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Ultimo probabile post dal Giappone

Osaka, 3 feb 2011, giorno 23, ore 13:17, Kensai Airport

Eccoci qua: l’aeroporto. Mi piace proprio un sacco essere un viaggiatore. Quando hai lo zainone in spalla la gente ti guarda diversamente. Alcuni hanno facce del tipo “Se non ti invidio”, “Pesa, eh?”, “Ma guarda stò barbone”, ma altri hanno facce diverse, le facce di chi sta pensando “Chissà dove va, da dove viene, dove sarà”, oppure “Quanto vorrei fare come lui”. Tutte queste facce si sentono addosso sui mezzi pubblici, alle fermate, camminando per la strada. Quando però si arriva all’aeroporto tutto cambia. Secondo me anche l’aria ha un odore diverso negli aeroporti. E’ tipo un misto di tante arie che ogni viaggiatore si porta con se. Mi piacciono gli aeroporti, perchè sono indiscutibilmente un simbolo del viaggiare. E mi piace essere all’aeroporto per conto mio. L’unica cosa che non mi piace degli aeroporti è prendere l’aereo. Vorrei poter dire che questo sarà il mio ultimo aereo, ma sarbbe una bugia enorme. Per uno che detesta volare lasciarsi alle spalle ogni Paese con un aereo è davvero il colmo, ma qui le compagnie aeree hanno veramente prezzi bassissimi. Si potrebbe arrivare in Australia da Singapore spendendo meno che ad andare da Modena a Milano in treno. E’ troppo conveniente, quindi credo che in futuro ne approfitterò.

Fine del Giappone. Un po’ dispiace, ma nemmeno più di tanto. Da quando ho parlato con quel tipo belga vedo tutto in maniera differente. Sicuramente è suggestione, ma da quando si è parlato di quel muro non faccio altro che vederlo dappertutto. Stamattina, venendo qui, ho provato una piccola dose di odio nei conbfronti dei giapponesi. Lo ammetto, è andata così. Non so, però certe volte sembrano tipo dei cavalli col paraocchi, dei robot. Una volta insegnata loro un procedura, loro la applicano senza mai interrogarsi sulla sua validità, senza effettuare eccezioni, senza usare il cervello. Ero seduto su un sedile pighevole sul treno e avevo lo zaino schiacciato sotto di esso. Il sedile aveva due posti e accanto a me si è seduta una donna di mezz’età. Mi ha ringraziato, sedendosi. Poco prima di arrivare alla fermata mi sono alzato in piedi e ho cominciato a prepararmi per scendere. Lo zaino non voleva uscire perchè era incastrato sotto al seggiolino e la vecchia mi guardava come un’ebete. Io la guardo come per dire “Bella, se alzi il culo io tiro via lo zaino”, ma quella continuava a guardarmi come un’ ebete. Io allora tiro con grande grinta, il sedile si alza, la vecchia sobbalza e io tiro via lo zaino. Bla bla di polemica sul modo di condurre la procedura. Fermatosi il treno sono sceso e mi sono fermato davnti alla porta. Ho pensato “Scommetto che adesso scende”. Infatti, dopo qualche istante, la vecchia si è alzata ed è scesa. Avrei voluto menarla. Forte. Anche in autobus è successa una cosa del genere. In Giappone il biglietto dell’autobus si paga alla fine, prima di scendere, alla macchinetta che sta di fianco all’autista. Ci volgiono i soldi contati, quindi accanto ad ogni macchinetta c’è un cambiamonete. Io avevo solo 1000 yen, quindi quando è stato il momento di scendere mi sono messo lo zaino in spalla e sono andato a cambviare. L’autista mi ha visto e ha cominciato a sclerare perchè bloccavo la fila. “Haina waina haina waina!!!!!”. E dove me lo metto? Pago e scendo. Stai calmo. Non so, però non credo che vorrei essere un giapponese. Vivono troppo dentro a una scatola. Se noi italiani siamo troppo da una parte, loro sono troppo da un’altra. Ci vorrebbe un equilibrio, una via di mezzo. La virtù sta nel mezzo, appunto. E’ vero che qui ho visto cose che credevo succedessero solo nei film e che il livello di onestà è tale per cui potevo permettermi di andare al bagno nei luoghi pubblici lasciando le mie cose sul tavolo, però è vero anche che questa è una cosa che salta subito agli occhi, mentre la loro “robotica” necessita di più tempo per essere notata. Il bilancio è sicuramente positivo, più che positivo, ma non siamo certo all’eccellenza. Quanto al chiedermi se vorrei vivere qui, bè forse a Tokyo. Non per sempre. Dopo un po’ la mia natura “umana” verrebbe fuori e o mi farei saltare in aria in ufficio per uccidere tutti i colleghi “robot” o mi caccerebbero loro per distubo della quiete lavorativa. Ma forse tutto questo è frutto di una conversazione particolare e di una mattinata ricca di coincidenze. Non lo so. Sta di fatto che adesso sono in aeroporto e domani è un altro giorno. Sayonara…

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La bellezza di una lettera

Kyoto, 2 feb 2011, giorno 22, ore 16:35, Kyoto Hostel

Un viaggio come questo regala certamente emozioni. Posti, genti, usanze, caratteri sono tutte cose fantastiche che si scoprono ogni giorno in mille forme diverse. Quello che però sto scoprendo del tutto inaspettatamente sono le lettere che mi arrivano ogni tanto. Così, all’improvviso, la letterina della mia posta elettronica brilla e c’è qualcuno che parla con me. A volte lo conosco, a volte no. Però dietro c’è sempre il desiderio di comunicare, di dire qualcosa, bella o brutta che sia. Una fila di parole mi giungono dall’altra parte del mondo e la giornata migliora in un attimo. Il potere delle parole. Non fatevi ingannare: parole e idee possono davvero cambiare il mondo. E anche le persone. Mi immagino i posti e i momenti in cui queste lettere vengono scritte. Magari dall’ufficio, o da una camera, prima di iniziare a lavorare o la sera quando si rientra. Non importa. Tutte le volte fanno piacere, così come mi fanno sperare che una volta letto un post, la gente non chiuda subito la porta dell’immaginazione, ma vada su un motore di ricerca per voli aerei low cost e viaggi con la fantasia verso un posto nel mondo in cui si desidera andatre. Una vacanza di cinque minuti. Forse qualcuno più coraggioso un giorno si lancerà e cliccherà sul pulsante “Prenota” e partirà, farà la sua esperienza e poi tornerà a casa. Se così sarà, mi piace pensare che un po’, in fondo, sia anche colpa mia.


La miglior sigaretta della mia vita

Kyoto, 1 feb 2011, giorno 21, ore 23:18, Ginku-Ju

La miglior sigaretta della mia vita l’ho fumata per caso. Finito di mangiare non avevo voglia di rientrare, così mi sono infilato l’iPod nelle orecchie e ho iniziato a camminare. Non sapevo dove stessi andando, vagavo a caso per le vie rese irriconoscibili dalla notte avanzata. Quasi per caso mi sono ritrovato in un punto che conoscevo, nei pressi di un tempio che avevo visitato tempo fa. Mentre salivo le vie che mi portavano laggiù, pensavo al ricordo che avevo di quelle vie. Durante il giorno erano piene di gente e di negozi, di ambulanti e di turisti. Adesso, di notte, tutto è deserto. Giravo come un gatto nero lungo i vicoli. Pche luci, nessuno in giro. E’ tutto mio. La pagoda che precede il tempio adesso fa paura. E’ tutta buia, ma anche assorta nelle tenebre mantiene una maestosità che col buio si tinge di minaccioso. Aumento il passo e cerco di non pensarci. Arrivato al tempio trovo una brutta sorpresa: alcuni lavori in corso impediscono la mia visita notturna. Non me la prendo, ritorno sui miei passi. Un poliziotto di fronte a una scalinata mi fa un inchino. Ricambio e vado avanti. Poi è arrivato il momento magico, quello che dà senso a tutto il viaggiare. La strada si è aperta di fronte a me e tutto intorno solo Kyoto. Luci su luci, milioni di stelle di una galassia terrestre che si estende fino al limitare delle colline. Sopra a tutto la Kyoto Tower, che sorge dalle luci, svettante come un razzo in partenza dal Kennedy Center, bianca come l’avorio della torre di Babele. Qui i muri non ci sono più, sono caduti. C’è solo il vento. Il vento, io e la città. Coi Pearl Jam nelle orecchie ho preso in mano il mio taccuino e mi sono sentito l’uomo più ricco del Giappone. Un imperatore per la durata di una sigaretta.


Cinema, sale giochi e Thailandia

Kyoto, 1 feb 2011, giorno 21, ore 00:49, letto

In un Paese che lavora non c’è certo tempo da perdere per attività che non riguardino questa sfera. Il passatempo preferito dai giapponesi non dev’essere il cinema. Il karaoke, il pachinko e le prostitute sì, il cinema no. Dico questo perchè qui l’ultimo spettacolo, il “late show”, inizia alle otto. Finito quello il cinema chiude e si va in branda. Contando che da dove vengo io i cinema aprono alle otto devo dire che sono rimasto un po’ stupito. Ero andato al cinema perchè mentre visitavo il museo dei manga mi sono imbattuto per caso in un fumetto dal titolo Gantz. Sempre per caso ho scoperto che al cinema era appena uscito il film tratto da questo fumetto, un’esclusiva giapponese. Non sapendo se ci sarebbe stata un’esportazione di questa pellicola, magari tradotta, avevo deciso di guardarmelo in giapponese e sperare di capirci qualcosa. Ma la laboriosità giapponese mi ha detto di no. Scoraggiato ma senza alcuna voglia di tornarmene in ostello ho deciso di andare in sala giochi. In Giappone, patria dei videogame, sono molto diffuse e sono enormi. La sala giochi media è distribuita su sette piani, ogni piano una sezione a tema, ogni sezione è grande come un casinò. Tutto contento della mia decisione decisi di provare uno sparatutto in 3D che riproponeva il tema del vecchio videogioco Metal Gear Solid. Inserisco 100 yen e inizio a giocare. Tutto è in giapponese. Ci ho provato per tipo un quarto d’ora a iniziare il gioco ma non c’è stato verso. L’unica cosa che sono riuscito ad ottenere è stato fare l’addestramento. Speravo di smacellare qualche gangster o terrosrista, invece mi sono ritrovato a fare 15 minuti di tiro al bersaglio con occhiali 3D e un fucile di plastica delle dimensioni di uno vero. Game Over. All’ultimo piano ho trovato anche le freccette. Mi sono messo a fissare un tipo che giocava (abitudine che devo perdere perchè in certi altri posti poi succedono brutte cose) e dopo un po’ lui si volta e mi chiede se voglio fare una partita. Non sono molto bravo con le freccette, anche se ultimamente ho fatto un po’ di allenamento. Accetto e iniziamo una partita a Cricket. Inizio io. Nel primo tiro ho fatto 1, 20 e triplo 20. Una gran botta di culo, devo ammetterlo, ma ero carico. Il tipo, in risposta, mi fa un triplo 20, un 18 e un 19. Mi ha fatto male e non ho la stoffa del campione, quindi dopo che lui ha chiuso tutto in tipo dieci turni, ho ringraziato e con la coda tra le gambe sono ritornato in ostello. Qui ho trovato un belga nella sala comune. Ci siamo messi a parlare un po’. Viaggiatore anche lui come me, è da un mese in Giappone e ha speso circa tremila euro. E’ uno che non sta tanto a guardare dove mette i soldi quando viaggia. Vuole stare bene. E’ riuscito a spendere 1000 euro per un mese anche in Thailandia, dove tipo per vivere bene ti bastano 10 euro al giorno. Come ha fatto? Semplice: albergo di lusso, massaggi ogni giorno e prostitute. Bè, così è decisamente facile. Abbiamo anche parlato delle nostre impressioni sul Giappone e sull’Asia. Lui che ne ha vista più di me (per ora) mi ha detto che dovunque vada sente una specie di muro, una barriera che gli abitanti dei vari Paesi da lui visitati mantengono nei confronti degli stranieri. Stranieri: in Giappone si dice Gaijin, ed è una brutta parola. Significa straniero cattivo, malvagio, di cui non ci si può fidare. Ma è l’unica parola che hanno.  In Thailandia si dice Farang, ma c’è anche una parola per dire straniero normale. Abbattere questo muro in Giappone secondo lui è impossibile, in Thailnadia ce la fai, soprattutto se ti metti a parlare la loro lingua. Se vedono che ti sbatti per imparare ad essere un po’ più come loro, allora ti rispettano. In Giappone no. Non so se siano notizie certe, sta di fatto che effettivamente di questo muro ne ho visto una parte anche io, tipo quando in metro il posto accanto al tuo è libero e nessuno si siede, o quando fermi qualcuno per la strada per chiedere informazioni e questi sussulta come se si fosse spaventato. Ok, questo muro c’è, ma la loro educazione gli impone di darlo a vedere il meno possibile, di aiutarti se sei in difficoltà, e per questa loro dimostrazione di classe io li rispetto molto, soprattutto se è vero che io per loro sono solo un Gaijin. Una conversazione interessante la nostra, soprattutto nel punto in cui mi ha detto che di lavoro fa l’artista di strada, con tanto di licenza. Lavora tre, quattro giorni a settimana, qualche ora, e sta in giro tre o quattro mesi all’anno. Niente male, considerando che io per questo viaggio, per stare via nella maniera più economica possibile, ho lavorato per un annetto e fatto vita da eremita. Magari, quando torno, mi iscrivo a un corso per giocoliere.


Buffering

Kyoto, 31 gen 2011, giorno 20, ore 18:30, Kyoto Hostel

Ogni tanto capita di non avere voglia di fare niente. Oggi è uno di quei giorni. E’ lunedì, molta gente va al lavoro, a scuola, i turisti in giro per le città. C’è chi prende un aereo per tornare a casa, chi ne prende uno per partire e chi invece vuole solo guardarsi un film sdraiato sul divano della sala comune dell’ostello. Io sono quel tipo. Niente visite, foto, esperienze: solo un film. Qui entra in gioco la tecnologia e l’organizzazione. Una persona furba sarebbe partita da casa con qualche film nel portatile, giusto in caso di giornate come questa. Sarebbe stato facile, ma a quanto pare io non sono tanto furbo. A questo punto entra in gioco la tecnologia. Per quanti non lo sapessero oggigiorno è possibile andare online e reperire gratuitamente quasi qualunque film in qualunque lingua. Ci sono anche appositi motori di recerca che ti aiutano nella scelta. Unico problema, una volta scelto il film, è il buffering. La traduzione letterale sarebbe “tamponando”, ma si può anche dire “aspetta che il video non si è ancora caricato del tutto”. In entrambi i casi è una palla. Ci sono dei giorni in cui va tutto liscio, il video scorre normalmente e tu ti godi il film. Ci sono però anche giornate, come questa, in cui ogni due secondi ti appare sul monitor la scritta buffering. Guardare il film è quindi impossibile. Ho provato di tutto: aggiornare la pagina, spostarmi tra le varie stanze dell’ostello per una migliore connessione, accelleratori. Niente da fare. La soluzione è solo aspettare che si carichi una parte abbastanza lunga del film e poi farlo ripartire.  L’alternativa che offre questo ostello è uno scaffale pieno di film in videocassetta: tutti in giapponese. Non è una soluzione che mi sfagiola, quindi ho deciso di aspettare. Devo confessarlo: questo post è stato scritto solo per ingannare l’attesa che mi separa dal mio film. Buffering…


Tre storie

1 LA CACCA

Nara, 29 gen 2011, giorno 18, ore 15:17, giardini pubblici

L’ostello di Kyoto è complessivamente un bell’ostello. Ubicato su cinque piani, ha due sale comuni, una cucina, una lavanderia, due bagni e una terrazza sul tetto da cui si gode una discreta vista sul fiume e sulla città. I letti sono comodi, le stanze calde e spaziose e gli ospiti che si fermano vengono da tutto il mondo. Una pacchia. Ha un solo grande difetto: i cessi sono gelati. Tutte le volte che devo andare in bagno mi vengono le paranoie al pensiero di sedermi su quella tazza. Ha una temperatura che rasenta lo zero assoluto. Il motivo di questa temperatura sta nel fatto che l’ambiente è situato al piano terra e qui è sempre tutto aperto. La porta d’ingresso non viene quasi mai chiusa, non so il perchè, e come se non bastasse, nonostante al suo interno sia presente un deodorante per ambienti formato stadio, l’abbaino che sta proprio sopra al water è sempre aperto. Per i primi giorni ho provato ad abituarmici, a tenere duro. La vita del viaggiatore ha anche questi lati oscuri, ma è stato inutile. Non riesco ad essere sereno con tutto quel freddo, non riesco a mettermi nelle condizioni di andare in bagno, così ho optato per un’altra soluzione.

A qualche centinaio di metri da questo ostello c’è una delle vie commerciali di Kyoto. Lungo questa via c’è il Takashiyama, un centro commerciale su sette piani. E’ dedicato quasi esclusivamente alle signore, e qui, al secondo piano, tra la boutique di Chanel e quella di Salvatore Ferragamo, c’è il mio tempio del piacere: la toilette. Ormai sono il Guru indiscusso di questo tempio perchè mi capita di andarci anche tre volte al giorno. Questi servizi igienici sono talmente futuristici da fare invidia a quelli della NASA. Tanto per cominciare sono grandi come camera mia, in più sono strutturati in modo da avere la stessa privacy che avresti in casa tua. Un connubio perfetto. Appena entrati si chiude la porta di legno e si scopre l’attaccapanni. Una volta spogliati (sì, io mi spoglio) ci si siede e si prova la magia. La tazza è riscaldata elettronicamente al punto giusto. Risacaldata! Come i sedili delle auto di lusso. Naturalmente prima di sedersi si spinge un bottone che pulisce e igienizza l’intero water. Una volta fatti i propri bisogni un altro pulsante accende il bidè, di modo che una volta usciti si è freschi come una pioggia estiva. La prima volta ci sono capitato per caso. Ero in giro e mi scappava e visto che in Giappone i bagni sono sempre lindi e puliti, un posto vale l’altro. Mai però avrei immaginato tanto. Quella volta ci sono stato tipo quaranta minuti. Non sopportavo l’idea di staccare il mio sederino da quel calore quasi materno. Adesso ci metto meno, sarà l’abitudine. Le commesse dei negozi ormai mi salutano. Non so che cosa pensino quando mi vedono, visto che entro nel loro centro commerciale almeno due volte al giorno e non compro mai nulla. Però quando esco sempre ringraziano. Prego!

2 L’ONSEN

Kyoto, 29 gen 2011, giorno 18, ore 17:59, Kyoto hostel

Quando ero in Turchia non sono stato dentro a un bagno turco. L’idea di stare nudo in mezzo ai turchi non mi entusiasmava, mi spaventava. L’equivalente giapponese del bagno turco è l’Onsen, una sorgente termale di acqua bollente che l’uomo ha imbrigliato per il suo piacere personale. Si dice che in Giappone ce ne siano più di 3000, più che in Islanda. Un Paese immerso nell’acqua calda. Tornando al mio proposito, la guida mi consigliava il Funaoka Onsen, uno degli onsen più antichi di tutta Kyoto. Trovarlo non è stato semplice, ma grazie all’aiuto di un paio di signore sono riuscito nell’intento. L’esterno non corrispondeva affatto all’idea che mi ero creato nella mia mente. Immaginavo un’idilliaca casetta di legno immersa nel verde, dove qua e là disseminate stavano sorgenti di acqua calda sgorganti dalle nude rocce, premurosamente indicate da spledide fanciulle sorridenti abbigliate con sontuosi kimono. Nulla di tutto questo: una casa vecchiotta schiacciata da palazzoni popolari in un quartiere alla periferia del centro di Kyoto. Nessuna insegna, nessuna indicazione particolare. L’ho riconosciuto solo perchè all’esterno, in un mare di ideogrammi, stavano i pochi numeri arabi che indicavano l’orario di apertura che mi indicava la guida. Un po’ scoraggiato decisi di entrare. Subito dopo la porta di ingresso mi viene chiesto di togliermi le scarpe, una cosa piuttosto comune qui in Giappone. Salito le scale mi ritrovo davanti una signora che avrà avuto mille anni seduta dietro al bancone della reception. Io la guardo e aspetto conforto. Lei mi guarda e non dice nulla. Io allora sorrido, lei non sorride. Io dico un timido “Onsen?” e lei mi indica col suo dito nodoso un cartello che dice 410. Era il prezzo d’entrata. Sempre più spaventato da questa grande impresa, pago e proseguo. Tutto intorno a me solo cartelli giapponesi, e visto che non sapevo cosa fare e dove farlo, decido di aspettare qualcuno che, a sua insaputa, mi avrebbe insegnato l’etichetta. Mentre aspetto qualcuno da copiare, mi domando se sono capitato in un bagno misto o separato. Nel caso di un bagno misto mi chiedo quale sia il comportamento appropriato in caso di erezione. Vergogna? Espulsione? Sorrisi divertiti? Mentre fantasticavo di harem e quant’altro arriva la mia vittima, che seguo e copio in tutto e per tutto. Si entra, si sceglie un armadietto, si estrae la cesta, la si riempie coi vestiti (tutti), la si rimette via, si prende la chiave e si entra. Eccomi qui, ho pensato, nudo come mamma mi ha fatto in mezzo a un sacco di…. Tralasciando per decenza quello che ogni uomo si sta chiedendo, mi guardo intorno. Uno stanzone con tante vasche interamente coperto da piastrelle celesti. Avete presente in Street Fighter la location dove si combatte contro Honda? Ecco, tipo così, solo con tante vasche da una parte e delle docce alte un metro dall’altra. Queste mini docce servono per lavarsi prima di entrare nelle vasche comuni. Ci si siede sotto e ci si lava per bene. Qui i giapponesi si sbizzarriscono: shampii, balsami, saponi profumati, spugne, olii. C’è chi si lava i denti, chi si fa la barba, chi si prepara per la serata. Una vera toletta pubblica. Io tutte queste cose non le sapevo, non avevo saponi con me, quindi fingo di lavarmi sotto alla doccia ed entro nella prima vasca. Una botta di piacere enorme. L’acqua calda al punto giusto, i brividini lungo la schiena e la totale rilassatezza del corpo. Un momento degno di un re. Nelle vasche successive la temperatura dell’acqua aumenta ancora. la seconda è ancora affrontabile, ma la terza è talmente calda che ci si potrebbe cuocere la pasta. Idem per le due saune. La prima si sopportava, ma la seconda dopo appena cinque secondi sono uscito e mi sembrava di avere fatto tutto il viaggio al centro della terra e ritorno. Ma nell’acqua si stava benissimo. C’era anche un idromassaggio dentro all aprima vasca e io mi ci sarò fermato tipo un ora. Nessuno avrebbe potuto muovermi da lì. Poi ho cominciato a vedere gente che entrava dentro a una porticina appannata che non avevo visto. Incuriosito mi alzo, li seguo e mi ritrovo all’aperto. C’erano pochissimi gradi, ma io non li sentivo anche se ero nudo. Alla mia sinistra stava incastonata nella roccia un’altra vasca, dal fondo di legno, con un rigagnolo d’acqua che vi si gettava da un tubo di bambù. Quello era il massimo. Appena mi sono immerso ho guardato verso il piccolo giardino che mi stava davanti e ho visto che nevicava. Leggermente e per pochi minuti, una spolveratina, ma che ha reso quel momento decisamente magico. Molto meno magico è stato quando ritornato nello spogliatoio nudo come un verme ho scoperto che gli asciugamani non erano offerti dalla casa. io non avevo nulla con me quindi mi sono dovuto asciugare con la maglietta accanto a un vecchio che mi guardava e scuoteva la testa. Finale a parte, una delle esperienze più belle di tutta la mia vita.

Adesso risponderò a qualche domanda. No, non ci sono busoni che ci provano con te. No, non mi sarebbe piaciuto che ci fossero. Sì, se sei l’unico europeo è probabile che il tuo pisello sia il più grande di tutto l’Onsen. Contenti?

3 QUEL TRENO PER NARA

Nara, 29 gen 2011, giorno 18, ore 13:21, tempio Todai-Ji

Da quando sono arrivato a Kyoto, tutti i viaggiatori che ho incontrato non hanno fatto altro che parlarmi di Nara. Nara di qua, Nara di là, vacci assolutamente, è bellissimo e così via. Oggi ci sono andato. Tutti mi dicevano anche che è facile da raggiungere, col treno ci si metteva pochissimo. Fiducioso e con belle aspettative nella sacca mi sono avviato verso questa città, già capitale stabile del Giappone prima di Tokyo e Kyoto. Arrivato al gabbiotto delle informazioni chiedo come raggiungere Nara. Facile, linea Kensei fino a Tofukuji, cambio, linea JR fino a Nara. A prova di stupido. Ero carico, mi ricordavo anche a memoria il nome della fermata, Tofukuji. Binario 2, arriva il treno e io salgo. Secondo le mie fonti, avrei dovuto metterci sei minuti per arrivare a Tofukuji. Dopo mezz’ora non ero ancora arrivato. Ho fermato il controllore e gli ho chiesto spiegazioni. Un controllore loquace, simpatico, ma dopo cinque minuti di discorso non avevo capito niente. Così l’ho fermato gli ho chiesto se l’avevo già passata. Lui mi ha detto di sì. Così scendo, torno a chiedere informazioni e mi viene indicato un altro treno. Dopo mezz’ora ero di nuovo al punto di partenza. Ci sono voluti altri due tentativi e un’altra ora ma dopo essere ritornato di nuovo al punto di partenza ho capito che il treno Express non ferma dappertutto, mentre il treno Local sì. Prendo il Local e dopo quaranta minuti sono a Nara. Appena sceso mi sento ancora di più in Giappone. Case antiche, poche vie commerciali, nemmeno un Mac Donald’s. Un bel posto davvero. Dopo qualche passo vedo un cervo impagliato in mezzo al marciapiede. Che brutto, ho pensato, proprio inappropriato. Poi quel cervo impagliato ha mosso prima le orecchie, poi ha cominciato a camminare. Non era impagliato. Era vivo! Ci sono rimasto male, devo ammetterlo. Il fatto è che a Nara i cervi sono dappertutto. Ce ne sono a decine e girano per la città come un qualsiasi turista. Non sono spaventati dall’uomo, anzi. Dei due sono gli uomini quelli spaventati perchè appena si compra qualcosa da mangiare in uno dei vari carretti sparsi per la città, ecco che quelli subito si avvicinano per farsi offrire un boccone. E non ti mollano finchè non gliene dai un po’. Qui ho visto il mio primo Buddha gigante. E’ situato in un tempio enorme, forse il più grande che abbia mai visto. In passato questo tempio aveva ai suoi fianchi due pagode gemelle alte più di cento metri, ma adesso non ci sono più. Appena si entra nel tempio si viene accolti da questo Buddha, che con i suoi otto metri di altezza ti guarda dall’alto e ti dona amore. Ci sono stato per un po’ a guardarlo. Mi sono chiesto quante facce abbia visto e quante ancora ne vedrà questo Buddha. Mi sono anche fatto fare una foto accanto a lui. E’ l’unica foto che ho di me, finora. Mi ha colpito davvero un sacco. Tornando sui miei passi ho anche ritrovato la voglia di scrivere. Forse, oltre che all’amore, questo Buddha mi ha regalato anche qualcos’altro.


Sono già stato qui

Kyoto, 25 gen 2011, giorno 14, ore 20:32, Kyoto Hostel

Questo è il vero Giappone. Il vero Giappone, che avevo solo intuito passeggiando lungo le strade di Tokyo e di Osaka, oggi l’ho sentito davvero sulla mia pelle. Lontano dalle metropoli ho trovato quello che stavo cercando. E’ stata una sensazione bellissima, come essere finalmente arrivato ad una meta da tanto sognata. Profumava un po’ di casa, ma anche di nuovo, di esotico, con un retrogusto di antico. Quel po’ di casa che ho sentito l’ho sentito perchè in questo luogo ho rivisto tutte le immagini che mi sono portato con me, tramandatemi dalle avventure dei personaggi dei cartoni animati della mia infanzia. Dai finestrini dei treni ho visto i quartieri popolari e i campi da calcio sparsi qua e là di Holly e Benji, le palestre di Mila e Shiro e le rive dei fiumi dove i miei beniamini solevano recarsi a pensare nei loro momenti riflessivi. Lungo le strade ho incontrato gli anziani, con la loro aria bonaria, i vestiti, gli zaini, i pantaloni, le loro espressioni e i loro modi di fare, tutti esattamende come ricordo che dovrebbero essere da quei cartoni. I locali dove si mangia come quelli del padre di Licia e i cortili delle scuole come quelli di Gigi la trottola. Le case sono quelle di Doremon, i parchi quelli di E’ quasi magia Johnny, le auto della polizia sono quelle di Occhi di gatto. I templi ed i santuari, poi, sembrano essere appena usciti da Naruto. Il cibo è quello che mangia sempre Goku, nei torrenti mi sembra quasi di vedere Sampei e tra le foreste di bambù scorgo Ranma 1/2. Tra i grattacieli attendo col naso all’insù l’arrivo di Sailor Moon, o l’apparire di Vultus 5. Lo sfondo di tutti questi cartoni lo vedo sotto i miei occhi per davvero. Sono già stato qui? Mi sembra di sì. Mi sento come quando ero bambino, solo che stavolta dentro al cartone ci sono davvero e non solo con la mia fantasia.