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All good?

Clermont, QLD, 10 ott 2012, ore 21:15, Rose Harris Park

Clermont ha circa 1800 abitanti. E’ situata tra Charters Tower ed Emerald. Clermont è l’inferno.

Sono stato obbligato a fermarmi qui per colpa di un amico. A Bowen, qualche giorno fa, parlando del più e del meno con Carlo, è saltato fuori il discorso del guidare di notte. Io l’ho sempre fatto, nonostante le innumerevoli carcasse di canguri che si incontrano lungo il ciglio della strada. Quando gli ho raccontato delle mie esperienze di guida notturna, Carlo ha sgranato gli occhi ed ha iniziato ad elencarmi le innumerevoli volte che è stato costretto ad evitare canguri di notte mentre guidava con un australiano per arrivare a Bowen. Mi ha riferito le indicazioni del suo esperto conducente, il quale sottolineava quanto fosse pericoloso guidare di notte lungo le strade del Queensland proprio per via dei canguri. Questi animali sono attratti dalle luci delle auto, quindi di notte iniziano a saltellare e a dirigersi verso le auto in corsa. Il risultato è chiaramente visibile ai bordi delle strade. Le auto australiane sono per la maggior parte gipponi forniti di paraurti in acciaio grandi quasi come il cofano. Potrebbero sfondare un muro e non ne risentirebbero affatto. Il mio van non ha niente di simile, quindi quando è scesa la notte, le parole del mio amico hanno iniziato a ronzarmi in testa, creandomi non poche paranoie. Investire un canguro può sfasciarti la macchina e l’idea di pernottare in mezzo al nulla australiano con l’auto in panne senza una tacca di linea nel telefono non mi entusiasmava. Così, guidando con estrema cautela ed osservando il bush intorno alla strada più che la strada stessa, mi sono fermato nel primo paese che ho incontrato: Clermont.

Forse se ci fossi arrivato di giorno lo avrei considerato un paese come un altro. Arrivarci in piena notte, invece, ha fatto sì che il piccolo centro assumesse un aspetto spettrale. L’illuminazione pubblica è molto scarsa. Un lampione per incrocio quando va bene. Il centro è più illuminato, ma la cosa che inquieta davvero è che, al solito, non si incontra nessuno per la strada. La città è deserta. Tutto chiuso, tutti a letto. Le uniche cose aperte sono i liquor store e nei loro pressi si incontrano solo gruppi di bifolchi che gridano spesso e fanno pensare che, ovviamente, non essendoci nulla di meglio da fare che bere, essi siano già piuttosto avanti nel farlo.

Il tramonto, prima di arrivare qui, è stato bellissimo. Un cielo viola che contrastava la terra rossa del bush che mano a mano che il sole calava si faceva sempre più nera. Mi sono fermato sul bordo della strada a godermi il momento. Una macchina mi sfreccia accanto e poco prima di sparire in lontananza inverte la marcia e si riavvicina. Accosta davanti a me. Il guidatore era un operaio delle strade che stava tornando a casa. Con lui c’erano alcuni suoi colleghi. Tira giù il finestrino, mi sorride e mi chiede: “All good?”, tutto bene? Sì, sì, solo il tramonto, tutto ok. Ok, fa lui. Tutti sorridono. L’auto riparte, inverte la marcia e dopo poco sparisce all’orizzonte. Gli australiani guidano veloci e sicuri. Conoscono le strade e non temono i canguri. Era tornato indietro di un bel pezzo solo per vedere se era tutto a posto. Gran persone gli australiani. Si preoccupano per te anche se tu fossi talmente stupido da non fermare le auto che ti sfrecciano accanto quando sei in panne. Li amo sinceramente e amo il loro atteggiamento nei confronti del prossimo. L’unica cosa, è che non amo Clermont.


Il far west australiano

Charters Towers, QLD, 10 ott 2012, ore 13:07, Mac Donald’s

Arriva un momento, durante un qualunque viaggio lungo la costa del Queensland, in cui ci si chiede che cosa c’è oltre al sogno. Che c’è al di là della collina? Cosa c’è dietro quella sottile striscia di alture che separano la regione costiera dal resto del continente australiano? Oggi è stato il mio momento, e oggi sono andato avedere.

Lasciando Townsville lungo la Flinders Highway, si sente subito la mancanza del mare. La temperatura è torrida, la strada sullo sfondo inizia a tremolare e tutto intorno non c’è nulla. A perdita d’occhio solo terra rossastra coperta da erba secca e qualche macchia di alberi. Ogni tanto si incontrano delle abitazioni, per lo più baracche di lamiera o case di legno. Difficile dire se siano o meno abitate. Spesso si incontrano carcasse di animali morti lungo la strada, con uccelli simili a grandi aquile marroni che ci roteano sopra o intente a divorarne i resti sull’asfalto. La sensazione di vivere nei cartoni animati del Fer West è molto forte. Questa sensazione si acquisce a Ravenwood, una città di 190 abitanti a circa 75 km a sud dalla Highway principale. Questa città era una città mineraria cresciuta per via dell’oro che era stato trovato nei suoi campi. Oggi l’oro non c’è più, così come non ci sono più tutti gli uomini che lo cercavano alla fine dell’800. Però sono rimasti tanti rottami a testimoniare la corsa all’oro passata e soprattutto alcuni edifici storici e l’atmosfera di questa città semi fantasma. Appena giunti in città ci si chiede se sia o meno la città che si cercava. Nessuno alla vista, case dall’aspetto di baracche circondate da lunghe erbe gialle e arse dal sole e polvere alzata dall’aria torrida che spira dall’outback. Un vecchio albergo, vecchio almeno quanto la città, ospita alcune persone che guardando al mio van con un dragone disegnato sul fianco con un occhio a metà tra il ridicolo e lo stupore. Non so quanta gente passi di qui, ma sono sicuro che dagli abitanti sono visti come pazzi. Chissà chi siano veramente i pazzi. Proseguendo lungo la strada una chiesetta sulla collina saluta i viaggiatori che avanzano sulla carreggiata. E’ davvero una costruzione in stile “casa nella prateria”. Costruita in legno, su un’ altura, con il vecchio cancello di pietra ancora in piedi ed il piccolo campanile esterno con attaccata la campana. Mi immagino persone venirci ancora in chiesa la domenica; le donne con il fazzoletto bianco in testa e lunghi vestiti a pizzi mentre gli uomini hanno lunghi baffi neri, cappelli a tesa larga ed abiti scuri.

Lì vicino un cartello attaccato ad un palo reca la scritta “Halloween Ball”. E’ situato dinnanzi ad una tettoia coperta solo per tre lati. E’ tipo la balera del paese, il luogo di assemblea degli abitanti in occasione di feste o cerimonie speciali. La prossima è quella di halloween e pensare che tutti gli abitanti si troveranno lì, che tutti sapranno chi manca o chi è sparito a metà serata mi fa sorridere e venire i brividi allo stesso tempo. Chissà come deve essere la vita in un posto così. Una vita di altri tempi senz’altro, a contatto con la natura e con i compaesani come forse non accade più.

Seguendo la Highway si giunge infine a Charters Towers, una città molto più grande ma dall’atmosfera simile. Lungo la strada si vedono carri pieni di bestiame ed al Mac Donald’s la bacheca cittadina riporta gli eventi di tornei e rodei. Anche qui, tutto un altro mondo. La costa e la civiltà sono lontani anni luce e l’Australia che mi immaginavo è un po’ più vicina. Yee Haaa.

P:S. L’unica costante è che nei mac Donald’s la gente beve frappè al cioccolato con panna montata mentre ingurgita Big Mac e patatine. Anche i bambini. Brividi di altro genere….


Quel che non ti aspetti

Townsville, QLD, 6 ott 2012, ore 21:48, parcheggio sul lungomare

Non capisco come mai questa città stia all’ombra di Cairns. Nessuno me ne ha mai parlato e la guida ne parla con leggerezza. Townsville è tanto bella che ci resterò per un po’. Cairns, il gioiello del Queensland, non mi ha fatto un grande effetto. Sono contento di esserci stato ma non mi mancherà. Townsville pensavo di considerarla il giusto, ed invece mi ha colpito profondamente.

Sorge ai piedi di una montagna. E’ un ammasso di roccia marrone costellato di vegetazione. Domina tutta la città e la baia e, non so, fa effetto, ti fa sentire protetto. Ad un certo punto, mentre giri per strada, scopri una parete rocciosa che si estende fino a diventare la cima della montagna. E’ un ottimo biglietto da visita. Poi c’è il lungomare. Giochi di parole a parte è ilpiù lungo lungomare che abbia visto finora. La spiaggia è sabbiosa, ordinata e pulita. Il mare non è azzurro ma non è il peggiore che abbia visto qui a nord. Tra la spiaggia e la camminata che la costeggia ci sono parchi, giochi d’acqua per i bambini, bagni con docce, gelaterie e sdraio bianche di legno che ricordano tanto i tempi dei Beach Boys. L’erba arriva quasi fino alla spiaggia e per la prima volta da tanto tempo ho visto campi da beach volley sulla sabbia. Naturalmente ci sono i cartelli per le meduse e i contenitori di aceto e naturalmente c’è un waterfront. Non è proprio un waterfront, è più una piscina a bordo mare. Intorno non mancano gli immancabili barbecue e le palme. Già fin qui è uno spettacolo. La ciliegina sulla torta, però, è costituita da una cosa che non tutti notano: la luce. Al tramonto, il color salmone violetto del cielo si fonde alla perfezione con le tinte pastello delle casette in legno di foggia antica che costituiscono il centro della città. E’ una magia intensa, che il mio occhio fotografico non si lascia sfuggire. I neon colorati delle discoteche e dei ristoranti fanno anche loro un abbinamento perfetto con il cielo. Ristoranti ospitati dentro a vecchi uffici postali, strip club in edifici coloniali, cascate pseudo naturali lungo le strade che costeggiano il mare, parchi colmi di gente e un’aria da città di frontiera che è stata e di città moderna che è e sarà. Tutto fuso, tutto mischiato con gusto e maestria. Tutto quello che serve per catturare l’attenzione e trattenere più del previsto. Benvenuti a Townsville.


A Nord

Port Douglas, QLD, 5 ott 2012, ore 13:39, Whileaway books and coffee

Il Nord. Qui lo chiamano “Estremo Nord del Queensland”. Da dove provengo io è sinonimo di freddo, cattivo tempo, montagne e nevi. In Queensland il nord è sinonimo di tropici, palme, spiagge da sogno e mari da favola. Gran cosa la relatività. Nord come Norvegia o nord come paradiso.

La strada che da Cairns porta a Port Douglas è una delle più belle che abbia mai percorso. Innanzitutto il nome: Capitan Cook Highway. E’ un nome bellissimo, un nome che evoca esploratori lontani, tempi andati e luoghi selvaggi. E’ una striscia di asfalto che coteggia la costa per davvero. La spiaggia, quando presente, è proprio attaccata alla carreggiata, la segue ad est fino quasi in città. Il mare non è dei più belli. Non possiede quel turchino incantato che è tipico dei sogni, ma questo è da attribuirsi al fondo sabbioso e alle onde rampanti. Palme e mangrovie, in alcuni punti, formano un portico naturale attraverso il quale le auto seguono i tornanti della strada che a sua volta si dimena lungo le colline della regione. Una guida non rilassata ma piacevole fino a Port Douglas.

Poco prima del paese un bivio e un cartello. Si svolta a destra dalla statale Cook e da quel punto in poi cambia tutto. Prima di raggiungere il nucleo vero e proprio di questo piccolo centro dell’estremo nord, una fila interminabile di resort, ville, campi da golf e sistemazioni di lusso avvertono i viaggiatori del tenore di vita locale. L’unica nota stonata in mezzo a tutto quel lusso è stato un piccolo cimitero. Grazioso, non c’è che dire, ma non credevo che i ricchi morissero, o quantomeno che volessero ricordarlo ad ogni passaggio per palestra o per la piscina. Port Douglas, insomma, è una perla di benessere australiano. E’ la punta dell’iceberg. Il paese si sviluppa lungo due vie principali e la sua architettura ricorda con piacere il passato coloniale, da avamposto di frontiera. Case di legno pitturate di bianco e alberghi–saloon–ristoranti di un tempo passato che però sono ancora in attività. Tutto il resto, invece, è solo ristoranti e negozi. Qui non ci sono bancarelle che vendono i posaceneri di Bob Marley, ma bancarelle che regalano ostriche. Al naturale, col mango, con la sour creme o col limone, ma ostriche. E’ un paese in cui le agenzie immobiliari vendono ville con piscina all’interno del nuovo golf club, con un anno di tessera associativa compresa per tutta la famiglia, per soli 295.000 dollari, che in effetti non è eccessivo. Questa è la Port Douglas attuale. Per cercare le sue origini bisogna andare fuori dal centro, al molo, dove i pescatori sono ancora sotto il sole a tendere le lenze, o alla chiesa di Saint Mary by the Sea, una chiesetta di legno bianco che sfoggia tutta l’architettura di un passato che non c’è più, ma non viene dimenticato. Al suo interno c’era un matrimonio davvero intimo. Due sposi, un prete, pochissimi invitati. Una cartolina, o una favola per alcuni. Al suo esterno un cartello:

St. Mary By The Sea

Built Originally In 1880

Destroyed By A Cyclone & Rebuilt In 1911

Relocated In 1988

Restored By Port Douglas Soc In 1989

Port Douglas, estremo Nord del Queensland.