. Ho sperato tanto nel bel tempo per oggi, ma naturalmente non è servito. Sono abituato alla nebbia, a casa mia si vende per pochi centesimi il quintale, ma qui è un’altra faccenda. E’ una barriera che impedisce il pieno godimento dell’ambiente circostante ed è una disfatta per le fotografie. La macchian fotografica, giudice severo ed imparziale, si limita a raccogliere quello che gli si para dinnanzi, e se questo implica una parete di grigio informe che cela le vette e i panorami, lei lo coglie ugualmente. Non le interessa il risultato, le interessa mantenersi fedele al suo principio, e vi esorto su questo punto a non metterla alla prova. Io ci provo da tanto, ma inutilmente. Arrivato a Xingping ho scoperto un piccolo paese in riva al fiume. Non molto pittoresco ma, in compenso, molto pieno di fango. Nelle sue strade solo pochi punti possono vantare l’asfalto e il risultato è che in questa stagione l’intero paese sembra immerso nel fango. Il marroncino pallido è il colore che prevale. Non avendo a mia disposizione i mezzi per combattere tutta questa terra liquida e non avendo nemmeno vestiti e scarpe di ricambio per fare un tentativo, ho decisso di continuare fino a Yangshuò. Una gran decisione. Questo è il posto più bello che abbia visto finora in Cina. Case ordinate, strade lastricate di pietra, lanterne in ogni dove e una vivaace vita cittadina. Mi sarei aspettato di tutto fuorchè questo. Per una volta sono stato sorpreso in meglio. O forse no? Credo che sia giunto il momento di affrontare il tema con il quale ogni viaggiatore prima o poi deve fare i conti: il turismo. Il tursimo di massa per certi versi è una buona cosa: aiuta l’economia locale, rende i posti più predisposti all’accoglienza dei visitatori e rende il viaggio meno difficoltoso sotto gli aspetti della lingua e della ricerca di informazioni e strutture. Qui, per esempio, quasi tutti parlano inglese ed è pieno di ostelli ed alberghi. Però, questo turismo, è una lente che distorce. Questo luogo si presenterebbe così se non ci fosse stato l’intervento del turismo? Non credo proprio. Mi è capitato di vedere alcuni posti totalmente estranei al turismo e decisamente non erano così. La cosa peggiore, tuttavia, è quello che io chiamo l’intrattenimento forzato. Gli abitanti di un paese meta di turismo dicono ok, siamo turistici; ma perchè non diventarlo ancora di più? A questo punto vengono rispolverati antichi costumi, antichi riti e spettacoli dimenticati da secoli e spacciati per vero folklore locale. Si organizzano show, pullman e teatri appossitamente per intrattenere stranieri e trattenere i loro soldi. Li capisco gli autoctoni, nulla da dire, ma per me che lo vivo devo dire che preferirei evitarlo. Il problema è che diventa difficile distinguere il folklore genuino da quello forzato, perchè una volta messo in moto il meccaniosmo, tutto ha lo stesso sapore: una trappola per turisti. Si sono già sprecati milioni di parole su questo tema, quindi non mi dilungherò oltre. Soltanto vale la pena rifletterci sopra.

Mano a mano che mi avvicino all’ovest del Paese, non faccio che pensare al Tibet. Ormai sono arrivato al punto in cui ogni cosa che faccio è per esso. In ogni luogo chiedo informazioni per arrivarci, interpello agenzie e altri viaggiatori. Quando è così è meglio andare subito e togliersi il pensiero. Ho solo una tappa “obbligata” prima di lanciarmi verso la terra occupata: i monti del kung-fu del Wudan Shan. Sono proprio lungo la via (circa), lungo la strada ferrata che mi porterà a Chengdù, luogo che si presuppone essere la porta d’accesso per il Tibet. Non ho informazioni certe, solo frammentate, ma quasi tutte concordano nel dire che se voglio raggiungere Lhasa e l’Everest, quella è la città da raggiungere per prima. Nella speranza che il tempo migliori e che la mia macchina fotografica sia ben disposta, farò una cosa che erano settimane che non facevo: il bucato.


Guilin

Guilin, Guangxi, 21 feb 2011, giorno 41, ore 21:01, ostello

Secondo i cinesi sotto al cielo non c’è niente di meglio delle montagne e dei fiumi di Guilin. Gira voce che sia il posto dove ogni cinese sogna di andare. Effettivamente non posso dargli torto. Tutto intorno alla città ci sono queste montagne, questi picchi, che sono le tipiche montagne che si vedono nelle immagini della Cina. Sono veramente uniche. Ammassi di roccia che si ergono dal terreno all’improvviso, tempestati di vegetazione e di templi sulla loro cima. Tutto molto caratteristico. Il fiume Li accompagna la città da nord a sud e si perde nell’orizzonte della regione del Guangxi. E’ calmo, sereno, ispira tranquillità solo a guardarlo. Non mi stupisco che sia uno dei fiumi più amati della Cina. Domani mi recherò nelle campagne in cerca delle famose terrazze di riso. Spero che non piova ma soprattutto di trovarle. La prossima tappa sarà Xingping, tra due giorni. Per raggiungerla sperimenterò un po’ di gentilezza locale. Oggi mentre ero in contemplazione del fiume assorto nei miei pensieri, un signore mi si è avvicinato. Parlava inglese, così mi sono messo un po’ a chiacchierare con lui. E’ saltato fuori che io volessi andare a Xingping. E’ saltato fuori che lui avesse una barca. Morale della favola ho appuntamento con lui per il 23 alle 9:30 di mattina per discendere il fiume in barca. Ci ho parlato per quasi un pomeriggio e mi sembra proprio un tipo a posto. Non sono preoccupato, anzi, sono carichissimo. Il fiume Li è uno dei fiumi più celebrati del mondo e percorrerne un pezzo in barca nel punto più bello è un’esperienza che non ha prezzo. O meglio, ce l’ha ed è di 100Y. Un affare, se si conta che una mini crociera per turisti nei dintorni di Guilin costa dai 250Y ai 550Y per una guida in inglese. Io ho la mia barca personale per meno della metà. Vi mando un pezzettino di Guilin per salutarvi: le pagode gemelle del Sole e della Luna.

Pagode gemelle del sole e della luna, Guilin


Uomini e Topi

Guilin, Guanxi, 21 feb 2011, giorno 41, ore 3:55, ostello

Breve riassunto degli ultimi due giorni. I Diaolou si sono rivelati una delusione. Non ne sto a scrivere perchè è troppo tardi, voglio solo mettermi in pari e andarmene a dormire. Non mi piace scrivere oggi del ieri, amo la diretta.

Oggi sono stato a Guangzhou (Canton) nell’attesa dell’autobus che mi portasse dove sono ora. Una città estremamente caotica e disordinata che però merita una visita. Magari breve. Oggi ho preso anche la mia prima metro in Cina. E’ praticamente lo stesso sistema di Taipei, solo che a Taipei mi piaceva di più. Oggi ho fatto quaranta minuti di coda solo per prendere il gettone per poter entrare. Una ressa incredibile. Però è un sistema chiaro e in linea generale mi piace.

L’autobus per Guilin partiva alle 20:30. Io avevo il posto 4. Appena salito ho iniziato a cercare i posti e il mio era occupato da un ragazzo che aveva il 3. Il 4 era posto finestrino e quando fai un viaggio di sette, otto ore di notte, quel finestrino è l’elemento che ti fa dormire. Io però non dissi nulla e mi sedetti. Non è stata una mia decisione. Io volevo protestare e dire al tipo di alzare il culo e farmi sedere, ma non è successo. Più avanti avrei reso grazie per questa mia omissione, ma procediamo con ordine. Dopo mezz’ora di viaggio il ragazzo si volta e inizia a farmi domande. La solita routine. Io rispondo, e alle mie parole anche lui reagisce dicendomi che ero coraggioso. Questa cosa mi mette addosso una paranoia incredibile. Se nessuno mi dicesse nulla, io sarei tranquillo, ma quando uno del posto mi inizia a dire che sono coraggioso, la mia mente inizia a perdersi per delle vie che non portano a nulla di buono. Due ore e mezza dopo ne ho avuto un esempio. Non avevo fatto la pipì prima di salire a bordo e mi stava scoppiando la vescica. Mi ero anche un po’ addormentato e quando io mi addormento e poi mi sveglio devo pisciare. Garantito. Attendo un’ora e il bus si ferma. Non capisco dove siamo, sembra il retro di un magazzino, ma la gente scende e io non ce la faccio più. Guardandomi intorno e avvicinandomi alle latrine (non ai bagni) quel coraggio di cui si è tanto parlato mi abbandona passo dopo passo. Innanzitutto il tanfo. L’odore di piscio si sentiva a 15 metri di distanza. Il mio compagno di sedile era più scandalizzato di me. Entro nel locale delle latrine e trovo una specie di stalla per maiali piena di veri uomini cinesi che pisciano attaccato ai muri. Facce di quelle che non vorresti mai incontrare in un posto dove ti devi tirare fuori il pistolino. Facce che non vorresti mai incontrare. L’odore era insostenibile, io avevo la bocca sprofondata dentro alla giacca. Ci dovevo proprio andare. Mi avvicino al muro, tiro fuori Jimmy, sto per farla quando un topo mi passa in mezzo alle gambe, si butta nel piscio e schizza verso il canale di scolo. Ogni uomo ha un limite: il mio è stato quello. Ripongo Jimmy al sicuro ed esco. Mi scappava troppo però, dovevo farla. Faccio per avvicinarmi ad un angolo del cortile quando mi rendo conto che tutta l’area di parcheggio è circondata da topi. Uno qua, un paio là, tranquilli che sguazzavano nel piscio e nel sudiciume. Ho pensato che alla fine non era poi così male resistere un altro paio d’ore.

Risalito sull’autobus ho chiesto al ragazzo come si chiamasse quel posto, un posto dove il 2000 non è ancora arrivato. Ling Feng. Non sono sicurissimo del nome, lo riporto come lui me lo ha scritto sul taccuino. Se vi offrono un soggiorno gratis di una settimana non andateci. E’ un consiglio.

Sono arrivato a Gulin alle tre di notte. Il piano era arrivarci alle sei, ma a quanto pare qualcuno ha capito male. Ho viaggiato abbastanza per sapere che è meglio non arrivare in una stazione sconosciuta alle tre di notte, ma so anche che se capita non è un gran problema: è solo più costoso. Ho interpellato ancora una volta il ragazzo che era seduto accanto a me sul bus (bello non avergli sclerato in faccia per il posto) e tra una cosa e un’altra con un taxi sono arrivato in ostello e ho una camera. Fantastico. Non so ancora nulla di questo posto, è troppo buio. Però c’è internet e un bagno dove fare la pipì senza topi. Il massimo.