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L’Australia prende, l’Australia dà

Cygnet, TAS, 7 gen 2012, ore 17:48

Non pensavo che sarei mai andato in Tasmania in vita mia. Uno la sente nominare, sa che sta dall’altra parte del mondo, ma non pensa mai di andarci. Un ragazzo che ci è stato non sapeva nemmeno che fosse un’isola. Non sapeva nemmeno che fosse in Australia. Invece è cosi. Una piccola isola, ma abbastanza grande da essere classificata come stato autonomo, non un territorio. In aereo dista poco meno di un’ora da Melbourne. Ci si può andare anche in nave, volendo. Lo “Spirit of Tasmania”, l’unico traghetto che copre la tratta, ci mette una notte e sbarca a Devonport. Da lì, per raggiungere l’aereo arrivato quasi un giorno prima, la si attraversa in autobus e si giunge a Hobart, la capitale. Hobart, una capitale piccola e graziosa, situata sui dorsi delle colline che sormontano l’estuario del fiume Derwent, il quale, dopo aver serpeggiato tra colline coperte di frutta, si getta nel mare di fronte alla città, in uno dei porti naturali più belli d’Australia. Hobart ed i suoi ponti. Hobart e le sue mille casette. Una città priva di condomini o palazzoni. Solo case di legno ammassate alla rinfusa lungo dorsi scoscesi di dolci colline. Una delle città più semplici di cui abbia memoria. Un piccolo centro, un grande porto, mille barche a vela e tante persone gentili. Difficile non voler restare per un po’. Facile invaghirsene in breve tempo. Basta poco. Un giro in taxi, due albergatori squisiti ed un letto vero, pulito e morbido dopo tanto tempo. E un bagno in camera ovviamente. E’ tutto qua. Mentre ovunque, nel mondo, la notte più buia cela gatti o uccelli bizzarri, Hobart cela creature strane. A prima vista sembrano enormi gatti dal muso a punta. Accoccolati sui rami dei giardini si muovono silenziosi celati dalla notte e dal loro pelo nero. Solo gli occhi brillano al buio. Non fuggono davanti agli uomini, ma cantano, ed il loro canto ghiaccia il sangue nelle vene. Un brivido corre fugace lungo la spina dorsale, i denti si stringono, gli occhi si chiudono. I diavoli della Tasmania, chiamati così per un giusto motivo.

Al mio arrivo ad Hobart ho scoperto il fuoco selvaggio. Avevo chiamato per giorni in cerca di una sistemazione. Nulla da fare. Tutto occupato. Al mio arrivo in aeroporto non sapevo dove andare. Sapevo solo che la domenica sarei dovuto essere ad Huonville per la nuova farm. Due giorni da trascorrere ad Hobart per l’attrezzatura da campeggio e poi via, verso una sistemazione in tenda ed un lavoro ipotetico come raccoglitore di fragole. Era poco, ma era tutto quello che sapevo. Giunto all’aeroporto mi ha accolto un cielo rosa fuoco ed un sole coperto da nubi vaporose e leggere. Mai visto nulla di simile. Recuperato il bagaglio, ho chiamato tutti gli alberghi reperiti su una brochure trovata all’aeroporto. Niente. Poi l’ultimo numero ha dato tanto. Si, c’era un posto, ma ero fortunato. Tutto era pieno. Perché? Bushfires. Incendi. Il caldo aveva generato autocombustioni nei bush, i quali si erano propagati per chilometri tutto intorno alla città. Centinaia di sfollati con le case a rischio. Ostelli e alberghi tutti pieni. Ho avuto fortuna, ma ho poi pagato nei giorni seguenti. Reperita l’attrezzatura per la farm, la domenica ho preso il bus per Huonville. Non ero teso come quando ero sul treno per Bourke. Inspiegabilmente mi sentivo fiducioso. Eravamo i quattro e non più in due, e si sa, l’unione fa la forza. Pensavo che sarebbe andato tutto bene, che avremmo trovato un bel pratino dove piantare la tenda e che il lunedì avremmo iniziato a raccogliere fragole. Pura essenza di ottimismo. Arrivati alla stazione di Huonville abbiamo preso un taxi fino al Little Devil Backpackers. E qui, tutto e cambiato. La tassista, era una donna, prima di arrivare, ci aveva detto che il posto era scadente e che spesso il lavoro non c’era, ma noi insistemmo per andare. Avevamo pagato ed al telefono ci avevano assicurato un lavoro. Arrivati nel parcheggio e scesi dal taxi sembrava di essere in un altro universo. L’ostello era un insieme di baracche piene di gente e il pratino da me immaginato era in realtà una distesa di terra secca e sassi invasa da decine di tende montate alla rinfusa l’una sull’altra tende. Non c’era spazio nemmeno per una bicicletta. Sembrava una baraccopoli da terzo mondo e per nulla un ostello australiano. Il piccolo diavolo. Avevamo tutti già pagato per una settimana, 110 dollari a testa prelevati dalla nostra carta di credito al telefono. Nel resto dell’Australia un posto tenda costa dai 20 ai 40 dollari la settimana. Li costava 110, si dovevano aggiungere 7 dollari al giorno per il trasporto al lavoro e la doccia costava un dollaro. Dove diavolo eravamo capitati? Già scoraggiati per l’accoglienza, abbiamo chiesto ad alcuni ospiti dell’ostello quanto venissero pagati per le fragole per le fragole. 30 o 40 dollari al giorno. Nemmeno gli schiavi nell’800 prendevano cosi poco. Ci avevano fregati. Quello che inspiegabilmente andava bene per almeno duecento persone, non era assolutamente sufficiente a vivere. Non c’era nemmeno il padrone dell’ostello. Avevamo ricevuto istruzioni di arrangiarci. Quello che invece avevamo ottenuto era un giro a vuoto in Tasmania, soldi persi, nessuno spazio per dormire, nessuno a cui chiedere chiarimenti, nessun lavoro o un lavoro infattibile. Un cul de sac. Due italiani ci hanno attaccato bottone e ci hanno detto di scappare via subito. Quello era il posto peggiore del mondo. Sylvie mi ha guardato in faccia e mi ha detto: “E adesso che cazzo facciamo?”. Già che si poteva fare? La tassista ci aveva accennato ad una sistemazione alternativa e quindi decidemmo di chiamarla. Al telefono rispose che sarebbe stata lì in venti minuti e che ci avrebbe potuto dare una casa ed un’auto per girare tra le farm e chiedere lavoro. Tutto sistemato. Abbiamo raccontato agli italiani dell’ostello la nostra nuova possibilità ed uno di essi ci ha detto la cosa più saggia del mondo: “L’Australia dà, l’Australia prende!”. All’arrivo della tassista ricarichiamo la macchina, montiamo e le diciamo di portarci dove vuole. Lei però si rimangia la parola. La casa non era disponibile prima di due settimane e così la macchina. La fiera di Cygnet aveva prosciugato tutti i posti disponibili. Eravamo di nuovo fregati. L’Australia prende. Dopo un po’ di dialoghi confusi tra tutti noi, sempre la tassista ci dice che ci potremmo fermare lungo la via a chiedere ad una signora che ha un ostello e che trova lavori per i backpackers. L’Australia dà. Il lavoro può esserci, dice la signora, ma il posto per farci dormire è una baracca senza luce né acqua ed abitata da altri quattro francesi. Non avevamo scelta, così abbiamo accettato. La baracca si è rivelata essere decente, a parte per la mancanza dei più comuni servizi e della presenza di decine di esemplari di ragni  dal marchio rosso, ragni ultra temuti da tutti poiché un loro morso può uccidere. L’Australia ha tolto più di quel che a dato. Nel giro di nemmeno un’ora la nostra situazione è mutata innumerevoli volte. Si è stabilizzata su un livello molto basso, un livello paragonabile alle condizioni degli schiavi che coltivavano il cotone. Il lavoro non è duro come a Bourke. Le ciliegie sono molto più facili da raccogliere. Il problema è che veniamo pagati tutti 8 dollari lordi a cesto. Un cesto pesa otto chili quindi la paga si riduce ad un dollaro al chilo. Non solo. I cesti devono contenere solo frutta di prima qualità. Niente ciliegie ammaccate o marce o segnate. Solo frutta perfetta. E’ terribile. C’è gente che raccoglie nove cesti al giorno, quindi vuol dire che non arriva ad 80 dollari al giorno meno le tasse. E’ un lavoro ultra sottopagato. Chi abbiamo incontrato in giro ha detto che la Tasmania è bella da girare ma pessima per lavorare. E’ più povera rispetto al resto dell’Australia, quindi le paghe sono molto più basse mentre gli ostelli spennano chi cerca lavoro per i visti.

Io devo solo resistere per altri 30 giorni in un posto sito tra le colline del ‘800. Non avrei mai e poi mai voluto dirlo ma preferivo Bourke. Incredibile, ma vero. La farm mi sta uccidendo dentro. Qui veramente sono dall’altra parte della tv, sono il paragone per quelli che stanno meglio. Vorrei avere più tempo per cercare condizioni migliori, ma non ne ho. O resisto e mi guadagno il secondo visto oppure mollo e chiudo con l’Australia. Decine di persone mi hanno chiesto com’è l’Australia, se vale la pena venire fin qui. Io credevo di amarla tantissimo, ma in realtà quello che provo per lei va oltre tutto quello che si possa provare, perché quello che sto facendo adesso per restare un altro anno non lo farei per nessun altro motivo al mondo. Per nessuno e per niente. E’ infernale, disumano. Lavori durissimi pagati male e condizioni di vita al limite della sopportazione. Schiavi, siamo tutti schiavi. Immigrati che cercano di non pensare e fare quello che devono per un altro anno di paradiso, per un altro pezzo di cielo che, anche se per ognuno ha un nome di città diverso, per tutti si chiama Australia.

 

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La terra rossa

Darling Farm, Bourke, NSW, 23 ott 2012, giorno visto 2/88

Tra ieri e oggi il mio corpo ha subito uno stress incredibile. Non riesco quasi a muovere le gambe, le braccia sono pesantissime e la schiena mi fa male. Primi due giorni di farm, quella vera. Sveglia alle cinque e mezza, inizio lavoro alle sei e mezza e termine alle tre con mezz’ora di pausa pranzo. Le mie mansioni, fino ad ora, sono state strappare le erbacce a mano e zappare infiniti filari di cocomeri e meloni. E’ il lavoro più duro che abbia mai fatto in vita mia. Già lavorare in campagna è duro di suo, in più bisogna aggiungere all’equazione l’Australia. Il clima è torrido. Fino alle nove si sopporta bene, ma poi il sole si alza e se il vento non è fresco è come zappare in un gigantesco forno a cielo aperto. Mai una nuvola in cielo, il quale è azzurro come nei disegni. Purtroppo per proteggermi dal sole che ustiona sono costretto ad indossare abiti lunghi, quindi lavoro in felpa e tuta. Si possono quindi facilmente immaginare le mie condizioni nel primo pomeriggio. Il periodo di tempo che va dall’una alle tre è infinito. I minuti sembrano ore e la fatica fisica raggiunge il culmine. Lavoro in automatico, uno zombie nei campi coperto di terra rossa. La terra d’Australia è composta da polvere rossa. Questa polvere super fine penetra ovunque. Le scarpe sono rosse, gli abiti rossi, le lacrime e il muco rosso. E’ impossibile fermarla. Anche il pavimento del container ne è cosparso. Nelle foto è bellissima, ma lavorarci in mezzo è un’altra cosa. Però ci sono anche un sacco di aspetti felici. Judy, la supervisore, il mio capo diretto, è la donna più buona che abbia mai incontrato. E’ gentile, ti spiega sempre le cose tante volte e se lavori non al meglio, vinto dalla fatica, non ti rimprovera mai. Credo che sia un’aborigena, ma il colore della sua pelle potrebbe anche derivare dagli anni di lavoro nei campi, quindi non lo so di preciso. Anche negli orari è ultra flessibile. Ieri abbiamo smesso mezz’ora prima e oggi un’ora. Sempre otto ore segnate e via al riposo. Non so se lo faccia perché si rende conto che le nostre condizioni fisiche siano del tutto impreparate o se lo faccia perché anche in campagna la mentalità australiana del lavorare il meno possibile prevale, ma non mi importa. Quando si rientra è sempre una grande gioia, anche se fatico a salire in macchina per via dello stress muscolare. In Italia ho lavorato spesso in campagna, d’estate, a raccogliere la frutta, e non si sono mai sognati di regalarmi ore in questo modo. Mai. Rientrato nel container faccio la doccia e aspetto il giorno dopo cercando di non addormentarmi troppo presto. E’ forse il momento peggiore, dopo che ti sei un poco ripreso. Non si va da nessuna parte, non si parla con nessuno, non c’è nulla da fare se non aspettare. E’ una vita terribile. Non mi spiego come la si possa scegliere deliberatamente. E’ solo il secondo giorno e già non ne posso più. Spero solo che dalla settimana prossima il mio fisico si sia abituato. Mancano 86 giorni e desidero con tutto il cuore che passino in fretta, tipo quel paio d’ore di lavoro all’alba.


WiFi e Antartide

Perth, Australia, 17 mar 2012, ore 10:40, Britannia on William

Mancano appena due ore al mio turno di dodici ore al cinema. Non ne sono entusiasta, ma penso sempre allo stipendio. Se ho capito bene la prima paga mi dovrebbe arrivare giovedì 22. Vedremo se mi hanno raccontato balle o se pagano davvero così tanto.

Nel mentre inganno il tempo andando a caccia di una WiFi che funzioni. Ieri sera per la prima volta in due settimane sono riuscito a connettermi al servizio di internet gratuito della biblioteca. Ci provavo sin dal mio primo giorno e solo ieri ho avuto successo, forse a causa del basso traffico del venerdì sera. Bè, mentre collaudavo questa connessione, mi sono imbattuto in una notizia molto interessante: l’Australia rivendica per sé circa un quarto del continente antartico. Questa pretesa, di per sé, non significa nulla. Quello che conta è che l’Australia abbia delle basi laggiù, e che per queste basi abbia bisogno di parecchia mano d’opera, soprattutto cuochi, elettricisti ed idraulici.

Sul sito governativo dell’Australia Antartic Division è possibile compilare online la domanda per poter lavorare in Antartide. Mi sono chiesto: io sono eleggibile? Da quanto ho capito l’iscrizione è aperta a tutti coloro che risiedono in Australia e possono lavorare. Quindi anche io. Lunedì mattina presto andrò all’ufficio del dipartimento di Perth a chiedere più informazioni possibile. Da quanto ho capito le iscrizioni per il 2012 sono complete, ma cercano già per gli anni a venire. Non so se vale la richiesta con un Working Holiday o se ti facciano un visto speciale per questo tipo di lavoro. Magari ti vale direttamente per ottenere il secondo visto. Chi lo sa? Lunedì andrò e vedrò di scoprire qualcosa. Per il momento andiamo al cinema.



Filosofia d’inizio

Perth, Australia, 7 mar 2012, ore 12:09, Britannia on William

Sicuramente me lo aspettavo più semplice, ma si sa, io sono sempre ottimista. E’ il mio secondo giorno di reale ricerca di lavoro e ancora nulla all’orizzonte. Il fatto che io non abbia un vero e proprio lavoro alle spalle rallenta, ma non blocca. Ogni ora decine e decine di annunci di lavoro vengono pubblicati. Io li leggo e se credo che facciano per me, allora mando il curriculum. Però il telefono non suona. La casa per il momento è un sogno lontano. A parte i costi e la difficoltà nel reperire l’alloggio, la base di tutto è un lavoro dimostrabile per poterla pagare: niente lavoro, niente casa. Partendo dall’Italia mi aspettavo tutto un po’ più semplice, diciamo semplice come la parte burocratica: entri, compili un modulo e inizi a lavorare. Se sei un medico è così, se sei un lavoratore indefinito non è così. A detta di chi ci è già passato questa è la parte più difficile. E’ la parte in cui ti cominci a fare delle domande che non portano a nulla di buono. Ce la farò? E’ colpa mia? Sono un buono a nulla? Facevo meglio a restare a casa? Tutte queste domande sono un’enorme trappola per l’entusiasmo. Ti bloccano, ti fanno pensare che sia tutto inutile. Ti fanno sentire nostalgia di casa. L’Australia paga bene, ma l’Australia costa anche tanto. Se hai un lavoro stai alla grande, da re direbbe qualcuno, se non hai un lavoro devi solo pazientare. Io tutte le domande di cui sopra me le sto facendo. Soprattutto alla mattina, quando vedo che attorno a me tutti vanno al lavoro, mi sento un po’ inutile, ma comunque vado avanti. Però è normale, dicono, è da mettere in conto, è segno che ci tieni e che vuoi fare qualcosa della tua vita. “Dopo i momenti difficili giungono le soddisfazioni” diceva coach Taylor. Qualcuno azzarda e predice il futuro, prevede che nel momento in cui meno te lo aspetti arriverà una chiamata, ti offriranno un lavoro, lo accetterai e tutto andrà a posto. Prevedono. Speriamo.