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Archive for March, 2012

WiFi e Antartide

Perth, Australia, 17 mar 2012, ore 10:40, Britannia on William

Mancano appena due ore al mio turno di dodici ore al cinema. Non ne sono entusiasta, ma penso sempre allo stipendio. Se ho capito bene la prima paga mi dovrebbe arrivare giovedì 22. Vedremo se mi hanno raccontato balle o se pagano davvero così tanto.

Nel mentre inganno il tempo andando a caccia di una WiFi che funzioni. Ieri sera per la prima volta in due settimane sono riuscito a connettermi al servizio di internet gratuito della biblioteca. Ci provavo sin dal mio primo giorno e solo ieri ho avuto successo, forse a causa del basso traffico del venerdì sera. Bè, mentre collaudavo questa connessione, mi sono imbattuto in una notizia molto interessante: l’Australia rivendica per sé circa un quarto del continente antartico. Questa pretesa, di per sé, non significa nulla. Quello che conta è che l’Australia abbia delle basi laggiù, e che per queste basi abbia bisogno di parecchia mano d’opera, soprattutto cuochi, elettricisti ed idraulici.

Sul sito governativo dell’Australia Antartic Division è possibile compilare online la domanda per poter lavorare in Antartide. Mi sono chiesto: io sono eleggibile? Da quanto ho capito l’iscrizione è aperta a tutti coloro che risiedono in Australia e possono lavorare. Quindi anche io. Lunedì mattina presto andrò all’ufficio del dipartimento di Perth a chiedere più informazioni possibile. Da quanto ho capito le iscrizioni per il 2012 sono complete, ma cercano già per gli anni a venire. Non so se vale la richiesta con un Working Holiday o se ti facciano un visto speciale per questo tipo di lavoro. Magari ti vale direttamente per ottenere il secondo visto. Chi lo sa? Lunedì andrò e vedrò di scoprire qualcosa. Per il momento andiamo al cinema.


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Le botte in su e le botte in giù

Perth, Australia, 13 mar 2012, ore 23:50, Britannia on Williams

Giornata strana. E’ iniziata molto male e poi è esplosa.

Da qualche giorno sto lavorando come proiezionista in un cinema del centro. Non è ufficiale al cento per cento, ma direi di avere avuto il posto. Stamattina ero al lavoro e stavo coprendo il turno al piano. Caramelle, biglietti, pulire le sale dopo il film, cose così. Non ero felice, non ero me, non sentivo la magia. Sarà che non conoscevo bene il lavoro e i miei colleghi non erano il massimo, sarà che il turno al piano non è il mio preferito, sarà tutto questo eppure mi sentivo parecchio giù. Poi all’improvviso suona il telefono, numero australiano. Rispondo ma mettono giù subito. Vado in bagno e richiamo. Ciao, sono Eugenio mi avete chiamato? Sì, ciao, vuoi venire a lavorare nel mio ristorante? Per una frazione di secondo ci ho pensato. E’ una cosa positiva? Lo faccio? Nuovo capo, nuove mansioni, nuovi colleghi…. Lo faccio? Gli ho risposto di sì, ho riagganciato e mi sono messo a considerare a modo la cosa tra una scatola di pop corn media e una Pepsi. Subito pensavo di voler fare troppe cose: due lavori, due orari, due mondi. Non sono tanti? Poi mi sono detto che in fondo avevo solo da guadagnarci, oltretutto che al cinema non ho ancora firmato nulla. Ne ho parlato anche con Umberto e persino lui mi ha detto di provare. “Se rimani a piedi con uno, hai sempre l’altro”. Saggio.

Mentre percorrevo i cento metri che mi separavano dalla fermata del treno di Mosman Park al ristornte mi è venuta in mente un’altra cosa. Ho pensato all’aspetto psicologico della faccenda. Se tutto fosse andato bene, allora mi sarei sentito alla grande, un vincente, uno che si mette in gioco e che ce la fa. Ma se fosse andato male? Se mi avessero detto: “No, guarda, non ci siamo. Sei un coglione, vattene!”, dopo che cosa avrei fatto? Certo mi sarei sentito inutile e magari avrei aumentato quel senso di tristezza che provavo a lavorare al cinema, forte del fatto che avrei dovuto tenermelo ben stretto quel lavoro, perchè non riuscivo a trovarne un altro. E poi….. E poi quei cento metri sono finiti, sono entrato e mi sono presentato.

Da lì in avanti è stato un inferno. Un sacco da fare, un sacco di nozioni nuove, un sacco di ricette, di piatti, di composizioni, di tutto. Piatto fondo, piatto pari, basilico, menta, prezzemolo. E’ stata dura, nulla da dire. Ad un certo punto ho per sbaglio guardato l’orologio. Quello segnava le otto, le otto soltanto. Pensavo che non avrei retto. Poi sono arrivate le nove e lo chef mi ha chiamato. Mi ha chiesto quanto tempo pensavo di rimanere a Perth. Gli ho detto che non lo sapevo, che dipendeva da un sacco di cose. Lui mi ha detto: “Saremmo fortunati se riuscissimo ad averti qui sei mesi!”. Quello è stato un gran momento. Non ho vinto una coppa del mondo e non ho scoperto la cura per il cancro, però mi sono sentito proprio un figo, come se nulla potesse fermarmi, come se potessi fare tutto. Gli ho quindi spiegato la faccenda dell’altro lavoro e lui mi ha detto che se gli do i turni del cinema per tempo, allora lui mi fa gli orari su misura. Tutto per di tenermi. Non so se sarà davvero così, però è una gran cosa.

Tutto questo non per tirarmela o per adagiarmi sugli allori. Tutto ciò per dire come sono i su e giù della vita. Ognuno ne ha avuti e ognuno ne avrà, ma due così in un giorno fanno pensare. Mi ha fatto pensare quanto abbia fatto la differenza tutto l’entusiasmo che quello chef mi ha dimostrato. Se fosse andata male adesso non starei certo scrivendo, però sono sceso in campo, ho giocato e ho vinto. Se avessi perso, e lo dico a posteriori, quindi non vale, comunque sarei uscito a testa alta solo per il fatto di aver giocato. Come disse qualcuno, il pubblico non fischia chi scende in campo, gioca la partita e perde. Il pubblico fischia quelli che se ne stanno negli spogliatoi. Ed è dannatamente vero.


Il treno è passato?

Perth, Australia, 9 mar 2012, ore 22:24, Britannia on Williams

Da quando sono arrivato in Australia e ho cominciato a scriverne su questo blog ho aggiunto nuove parole sensibili ai motori di ricerca. Alcune di queste sono Australia, vivere, trasferirsi. In poco più di una settimana ho riscontrato che le persone che leggono questo blog cercano su Google cose come Trasferirsi in Australia per sempre oppure vivere in Australia. Ma come si fa esattamente a mollare tutto e a rimanere qui per sempre? Ecco quello che ho capito io.

Tutti hanno la facoltà di chiedere al governo australiano un Working Holiday Visa, cioè un visto della durata di un anno, che permette a chi lo esibisce di lavorare in regola nel Paese. Da qui partono quasi tutti. Ma poi? Quelli che si innamorano di questo posto come fanno a far continuare il sogno? La cosa non è facile. Innanzitutto va detto che l’Australia è divisa in territori e che questi territori sono divisi in codici regionali, l’equivalente dei nostri codici di avviamento postale. Sul sito dell’immigrazione c’è un elenco di questi codici regionali che sono considerati speciali. Lo sono perché se si svolgono determinati lavori in queste determinate zone dell’Australia per almeno tre mesi su dodici, allora è possibile essere eleggibili per il secondo visto. Altrimenti è quasi impossibile. L’Australia emette questo permesso perché ha carenza soprattutto di braccianti. I lavori principali che permettono di estendere il visto sono il minatore, il contadino o il muratore. Facciamo un paio d’esempi. Se Paolo va a stare a Sydney per un anno e lavora in un negozio di scarpe per la durata del suo visto, sicuramente se ne tornerà a casa dopo dodici mesi. Se Matteo va a stare nei Northern Territories e raccoglie la frutta per tre mesi, allora molto probabilmente potrà rinnovare il suo Working Holiday Visa. Se si rinnova per il secondo anno e si lavora, comunque poi si ritorna a casa. A meno che non si dimostri al governo una determinata serie di cose elencata sul sito dell’immigrazione, questa è la vita dell’immigrato di oggi in Australia.

Quando ero piccolo e mi lasciavo sfuggire qualcosa, il mio papà mi diceva sempre “Hai perso il treno”. Il treno dell’Australia l’ho perso? Non lo so, per lo meno non ancora. Quello che so è che le file di persone davanti agli uffici di collocamento arrivano alla strada. Quello che so è che gli ostelli sono stracolmi e per alloggiare con continuità bisogna prenotare con settimane di preavviso. Quello che so è che il tizio che stava ieri alla reception mi ha detto che quest’anno c’è stato un boom di presenze del tutto inaspettato ed inusuale. Perché, gli ho chiesto. Tu perché sei qui? Per il lavoro. E’ la cosa che mi rispondono tutti. Il lavoro c’è, non si discute, ma a meno che non si riesca a provare una determinata esperienza in un determinato campo la concorrenza è spietata. Su gumtree.com.au, il sito di annunci più famoso d’Australia, c’è un annuncio ogni cinque minuti, a volte anche meno. Se lo si va ad aprire dopo quindici minuti, se il lavoro offerto è generico, si possono vedere anche quattromila visite ad annuncio. Quattromila visite in quindici minuti. Se il treno non è già partito, almeno qui a Perth, il controllore sta comunque dicendo di affrettarsi.

L’altro giorno sono stato a Freemantle, la cittadina portuale più vicina a Perth. Su moltissime insegne di negozi si può leggere un cognome italiano. Mi è stato detto che Freemantle è stata fondata proprio da colonie di italiani che sono andati a cercare fortuna lontano dalla patria in tempi di crisi. In tempi di crisi come questo. Devo confessare che mi sento un po’ immigrato. Mi sento dentro ad uno di quegli speciali di Rai Storia in cui si parla degli italiani nel mondo. La storia si ripete. Nei momenti bui la gente prende e va, scappa verso quei lidi che sembrano più floridi. non so se starò qui per sempre o se presto me ne tornerò a casa. Quello che so, anche se è poco e banale, è che qui si sta bene, che il governo è brillante ed onesto e che di opportunità ce ne sono a volontà. Aspettano solo di essere colte.


Filosofia d’inizio

Perth, Australia, 7 mar 2012, ore 12:09, Britannia on William

Sicuramente me lo aspettavo più semplice, ma si sa, io sono sempre ottimista. E’ il mio secondo giorno di reale ricerca di lavoro e ancora nulla all’orizzonte. Il fatto che io non abbia un vero e proprio lavoro alle spalle rallenta, ma non blocca. Ogni ora decine e decine di annunci di lavoro vengono pubblicati. Io li leggo e se credo che facciano per me, allora mando il curriculum. Però il telefono non suona. La casa per il momento è un sogno lontano. A parte i costi e la difficoltà nel reperire l’alloggio, la base di tutto è un lavoro dimostrabile per poterla pagare: niente lavoro, niente casa. Partendo dall’Italia mi aspettavo tutto un po’ più semplice, diciamo semplice come la parte burocratica: entri, compili un modulo e inizi a lavorare. Se sei un medico è così, se sei un lavoratore indefinito non è così. A detta di chi ci è già passato questa è la parte più difficile. E’ la parte in cui ti cominci a fare delle domande che non portano a nulla di buono. Ce la farò? E’ colpa mia? Sono un buono a nulla? Facevo meglio a restare a casa? Tutte queste domande sono un’enorme trappola per l’entusiasmo. Ti bloccano, ti fanno pensare che sia tutto inutile. Ti fanno sentire nostalgia di casa. L’Australia paga bene, ma l’Australia costa anche tanto. Se hai un lavoro stai alla grande, da re direbbe qualcuno, se non hai un lavoro devi solo pazientare. Io tutte le domande di cui sopra me le sto facendo. Soprattutto alla mattina, quando vedo che attorno a me tutti vanno al lavoro, mi sento un po’ inutile, ma comunque vado avanti. Però è normale, dicono, è da mettere in conto, è segno che ci tieni e che vuoi fare qualcosa della tua vita. “Dopo i momenti difficili giungono le soddisfazioni” diceva coach Taylor. Qualcuno azzarda e predice il futuro, prevede che nel momento in cui meno te lo aspetti arriverà una chiamata, ti offriranno un lavoro, lo accetterai e tutto andrà a posto. Prevedono. Speriamo.


Cinque buoni motivi per vivere a Perth

Perth, Australia, 3 mar 2012, ore 16:42, Western Australia State Library

Nonostante sia arrivato da poco in questa splendida città, voglio elencare i cinque più evidenti aspetti che mi hanno colpito e che mi porterebbero a pensare che sarebbe davvero stupido tornare a casa.

1 – Le file: è stata la primissima cosa che mi ha fatto dire “Wow!”. Qui tutti fanno la fila. Sempre. Al Mac c’è una fila principale dove tutti si mettono in coda, dopodiché mano a mano che i cassieri si liberano, ognuno ordina il suo pasto. Tutto ordinato, nessuno fa il furbo. Così è anche per l’autobus od in altri negozi. Se si va in banca ad aprire un conto corrente, invece, ecco che arriva una signora gentile e sorridente che ti dà il benvenuto, sente che cosa devi fare, segna il tuo nome e la tua necessità su una lista, ti dice di accomodarti e poi ti viene a chiamare quando è il tuo turno. Il tutto per quattro dollari al mese. Fantastico. Perché gli inglesi non colonizzano un po’ anche l’Italia?

2 – I gatti: no, non gli animali. Gli autobus. Il centro di Perth, la zona più vissuta da tutti, è servita dalla CAT, Central Area Transit, una rete di autobus che passa per ogni fermata ogni otto minuti. Non sono precisi come in Giappone, ma il fatto è ampliamene ricompensato dalla cosa più straordinaria di tutte: questo servizio è gratuito. Già, i gatti, sono gratis. Tre linee che collegano West e East Perth e North e South Perth. Loro girano, ti raccolgono e ti portano dove vuoi andare lungo l’anello che forma il loro percorso senza chiederti nulla. Amore garantito.

3 – Il clima: a pochi giorni dall’inizio ufficiale dell’autunno Perth è divina. I suoi trenta gradi scarsi di sole splendente sono mitigati dolcemente da un vento costante, fresco, che intorno alla prima mattina è quasi freddo, se non si vuole indossare una felpa. Il sole è perenne e il cielo è di un azzurro talmente intenso che fa sembrare anche le nuvole più belle e più bianche. O forse lo sono?

4 – Il verde: non solo i parchi si trovano ad ogni dove, ma l’erba che li compone è decisamente in stile inglese: rasa, pulita e ordinata. Sembra quasi un gigantesco campo da golf. La cosa eccezionale è che quest’erba è fruibile da tutti. Ad ogni angolo, generalmente sotto ad un albero, si vedono persone sdraiate a prendere il sole, a leggere, a dormire oppure bambini che giocano a cricket o che rincorrono gli aquiloni. Anche di fronte ai musei o a questa biblioteca si trovano spazi verdi e sono quasi del tutto occupati. Il parco più grande di Perth, il Kings Park, è grande quasi quanto Perth. In questa parte dell’Australia poi non ci sono nemmeno i coccodrilli o i serpenti velenosi, quindi è davvero il massimo!

5 – Tutto va come deve andare: per quanto possa rivelarsi un affronto imperdonabile al signor Murphy, le cose stanno così! See ya, mates!


Telstra, Commonwealth e Hungry Jack’s

Perth, Australia, 3 mar 2012, 11:06, Hungry Jack’s

Se è vero che “chi ha tempo, non aspetti tempo” oggi sono partito alla grande. Innanzitutto possiedo un telefono australiano, o meglio, il mio iPhone adesso ha una scheda australiana, una scheda Telsra. Questa compagnia mi fornisce un piano tariffario per il quale per trenta dollari australiani ho un credito di duecentocinquanta dollari, quattrocento mb di traffico internet e chiamate e messaggi gratis verso tutti i numeri australiani dalle sei di sera alle sei di mattina. Un ottimo affare. Appena uscito dal negozio di telefonia sono entrato in banca e ho aperto un conto. La Commonwealth Bank fornisce un conto privo di commissioni per quattro dollari al mese. Se sul conto sono presenti più di duemila dollari, allora le spese si azzerano. Tra cinque giorni lavorativi dovrebbe arrivarmi una lettera con dentro il bancomat/carta di credito. Ho dato l’indirizzo dell’ostello e nessuno ha battuto ciglio, sia per il fatto che io viva in un ostello, sia per il fatto che non ho depositato nemmeno un dollaro sul conto. Volevo fare anche il TFL, il Tax File Number, un numero che ha a che fare con le tasse, anche se non ho capito ancora bene in che modo. Ho cercato l’ufficio che mi avevano detto, ma o era chiuso il sabato o io non l’ho trovato. Ci andrò martedì, perché qui lunedì è festa e tutto è chiuso a parte i centri commerciali. Ho anche comprato il giornale, perché al sabato sono presenti gli annunci di lavoro e le case e tante altre cose. Il sabato il quotidiano pesa un chilo ed è pieno di opuscoli e quant’altro. Adesso me lo sto leggendo al Hungry Jack’s, una catena di fast food che ho visto solo qui: hamburger cotti alla griglia e pancetta quasi vera. Il massimo!


A come Australia, P come Perth

Perth, Australia, 2 mar 2012, 18:44, Mac Donald’s

L’ultima ora sull’aereo stavo impazzendo. Speravo quasi di precipitare pur di potere uscire da quella scatola infernale. Come se avesse sentito, l’autista ha cominciato a fare alcuni dei peggiori sali-scendi che abbia mai provato su un aereo. Poi è arrivata lei. Già dall’alto si capiva che era un’altra faccenda. Decollando da Milano la terra è divisa in piccoli quadratini, generalmente campi o cose del genere. Atterrando a Singapore la terra è completamente invasa dalle case; la città-stato non ha spezio per i campi. Arrivando in Australia quei quadratini fitti che si vedevano a Milano sono diventati dei poligoni enormi. “In Australia tutto è più grande” mi diceva Umberto, uno che l’Australia l’ha già conosciuta. Già dall’aereo si capiva che le sue parole nascondevano del vero.

Una volta atterrato e sbrigate le formalità burocratiche senza intoppi (incredibilmente il signor Murphy deve essersi distratto un attimo) corro nel bagno. Non per fare quello che tutti pensano, ma per cambiarmi; via i jeans e la giacca di pelle e benvenuti maglietta e calzoncini. Appena messo piede fuori dall’aeroporto si sente già una sensazione di positività filtrare dall’aria. Promette già bene. La temperatura è perfetta, un buon caldo, non afoso e costantemente ventilato. Si sente anche l’odore tipico che il vento acquisisce in prossimità del mare. Poi comincia Perth. Comincia come un programma di MTV: un sacco di villette ai margini della strada con i pick-up in cortile. Pimp-My-Ride che incontra la regina Elisabetta. Sì perché sarà che si guida a sinistra, oppure la qualità della parlata, oppure non so che cosa, ma si percepisce chiaramente l’elemento anglosassone. Poi le villette spariscono ed inizia la città vera e propria. Qui abbiamo Amsterdam, il suo ordine, la sua pulizia, la sua precisione deliziosamente nordica che incontra Los Angeles: le palme, il mare, il sole, il caldo, la sensazione di party sparsa nell’aria. Le persone sembrano tutte avere uno scopo, un ruolo, un personaggio da interpretare. Non ho ancora visto un barbone. Da grande fan della categoria volevo vedere se anche i barboni in Australia fossero più grandi: non ce ne sono. Il centro è un insieme di case coloniali, grattacieli e zone pedonali gremite di passanti, negozi, giovani, ristoranti e festival. E dietro a tutto questo il mare, la foce del fiume, i lungo-mare e le spiagge. Non vedo l’ora di cominciare a vivere in questa città. Davvero non so cosa poter chiedere di più. Forse è il primo caso in cui le aspettative che mi sono portato dietro da casa sono state superate. Un record, un miraggio. Oppure, qui, anche le aspettative devono essere più grandi.