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Il Red Centre

Alice Springs, NT, 18 feb 2011, ore 16:16, The Ghan Station

Il centro è costoso. Parecchio costoso. Il luogo più costoso d’Australia che abbia incontrato fino ad ora. La benzina, una volta lasciata alle spalle Alice Springs, costa 2,30 dollari al litro. Nel resto d’Australia costa 1,50. Ad Alice Springs costa 1,80. Il centro è costoso. Però il prezzo che si paga vale quello che si vede.

Le due mete forse più famose del Red Centre sono Uluru ed il Kings Canyon. Situate circa a 500 chilometri a sud ovest di Alice, questi due ammassi rocciosi sono due vere e propire meraviglie naturali. Il Kings Canyon è una gola profonda, scavata nella roccia dal tempo e dagli agenti atmosferici, che si apre in mezzo al nulla del bush australiano. Uluru, ivece, è Uluru. Chiamato dapprima Ayers Rock, ha cambiato il nome inglese con il nome aborigeno qualche anno fa. E’ il sasso più grande del mondo. Appare così, all’improvviso. Tu stai guidando tranquillo lungo la lingua d’asfalto che attraversa un deserto rosso cosparso di alberi secchi e morti, e ad un certo punto ti appare davanti. A seconda dell’ora del giorno in cui arrivi ha un colore diverso. Bam! La sommità di questo monolito appare e scompare tra le dune per un bel pezzo. Poi arrivi abbastanza vicino per tenerla sempre in vista. E’ molto più alto di quanto non appaia nelle foto. Una volta arrivato sotto ti rendi conto che, a dirla tutta, in foto non rende affatto. E’ vero, è semplicemete un sasso gigante, però ti dà proprio l’idea di essere capitato alle origini del mondo, al tempo del dreamtime, quando tutto è cominciato. Lasciata l’auto il caldo è opprimente. Davvero, ti schiaccia. Il sole è forte, l’acqua diventa brodo in pochi minuti e l’unica aria condizionata che si può trovare, anche se debole debole, è quella del piccolo centro turistico situato alle pendici della roccia. Un cartello, posto all’inizio del sentiero che si snoda attraverso il bush e che circumnaviga il masso, sconsiglia di avventirarsi nel bush dopo le nove di mattina. Pericolo di morte per disidratazione e infarto. C’è anche un altro cartello, un cartello che chiede ai turisti di non scalare il monte. A parte che è molto pericoloso e che ogni anno tanti turisti si devono far venire a prendere dall’elicottero, gli aborigeni non gradiscono che si calpesti il loro sasso sacro gigante. La gestione del parco è divisa tra il governo australiano e la tribù degli Anangu, il popolo aborigeno originario di questa parte di Australia. Loro sono i guradiani del monte, sono i responsabili della sicurezza dei viaggiatori e dei turisti. Loro considerano il loro monte sacro, e nella loro credenza è severamente proibito scalare la montagna per chiunque in qualunque frangente. Perchè non impedirlo e basta, allora? Per colpa dei giapponesi. Meglio, per colpa dei turisti. Per colpa dei turisti giapponesi. Insomma. Il fatto è che chi gestisce l’industria del tursimo qui intorno crede che proibendo la scalata ufficialmente, crollino le visite. E siccome gli scalatori più accaniti sono i giapponesi, che sono anche i turisti di maggiore presenza nei resort dell’area, è colpa dei turisti giapponesi. Turisti che muovono un gran numero di soldi, per la zona. Essendo il centro del continente ed il centro di uno dei deserti più grandi del mondo, per ospitare tutti i turisti è stata costruitia una apposita città-resort chiamata Yulara. Yulara è un grande complesso alberghiero dotato di tutti i livelli di comfort. Un letto in una camera di “ostello”, il livello più basso che si può trovare, costa 46 dollari a notte. Se non ti va bene, puoi sempre dormire nel bush. Tranquillo. Yulara e il giro di soldi che sposta, tours, gite e tutto il resto, battono le tradizioni aborigene senza neanche discuterne. L’unica cosa rimasta da fare è chiedere gentilmente ai turisti di non scalare il monte. Sorprendentemente, funziona per quasi tutti. Eccetto i giapponesi, ovviamente.

Scherzi a parte è stata una delle mete più costose da me mai visitate. Però, quando il sole comincia a calare sull’orizzonte ed il cielo e le nubi diventano viola, il fascino e la maestosità del monte ti catapultano di colpo agli albori della vita, quando tutto è nato, quando tutto si è originato. Ma tranquilli, non c’è pericolo di perdersi. Le altre 500 persone accanto a te che scattano foto e fanno pose buffe ti ricordano costantemente che non sei alle origini del mondo, ma solo nell’area panoramice del tramonto del parco di Uluru. W il turismo e i giapponesi.

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Wwoofing nel Red Centre

Bond Spring Station, Alice Springs, NT, 5 feb 2013, ore 18:30

Il Red Centre è il cuore dell’Australia, la sua parte centrale. E’ una distesa semidesertica di terra rossa che si estende dalla costa meridionale del South Australia ed arrifa fino al mare di Timor del Northern Territory. Vista dall’alto di un aereo è una tavola rossa solcata qua e là da vecchi letti di fiumi che si riempiono d’acqua solo quando piove per molto tempo. Per la maggior parte della sua estensione è deserto. Qualche cespuglio e pochi alberi secchi sono visibili ogni tanto, ma sopravvivere in questo pezzo di mondo è un’ardua impresa. Qualcuno, però, non si fa scoraggiare dalle avversità. Ed ecco così che una remota stazione del telegrafo si ostina a sopravvivere, e da un paio di baracce sbattute in mezzo al niente del centro dell’Australia, si passa ad una città vera e propria: Alice Springs. Situata esattamente nel mezzo di tutto, e allo stesso tempo nel mezzo di niente, questa città è sopravvissuta e si è espansa fino a contare oggi quasi 30.000 abitanti. Il mare, da qui, è come se fosse inesistente. Ciononostante è molto più Australia questa città di tante altre che mi sono passate davanti agli occhi.

Il WWOOFing è una pratica molto diffusa in Australia. Consiste nel lavorae all’interno di alcune aree selezionate in cambio di vitto e alloggio. Non si spende nulla e non si guadagna nulla. La Bond Spring Station è situata a una ventina di chilometri a nord di Alice Springs, in pieno bush. E’ un ranch in cui allevano manzi e il nostro lavoro, oltre alle vacche, consiste nel fare un po’ di manutenzione. La famiglia che ci ospita è molto gentile. Ci hanno accolti benevolmente e non ci fanno mancare di nulla. O quasi. Noi viviamo in una baracca senza aria condizionata situata a pochi metri dalla casa padronale. Abbiamo la nostra intimità ma anche molto caldo. Le temperature sono circa come quelle di Bourke: 40 gradi. Il vitto non è dei migliori. Cuciniamo nella baracca la colazione e la cena ma il pranzo lo consumiamo tutti insieme nella casa dei nostri ospiti. Per quanto ci chiedano sempre se vogliamo qualcos’altro da mangiare, la cucina dell’outback australiano non assomiglia per niente alla cucina italiana. Tutto sommato, però, non va male. Staremo qui fino alla prossima settimana. Il 17 febbraio avremo abbastanza giorni per il visto e allora potremo tornare alla civiltà. Anche la linea qui è del tutto assente. E’ quasi impossibile collegarsi, quindi per i prossimi 14 giorni è come vivere nel far west. Sarà una bella esperienza. Credo che ogni visitatore dovrebbe provarla per un po’ visitando l’Australia, l’unico Paese del mondo dove, per alcuni, tutto questo è la normalità.