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Una giornata di fede assoluta

Taipei, Taiwan, 5 feb 2011, giorno 25, ore 18:33, Tamsui Fisherman’s Wharf

Il capodanno cinese dura cinque giorni. Cinque giorni di celebrazioni e festeggiamenti per tutto il Paese. Molti negozi sono chiusi, ma la qualità di quello che mi circonda vale il sacrificio, se così lo vogliamo chiamare. Per quelli che credono nello zodiaco cinese questo dev’essere l’anno del coniglio. Lo dico perchè su quasi tutte le vetrine e sui cartelloni è pieno di conigli che ridono, pregano, corrono, mangiano. Magari invece è l’anno del drago. Chissà.

Oltre al lato puramente festivo della celebrazione, è presente anche un lato spirituale. Oggi mi sono recato al tempio del mercato di ieri sera, il tempio Longshan, e per la prima volta da quando sono in Asia ho assistitio ad una cerimonia di fede popolare. Il tempio era gremito. Da ogni parte persone, fuochi e incensi. Ogni credente si reca al tempio per pregare e per portare dei doni. Una mela, dei biscotti, una torta, dei fiori. Mentre tutto questo succede, i monaci e i fedeli non smettono di cantare, accompagnati dai tamburi e dai fumi dell’incenso. Una nebbia profumata avvolge tutto. In questa baraonda io ero l’unico uomo bianco. Non ho visto molti uomini come me da quando sono qui, e quei pochi che ho visto sempre mi hanno o salutato o fatto un cenno. Solidarietà tra diversi. Ma oggi ero solo io l’unico infedele presente nel tempio. All’inizio mi sono detto hei, è una cerimonia, non fare il turista e lascia stare la macchina fotografica. Entra, guarda, ringrazia, esci. Non è andata così. Dopo quindici passi dal portone ho appoggiato lo zaino, ho tirato fuori la macchina e mi sono messo a fare foto. Il richiamo è stato troppo forte, il fotografo ha preso il sopravvento. All’inizio la gente non faceva caso a me. Sorrisi o totale indifferenza. Più mi avvicinavo al centro del tempio, però, più mi accorgevo di alcuni sguardi poco rassicuranti, quasi truci, come a farmi sapere che non gradivano o me o la mia macchina fotografica. Ho provato a mettere via la macchina e ad avvicinarmi al santuario, ma un monaco mi ha visto e mi ha latrato addosso. Decisamente è la mia persona, ho pensato. Mi sono allora messo in un angolo, in disparte, fuori dai piedi e ho osservato la scena. La gente era felice e seria allo stesso tempo: chi in fila per vedere il Buddha, chi con gli incensi in mano e la testa china, chi intento a pregare. Ci saranno state settecento persone e quel brulicare di uomini e donne, nel suo caos aveva un ordine preciso. Non ho proprio resistito: altre foto e altre occhiatacce. Prima di uscire, come per sdebitarmi, ho comprato quattro preghiere su stoffa. C’erano anche in Giappone, ma lì non le ho mai comprate perchè costavano troppo. Qui erano meno care e più carine, inoltre avevo voglia di purificarmi dalle mie irriverenze da infedele. Uscito dal tempio ho chiesto in giro per trovare quello che il padrone dell’ostello aveva definito “Historical site”. Della sua descrizione non avevo capito nulla, ma fortunatamente per me, egli mi aveva scritto il nome di quel luogo in taiwanese su un foglietto di carta, così trovarlo non è stato difficile. Questo “Historical site” si è rivelato essere un antico quartiere di Taipei rimesso a nuovo nella sua antichità. Passeggiando tra le sue vie mi sono imbattuto in un’esibizione di kung fu. Giovani combattenti e anziani maestri combattevano in una piazzetta al ritmo di piatti e tamburi. Non solo combattimenti a mani nude ma anche con le armi tipiche della lotta orientale. Sono rimasto totalmente incantato dai loro movimenti. Fluidi come l’olio e letali come l’arsenico. Terminata l’esibizione riprendo il mio giro, ma rimane poco da scoprire. Siccome era una bella giornata con 22 gradi a mezzogiorno ho deciso di andare al mare. Mi ricordavo di aver letto che c’era un posto chiamato Tamsui, su, a nord, da qualche parte, che aveva qualcosa di speciale, ma non ricordavo cosa. Decisi di seguire quella pista. Un anziano signore mi indica una fermata della metropolitana sulla linea rossa, Danshui, e io mi metto in viaggio. Dopo qualche fermata il treno della metro esce dal tunnel e si trasforma in una specie di ferrovia panoramica. Qui scopro che Taipei è circondata dai monti e dalla giungla. Una cosa spettacolare perchè appena finiscono le case, ecco che comincia una vegetazione fittissima, colline totalmente verdi che sembrano circondare il cemento della città. Dopo una buona mezz’ora di viaggio arrivo al capolinea che è la mia fermata: Danshui. Qui trovo il mare. Per fare un paragone chredo che questa parte di Taipei sia come gli Hamptons per New York. Coppie che passeggiano sul lungomare, famiglie con i bambini, ragazzi che corrono dietro alle ragazze, anziani appoggiati a fantasticare guardando il mare. E io. Il mare che bagna Taipei non so come si chiami, forse mar della Cina o mar delle Filippine, però è come tutti gli altri mari, eccezion fatta per il fatto che si perde tra le colline coperte di giungla e tra una delle metropoli più asiatiche che abbia mai visto. Avendo scoperto che il punto di maggior interesse dell’area era il Fisherman’s Wharf (molo del pescatore) chiedo in giro come arrivarci e mi indicano il bus 26. Mi incammino verso la fermata ignorando che di lì a poco avrei reincontrato la magia. Al momento di salire avevo solo 100 dollari per pagare il biglietto e l’autista mi ha fatto capire che accettava solo monete. Avevo atteso quel bus per quasi mezz’ora e si stava avvicinando il tramonto. Ero un po’ seccato per l’inconveniente e stavo per scendere quando una ragazza con sua madre si avvicina all’autista, gli dice qualcosa e fa cadere i soldi nel contamonete, poi si gira e mi fa un cenno di ok. Io, che non avevo afferrato che mi stava pagando il biglietto, la guardo e poi guardo l’autista che, spazientito, con il pollice mi fa segno di muovermi. Avendo realizzato l’accaduto, mi avvicino alle due per ringraziarle e offrirgli di nuovo i miei 100 dollari, ma quelle hanno rifiutato categoricamente, mi hanno detto “Welcome” e si sono rimesse a sedere. Che bello. Un piccolo gesto che per me vale tutto il viaggio fatto per arrivare fin qui. Non volendo essere da meno, una volta scesi dal bus mi sono avvicinato e ho regalato loro una delle preghiere di stoffa che avevo comprato al tempio. Loro ne sono state felicissime e io mi sono sentito un po’ meno scroccone. Quel che è giusto è giusto: la strada prende, la strada dà. Il molo del pescatore al tramonto si è rivelato pieno di fascino. Aiutando ulteriormente l’atmosfera coi Pearl Jam (chissà se Eddie Vedder ha idea di quello che sta facendo per me e di dove io lo stia portando) ho visto un tramonto bellissimo sul ponte di San Valentino e ho scattato tante altre fotografie. La notte ha avvolto la baia, e io me ne sono tornato a casa.

A cosa si riferisce la fede assoluta del titolo? No, non a Dio o a Buddha o allo Zen e nemmeno al Tempio. Essa si riferisce alla fede nel viaggio, nell’avventura, nell’ignoto, nel mio io e nel mio simile. Al fatto che quello che non conosciamo, o è diverso da noi, non sempre fa paura, anzi, la maggior parte delle volte si scopre che la paura che abbiamo ce la creiamo noi e ne soffriamo. Inutilmente. We are walk a long road…

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Al mercato notturno

Taipei, Taiwan, 5 feb 2011, giorno 25, ore 00:21, Taipei Teacher Hostel

La nonna di un mio amico ha una teoria secondo la quale fritta è buona anche la suola di una ciabatta. Se avesse visto cosa friggono e mangiano qui, probabilmente avrebbe rivisto la sua teoria. D’accordo che io non sono un buongustaio dalla bocca facile, ma credo che alcune delle pietanze che ho visto servire stasera non le avrei mangiate nemmeno su quel famoso aereo della Finnair. Hanno uno strano modo di mangiare qui. Strano nel senso che non soddisfa la vista. Se vieni in Italia e ordini, non so, tagliatelle al ragù, i tuoi occhi luccicano quando il piatto ti arriva davanti. Se cammini per il mercato notturno del Tempio Longshan e ordini, non so, dei noodles, quando il piatto ti arriva davanti, gli occhi si chiudono e ti viene da vomitare. Almeno per me funziona così. I locali mangiano con gusto quelle brodaglie e quei pesci secchi e maneggiati come se fossero carte da briscola. Ordinano delle strane pappette, formate da strani ingredienti che, dopo aver riposato per ore su un vassoio ed aver assorbito ben bene tutti i fumi di Taipei e le tossite degli esercenti, vengono buttate nell’olio e fritte. Una bontà da cinque stelle Michelin. Io per il momento col cibo me la cavo. Essendo quella di Taipei una cucina nata dall’unione di piatti cinesi e giapponesi, io, almeno per il mangiare, rimango sulla sponda giapponese. Il mio coinquilino mi ha detto che ha visto anche un mercato dove servono serpenti, rane e altre leccornie del genere. Domani mi ci porta, ha detto. Non credo che mangerò. Mac Donald’s. I’m lovin’it.

Lato culinario a parte, il mercato notturno è stata un’esperienza da film. Un vero mercato orientale, la bancarella che vende pesce secco accanto a quella che vende cellulari. I bambini che corrono tra le bancarelle guardando golosi le noccioline al wasabi, gli adulti che comprano palline di riso con carne fritte e scooter che passano con noncuranza tra la folla a passeggio. E poi gli odori. Non solo il mercato, tutta la città odora di incenso, di spezie e di mare. Tutti questi odori ti avvolgono all’improvviso. Non si sa da dove vengano, ma avresti sempre voglia di andare con loro. Una metropoli che ad ogni angolo cambia faccia. Quartieri disastrati che spariscono all’improvviso per dar spazio a grattacieli ultramoderni che a loro volta svaniscono per trasformarsi in palazzoni da colonia. Un microcosmo chiuso in una palla di vetro. Oggi ho vagato a caso per la città e ho visto talmente tante città diverse che non sono riuscito a farmi un’idea di quale sia la vera Taipei. E’ la via commerciale piena di marche famose? E’ l’officina davanti alla quale si cuociono polipi nel quartiere del porto? E’ il secondo grattacielo più alto del mondo? E’ la via delle prostitute e dei barboni? Non l’ho ancora capito con esattezza, ma so che vorrei più tempo per approfondire la cosa. Purtroppo il mio volo per Singapore riparte giovedì. Ho mandato una mail alla Tiger Airways per sapere se lo posso spostare di due settimane, ma non ho ancora ricevuto risposta. Taiwan mi ha catturato. In lei trovo tutto quello che trovo nell’Asia di Guccini. Mi piace stare qui. Il clima è ottimo, i prezzi sono bassi, la città mi intriga e gli abitanti sono vari. Se dovrò partire spero di ritornare un giorno. Se non altro, almeno, saprò già dove trovare l’ostello.


L’ostello

Taipei, Taiwan, 3 feb 2011, giorno 23, ore 23:59, ostello

Scendo dall’autobus e mi ritrovo da nessuna parte. Non ho idea di dove sono, non ho idea di dove sia l’ostello e non ho idea di dove debba andare. Perfetto, penso, può solo migliorare. Da qualche parte deve esserci un Dio degli zingari che protegge i viaggiatori e li aiuta nel momento del bisogno, magari mandando un angelo a guidarli. Il mio angelo era una ragazza giapponese che mi si è avvicinata perchè mi ha riconosciuto dall’aereo che abbiamo preso insieme a Osaka. Piccolo il mondo, eh? Il suo nome era un guazzabuglio di suoni a me incomprensibili, ma il suo inglese era impeccabile. Curioso, non ho trovato un giapponese che parlasse inglese in Giappone ed ecco che ne trovo uno in una stazione di Taipei. Mi chiede se ho bisogno di aiuto ed io le mostro la mia unica traccia, l’indirizzo dell’ostello. Lei dice di essere già stata qui più volte, ma non ha mai sentito questo indirizzo o questo ostello. la fortuna ha voluto che dovessimo fare un pezzo di strada insieme, così mi ha accompagnato alla metro e mi ha messo sul treno giusto. Dopo una lunga serie di ringraziamenti, auguri e speranze, esco dalla metropolitana e mi ritrovo in strada.  Davanti a me una piazza gremita di gente mi riporta alla mente la Time Square di New York nel giorno di punta. Gente ovunque, allegria nell’aria e tanti festeggiamenti. In quella babilonia il mio senso di disorientamento toccò l’apice. non avrei mai trovato la via in mezzo a quel caos, così decisi a malincuore di chiamare un taxi. Il tassista non conosce nè l’indirizzo nè l’ostello, ma non è un problema. Dopo aver mollato il taxi in mezzo alla strada inizia afermare passanti per chiedere informazioni. Il primo che ferma non sapeva nulla. Insieme fermano un altro passante, ma anche questi non dà nessun contributo utile. La cosa si ripete, e nel giro di pochi minuti attorno a me si crea un capannello di sconosciuti, saranno state venticinque persone, tutti impegnati nella ricerca del mio ostello. Il mio taccuino passava di mano in mano senza che nessuno sapesse niente e senza la minima preoccupazione da parte mia. Il mio ostello sembrava non esistere. Alla fine dell’indirizzo avevo segnato anche il numero di telefono e un ragazzo che proprio non voleva lasciarsi sconfiggere da una via ha chiamato l’ostello. Dopo una lunghe serie di sillabe, il ragazzo va dal tassista e gli dice qualcosa. Il tassista ride, ringrazia, mi saluta e se ne va. Il ragazzo mi si avvicina e mi dice tranquillo, è qui vicino, ti ci portiamo noi. La compagnia dell’ostello parte alla volta di una destinazione a me, e a molti altri, sconosciuta. Il ragazzo guidava, seguito da me e da un altro ragazzo con una ragazza. Dopo un po’ di incertezze e cambi di direzioni mi dicono che ci siamo. Mi indicano il portico di un palazzone che sembra un incrocio tra  “I ragazzi dello zoo di Berlino” e un film tratto da un libro di Chuck Palhaniuk. uno di quei posti in cui non manderei mai mia figlia dopo il tramonto. Mi guardavo intorno ma non vedevo traccia della mia meta: non un insegna, non un cartello o una freccia che facessero supporre la presenza di un ostello. In quel momento mi sono ricordato che non ero più in Giappone e i miei sensi hanno cominciato a vibrare. Possibile che non ci sia nessun insegna? Zero? Mi stanno fregando? Sta per succedere un guaio? Ma no, li hanno fermati per caso. E’ qui che deve succedre? Mentre fantasticavo (lo dico adesso) su queste cose, i ragazzi decidono di fare un’altra telefonata. Forse anche loro erano perplessi da tanto mistero. Dopo la chiamata mi dicono di aspettare qui che sarebbe arrivato qualcuno a prendermi. Qualcuno? Qualcuno chi? E a portarmi dove? Mentre il mio livello di attenzione cresceva, da dietro l’angolo sbuca un asiatico. Trent’anni, pochi capelli, occhi piccoli piccoli celati da due fondi di bottiglia. Mi stringe la mano e chiama l’ascensore. I ragazzi mi salutano e se ne vanno. Io li ringrazio anche in giapponese e mi offro di pagargli le telefonate. Loro rifiutano categoricamente, si girano per andarsene e l’unica cosa che dicono è “Welcome to Taiwan”. Penso a quanto siano stati gentili e a una situazione del genere mentre l’ascensore sale. Forse per non pensare a quello che sarebbe potuto capitare di lì a pochi momenti. Le porte si aprono e io seguo il tipo che cammina in silenzio lungo un corridoio da stupro male illuminato. Il mio Virgilio si ferma davanti ad una porta di legno scuro protetta da una griglia di acciaio tipo cella di prigione e mi dice “Hostel”. Accanto alla cella c’è un post it rosa grande come un francobollo con su scritto “Teacher Taipei Hostel”. Io ne avrei voluto aggiungere un altro con scritto “La nostra forzaa è che è facile trovarci”. Mi rilasso, ma forse troppo presto. Si apre la porta, vengo invitato ad entrare e a togliermi le scarpe. Devo dire che poche volte ho visto un cesso come quello. Una vera topaia asiatica. Disordine distribuito con generosità, depliant, scatoloni, avanzi di cibo e sporco riempivano uno stanzone che fungeva da stanza comune. Niente reception, niente accoglienza, niente…. ostello. Almeno come io li ho sempre visti.  Solo un piccolo bagno e un polacco. Mi è piaciuto subito. Non il polacco, l’ostello. Anche il polacco. Dopo avermi dato il benvenuto all’Hilton, mentre il proprietario mi sistemava la branda facciamo due chiacchiere. Viaggiatore, nessuna casa se non questo ostello, ha vissuto per un po’ a Dublino e poi è partito. adesso è qui per caso e presto andrà nelle Filippine. Una storia come tante in un posto decisamente fuori del comune.

Adesso sono solo, il polacco è uscito e a quanto pare siamo gli unici due ospiti di questa struttura. Ho fatto un giro per la città e devo dire che incanta subito. E’ sporca, caotica, piena di gente, piena di vita. E’ asiatica ma anche europea. E’ un misto tra la zona universitaria di Bologna e Tokyo. Ho capito poche cose, ma una di queste è che bisogna darle una seconda possibilità in tutto, perchè anche se al primo impatto è un po’ dura, sono sicuro che questa sarà una città che saprà farsi amare. E le paglie si buttano per terra. Evvai!


Happy Chinese new year’s eve

Taipei, Taiwan, 3 feb 2011, giorno 23, ore 20:35, autobus dall’aeroporto

Caldo umido. La giacca che ho tenuto addosso più o meno sempre dall’Italia a qui, adesso è accartocciata nello zaino e credo che presto farà una brutta fine. Taiwan non è il Giappone, e l’autobus sgangherato che mi sta portando in città è un buon monito per ricordarmelo. Sono euforico. Niente guida, niente informazioni. La strada che ho davanti è quella che è e non quella che devo cercare. L’unica cosa da cercare ora sarà l’ostello e a quest’ora con questo buio non sarà facile. Sudore sulla fronte e mani appiccicose che sgualciscono la carta del taccuino. Freni cigolanti, ammortizzatori scarichi, sedili bucati e sporcizia, addosso e intorno. Decisamente non è il Giappone. Mi rilasso e mi godo il viaggio. La scritta a led luminosi sul banco del controllo passaporto recitava “Happy Chinese New Year’s Eve”. Si capiva che c’era una festa già dall’aereo, quando mentre si atterrava si vedevano i fuochi d’artificio esplodere su tutta Taipei. Capodanno. Sembra di stare in un film pulp di serie B, umidità e luci al neon verdastre. Il sobbalzare dell’autobus sull’asfalto irregolare crea un moto ondoso a causa del quale è quasi impossibile scrivere. Dal finestrino tanta periferia, insegne al neon rotte, scooter e supermarket. Mi sembra di essere nella Saigon del film Full Metal Jacket. Improvvise luci colorate tingono le strade e gli alberi di anno nuovo; botti di fine anno, palme e 7 eleven. Una fiaccola olimpica come simbolo di un distributore di benzina. Qui la verde è a 70 centesimi il litro. Lentamente comincia ad apparire la città. Pizza Hut, KFC, grattacieli e persino un negozio della Piaggio. Non so più cosa aspettarmi. Qualunque cosa accada, è solo l’uomo e le sue tane di questa parte di mondo.  Una tangenziale a quattro corsie e poi tutto cambia. Centri ultramoderni invadono i marciapiedi. Grattacieli alti come montagne con ai piedi Armani, Gucci, Louis Vuitton. Forse ho bisogno di più tempo, forse non ho ancora capito nulla. La meccanica mi è ancora estranea.


Sono proprio un italiano

Osaka, 24 gen 2011, giorno 13, ore 13:35, stazione centrale NetCafe

(Tastiera giapponese)

Oggi passeggiavo per Osaka e chi ti incontro? Una agenzia di viaggi, la prima giapponese che incontro. Visto che dovevo ancora risolvere quella faccenda dell aereo mi sono detto entriamo, tanto che mi costa chiedere anche qui. Appena entrato sono stato sommerso dai sorrisi e da frasi di benvenuto incomprensibili. Una sola frase ho imparato in giapponese: eigo ga anasemasuka? (parli inglese?). Sguardi impauriti, occhi che volgevano da tutte le parti tranne che su di me e le immancabili sillabe di scuse. Mi hanno fatto sedere davanti a quella che probabilmente era l ultima arrivata dell agenzia, quella che si becca tutte le rogne per intenderci. Ecco come e andata. Io le spiego quello che cerco, un volo che parta da qualunque parte del Giappone e che arrivi o a Singapore o a Kuala Lumpur. Lei sembra capire, cosi inizia a cercare. Internet, cataloghi, telefonate, domande a collecghi; per una buona mezz ora non ha fatto altro che lavorare per me, alacremente, come se l imperatore del Giappone fosse venuto a prenotare le vacanze. Ogni tanto adirittura si scusava per l attesa. Al termine della sua ricerca mi presenta alcune offerte. Erano tutte sui 400 euro, un po troppo alte per me. Lei mi prega di attendere ancora un po, ritorna a lavorare nella sua miniera di offerte e cataloghi e finalmente tira fuori un coniglio dal cilindro. Osaka – Singapore con scalo a Kuala Lumpur alla modica cifra di 330 euro circa. “Final Price?” chiedo, “Final Price” dice. Ero contento, spendevo un po meno che prenotando on line e non dovevo fare nulla se non aspettare che mi dessero il biglietto in mano. Le chiedo se il volo che si ferma a Kuala Lumpur e possibile prenotarlo e a che prezzo. Magari se mi fermavo al primo scalo spendevo meno. Lei ha fatto una telefonata lunga come la muraglia cinese, un sacco di sillabe spese tra i due capi del telefono, ma alla fine mi ha detto che il diretto anche solo per Kuala Lumpuer costava di piu. Nessun problema. Poi pero qualcosa ha cominciato ad andare male. Non so, la vedevo che sommava quella cifra sulla calcolatrice ad altre cifre di cui non avevo ancora sentito parlare. Final price e final price, vuole dire tutto, tutti i soldi che devi avere da me, cosi non ho detto nulla. Lei inoltra la richiesta alla compagnia aerea e dopo altri venti minuti mi presenta il foglio col riassunto della prenotazione e il prezzo. E qui c era un problema. Il prezzo era misteriosamente salito a 410 euro. Le ho chiesto il motivo dell aumento e lei mi ha detto che quello e il prezzo dell agenzia piu altre spese di routine che sono sempre date per scontato. Panico. E adesso? Che faccio? Non posso dirle adesso, dopo che ha lavorato una mezza giornata, che non voglio pagare perche il prezzo e troppo alto. Mi vergogno. In quel momento arriva da dietro il suo capo e mi guarda. Non potevo non pagare. Ero incastrato. Le spese date per scontate in Giappone non lo erano per me, ma ormai era fatta. Tirarsi indietro era un passo impossibile da compiere, per il mio orgoglio e per il timore di gettare nel niente la mezza giornata di lavoro di quella signorina tanto gentile. Cosi, rassegnato, le porgo la carta di credito. E a quel punto mi viene un idea. Per motivi tecnici porto sempre con me due carte di credito, una da usare solo sul web e una da usare solo nei negozi o negli alberghi. Lo faccio perche in quella che non uso sul web posso mettere piu soldi e sentirmi comunque sicuro. La sera prima avevo giusto controllato i residui e in quella usata sul web mi erano rimasti solo 100 euro. L acconto che avrei dovuto versare era leggermente superiore. Se il cambio mi aiuta, ho pensato, forse salvo la faccia. Le porgo cosi la carta sbagliata e la guardo allontanarsi in direzione del POS. Da qui in poi la mia interpretazione e stata da Oscar. Ritorna dopo un po con una faccia di circostanza. “No work” dice. COSA? Imposibile. Guardi riprovi perche di sicuro c e un errore. No, no, davvero. Sono sicuro che si e sbagliata. Lei torna mesta mesta al POS, fa due o tre tentativi e ritorna sui suoi passi. Qui pero e entrata in gioco una cosa che non avevo considerato: la tenacia giapponese per risolvere i problemi. Lei chiama il suo capo, gli spiega la situazione. Lui mi guarda, io reggo il suo sguardo ma sudo freddo. Poi tira fuori un elenco del telefono e inizia a sfogliarlo. Alla pagina che sceglie riesco chiaramente a leggere la scritta VISA. Non ci credevo. Stavano chiamando la VISA! Per fortuna la telefonata non ha portato risultati concreti, ma io non ho capito cosa si siano detti. Mi ha chiesto se potevo pagare in cash, ma io le ho spiegato che visto che per gennaio avevo superato il massimale non potevo rischiare di spendere contanti. Accanto a me tutto l ufficio si struggeva per il mio problema. Mi sentivo un verme, li avevo praticamente truffati. E diro di piu: per uscire da quella situazione ho fatto di peggio. Li ho rassicurati dicendo che avrei controllato con la mia banca e gli ho anche detto che sarei passato di nuovo da loro ai primi di febbraio per prenotare di nuovo e pagando in contanti, visto che febbraio sarebbe stato un mese nuovo e avrebbe quindi azzerato il mio massimale. Un esplosione di gioia ha accolto questa notizia. “Ma sei sicuro?”. Si, si tranquilli. Allora ci vediamo a febbraio, eh. Sayonara, arigato, domo arigato, sayonara.

Uscendo in maniera cosi meschina lungo la strada non avevo pero ancora risolto il mio problema. Avevo deciso di volerlo risolverlo oggi, quindi sono venuto qui, in questo internet cafe e l ho risolto. Dopo un infinita di ricerche ho scoperto che Jetstar effettua voli da Osaka a Taipei, Taiwan, che nella mia fantasia e un posto pieno di mini fabbrichette dove i bambini cuciono scarpe e palloni della Nike. Questo Paese non richiede un visto di ingresso, basta semplicemente presentare un biglietto di uscita dal Paese per poter restare 30 giorni. La Tigerairways, quella cara, dolce, picola compagnia low cost, tocca Taipei, e per la modica cifra di 130 euro ti porta a Singapore, il luogo dove ogni sua rotta ha inizio. Morale della favola? Per lasciare il Giappone adesso spendo solo 300 euro, visito un posto nuovo e mi sento piu italiano che mai!