Just another WordPress.com site

Posts tagged “russia

Quel treno per Kiev

Treno Mosa – Kiev – Chisinau, 20 mag 2011, giorno 130

Di nuovo in treno, di nuovo in terza classe. Il treno sarebbe partito alle 19:37, ma era già sul binario alle 17:30. Il saluto a Mosca non è proprio caloroso. Non è che sia stato male, solo che non sono stato nemmeno al meglio. Al momento di lasciare San Pietroburgo ero un po’ malinconico; al momento di lasciare Mosca sono entusiasta per la prossima tappa: Kiev, Ucraina.

La hostess del mio vagone mi prende subito in simpatia. Mi dice, mentre controlla il biglietto, che ha una parente che in Italia fa la badante e poi si scusa per il suo scarso inglese. Se sapesse quello che ho dovuto fare per comprare il biglietto probabilmente non si sarebbe scusata. Il treno è come quell’altro, solo che ad ogni primo finestrino di ogni vagone c’è un cartello che dice “Moskva – Chisinau”. In effetti sul treno ci sono molti moldavi, lo si capisce dall’enorme quantità di cartoni che si portano dietro e dal colore dei passaporti. Il mio compagno di viaggio, quello che dorme sotto di me, è un signore anziano che viaggia solo e che sorride spesso. Ha una faccia che ispira subito simpatia, ma a causa della barriera linguistica non entriamo molto in confidenza. La hostess, invece, sembra mia madre. Mi ha portato i fogli per la dogana e mi ha spiegato come compilarli, mi ha chiesto del visto, mi ha detto che se avevo voglia di un tè o di un caffè di farglielo sapere. Io gli ho chiesto solo se si poteva fumare e dove e lei mi ha detto: “Vai lì, ma solo tu!”. Cara signora. Forte di questo privilegio mi gusto una Camel Light cinese mentre il paesaggio russo mi passa davanti all’ora del tramonto. C’è tanta acqua in questa regione, soprattutto paludi. Gli alberi e le case ricordano un po’ la Lettonia, solo che il territorio è disseminato di paludi. Chissà le zanzare a luglio! Ad una fermata del treno scendo per prendere un po’ d’aria (la temperatura all’interno del vagone è 100% estiva) e la mia nuova amica mi chiede dove sono stato. Le racconto una sintesi del mio viaggio e la prima cosa che mi chiede è: “No scary?”, non hai paura? No, rispondo. E tu madre? Bè, lei più di me.

All’una e mezzo una poderosa mano mi sveglia e mi chiede: “Passport!”. La polizia di frontiera russa non si smentisce in fatto di buone maniere e meticolosità di controllo. Il mio passaporto viene passto ai raggi X e mi iniziano a fare un sacco di domande. Dove sei stato in Russia? Solo a San Pietroburgo, signore. E perchè sei sul treno da Mosca? Solo transito, signore! Ancora una volta la hostess è venuta in mio aiuto. Si è avvicinata e ha fatto da tramite linguistico tra me e la guardia. Se tutte le hostess e gli steward fossero così, le compgnie aeree fallirebbero.

So cosa vi state chiedendo: sì ho mentito alla guardia. Il fatto è questo: in Russia, ad ogni città che visiti, ti devi registrare. Questo significa che prendono il tuo passaporto, ti fanno un foglio che certifica dove sei stato e per quanto e poi te lo rilasciano. Naturalmente bisogna pagare. A San Pietroburgo Irina mi ha detto che per aggirare questa tassa, lei avrebbe potuto registrarmi per tutta la durata del visto a san Pietroburgo. L’unica cosa che dovevo fare era, se alla dognana mi chiedevano dove ero stato, dire che ero stato solo a san Pietroburgo e che partivo da Mosca ma ero solo in transito. Io avevo accettato e la cosa è andata a buon fine. Italia e Russia, in fatto di scappatoie, sono davvero simili.

Le guardie ucraine non sono state più gentili, ma il controllo si è sbrigato in fretta e adesso il treno sta correndo verso Kiev. Niente più controlli, niente fermate intermedie. La notte ucraina copre il paesaggio e dai finestrini non si vede nulla. Mi riaddormento: prossima fermata Kiev.


Uscire dalla Russia è tanto complicato quanto entrarci

Mosca, Russia, 17 mag 2011, giorno 127, 18:14, Piazza Rossa

Piove. Una giornata uggiosa a Mosca non è certo un fenomeno che mette allegria. Camminare è sconsigliato, a meno che non si desideri essere inzuppati dalla testa in giù. L’ombrello non fa parte del mio corredo da viaggiatore e il piumino cinese ha qualche lacuna, anche se devo dire che è il prodotto cinese più longevo che abbia mai acquistato. In questa giornata che mette tristezza ho preso informazioni su come uscire dalla Russia. Non è stato facile. I moscoviti, e soprattutto i moscoviti che lavorano nelle biglietterie, hanno zero conoscenza dell’inglese e ancora meno pazienza. Il più delle volte, una volta capito che la conversazione è a senso unico, ti guardano con disprezzo ed esasperazione e passano a quello dopo di te. Devo dire che se non sapessi nemmeno leggere la loro lingua sarei come in Cina, forse peggio. La metropolitana di Mosca è praticamente priva di informazioni visive. Niente colori delle linee, poche cartine, a volte persino le frecce sono sostituite dalle parole. Tutto è scritto, nulla è disegnato. Per ogni stazione c’è una scritta sola con il nome della stazione e quella scritta è sempre in cirillico. Se non sapessi leggere sarei fregato completamente. L’ufficio informazioni turistico non c’è, almeno non dove dovrebbe essere secondo Google e la Lonely Planet. La cartina me l’ha regalata dal nulla un biellorusso che ho incontrato per caso. Mosca non è una città facile, non ti da un caldo benvenuto e non pensa minimamente a te o alle tue esigenze. E’ rude, fredda e grigia, soprattutto quando piove. Per tutti coloro che si sono chiesti se sia meglio Mosca o San Pietroburgo la risposta è semplicissima: clamorosamente San Pietroburgo. Almeno secondo me.

Ma torniamo a noi, ai biglietti, alla mia via d’uscita. A San Pietroburgo tutti i miei problemi erano risolti da Irina e da Roman, i gestori dell’ostello Apple Hostel Italy (Italy perchè si trova in Italianskaya Ula o qualcosa del genere). Gentili e disponibili mi aiutavano con tutte le prenotazioni e a ricercare i prezzi che non riuscivo a trovare: praticamente tutti. Il sito delle ferrovie russe è in russo e in inglese, solo che nella versione inglese non hai i prezzi e non pui prenotare. Ti dice solo se c’è il treno. Ai russi piace questa cosa, favorire il compatriota e non lo straniero. Si riscontra spesso. Anche per i teatri o per i musei: il russo paga meno, lo straniero di più. Nei musei i titoli delle opere sono bilingue (non sempre), ma le didascalie solo in russo. Decisamente è meglio sapere un po’ di lingua per venire in Russia, almeno leggerla. Dopo aver raccolto informazioni autonomamente fra internet e altri viaggiatori sono giunto a credere che il modo migliore per lasciare la Russia sia un treno o per Berlino o per Kiev. Ci ho messo tipo mezz’ora per chiedere alla bigliettaia le informazioni sul treno per Berlino. Ero da solo, non c’era nessuno dopo di me, avevo trovato uno di quegli orari morti, quindi è stata obbligata ad ascoltarmi. Un po’ di russo, poco, e molta mimica, ha capito cosa cercavo. Il treno per Berlino parte alle 23:44 dalla stazione di Belorusskaya e arriva a Berlino il giorno dopo circa alla stessa ora. Il biglietto costa 170 Euro circa e per attraversare la Biellorussia ci vuole un visto di transito che può essere fatto a bordo del treno. Di quest’ultima informazione non mi fido molto, credo anzi che la bigliettaia mi abbia detto “Da, da, da” solo per levarmi di torno. Il problema è che a Berlino non c’è poi il collegamento in bus con Bologna. Dovrei andare ad Hanover o a Francoforte e poi da lì a Bologna e tutto questo giro comporta una grossa spesa. Per Kiev, invece, il treno parte dalla stazione di Kievskaya (sì Mosca ha una stazione più o meno per ogni punto cardinale e ognuna reca il nome della città dell’ex Unione Sovietica che è in linea per quel punto. Quella di S. Pietroburgo si chiama Leningradskaya) ogni giorno e il biglietto costa circa 40 Euro. Una volta a Kiev non ho intenzione di prendere l’ifinito bus per Bologna, quindi dovrei cercare un tappa intermedia, tipo Vienna, Varsavia o Cracovia. Anche volendo, non si può fare prima. L’aereo è fuori discussione. Nemmeno se fosse gratis. Entrare o uscire, con la Russia niente è facile.


Terza classe

Treno San Pietroburgo – Mosca, Russia, 16 mag 2011, giorno 126, ore 01:17

I treni russi hanno tre classi. La prima classe è senza dubbio quella più decorosa. Due letti per scomparto e un materasso che anche i più pignoli sarebbero costretti a ritenere tale. Si trovano i passeggeri più schizzinosi, gli elegantoni della strada ferrata. La seconda è gia meno pregiata, quattro letti per scomparto e i materassi si assottigliano. Si trovano le famigliole, i pendolari con le valigie di cuoio e quelli che nel secolo scorso sarebbero stati definiti i commessi viaggiatori. La terza classe è la mia. E’ la classe del popolo senza ombra di dubbi. Backpackers, russi del volgo e birre abbondano tra i sei letti per scompartimento di due metri per due. E’ la classe fatta da gente in mutande, piedi nudi e sudici, chiacchiere ad alto volume (complice anche l’alcol) e calze bucate. I materassi sono in pratica dei teli molto spessi e quelli alti faticano a trovare la posizione per dormire. E’ una classe che sa di copechi, non di rubli e certo non di euro. Decisamente è la mia classe. Il biglietto russo non è tanto chiaro. Lingua a parte, non riuscivo proprio a capire quale fosse il numero del posto. Ho chiesto aiuto e mi hanno indicato un sedile. “No. Error. Bed”. La tipa mi ha guardato come si guarda uno scemo, ha ribaltato il tavolino che stava tra i due sedili e mi ha detto: “Bed”. E’ sempre bello imparare cose nuove.

Nei treni russi come in quelli cinesi c’è il distributore di acqua calda, solo che qui c’è anche quello di acqua da bere, a temperatura ambiente, quando funziona. Vantaggio Russia. Come già visto, i vagoni sono riscaldati autonomamente da una caldaia indipendente a legna o a carbone, e anche se è primavera e il riscaldamento è spento, l’odore di fuoco, di fumo e di freddo passato ancora permea l’aria dei vagoni. E’ molto pittoresco. Anche i colori sono quelli del passato. Verde oliva, amaranto, finto oro. Tessuti una volta nuovi adesso sono i testimoni dello sfarzo, o non sfarzo, di un tempo. Una specie di souvenir del comunismo o forse dell’era zarista, chissà.

La stazione di San Pietroburgo a mezzanotte è molto diversa da come me l’ero immaginata. Pochi barboni, qualche ubriaco, tanti viaggiatori e un numero incredibile di poliziotti. Mi sarei aspettato qualcosa sul genere di Zagabria, invece sono stato piacevolmente sorpreso. I poliziotti, sebbene in forze, svolgono per lo più un lavoro di direzionaggio. Stazionano a tutti punti di entrata ed uscita e ti fermano se stai entrando o uscendo dalla parte sbagliata. Non so perchè ma in Russia ogni portone o è un’entrata o è un’uscita. Mai tutte e due le cose. Se per caso sbagli porta e vuoi tornare indietro, semplicemente non puoi. Spesso ti tocca fare un sacco di strada per tornare indietro. E’ la Russia, non c’è niente da fare. Prossima fermata: Mosca.


E’ fatta!

Helsinki, Finlandia, 9 mag 2011, giorno 119, ore 13:43, porto di Helsinki

Visto Russo

Questo adesivo, che adesso è ben attaccato sul mio passaporto, mi ha fatto penare per quasi quattro mesi. E’ da Zagabria che cerco di ottenerlo e sebbene in mezzo ci siano state tante altre mete, non ho mai smesso di volerlo. Finalmente è arrivato, a Helsinki, 83 Euro, visto e assicurazione sanitaria per un mese. Non ho perso nemmeno un secondo, sono andato al porto e ho comprato un biglietto per San Pietroburgo sulla nave Princess Maria, St. Peters Line, che lascia Helsinki alle 19:00 di oggi e mi sbarcherà sul suolo russo domani mattina alle 9:30 ora di San Pietroburgo. Ho anche già prenotato l’ostello per cinque giorni, la prenotazione è stata confermata e quindi sembra che se la nave non affonderà, dovrò solo godermi il soggiorno. Niente sbattimenti, ricerche, notti in aeroporto. No. Tutto prenotato, un letto ogni sera e una doccia al giorno garantita. Sono euforico, non vedo l’ora di arrivare.

Il viaggio si presenta bizzarro. Uno dei miei compagni di cabina è un vecchio che non passa inosservato. Dall’aspetto ricorda Hemingway, solo la versione russa, senza denti. Parla un inglese terrificante ma soprattutto sembra che gli manchino parecchi venerdì. Non sta mai zitto. Mai. A volte si incanta e inizia a sbiascicare frasi in russo con lo sguardo fisso a terra. Il suo più grande amore sono le calze, quelle di qualità. Appena entrato mi ha chiesto il coltello per tagliare il sottile filo che legava insieme il paio di calze che teneva in mano. Le ha stirate e toccate un po’ con le mani, la gioia negli occhi, e poi si è sfilato le All Star e se le è messe. Dice che in russia si trovano solo calze made in china, di seconda mano. Quelle buone si trovano solo in Finlandia. Eh sì, son problemi anche questi. Gli altri non li ho ancora visti, ma facendo un giro per la nave si vedono  quasi esclusivamente passeggeri russi.  Generalmente coppie di mezza età o famiglie. Gira voce che i primi di maggio siano festivi in Russia, quindi forse queste sono le conclusioni di molte vacanze. La nave è russa anch’essa, anche se nei negozi di bordo i prezzi sono in Euro.  Alla tv c’è l’hokey e non il calcio, i mondiali, e gli odori della nave, dal cibo alla gente, mi fanno già sentire un’aria diversa: l’aria della Russia. Mentre ero ancora a terra ho visto che al Mariinsky Theater di S Pietroburgo danno “Il lago dei cigni” questo sabato. Ho provato a comprare un biglietto online ma non ci sono riuscito. Dev’essere bello assistere ad uno spettacolo russo di questa portata con uno dei balletti migliori del mondo e all’interno del teatro più vecchio di tutta la Russia. Appena arrivato proverò a chiedere all’ostello come fare a reperire il biglietto, sperando che non costi una fortuna e sperando che mi facciano entrare nonostante il mio aspetto non sia certo quello di un cigno. La nave sta salpando. Vado a salutare Helsinki, poi andrò a vedere se il circo è già arrivato nella mia cabina.


Sulla strada

Helsinki, Finlandia, 26 apr 2011, giorno 106, ore 21:40, aeroporto di Helsinki

Non so bene da dove cominciare. Ieri ho dormito in ostello e credo che non lo farò mai più finchè sarò da queste parti. Sì, ho fatto la doccia e ho dormito in un letto, ma i 26 Euro che mi hanno chiesto non li riesco proprio a giustificare. Oltretutto non avevo nemmeno internet, poichè per accedere alla WiFi bisognare pagare altri 5 Euro. Vaarta Airport: internet free, bagni puliti e ottime panchine. Lo zaino lo lascio un po’ negli ostelli e un po’ nei depositi bagagli delle stazioni. Le mie finanze non stanno affatto bene, sono quasi al verde e i prezzi di questi Paesi non sono consoni alla situazione. Oggi ho consegnato il passaporto all’ambasciata russa. Il 6 maggio, salvo imprevisti, dovrei finalmente ottenere il visto russo alla modica cifra di 83 Euro compresa l’assicurazione sanitaria che è d’obbligo avere se si vuole ottenere il visto. Me lo merito, l’ho sudato troppo per non averlo sul passaporto. Fino a quel momento vivrò per la strada, non c’è soluzione. Per mangiare sono ospite fisso di McDonald’s: è il modo più economico per nutrirsi, anche più del supermercato. Eppure questa situazione non è male. Niente check-in o check-out, niente file, niente moduli da riempire, niente documenti. Libero. C’è un po’ di McCandless in tutto questo. Avevo voluto di più, speravo in maggiore libertà, ma i negozi che vendono attrezzature da campeggio hanno una strana concezione della parola “Offerta”, quindi mi accontenterò di quello che ho. Ho anche pensato di iniziare il buisness del riciclaggio. E’ una storia curiosa, ve la racconto.

Mi è capitato in un paio di occasioni di fare spesa al supermercato. Di solito tengo un conto mentale di quello che spendo, ma in entrambi i casi quel conto si è rivelato errato. Pochi centesimi, massimo un Euro, eppure non capivo. L’altro giorno stavo facendo spesa quando ho visto cinque barboni in fila ad una specie di distributore. Mi sono incuriosito e ho guardato quello che facevano. Tutti avevano delle sportine piene di plastica, vetro e lattine che infilavano dentro ad un buco col codice a barre rivolto verso l’alto. In quel preciso momento ho capito perchè tutti i barboni di Riga, Vilnius, Helsinki e Tallinn elemosinavano bottiglie. Anche nei viaggi passati, se un barbone mi vedeva con una bottiglietta quasi vuota mi chiedeva se gliela davo. Non ho mai capito perchè: fino a ieri. Perchè sono soldi! Se un barbone chiedesse degli spiccioli otterrebbe solo rifiuti, se invece chiede bottiglie vuote in molti casi ottiene ciò che vuole. La macchina in cui tutti infilano i rifiuti è in realtà un contatore. Alla fine del lavoro, dopo aver infilato dentro tutte le bottiglie e le lattine, la macchina eroga uno scontrino che i barboni cambiano alla cassa. Ho controllato sullo scontrino e tutto torna. Una bottiglietta d’acqua costa 1,75 Euro. Sullo scontrino viene scritto 1,55 acqua, più 0,20 bottiglia. E’ una cosa geniale. Tanto per cominciare, anche se non ho i dati reali, con questo sistema la città di Helsinki sono sicuro che ricicli almeno l’80% di vetro, plastica e lattine; inoltre i barboni non si mettono a fare l’elemosina, ma sostituiscono in parte i netturbini. E non guadagnano male. 20 cent per ogni bottiglia di plastica e 15 cent per ogni lattina. Per il vetro non lo so, ma credo più che con la plastica. E’ un bel buisness, per uno che non ha nulla, e a quanto ne so è diffuso in tutto il nord Europa, di sicuro in Finlandia, Estonia, Lettonia e Lituania. Anche in Cina, ora che ci penso, vedevo spesso vecchi e barboni che rovistavano nel pattume o che mi chiedevano la plastica. Credo che sia l’unico lavoro del mondo che è lecito fare in nero e senza fatturare. Sono totalmente a favore di questo sistema e se me la dovessi vedere proprio male potrei sempre provare. Scherzi a parte (forse) adesso devo attendere dieci giorni per i documenti. Col fatto che sono in Europa e posso circolare senza passaporto ma solo con la mia carta di identità avevo pensato di andare a Stoccolma. Non che mi aspetti che i prezzi siano più bassi, ma la nave per arrivarci è economica e magari trovo delle soluzioni più pratiche per dormire. Qui, anche se dormo in aeroporto, devo comunque pagare l’autobus che mi ci porta e il deposito bagagli. E’ come pagare un ostello senza avere l’ostello. Cercherò online i prezzi dei collegamenti interni di Stoccolma e se avrò fortuna domani comprerò il biglietto.

Rileggendo quello che ho scritto sembro un incrocio tra lo Scrooge di “A Christmas carroll” e zio Paperone. Non sono tirchio, non è una questione di denaro, è una questione di spazio, di percorso. Quando i soldi saranno finiti del tutto e non potrò nemmo più comprare da mangiare dovrò essere già dalle parti dell’Italia. E che fine farò io? Ho tante altre cose che vorrei fare, tanti altri posti che vorrei vedere. Se per poterli raggiungere dovrò dormire sulle panchine, allora così sia. Sono uno che si accontenta per la sistemazione, ma non si accontenta mai per quello che riguarda la strada, quella da percorrere, quella che è ancora da fare, quella che aspetta. Anche se guardandomi indietro mi rendo conto di averne percorsa tanta, non mi basta mai. Sono un tossico delle distanze, non so che fare. La lezione di Whitman l’ho imparata alla grande e credo che anche Kerouac sarebbe fiero di me. L’importante è andare: il modo di farlo si trova sempre.


La paura di volare

Urumqi, Cina, 22 apr 2011, giorno 102, ore 20:46, aeroporto

Questa è mondiale. Non so quale forza stia agendo contro di me, ma sta facendo un ottimo lavoro. Il volo doveva essere già partito, e invece sono ancora qui. Perchè? Vediamo.

Aeroporto, check in, controllo personale, controllo passaporto. Qui il primo intoppo. Non capivano perchè non avessi il visto russo e non sapevano dove fosse Helsinki. Finland, Europe. Non c’è stato verso. Hanno chiamato gente istruita, hanno discusso un po’ e poi mi hanno fatto il timbro. Io in mezzo a tutto questo cercavo di darmi un contegno, la sicurezza di chi sa di avere ragione; in realtà sudavo copioso. Ma sono passato. Duty free, breve attesa, imbarco, controllo biglietto, cintura allacciata. Era fatta, ero sull’aereo. Stavo pensando a come dev’essere precipitare quando lo speaker dell’aereo fa un annuncio, per fortuna bilingue: cinese e russo. I cinesi seri, i russi ridono. Poi tutti si alzano e prendono i bagagli. Che succede? Hanno saputo che a bordo c’ero io e hanno sospeso il volo? Io non capivo ma copiavo. Mi sono alzato, ho preso lo zaino e mi sono messo in fila. Poi vedo una hostess e chiedo spiegazioni. Che succede? Perchè scendiamo? Cambio, diceva quella, cambio. Sì ma perchè cambio. Poi una ragazza russa si avvicina e mi dice: “L’aereo è rotto. Bisogna cambiarlo”. Cosa? Cosa? Come rotto? Rotto? Ma non fanno manutenzione? In quel momento mi sono passati davanti tutti gli edifici, gli autobus, le strade, le camere e i muri della Cina, e le condizioni in cui versavano. Di certo i cinesi non sono i più forti sostenitori della manutenzione, ma credevo che per gli aerei ci fossero delle regole. Forse è così, ma al momento non ne sono più tanto sicuro. Già volare non è il mio forte, se si aggiunge anche questo fattore ecco che la sicurezza si dilegua e al suo posto compare la paranoia. Sono in paranoia: l’ultima sfiga che mi rimane da collezionare è precipitare con l’aereo. Almeno sotto c’è la terra, questo mi conforta. Sulla terra si trovano gli aeroporti, e non puoi scegliere luogo migliore per atterrare, anche in caso di emergenza.

Così adesso sono seduto davanti al nuovo gate, il volo è alle 22:30 e io mi crogiolo immaginando tutte le peggiori cose che potrebbero succedere sull’aereo. La mia scena apocalittica preferita è il contatto tra due aerei ad alta quota come si vede in Fight Club. Se dovesse succedere spero di morire di infarto sul colpo, secco, indolore. Ma potendo scegliere spero non succeda. Scriverei ci vediamo in Russia, ma non voglio fare provocazioni a forze oscure o al signor Murphy in persona. Ci vediamo quando ci vediamo.

P.S. Ah, ma poi: perchè ridevano i russi?


I cento giorni

Urumqi, Cina, 20 apr 2011, giorno 99, ore 19:39, ostello

Una via di uscita l’ho trovata, anche se non è decisamente la cosa che desideravo. Per tentare comunque tutto di visitare la Russia non mi resta che prendere un volo. Stoccolma e Helsinki sono le due mete migliori, come prezzo e posizione. Ho chiesto a casa di provare a contattare l’ambasciata russa a Roma per sapere se ho bisogno del visto di transito anche solo per quelle che sarebbero sedici ore di attesa a Mosca. Il volo per Helsinki, la mia prima scelta, comporta uno scalo di una notte nella capitale russa. Sedici ore di attesa e poi un altro volo per la capitale finlandese. Da lì poi proverei ad ottenere questo tanto sofferto documento per poi tornare in russia da uomo pseudo libero. E Tallin, idilliaca Vecchia Guardia, è comunque vicinissima. In caso tutto ciò non fosse possibile ci sarebbe un volo per Stoccolma. Nessuno scalo in territorio russo, andrei a Pechino per poi tornare in Europa e cimentarmi nella stessa impresa sopra citata. Comunque vada, credo di poter ufficialmente annunciare il termine della mia avventura asiatica. La Wellington-burocrazia ha vinto. Si torna in Europa, non c’è nulla da fare. Non ne sono entusiasta, non sono pronto. L’unico aspetto positivo è che una volta rientrato nei confini dell’Unione Europea, non avrò più nessun problema di transito. Russia a parte, naturalmente. Ho le mani legate. Tutto quello che potevo tentare l’ho tentato. Si torna verso casa, verso l’Italia, in una maniera che mai avrei creduto possibile. Ho fatto degli errori? Se sì, quali? Sicuramente qualcosa avrei potuto fare, ma al momento non saprei dire cosa. Certo le coincidenze contro di me sono state tante e ripetute, ma forse se avessi avuto più informazioni, più esperienza, magari tutto questo si sarebbe potuto almeno aggirare in qualche modo. Ma ormai è tardi. Con un po’ di tristezza e tante perplessità mi avvio verso la strada di casa. Entro 24 ore dovrei risolvere tutto, con l’aiuto da casa.  I tanti andrò dei miei progetti si sono trasformati oramai in avrei potuto andare. Lo sconforto domina. Mi preparo per la mia Sant’Elena sperando si trasformi in un’Elba. Una pausa triste prima dei gloriosi cento giorni. E i miei cento giorni di viaggio scadono domani.