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Il momento più cupo

Lhasa, Tibet, alt. 3500 m, 9 apr 2011, giorno 88, ore 17:40, ostello

Approfitto della tregua che mi concede adesso la febbre per provare a scrivere dei momenti più terribili che ho incontrato in questo viaggio. Credo che sia importante scriverne sia per me, sia per altri, nel caso qualcun altro si dovesse trovare nelle mie stesse condizioni.

Direi che occorra partire dal giorno prima della mia partenza per Lhasa, a Xining. Qui mi svegliai intorno all nove di mattina con una sensazione di prossima guarigione indicibile. Sentivo che ormai era fatta. Mi vestii di tutto punto e andai in centro in cerca di una banca. Stetti fuori due ore, era una cosa di cui avevo assolutamente bisogno, ma quando rientrai in ostello ero più morto che vivo. La febbre era risalita e io mi sentivo stanco e molto scoraggiato. Il fatto di credere di essere guarito per poi scoprire di non esserlo mi aveva tolto tanto, se non in termini di energie fisiche, di certo a livello psicologico. Restai a letto tutto il resto del giorno e anche quello dopo. Mi chiedevo sempre come avrei fatto a prendere il treno per il Tibet, mi chiedevo se fosse la scelta giusta. Col senno di poi, non è stata una delle migliori decisioni che abbia preso. Il fatto è che avevo paura a rinunciare poichè credevo che presto tutto sarebbe passato. E invece il peggio doveva ancora venire e io avrei rimpianto tantissimo il mio letto all’ostello di Xining. Lasciai l’ostello alle 18:30. Non stavo bene, ma nemmeno tanto male. Intenzionato a prendere un taxi per arrivare in stazione, scoprii che i taxi non ci vlevano andare. Tutti quelli che fermavo mi dicevano di no. Forse anche questo era un segno, come ne avrei poi incontrati tanti, eppure io, non volendo cedere, ne fermai un altro, saltai su, diedi 100 Youan all’autista e mi feci portare in stazione. Quello protestò un po’, ma i 100 Youan fecero l’effetto che speravo. Arrivato in stazione mi misi ad attendere il treno. Avevo qualche dubbio circa l’impresa in cui mi stavo cimentando, ma feci finta di non ascoltare la mia vocina interiore. Il treno ebbe un’ora di ritardo, e in quell’ora svariate cose mi passarono per la mente, ma alla fine salii e mi misi subito a letto. Da qui devo fare uno sforzo per ricordare tutto, poichè la febbre alta mi fece tanti brutti scherzi. Ricordo che a notte inoltrata ebbi bisogno del bagno. Mi alzai dal letto sentendomi la testa scoppiare e raggiunsi il bagno. Qui non ricordo ciò che accadde, se non che mi svegliai sdraiato per terra in bagno con la mano attaccata all’inferriata del finestrino. Provai a chiedere aiuto, ma nessuno rispose. Mi alzai a fatica e uscii nel corridoio ben deciso a ritornare a letto, ma qui svenni di nuovo. Mi occorsero svariati tentativi per ritornare a letto. Tutte le volte cercavo di chiedere aiuto, e tutte le volte non vi riuscii. Nessuno si accorse mai di me. Stavo molto male, la testa mi scoppiava, volevo sentire qualcuno vicino a me. Credevo seriamente che non ce l’avrei fatta, che sarei morto di febbre sul treno per Lhasa. Le lacrime mi bagnavano gli occhi, non saprei dire se per la constatazione della mia situazione o per via della febbre. Con grande sforzo raggiunsi letto e mi sdraiai. Nel delirio causatomi dalla febbre pensavo alla mia casa, alle persone che si sarebbero prese cura di me. Ricordo che ad un certo punto iniziai a sentire freddo. Fu una sensazione piacevolissima, la migliore che potessi mai provare. Ricordo che fui molto felice nel sentire quel freddo. Mi coprii e mi addormentai.

La mattina dopo la febbre non c’era più, almeno non così forte. Ero abbastanza lucido e questo non fu un bene. Dovetti sforzarmi come non mai per non ammattire di solitudine. Mi misi a parlare da solo, poi mi immaginai di parlare con qualcuno di mia conoscenza. Fu uno sforzo enorme. Ad ogni interruzione sentivo le lacrime salirmi al viso e allora ricominciavo a parlare da solo con qualcuno di immaginario. Mancavano una decina d’ore all’arrivo e i miei pensieri erano sempre più cupi. Questo viaggio in treno è stato sicuramente il momento più cupo e triste di tutto il mio viaggio. Non mi sono mai sentito tanto solo ed abbandonato e lontano da casa. Ricordo che quando la notte precedente pensavo che non ce l’avrei fatta, il mio pensiero andò subito agli affetti, alla Sylvie, alla famiglia, agli amici. Ore infauste che credo non dimenticherò mai finchè campo. Il resto del viaggio, come ho già detto, l’ho dedicato al non impazzire di solitudine, parlando da solo e giocando con il solitario dell’iPod. Volevo solo arrivare e mettermi a letto. Volevo guarire. Quella febbre non era normale. Ogni volta che prendevo l’antibiotico mi risaliva ed erano troppi giorni che la sua morsa mi attanagliava perchè potessi sentirmi tranquillo. Arrivammo a Lhasa alle 19:00. Mi vestii e mi misi lo zaino in spalla. Mi costò tanta fatica uscire dal treno e cercare la mia guida, ma nonostante la paura di svenire nuovamente, tutto andò bene. La mia guida era una ragazza molto gentile. Appena arrivato mi mise un nastro bianco attorno al collo e mi disse “Welcome to Tibet”. Poi si rese conto che qualcosa non andava. Le dissi che ero ammalato, che avevo la febbre. Lei mi chiese dove alloggiavo e mi aiutò in tutto e per tutto. Mi prese lo zaino, mi aiutò con il check in, mi accompagnò in camera e mi disse che sarebbe tornata l’indomani e che se non stavo ancora bene mi avrebbe chiamato un medico. Non avrò mai parole adatte a spiegare quanto amai quella ragazza.

L’indomani è oggi, e io non sono certo in forma come vorrei, eppure sento un certo miglioramento. La febbre credo che non ci sia più, anche se ho il terrore di ripetere l’esperienza sdi Xining dicendo questa cosa. Ho anche mangiato un po’ di riso scondito dopo quattro giorni in cui non ebbi mangiato nulla. Ho anche la diarrea, ma questo lo attribuisco ai farmaci. Il mio morale non è dei migliori. Lhasa è spettacolare, è una città magica, ed io sono costretto a letto. Questo mi provoca grande dispiacere, ma il pensiero di una ricaduta mi inibisce ad uscire. Se mi dovesse tornare la febbre, se dovessi tornare a stare così male come sul treno che mi ha condotto fin qui, tornerei a casa immediatamente. Fisicamente e psicologicamente non reggerei ad altri momenti del genere. Sarebbe troppo.

Per il momento quindi rimaniamo con un leggero miglioramento. Domani vedrò come mi sveglierò e poi valuterò il da farsi. Di andare in Nepal non se ne parla. Occorre una forma fisica smagliante per raggiungere Katmandu via terra ed io proprio non mi sento in grado. Tornerò quindi a Xian, credo, dove spero che il caldo serva a rimettermi in forze. Non occorre preoccuparsi: il peggio credo che sia passato, e questo peggio credo che sia stato il peggiore che abbia mai provato. Avrei evitato tutto questo molto volentieri, ma certe cose non si possono decidere. L’importante, adesso, è guarire. State tranquilli. Se non altro ho raggiunto il Tibet.

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Un po’ di numeri

Xi’an, Cina, 31 mar 2011, giorno 79, ore 17:09, ostello

Alle 22:30 ho il treno per Lanzhou. Nell’attesa ho fatto un po’ di conti. Ho rispolverato il mio taccuino e, tramite un sito che ho trovato per caso, ho calcolato quanta strada ho fatto finora.

Da quando sono partito da Bologna, secondo il programma del sito, ho percorso in totale 24.810 chilometri. Più della metà dell’ipotetica circonferenza dell’intero pianeta. Questi 24.810 km sono da suddividere: 16.892 in aereo, 6.884 in treno e 1033 in autobus. Tuttavia bisogna dire che il sito mi ha calcolato le distanze in linea d’aria, e non seguendo le strade o le rotaie. Inoltre non ho contato i piccoli spostamenti o le escursioni per motivi pratici. Per l’aereo non è un gran problema, il dato è attendibile, ma riguardo al treno e all’aereo ho seri dubbi in proposito. Non credo proprio che 6.884 km sia un dato accettabile, men che meno i soli 1033 km di autobus. Ho anche fatto una mappa approssimativa del mio percorso.

Mappa al 31 mar 2011Non è molto accurata, come d’altronde non lo sono i chilometri, però dà un’idea. Ho calcolato anche quanto mi è costato ogni singolo chilometro. Ponendo di avere speso 3300 Euro in 79 giorni di viaggio (anche questo dato non è affatto certo in quanto dovrei controllare gli estratti conto per esserne sicuro), ne risulta che ogni chilometro mi è costato 0,133 Euro. Direi di essere stato abbastanza bravo, contando che i chilometri dovrebbero essere molti di più. In quei 13 centesimi è compreso tutto: trasporti, cibo, dormire, visti e tutti gli extra. Ciò per dare un’idea generale di quanto può costare un viaggio del genere e, per paragone, di quanto occorra spendere per viaggiare come indipendenti.

Viaggiare da indipendenti che è impossibile in Tibet. Oggi sembra che finalmente si arrivata la risposta definitiva. La mia agente di Chengdu mi aveva fatto un prezzo troppo alto, quasi 500 Euro per 8 giorni di viaggio. A questa notizia, arrivatami in serata, ero molto abbattuto, ma non mi sono dato per vinto. Ho tirato fuori il mio taccuino e ho scritto email a quasi tutte le persone che ho incontrato in questo viaggio, chiedendo aiuto o informazioni riguardo alla mia prossima meta. Fortunatamente Theo mi ha risposto e mi ha dato la mail di un altro ostello di Chengdu che organizza viaggi in Tibet. Li ho contattati e questi mi hanno risposto quasi subito. Morale della favola, sarebbe un tour per tre persone, io e una coppia di non so dove, al prezzo di 300 Euro. Non è il massimo, ma rispetto ai 500 che mi avevano fatto supporre è una gran soluzione. Attendo le istruzioni per il pagamento e intanto mi avvicino al tetto del mondo. La prossima città, Lanzhou, sarà solo a 1600 m s.l.m., ma già a Xining, la seconda tappa, sarò a 2275 m s.l.m. Da lì andrò a Golmud, 2800 m s.l.m. e “soltanto” 800 m di differenza di altitudine da Lhasa. In questo modo non dovrei aver problemi di mal d’altitudine. Purtroppo non posso fare nulla riguardo alla burocrazia. Sono nelle mani di persone che non ho mai visto e che spero si rivelino oneste almeno la metà di quanto mi abbiano fatto supporre. In fin dei conti, a me basta arrivare. Una volta lì, tour o non tour, sono sicuro di riuscire ad arrangiarmi. La sorveglianza, però, è stratta, talmente stretta che una volta finito il periodo di soggiorno che hai concordato con l’agenzia di viaggi, o ti portano al confine Nepalese o ti fanno salire su un treno diretto in Cina. Non ti mollano un attimo. Queste sono le notizie che ho da qui. Una volta arrivato finalmente in Tibet,  mi renderò conto se siano cose serie o robe per turisti.


Niente Ovest rotta a Nord

Chengdu, Sichuan, 1 mar 2011, giorno 49, Dragon Town hostel

Una canzone di Mingardi recita: “Sono così sfigato che se mi casca l’uccello mi rimbalza nell culo”. Oh quanto mi sento quel personaggio. Il governo di Lhasa (credevo che fosse quello cinese il governo di Lhasa, ma a quanto pare non è così) ha chiuso le frontiere per un mese. E’ inspiegabile, ma è così. Questo significa due cose: la prima è che devo aspettare un mese per poter andare in Tibet, la seconda è che ad aprile, quanto i valichui riapriranno, Lhasa sarà invasa da turisti come una forma di cacio lasciata nella stazione di Ling Feng dai topi. E io odio i turisti. La prendo sul ridere però. Ormai isono talmente abituato alle delusioni da non farci più caso. Questo vorrà dire che mi dirigerò a nord, verso Xi’an, Beijing e la Mongolia. Ho ancora due settimane circa per poter stare in Cina prima che mi scada il visto. Il 17 marzo devo essere fuori dal Paese, e visto che non potrò uscire in Nepal, uscirò in Mongolia. Dopo l’equinozio di primavera tornerò a fare rotta verso Chengdu e se non dovessero esserci ulteriori complicazioni finalmente sarò in Tibet. Io e un alto milione di persone.

Chengdu, d’altra parte, si è rivelata la più bella città vista da me in Cina fino a questo momento. E’ moderna e ben tenuta, ha una piazza principale bellissima, una metropolitana e il traffico è abbastanza accettabile. Ed è in fremente espansione, come tutta la Cina d’altronde. In ogni angolo ci sono cantieri e scavi a cielo aperto. Grattacieli, biblioteche, centri di ricerca e centri di congressi spuntano come funghi. Sono contento di essere venuto in Cina in questo momento storico. Il Paese sta cambiando e il cambiamento è visibile nei suoi contrasti, dallo sporco e arretratezza delle campagne all’ultramodernità di alcune zone di alcune città, dai quartieri moderni a quelli vecchi delle stesse, dalle abitudini e dagli atteggiamenti dei vecchi a quelli dei giovani. Sono sicuro che tra dieci o venti anni molto di quello che vedo adesso in giro per le strade sarà sparito e sostituito da quello a cui anche io sono abituato. Alex, il ragazzo che ho incontrato a Yangshu, il quale era già stato in Cina quattro anni fa, mi ha detto che nell’arco di questo tempo lui ha potuto vedere molti cambiamenti, soprattutto un forte miglioramento della rete dei trasporti e nella pulizia delle città. Forse un giorno si parlerà di miracolo cinese, forse se ne sta già parlando. Se mi chiedessero di dare un nome al futuro, quel nome sarebbe di certo Cina. Aspettiamo fiduciosi il momento in cui il futuro sarà Cina VS USA. Se la storia non si sbaglia, e non si sbaglia mai, se tutto continua così un giorno quel giorno verrà. Due galli in un pollaio non ci stanno. Almeno questo è il mio parere.


Un uomo in barca

Yangshuò, Guangxi, 23 feb 2011, giorno 43, ore 16:05, ostello

Il fiume Li è quanto di meglio possa desiderare il viaggiatore. Le sue acque sono mansuete, docili, pulite. Guardando dall’impavesata dell’imbarcazione è possibile vedere il letto del fiume quasi in ogni momento. Non è molto trafficato, anche se una qualche barca di ronda lungo il fiume è sempre alla vista. Esso scorre tra le montagne del Guangxi e le attraversa in silenzio, accarezzandole ad una ad una. E’ un percorso idilliaco che appaga il desiderio del viaggiatore di vedere posti nuovi ed unici. La vita bucolica che lo accompagna lungo il suo corso è ricca di spunti: contadini, pescatori, venditori seduti sotto a capanne sulle sue rive, anatre ed uccelli in quantità. Ogni tango si incontrano un molo o un porticciuolo, usati dagli abitanti per introdursi nelle barche e scivolare lungo la corrente. C’è una gran pace, interrotta a sprazzi dal suono del motore che di tanto in tanto riporta la mente alla realtà. C’è anche la nebbia. Questa cosa sta diventando la mia rovina. Ieri, sulle terrazze di riso, tutto il panorama era saturo di nebbia al punto da non riuscire a vedere per più di due piani delle ingegnose costruzioni. Ho sperato tanto nel bel tempo per oggi, ma naturalmente non è servito. Sono abituato alla nebbia, a casa mia si vende per pochi centesimi il quintale, ma qui è un’altra faccenda. E’ una barriera che impedisce il pieno godimento dell’ambiente circostante ed è una disfatta per le fotografie. La macchian fotografica, giudice severo ed imparziale, si limita a raccogliere quello che gli si para dinnanzi, e se questo implica una parete di grigio informe che cela le vette e i panorami, lei lo coglie ugualmente. Non le interessa il risultato, le interessa mantenersi fedele al suo principio, e vi esorto su questo punto a non metterla alla prova. Io ci provo da tanto, ma inutilmente. Arrivato a Xingping ho scoperto un piccolo paese in riva al fiume. Non molto pittoresco ma, in compenso, molto pieno di fango. Nelle sue strade solo pochi punti possono vantare l’asfalto e il risultato è che in questa stagione l’intero paese sembra immerso nel fango. Il marroncino pallido è il colore che prevale. Non avendo a mia disposizione i mezzi per combattere tutta questa terra liquida e non avendo nemmeno vestiti e scarpe di ricambio per fare un tentativo, ho decisso di continuare fino a Yangshuò. Una gran decisione. Questo è il posto più bello che abbia visto finora in Cina. Case ordinate, strade lastricate di pietra, lanterne in ogni dove e una vivaace vita cittadina. Mi sarei aspettato di tutto fuorchè questo. Per una volta sono stato sorpreso in meglio. O forse no? Credo che sia giunto il momento di affrontare il tema con il quale ogni viaggiatore prima o poi deve fare i conti: il turismo. Il tursimo di massa per certi versi è una buona cosa: aiuta l’economia locale, rende i posti più predisposti all’accoglienza dei visitatori e rende il viaggio meno difficoltoso sotto gli aspetti della lingua e della ricerca di informazioni e strutture. Qui, per esempio, quasi tutti parlano inglese ed è pieno di ostelli ed alberghi. Però, questo turismo, è una lente che distorce. Questo luogo si presenterebbe così se non ci fosse stato l’intervento del turismo? Non credo proprio. Mi è capitato di vedere alcuni posti totalmente estranei al turismo e decisamente non erano così. La cosa peggiore, tuttavia, è quello che io chiamo l’intrattenimento forzato. Gli abitanti di un paese meta di turismo dicono ok, siamo turistici; ma perchè non diventarlo ancora di più? A questo punto vengono rispolverati antichi costumi, antichi riti e spettacoli dimenticati da secoli e spacciati per vero folklore locale. Si organizzano show, pullman e teatri appossitamente per intrattenere stranieri e trattenere i loro soldi. Li capisco gli autoctoni, nulla da dire, ma per me che lo vivo devo dire che preferirei evitarlo. Il problema è che diventa difficile distinguere il folklore genuino da quello forzato, perchè una volta messo in moto il meccaniosmo, tutto ha lo stesso sapore: una trappola per turisti. Si sono già sprecati milioni di parole su questo tema, quindi non mi dilungherò oltre. Soltanto vale la pena rifletterci sopra.

Mano a mano che mi avvicino all’ovest del Paese, non faccio che pensare al Tibet. Ormai sono arrivato al punto in cui ogni cosa che faccio è per esso. In ogni luogo chiedo informazioni per arrivarci, interpello agenzie e altri viaggiatori. Quando è così è meglio andare subito e togliersi il pensiero. Ho solo una tappa “obbligata” prima di lanciarmi verso la terra occupata: i monti del kung-fu del Wudan Shan. Sono proprio lungo la via (circa), lungo la strada ferrata che mi porterà a Chengdù, luogo che si presuppone essere la porta d’accesso per il Tibet. Non ho informazioni certe, solo frammentate, ma quasi tutte concordano nel dire che se voglio raggiungere Lhasa e l’Everest, quella è la città da raggiungere per prima. Nella speranza che il tempo migliori e che la mia macchina fotografica sia ben disposta, farò una cosa che erano settimane che non facevo: il bucato.