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Wwoofing nel Red Centre

Bond Spring Station, Alice Springs, NT, 5 feb 2013, ore 18:30

Il Red Centre è il cuore dell’Australia, la sua parte centrale. E’ una distesa semidesertica di terra rossa che si estende dalla costa meridionale del South Australia ed arrifa fino al mare di Timor del Northern Territory. Vista dall’alto di un aereo è una tavola rossa solcata qua e là da vecchi letti di fiumi che si riempiono d’acqua solo quando piove per molto tempo. Per la maggior parte della sua estensione è deserto. Qualche cespuglio e pochi alberi secchi sono visibili ogni tanto, ma sopravvivere in questo pezzo di mondo è un’ardua impresa. Qualcuno, però, non si fa scoraggiare dalle avversità. Ed ecco così che una remota stazione del telegrafo si ostina a sopravvivere, e da un paio di baracce sbattute in mezzo al niente del centro dell’Australia, si passa ad una città vera e propria: Alice Springs. Situata esattamente nel mezzo di tutto, e allo stesso tempo nel mezzo di niente, questa città è sopravvissuta e si è espansa fino a contare oggi quasi 30.000 abitanti. Il mare, da qui, è come se fosse inesistente. Ciononostante è molto più Australia questa città di tante altre che mi sono passate davanti agli occhi.

Il WWOOFing è una pratica molto diffusa in Australia. Consiste nel lavorae all’interno di alcune aree selezionate in cambio di vitto e alloggio. Non si spende nulla e non si guadagna nulla. La Bond Spring Station è situata a una ventina di chilometri a nord di Alice Springs, in pieno bush. E’ un ranch in cui allevano manzi e il nostro lavoro, oltre alle vacche, consiste nel fare un po’ di manutenzione. La famiglia che ci ospita è molto gentile. Ci hanno accolti benevolmente e non ci fanno mancare di nulla. O quasi. Noi viviamo in una baracca senza aria condizionata situata a pochi metri dalla casa padronale. Abbiamo la nostra intimità ma anche molto caldo. Le temperature sono circa come quelle di Bourke: 40 gradi. Il vitto non è dei migliori. Cuciniamo nella baracca la colazione e la cena ma il pranzo lo consumiamo tutti insieme nella casa dei nostri ospiti. Per quanto ci chiedano sempre se vogliamo qualcos’altro da mangiare, la cucina dell’outback australiano non assomiglia per niente alla cucina italiana. Tutto sommato, però, non va male. Staremo qui fino alla prossima settimana. Il 17 febbraio avremo abbastanza giorni per il visto e allora potremo tornare alla civiltà. Anche la linea qui è del tutto assente. E’ quasi impossibile collegarsi, quindi per i prossimi 14 giorni è come vivere nel far west. Sarà una bella esperienza. Credo che ogni visitatore dovrebbe provarla per un po’ visitando l’Australia, l’unico Paese del mondo dove, per alcuni, tutto questo è la normalità.


Cacciati!

Cygnet, TAS, 9 gen 2013, ore 17:52

La signora che gestisce questo posto, che mi rifiuto di chiamare ostello, non mi piace. E’ viscida. E’ una di quelle persone che ti sorride in faccia, sembra affabile, carina e disponiblie, ma che in realtà si approfitta di te alla prima occasione. Il suo aspetto non aiuta ad ispirare fiducia. La sua pelle è una e coperta di macchie nere sul collo. I suoi capelli sono unti e mal tinti: le punte marroni, le radici bianche sporco. I suoi occhi sono verdi, con la parte vicina alla pupilla nocciola e quando ti guardano ti penetrano dentro come spade. Sembra sempre che stia cercando di studiarti, di scoprire il tuo punto debole per poi, al momento giusto, fregarti. E’ grassa. Mostruosamente grassa. E’ grassa come due persone e questa sua mole si ripercuote sulla sua camminata, la quale è lenta e sempre incerta. Non mi piace, ma le circostanze mi impongono di essere sempre carino con lei. Ed io lo odio profondamente.

Stamattina, arrivati in farm, siamo stati divisi per nazionalità. Qui gli italiani, lì i francesi, là gli asiatici. Curioso come quando si parli di asiatici, la nazionalità non conti più. Non imposrta se si tratta di cinesi, coreani o giapponesi: sono solo asiatici. Per tutti. Questa però è un’altra storia. Una volta divisi siamo stati rimproverati tutti duramente. Il lavoro non andava bene. Bisognava essere più veloci, più precisi, meno foglie staccate. Più robot, insomma. Il farmer ci sgridava come se stesse cacciando delle pecore dentro all’ovile. Mi sentivo umiliato senza nessun motivo. Siamo stai minacciati tutti: se non si migliora, qualcuno andrà a casa. Io ero abbastanza tranquillo. Non sentivo il mio lavoro a rischio. Stavo dando il massimo e, come me, gli altri ragazzi. Siamo andati tra i filari a cuor leggero. Dopo appena due cestini la supervisor è arrivata a controllare. Ha controllato il mio: era perfetto. Le ho chiesto se andava bene e lei mi ha detto di sì, poi mi ha detto di andare al capannone una volta finito il mio cestino. Io e Sylvie. Poi è andata da Carlo e da Michelle e ha fatto la stessa cosa. Perchè? Non capivo. Stavo perdendo tempo, e il tempo, per uno che lavora a cottimo ed è pagato una miseria, è denaro. Arrivati al capannone il capo è arrivato, ha visto in terra due cestini con dentro alcune foglie e ci ha cacciati. Non ho detto licenziati. Ho detto cacciati. Senza troppe parole o spiegazioni. Non andate bene. Troppe foglie per terra. Adesso chiamiamo il pulmino e ve ne andate. Riconsegnate i cartelline e poi verrete pagati venerdì. Tutto qui. Non sono mai stato trattato così. Non so che posto sia questo, ma qui l’umanità non è di casa. Non ci ha nemmeno fatto finire la settimana, il giorno. Nessun preavviso, nessun richiamo. Via! Via col dito puntato verso la porta del capannone. Inutili le proteste. Via! Cacciati per delle foglie con dei cestini perfetti, raccolti per otto dollari l’ora.

Tornati all’ostello abbiamo parlato con la signora. Dopo qualche spiegazione, magari una parola di troppo, ma mai maleducati, è saltato fuori che la colpa era in effetti nostra. Noi, secondo la signora, siamo qui solo per i soldi e quindi per forza il lavoro non è di qualità. La tensione si è alzata. Se si conta che per questa baraccopoli paghiamo, tra tutto, 175 dollari la settimana è naturale cercare almeno di guadagnare il più possibile. Invece no, noi dovremmo lavorare, secondo loro, per meno di 60 dollari al giorno ma fare il lavoro di una macchina. Non è tutto. Anche se siamo stati cacciati dal farmer, tutti noi avevamo firmato un contratto che prevedeva una settimana di preavviso da dare alla signora per poter lasciare il posto senza perdere il bond di 200 dollari. Avendo perso il lavoro nelle ciliegie, la signora ha detto di non poterci più tovare un lavoro come raccoglitori di quei frutti, ma solo per le fragole. 5 dollari per un contenitore grande come due scatole da scarpe. Una cosa improponibile per chiunque. Volevamo allora andarcene, ma il contratto parla chiaro: una settimana di preavviso. Il risultato è che noi possiamo andarcene quando vogliamo, ma dobbiamo comunque pagare per altri due giorni di letto, 50 dollari, per poterne riavere indietro 200. Sono le regole, diceva, valgono per tutti: non vi sembra giusto? Non so come abbiamo fatto a non aggredirla, ma siamo ritornati indietro senza poter fare nulla e senza aver compromesso la situazione in maniera peggiore con le offese che avrebbe meritato.

Sfruttati all’osso, ecco cosa siamo. Tutti. Gli altri ragazzi che lavorano con noi domani non lavorano. Eppure stamattina, tra un urlo ed un altro, il farmer aveva detto che la raccolta era in ritardo. Quindi perchè non lavorano? Persone che pagano anche 225 dollari la settimana riescono a guadagnarne a malapena 64 al giorno. In Australia non è nulla. Mi chiedo cosa pensi questa gente, che situazione abbiano per non poter mandare tutto e tutti al diavole e cercare un’altra farm. Molti rimangono nonostante tutto ed io non me ne capacito. Personalmente, se volessi farmi trattare così e se volessi vivere in queste sistemazioni, mi basterebbe andare in puglia a raccogliere i pomodori coi rumeni a 50 centesimi l’ora. Nei week end potrei comunque tornare a casa a trovare la mia famiglia ed i miei amici. Il livello di sfruttamento raggiunto in Tasmania è tremendo. Se vuoi lavorare devi firmare questi contratti in quasi tutto gli ostelli. Una volta portato al lavoro, la paga è una miseria ed il livello richiesto è quello di una macchina. Se sei licenziato devi comunque dare altri soldi ad altra gente perchè hai firmato quel contratto che ti ha permesso di trovare quel lavoro. Vorrei fosse uno scherzo, ma non lo è.

A questo punto la mia situazione non è rosea. Dopo aver chiamato Bourke ed il governo innumerevoli volte posso dire con sicurezza di avere accumulato 58 giorni di visto a Bourke e 3 qui. Sui 3 giorni tasmani non sono ancora sicuro, devo chiamare. Il risultato è 61, quindi me ne mancano ancora 27. Ventisette giorni. Quattro settimane. Sono poche, ma sono anche tante. Ora come ora non ho idea di dove andare. Vorrei andarmene dalla Tasmania, ma sembra che nel resto dell’Australia non ci sia frutta da raccogliere. In Victoria si vocifera di un’imminente stagione delle mele, ma non ho certezze. Un ragazzo che ho conosciuto a Bowen, e che adesso lavora là, ha postato su Facebook che anche in Victoria le condizione sono pessime. E’ una dura lotta quella che mi aspetta, soprattutto perchè il numero di backpackers che sta cercando lavoro credo superi decisamente la domanda. Bisognerà aspettare, anche se non ho molto tempo. Domani proverò a chiamare in giro, oppure cercheremo un amacchina e andremo farm per farm a vedere come è la situazione. Ho già detto una volta che non sarebbe potuta essere peggio di prima ed ho sbagliato clamorosamente; quindi non lo farò. Dirò soltanto che preferisco ancora stare qui piuttosto che tornare in Italia. Quando questo pilastro crollerà, quando sarò veramente sconfitto, allora forse mollerò, mi farò i conti in tasca e poi farò ritorno. Per ora, nonostante tutto, evviva l’Australia, terra di opportunità, felicità e di spietati sfruttatori.


I dolori di un giovane backpacker

Cygnet, TAS, 8 gen 2012, ore 19:45

Questa è una fase delicata del mio cammino in Australia. E’ delicata perché è pesante sopra ad ogni limite. E’ delicata perché può farmi scoppiare da un momento all’altro. Sono una bomba che rotola. Tutto quello che ho visto e fatto quaggiù, da Perth a Bourke attraverso mezzo continente australiano, culmina con la situazione peggiore immaginabile. Ho finito i sinonimi presenti nel mio vocabolario e non ho abbastanza linea per farmi aiutare da Google. Se l’inferno avesse un nome, non sarebbe Bourke: sarebbe Tasmania. Una sirena, tanto bella quanto letale. Il suo canto attira innumerevoli sventurati che finiscono poi invischiati tra le sue braccia e lì rimangono per sempre. Molti backpackers hanno fatto naufragio quaggiù, attirati da una stagione di raccolta che prometteva essere ricca e che invece si è rivelata povera e spietata, crudele come le persone che sfruttano i viaggiatori. Proprietari di ostelli, farmers, albergatori ed anche tassisti. Tutti a sfruttare tutti finché ce n’è. E quando un non ne ha più, ce n’è subito un altro a sostituirlo.

Le mie condizioni di vita qui non credo siano classificabili come umane. Siamo bestie, schiavi o qualunque altra parola renda l’idea. Al prezzo di 175 dollari la settimana ho solo un tetto di lamiera sulla testa. Niente luce, i bagni sono lontani e non posso usarli tutti, la cucina è sporca, piena di insetti e sempre piena di altri pezzenti che cercano un angolo il meno sporco possibile per cucinare qualcosa di commestibile e mangiarlo in fretta. Il lavoro non è faticoso ma è sottopagato al massimo. Un dollaro al chilo per un cesto di ciliege perfette. Una ventina di quelle brutte e il supervisore ti dice che il prossimo non te lo pagano. Otto dollari ogni quarantacinque minuti da cui togliere le tasse. L’estate qui è un autunno. E’ freddo, piove spesso ed è sempre nuvoloso. L’acqua da bere è gialla o marroncina e quelle poche volte che il cesso non è occupato è sempre senza carta igienica. Appena dimentichi o appoggi qualcosa, è sparita. L’ostello è sovraffollato al massimo. Gente che paga anche più di me per dormire chi in una macchina, chi in un van scassato. I più fortunati vivono in tenda alla modica cifra di ottanta dollari alla settimana. E il tempo corre. Mi mancano ancora una quarantina di giorni da fare per il visto e di lavoro non ce ne è tanto. Tutti vogliono lavorare. Tutti cercano lavoro e a tutti va bene qualunque sistemazione. Un esercito di pezzenti. Per chi sa di cosa sto parlando, la tragedia degli Oakies.

Non capisco ancora bene che effetto avrà tutto questo su di me. L’entusiasmo è storia e ogni momento mi chiedo quanto tutto questo valga la pena. Credevo di essere forte ma forse non lo sono abbastanza. Non voglio cedere, ancora. Non voglio mollare. Ogni volta che penso di farlo penso a “Furore”, il libro di Steinbeck, e penso a tutte quelle persone che fanno questa vita ma non hanno la possibilità di ritornare a casa. O non hanno una casa affatto. Il mondo ne è pieno, ma non immaginavo di sentirmi così vicino a loro. E’ tremendo, tutti abbiamo il morale a terra ma vogliamo andare avanti. Ci proviamo. Basterebbero anche solo condizioni di vita migliori. Una stanza, la luce, un bagno. Sarebbe sufficiente, ma al momento non ci sono. Non resta che sperare. Se fossi credente pregherei, a questo punto. Purtroppo non ho nemmeno questo conforto. Sono solo un altro backpacker in cerca di lavoro e di un visto. E scusate se sono ripetitivo.


Qui Bourke, tutto bene, si va avanti

Darling Farm, Bourke, NSW, 3 nov 2012, ore 18:12, giorni visto 13/88

Qui Bourke, tutto bene, si va avanti. Sono già tredici giorni di vita nei campi, tredici giorni di visto in meno da reggere. Non posso certo dire che mi piaccia, ma almeno gli stati di disperazione dei primi giorni sono lontani. Più passa il tempo in questa valle di meloni e più mi abituo, conosco, mi tempro. Giusto le storie sui serpenti turbano un poco i miei sonni e le mie docce. Storie di backpacker del passato, che nessuno ha conosciuto, i quali hanno trovato serpenti ovunque, dai letti alle docce a qualsivoglia altro posto. Uno è stato anche morso, ma si è salvato, si narra. Non do tanto peso a queste chiacchiere, ma da qualche tempo ho preso a portare con me la scopa dentro alla doccia. Così, per essere sicuro, per avere un’arma di sorta. Non credo di riuscire ad ucciderne uno, e nemmeno vorrei provarci, ma dicono che se un serpente ti morde è meglio ucciderlo e portarlo al medico che ti deve salvare la vita. E’ la maniera più sicura per non sbagliare antidoto. A casa stavo in doccia delle ore. Qui faccio molto prima.

E’ anche arrivato già il primo stipendio. 830 dollari per 67 ore di lavoro meno 500 dollari tra affitto e caparra. Non male, anche se prendevo meglio a Perth. Tuttavia non mi lamento; vado avanti e vivo giorno dopo giorno. 79 all’alba. 78. 77. I lavori da eseguire procedono e variano. Si zappa, si pota, si tolgono i rami secchi con le mani. Li odio tutti, ma tanto è uguale. Alle due e mezza si finisce e domani è un altro giorno. La mattina è però il momento peggiore della giornata. Devi iniziare, è freddo e buio. Prima si iniziava alle sei e mezza, ora alle sei. E’ indispensabile, perché come fa tanto freddo la notte, fa tanto caldo di giorno. A mezzogiorno, di solito, la temperatura va dai 30 ai 40 gradi. Poca aria e comunque quella poca che soffia non riesce a penetrare i filari di mandarini. E’ un forno a cielo aperto, e più si va avanti più farà caldo. Dicono che in piena estate, tra dicembre e gennaio, si arrivi tranquillamente a 50 gradi. Tranquillamente. Quindi iniziare prima è una gran bella cosa. Ho anche qualche notizia in più sul mio futuro. Per le prossime due o tre settimane si poterà e poi si inizierà a raccogliere i meloni. Ogni volta che si tira fuori questo argomento la gente abbassa lo sguardo. Chi l’ha fatto, racconta che sia davvero una gran fatica. Le ragazze, tra cui Sylvie, verranno messe nel capannone dove si impacchetta la frutta ed i ragazzi, tra cui me, raccoglieranno i meloni. Un altro modo per dirlo sarebbe che le ragazze stanno al fresco ed i ragazzi sotto al sole. Un altro modo ancora sarebbe che le ragazze se la spassano e i ragazzi si spaccano. E stessa paga. E’ discriminazione. Bella e buona discriminazione di una volta. Le ragazze agli affari da ragazze e gli uomini a lavorare duro. Però qui non ho visto femministe. Sarà un caso ma negli ultimi cento anni nessuno si è mai lamentato, ho chiesto in giro. Non si è mai vista una ragazza saltare su e dire: “Cosa? Che storia è questa? Noi in un capannone all’ombra e gli uomini sotto al sole a schiene piegate? E’ inaccettabile. Noi non siamo diverse da loro. Sapete una cosa? Mandate gli uomini ad impacchettare che noi andremo a raccogliere con 50 gradi”. Nessuna protesta, meno che meno ragazze a seni nudi che sbraitano con cartelli recriminanti il diritto di raccogliere i meloni. Non si è mai visto, qui, a Bourke, Australia.


Venti, serpenti e tramonti

Darling Farm, Bourke, NSW, 26 ott 2012, ore 20:27, giorno visto 5/88

Bourke ha due venti, o almeno così pare a me, uno buono ed uno cattivo. Quello buono spira da est, dal mare. Passa da Sydney, spazza Bondi Beach e arriva fino a quaggiù a mitigare le sofferenze dei lavoratori. La sua brezza fresca e pura sfiora dolcemente le schiene sudate e i visi impolverati e porta benessere. E’ una delle godurie maggiori che offrono i campi in questa stagione. L’altro, il cattivo, viene dall’outback. Soffia dall’ovest e la frescura di Perth si secca e scompare attraverso il deserto. E’ un’aria che toglie il respiro e secca la gola. E’ una delle torture che offrono i campi in questa stagione. O tutto l’anno, chissà. Questi due venti sono le uniche fonti d’aria che spargono la polvere che alza la mia zappa. Quando va bene. Ieri abbiamo potato. Ad un primo impatto, la mattina presto, era anche piacevole tagliare i rami con le cesoie. Un poco di ombra offerta dagli alberi, la schiena dritta, un albero dopo l’altro. Alle undici e mezza il termometro segnava quaranta gradi e tutta l’aria del mondo non riusciva a penetrare la spessa coltre di alberi. Tutti in fila e compatti formavano una barriera impenetrabile a qualunque vento. E’ stato il giorno più lungo di tutti. Non sentivo più le braccia e il sole e la felpa che indossavo rendevano il tutto ancora più insopportabile. Volevo rinunciare, ero ad un passo, ma poi Judy, quella santa donna che amo sempre più, alle due nemmeno è arrivata e ha detto che poteva bastare. Faceva troppo caldo. Un altro giorno era andato. Dopo la doccia pensavo di avere la febbre a quaranta, tanto era il calore che avevo accumulato. Volevo scrivere ma le braccia erano troppo stanche. Potare è certo peggio che zappare. Ho notato una cosa: in campagna qualunque nuovo lavoro è peggio del precedente. Sempre, è una costante. Il problema è che sono tutti noiosi e faticosi. Davvero non riesco a comprendere come possa l’umanità fare affidamento sull’agricoltura. Fosse per me coprirei tutto di cemento e farei parcheggi per supermercati. Per fortuna non decido io.

Oggi la giornata si è aperta con un bel fresco. Era nuvoloso, e zappare i campi non più sotto al sole è tutta un’altra cosa. Ventinove gradi anziché quaranta fanno una bella differenza. Oggi è stato anche il giorno del serpente. Di fronte al mio container c’è un tronco di legno appoggiato sull’erba. Di solito è lì che attendiamo tutti l’arrivo di Judy. Dopo la pausa pranzo mi sono messo lì come al solito a parlare con Sylvie. Poi, con la coda dell’occhio ho visto un movimento. E’ stato strano. Ho guardato in direzione del movimento e ci ho messo almeno cinque secondi a rendermi conto che quello era un serpente. Un lungo serpente marrone. Lo vedevo, era lì di fronte a me, ma il mio cervello l’ha collegato ad un tubo per annaffiare mollato per terra ed impazzito a causa della pressione dell’acqua. Ricordo che il pensiero che mi ronzava per la testa era: “Non può essere un tubo”. Non so perchè abbia pensato a questo, ma quando ho realizzato il pericolo il serpente stava venendo verso di noi. Ho preso Sylvie da una parte, lei non aveva visto nulla. Sono silenziosi i ragazzi. Io non lo perdevo di vista, l’ho seguito finchè la distanza non è aumentata sufficientemente. Judy è scesa dalla macchina e anche Cathy, la vice supervisore. Anche lei è aborigena, e da donna dell’outback è scesa con la zappa in mano. Si è avvicinata ed ha iniziato a guardare a terra. Indicava dei punti dove la sabbia era smossa in un certo modo. Seguiva le tracce del serpente. Le due hanno ricostruito la strada presa dal rettile e hanno concluso che se si era avvicinato tanto era perchè forse cercava dell’acqua. Fine? Tutti a zappare. Così vanno le cose a Bourke. Al ritorno sempre quel serpente, o comunque un suo parente molto simile, strisciava sulla terra rossa che portava ai container. L’abbiamo schiacciato con la macchina ma dopo il nostro passaggio non c’era nessun cadavere. Forse era morto, forse era scappato. Chissà. Fine? Tutti sotto la doccia, la cui porta ha giusto giusto una fessura che sembra studiata apposta per i serpenti. Non è stata la doccia più rilassante dell’ultimo anno.

Non è affatto una vita facile. Tra la fatica e i pericoli ce n’è più che abbastanza per impazzire o scappare ma ci sono anche degli aspetti unici e positivi. Questo è quello che vedevo dalla mia finestra poche ore fa.

Non c’è Photoshop in questa foto. L’ho scattata e postata così com’era, sul mio onore. I tramonti dell’outback valgono quasi la fatica di vivere qui. Non è molto, ma è forse un primo passo per vedere quella bellezza che ad un primo sguardo sembra totalmente assente qui, a Bourke, terra di venti, serpenti e tramonti


La terra rossa

Darling Farm, Bourke, NSW, 23 ott 2012, giorno visto 2/88

Tra ieri e oggi il mio corpo ha subito uno stress incredibile. Non riesco quasi a muovere le gambe, le braccia sono pesantissime e la schiena mi fa male. Primi due giorni di farm, quella vera. Sveglia alle cinque e mezza, inizio lavoro alle sei e mezza e termine alle tre con mezz’ora di pausa pranzo. Le mie mansioni, fino ad ora, sono state strappare le erbacce a mano e zappare infiniti filari di cocomeri e meloni. E’ il lavoro più duro che abbia mai fatto in vita mia. Già lavorare in campagna è duro di suo, in più bisogna aggiungere all’equazione l’Australia. Il clima è torrido. Fino alle nove si sopporta bene, ma poi il sole si alza e se il vento non è fresco è come zappare in un gigantesco forno a cielo aperto. Mai una nuvola in cielo, il quale è azzurro come nei disegni. Purtroppo per proteggermi dal sole che ustiona sono costretto ad indossare abiti lunghi, quindi lavoro in felpa e tuta. Si possono quindi facilmente immaginare le mie condizioni nel primo pomeriggio. Il periodo di tempo che va dall’una alle tre è infinito. I minuti sembrano ore e la fatica fisica raggiunge il culmine. Lavoro in automatico, uno zombie nei campi coperto di terra rossa. La terra d’Australia è composta da polvere rossa. Questa polvere super fine penetra ovunque. Le scarpe sono rosse, gli abiti rossi, le lacrime e il muco rosso. E’ impossibile fermarla. Anche il pavimento del container ne è cosparso. Nelle foto è bellissima, ma lavorarci in mezzo è un’altra cosa. Però ci sono anche un sacco di aspetti felici. Judy, la supervisore, il mio capo diretto, è la donna più buona che abbia mai incontrato. E’ gentile, ti spiega sempre le cose tante volte e se lavori non al meglio, vinto dalla fatica, non ti rimprovera mai. Credo che sia un’aborigena, ma il colore della sua pelle potrebbe anche derivare dagli anni di lavoro nei campi, quindi non lo so di preciso. Anche negli orari è ultra flessibile. Ieri abbiamo smesso mezz’ora prima e oggi un’ora. Sempre otto ore segnate e via al riposo. Non so se lo faccia perché si rende conto che le nostre condizioni fisiche siano del tutto impreparate o se lo faccia perché anche in campagna la mentalità australiana del lavorare il meno possibile prevale, ma non mi importa. Quando si rientra è sempre una grande gioia, anche se fatico a salire in macchina per via dello stress muscolare. In Italia ho lavorato spesso in campagna, d’estate, a raccogliere la frutta, e non si sono mai sognati di regalarmi ore in questo modo. Mai. Rientrato nel container faccio la doccia e aspetto il giorno dopo cercando di non addormentarmi troppo presto. E’ forse il momento peggiore, dopo che ti sei un poco ripreso. Non si va da nessuna parte, non si parla con nessuno, non c’è nulla da fare se non aspettare. E’ una vita terribile. Non mi spiego come la si possa scegliere deliberatamente. E’ solo il secondo giorno e già non ne posso più. Spero solo che dalla settimana prossima il mio fisico si sia abituato. Mancano 86 giorni e desidero con tutto il cuore che passino in fretta, tipo quel paio d’ore di lavoro all’alba.


La pioggia porta conforto

Darling Farm, Bourke, NSW, 21 ott 2012, ore 15:43, domenica

Oggi va un poco meglio. Il senso di spaesatezza si è un po’ placato. La giornata si è presentata nuvolosa fin dal mattino e per un po’ ha persino piovuto. Poche gocce selvagge. Il fresco non è durato tanto, ma mi sembra che sia tutto lievemente più familiare. La natura non è così violenta, oggi. I rumori misteriosi che provengono la notte dall’esterno del container non ci sono durante il giorno e le nubi, placando il sole, diffondono tutto intorno un che di rassicurante. Anche il vento è più fresco. Non più un perenne asciugacapelli che spira in ogni dove ma una forte brezza carica di una lieve frescura. Nessuno in giro. Niente. Forse mi sto abituando alla situazione o forse oggi è solo una buona giornata, ma non mi pesa più come ieri. Leggo, scrivo, guardo film. Mi tengo impegnato nell’attesa che venga domani. Il mio primo giorno di lavoro nella farm, il giorno 1 su 88. Nelle 48 ore che ho trascorso qui ho sviluppato una serie di piani alternativi. Ad essere sincero non ci tengo poi più di tanto ad avere il secondo visto. Non a questo prezzo. Ora come ora è solo una gara di resistenza ed io, purtroppo, mi sento più favorito sulle brevi distanze. Non sono l’uomo delle maratone nell’outback, ma forse anche questa è solo questione di abitudine. Il mio problema più grande credo che sia il fatto di non riuscire ancora a ridurre tutto ai minimi termini. Sono qui, ho un tetto sulla testa, un letto e un condizionatore. Ho a fianco a me la donna che amo, ho un frigo pieno, un computer ed una connessione funzionante. Sono in un ventre di vacca. E invece penso al fatto che non c’è nulla, che sto sprecando giorni, ore, minuti preziosi della mia vita senza ricavarne nulla. So che non è vero, che quello che c’è qua fuori ha una sua bellezza e che se riuscissi a coglierla allora sarei nuovamente ricco, ma purtroppo non la vedo ancora. L’essenziale è invisibile agli occhi ed io sono cieco. E’ ancora troppo presto. Ho però iniziato ad esplorare i dintorni. Ieri ho camminato lungo la terra battuta che forma quella che possiamo definire la strada per arrivare al capannone dove si impacchetta la frutta. Dopo appena un centinaio di metri ho sentito un rumore nell’erba alta che costeggia la lingua rossa. Un lungo serpente marrone spuntava da un pezzo di terra nudo. Non ho visto la testa, mi sono volto tardi, ma il lungo corpo che precedeva la coda sembrava non finire mai. Non mi ha fatto tanto effetto, eravamo distanti. Anzi, mi ha quasi fatto piacere iniziare a fare la conoscenza delle creature che mi circondano. Sono comunque rientrato nel container perché non ho idea di come comportarmi di fronte ad una situazione del genere. Nessuno mi ha ancora ragguagliato a proposito, ma almeno abbiamo fatto conoscenza. La notte però fa ancora paura. Quei duecento metri che mi separano dal bagno per me sono come duecento chilometri. Troppi rumori, troppa vita sconosciuta, troppo buio. Un muro nero e impenetrabile che apre lo scrigno delle paure arcaiche, le paure provate dall’uomo fin dalla notte dei tempi. Non so cosa cela quell’oscurità, ma per ora non ho voglia di saperlo. Aspetto sempre con ansia il mattino, la luce e, quando si può, le nuvole cariche di pioggia. Domani alle sei e un quarto si va nei campi. Da quanto ho capito si seminano i meloni. Sdraiati tutto il giorno sulla terra rossa a fare buchi con uno stecco e a piantare semini. Sdraiati sulla terra dei serpenti aspettando il mattino dopo.