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The Terminal parte II

Hong Kong, 17 feb 2011, giorno 37, ore 20:08, Aeroporto di Hong Kong

Sono di nuovo qui. No, non ho intenzione di prendere un altro aereo, per carità. E’ che i dollari non erano sufficienti sia per mangiare che per dormire, così ho optato per mangiare. Avrei potuto fare un altro prelievo, ma quando mi sono avvicinato al bancomat ho sentito una vocina che diceva “Non farlo. Pensa!”. Così ho deciso che per stanotte dormirò di nuovo qui. Come ho già detto i comfort non mi mancano e adesso come adesso sono seduto nel posto dell’altra volta, nella mia camera di due chilometri quadrati. Forse sono uno zingaro, ma che ci posso fare?

Oggi sono stato all’ambasciata a ritirare il visto. 470 dollari di Hong Kong per un visto di sei mesi doppoia entrata per la Cina. La doppia entrata mi farà comodo quando dovrò fare Nepal e ritorno. Per quello che riguarda il Tibet, invece, è ancora nebbia fitta. All’ambasciata mi hanno detto di rivolgermi ad una agenzia di viaggi organizzati. Sembra che sia davvero l’unico modo per accedere al tetto del mondo. L’idea non mi entusiasma. A parte che non ho idea di quanto mi possano chiedere, il pensiero di salire su un autobus con dei turisti che vogliono fare il giro guidato della regione è una cosa che non coincide coi miei sogni tibetani. Non c’è nulla di male, si intende, solo che non voglio essere della partita. Il mio tour organizzato perfetto sarebbe: ti portiamo là, tu giri per i fatti tuoi e poi ti ritorniamo a prendere. Non so se esiste questa formula ma mi informerò di certo. Sono a tal punto carico per questo spostamento che sto pensando di far slittare il mio soggiorno a Shanghai e Beijing. Non credo che sia il momento giusto per un’altra città. Credo di aver bisogno di soffrire lo sporco e il disagio delle non-città per poter riapprezzare una metropoli. Ho voglia di scalare monti e navigare fiumi, adesso, non di fare vasche in centro e visitare musei. Non è che non voglia andarci, solo che la prenderò un po’ larga. Domani mattina, comunque, ho un bus che mi porterà a Kaiping, un luogo famoso per i suoi Diaolou. Quello che sarà dopo, dipenderà da cose che al momento io non conosco ancora. E che non voglio conoscere.

Visto cinese sul mio passaporto


La foto

Hong Kong, 16 feb 2011, giorno 36, ore 23:30, ostello un altro

Ogni fotografo sogna di scattare foto future. Foto indimenticabili, di situazioni, di momenti o di posti. I fotografi sportivi magari sognano di scattare una foto come quella del gol che Rooney ha segnato nel derby qualche giorno fa, quelli naturalistici sognano forse di fotografare una qualche specie mai scoperta dalla scienza, i paparazzi poterbbero sognare di scattare una foto al Premier mentre con i ministri partecipa ad un orgia (gira voce che non sia così difficile). Insomma, ognuno ha le sue. Io avevo questa:

Bella vero? La prima volta che l’ho vista, saranno stati due anni fa, mi sono detto “se un giorno andrò ad Hong Kong, a costo di noleggiare un elicottero farò questa foto”. Nel momento in cui ho messo piede in questa città non vedevo l’ora di premere il pulsante. Oggi ho deciso di farla. Niente elicottero. Raggiungere il punto più alto di Hong Kong, il Victoria Peak, è piuttosto facile, basta prendere un tram. Per facilitare il compito del fotografo, in cima al monte hanno anche costruito una grande torre di osservazione, la Peak Tower. Da lì in cima la vista è spettacolare. Tutta la baia di Hong Kong e la sua skyline sotto agli occhi. Una cosa che capita davvero poche volte di vedere nella vita. Talmente bella che vi voglio mostrare la foto che ho fatto io:

Hong Kong Skyline from Peak Tower

Non è meravigliosa? E’ la stessa, giuro. Solo che in più c’è la nebbia. Non vedete in lontananza la baia, le navi e i grattacieli? No? Già, non si vedono. Ma ci sono! Ho provato anche a togliere la nebbia con Photoshop, ma non hanno ancora inventato il pennello togli nebbia. La guida lo diceva che il cielo a Hong Kong non era dei più limpidi, ma non credevo così. La situazione è a tal punto sempre la stessa che prima di salire sul tetto c’è un cartello fisso, scritto in dieci lingue, che dice “Nebbia”. E’ fisso, c’è sempre. Nei giorni limpidi, venti all’anno, ci attaccano con lo scotch il cartello sereno. Due anni di attesa per fare una foto che avrei potuto fare nele campagne di Gaggio in un qualunque giorno di novembre. Ma che ci volete fare. Di sicuro, però, questa è la foto panoramica più originale che sia mai stata fatta.


Londra o Hong Kong?

Hong Kong, 16 feb 2011, giorno 36, ore 13:12, marciapiede di fronte all’ambasciata cinese

Londra o Hong Kong? Se lo si dovesse intuire dal clima si farebbe molta fatica. Nonostante ci siano tra loro migliaia di chilometri e anche svariati paralleli, queste due città hanno molto in comune. Spesso piove, ancor più spesso c’è nuvoloso o la nebbia, c’è tanto smog e ancora più traffico e si viaggia per strada tenendo la sinistra. Per fortuna a togliere ogni dubbio ci sono insegne scritte in cinese ovunque. Anche in metro prima di salire si sente la voce che dice “Mind the gap”. Come Singapore, anche Hong Kong è stato un territorio posseduto dalla Gran Bretagna, anche se non fa parte del Commonwealth, e il suo passato da colonia britannica traspare non solo dal senso di marcia e dal nome delle vie (Queens road, Glochester road, Victory avenue e molte altre) ma anche dal numero di inglesi che si incontrano in giro, un aspetto che ho riscontrato anche a Singapore. Camminando per la strada o per la metro, ad un certo punto si può cogliere quell’inconfondibile accento inglese provenire dalla bocca di qualche turista. Il loro aspetto conferma entrambi i punti: sono inglesi e sono turisti. Forse, ho pensato, incoraggiati anche dalla somiglianza del clima, agli inglesi piace trascorrere le ferie scorrazzando per le vie delle ex colonie e i territori ancora in parte legati alla Gran Bretagna e alla loro Regina. Magari per controllare che tutto sia in ordine “sul continente” e oltremare. L’ultima somiglianza con Singapore su cui voglio soffermarmi è il denaro: è di plastica. Le banconote sono infatti stampate su un materiale che non è la filigrana come nella maggior parte del mondo, ma su un supporto di tipo plastico, molto più resistente all’usura e agli strappi. Il sigillo di garanzia è trasparente anziché essere argentato e cangiante. A Singapore ho trovato una sola banconota di carta, da 2 dollari, che ho conservato, mentre a Hong Kong sono ancora quelle di carta a farla da padrone. Direi un 80% carta contro un 20% plastica. Anche le monete sono strane, ma di metallo. Mentre in Giappone avevo gli Yen bucati al centro, qui c’è la moneta da 2 dollari che è di forma dodecaedrica coi lati arrotondati all’interno. E’ la quarta valuta che cambio nel giro di due settimane e visto che la maggior parte di queste si chiamano dollari devo dire che inizio a fare un po’ di confusione. Più che altro non ho più il senso del prezzo, di quanto costi e valga la roba. Problema: a Taipei un pacchetto di Marlboro costa 75 nuovi dollari di Taiwan, a Singapore costa 12,50 dollari di Singapore e a Hong Kong 30 dollari di Hong Kong. Il lettore determini quale di questi prezzi è una rapina a mano armata.


Voglio andare a vivere in campagna

Hong Kong, 15 feb 2011, giorno 35, ore 18:52, ostello

In principio era il caos. Hong Kong si è fermata al principio.

Forse sarà la pioggia, forse i grattacieli sporchi e il cui intonaco cade a pezzi, ma questa città mette tristezza. Una metropoli disordinata, caotica e sporca. Il traffico è pressante, le persone sono distaccate e ad ogni angolo arriva un indiano che ti chiede se vuoi comprare un Rolex. Un vero Rolex, non una copia. Almeno così dicono tutti. Non basta che tu gli grugnisca un “NO!” secco, senza guardarli nemmeno in faccia. Loro te lo chiedono comunque tre volte, giusto perchè vogliono essere davvero sicuri. Non me la immaginavo così, devo essere sincero. Ho pensato che magari sono io che sono un po’ stanco delle città in generale. Magari ho voglia di un po’ di campagna, di paesaggio rurale. A questo proposito domani andrò a chiedere il visto per la Cina. Se non ci saranno intoppi come spero, c’è caso che lasci la metropoli domani stesso. C’è un posto a nord che mi ispira parecchio, e prima di andare a Shanghai mi sa che mi faccio un giretto tra le campagne della Cina. Non mi piace parlare male delle città, quindi non pensate che Hong Kong sia una brutta città. A molti piace. Qualcuno la ama. Semplicemente adesso per me non è momento per Hong Kong. Poi stando qui mi viene solo voglia di comprare cose tecnologiche a prezzi stracciati e non credo che sia la cosa migliore da fare. E’ tanto che penso a questa cosa. Da un certo punto di vista converrebbe fare acquisti qui, i prezzi sono davvero i migliori del mondo. Ma poi? Avrei altre cose da mettere nello zaino, altre cose di cui occuparmi e preoccuparmi. Al punto in cui sono ora mi viene addirittura quasi voglia di buttare tutto e tenere solo quattro stracci. Funziona così, non sono il primo e non è la prima volta. La gente a casa tende a comprare, ad accumulare, ad accantonare oggetti. Quelli come me invece tendono a liberarsi del ciarpame. Quesrto serve? No. Via! Quando fai la valigia pensi di portare questo, quello e quell’altro. Perchè servono. Dopo più di un mese che ce li hai sulle spalle, però, li inizi a guardare in maniera diversa quegli oggetti, e ti poni delle domande. Prima erano cose che forse ti potevano servire. Adesso sono un peso di troppo. Sono giunto qusi al punto in cui ho persino la tentazione di buttare anche il pc e la macchian fotografica. Cartoline, penna e taccuino. Il resto è surplus. Non lo farò, non ancora, ma il mio sentimento nei loro confronti sta cambiando. Non li trovo più così indispensabili. E comunque tutto, se di una cosa solo sono assolutamente certo, è che non mi serve nessun Rolex.


The Terminal

Hong Kong, 14 feb 2011, giorno 34, ore 22:57, terminal A Hong Kong Airport

Hong Kong è…. non lo so ancora. Sono appena arrivato e non ho visto ancora nulla che mi possa dare un’idea di quello che mi aspetta. Nemmeno l’aereo mi ha aiutato. Arrivando dal mare si vede solo la città in lontananza. Nessun grattacielo, qualche luce intravista sull’acqua, nessun panorama mozzafiato. Adesso sono seduto sulla poltrona che sarà il mio letto per questa notte. Ho deciso di risparmiare, quindi dormirò qui, evitando di pagare una notte all’ostello che tra l’altro non possiedo perchè mi sono dimenticato di prenotarlo da Singapore. Era nella mia mente, ce l’avevo, ma poi chissà dov’è finito quel post it immaginario che diceva “Prenota l’ostello a Hong Kong”. Però così facendo ho scoperto che un aeroporto è un ottimo sostituto. Ho il bagno in comune come in ostello, ho internet gratis come in ostello, ho una presa dove ricaricare il pc come in ostello. Posso mangiare, andare per negozi, leggere e scrivere come se fossi in città. Posso anche dormire sulle panchine come se fossi su un letto. E’ un ostello! Solo che è gratis. I viaggiatori non mancano e nemmeno le informazioni. E’ super sicuro perchè la polizia armata di mitra non fa altro che girare per il terminal. Forse potrei evitare di prendere l’ostello sempre e tornare sempre qui a dormire. Se trovo anche una doccia in questa posto, giuro che lo faccio. Dopo sì che sarei come Tom Hanks.


Vagabondando per il sud est asiatico

Tokyo, 21 gen 2011, giorno 10, 22:21

Forse ho trovato una soluzione che stimola parecchio i miei sensi di viaggiatore.

Per cercare di risolvere i miei guai internazionali mi sono rivolto ad un consulente privato: una mia amica che vive a Shanghai. La signorina in questione, senza la quale probabilmente ora sarei disperato, mi ha detto che per aggirare la questione dei biglietti e dei visti la cosa migliore da fare è prendere un volo per Hong Kong. Questa metropoli, fino a non molto tempo fa possedimento britannico, oggi è una specie di porto franco da quanto ho capito, quindi non richiede un visto di entrata. Una volta arrivati lì si può chiedere però un visto turistico per la Cina della durata di tre mesi, multientrata, al prezzo di 50 euro. Bisogna solo pagarlo! Alla luce di questa notizia mi sono subito messo alla ricerca di un volo per Hong Kong. Il prezzo più basso che sono riuscito a strappare dalle varie compagnie asiatiche “low cost” è stato di circa 350/400 euro. Ancora un po’ troppo alto per me, considerando che con 500 sono arrivato fin qui dall’Ungheria. Così ho cercato dei percorsi alternativi. Uno di questi, il migliore, quello che proprio mi manda in disibilio, mi porta per la modica cifra di 27.000 Yen (circa 260 euro) da Tokyo a Kuala Lumpur, in Malesia. Informandomi su http://www.viaggiaresicuri.it ho scoperto che questo Paese non richiede visti turistici per permanenze inferiori ai 90 giorni. Stessa procedura vale per Singapore, e da questa città posso prendere un volo per Hong Kong a 130 euro con la TigerAirwais, la Ryanair del sud est asiatico. Quindi, in definitiva, la cifra da spendere per tornare sul continente è la più o meno la stessa, solo che col diretto vedrei molto meno mondo. Senza contare che una volta arrivati a Singapore, nel caso voglia darmi alla pazza gioia, la Tiger offre tariffe simili a quella sopra citata per varie destinazioni dell’area asiatica, tra cui Bali, Bangkok e Australia. Non ho ancora prenotato, ma credo proprio che opterò per questa scelta. Domani andrò di nuovo al Manga Kissa per chiedere se è possibile stampare la prenotazione, farò due conti sui tempi e se tutto andrà bene prenoterò. Che cos’è un Manga Kissa? E’ una specie di internet point, solo che in pratica è come camera tua. Compreso nel prezzo base c’è l’utilizzo del pc e internet in una stanza comune e le bevande sono offerte dalla casa. Se paghi un po’ di più puoi avere un cubicolo privato dove puoi fare tutto: tutto! Siccome la metropolitana di Tokyo chiude intorno a mezzanotte, se ti trovi dall’altra parte della città, hai perso il treno e vuoi tornare a casa, la corsa in taxy ti costa di più che passare la notte in uno di questi posti. Questo servizio infatti è molto utilizzato anche per dormire. Paghi, hai il tuo spazio privato, puoi mangiare, bere, giocare ai videogiochi, adare su internet ed espletare i tuoi bisogni corporali. Puoi fare tutto. Io ormai ci sono andato talmente tante volte che appena entro vanno a chiamare un commesso nel negozio di fianco perchè è l’unico che parla inglese. Chissà se anche a Singapore saranno così disponibili.