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Il Ghan

Katherine, NT, 19 feb 2013, ore 12:29, a bordo del Ghan

Il Ghan è il fratellino dell’Indian-Pacific. Corre da Adelaide a Darwin ed è, con i suoi 2979 chilometri, il secondo tracciato australiano per estensione. Taglia da sud a nord tutta l’Australia, attraversa il Red Centre e giunge fino al Top End. La storia di questo treno sa molto di outback.

La sua costruzione è iniziata nel 1877. Il progetto era quello di costruire una linea ferroviaria che collegasse Adelaide con l’allora stazione telegrafica di Alice Springs e Darwin. Il tracciato originario di questo treno era stato disegnato per correre lungo le miriadi di letti di fiumi secchi per la maggior parte dell’anno. Una volta iniziata la costruzione, però, le prime piogge hanno originato fiumi in piena dove c’era solo sabbia rossa, e le rotaie venivano spazzate via costantemente. Le ricostruzioni degli anni hanno spostato il tracciato di continuo, in cerca di punti più riparati dalle piogge stagionali. Per i primi cento anni di vita del Ghan, il tracciato era spesso interrotto e la stazione di arrivo era Oodnadatta. Nonostante la ferrovia fosse relativamente slada, il percorso era tortuoso, così intricato che la velocità raggiunta dai primi convogli non superava mai i 30 km/h. Frequenti erano anche gli intoppi e gli incidenti lungo i binari, ed i lanci di cibo coi paracadute, per nutrire i viaggiatori intrappolati a bordo del treno, erano una delle caratteristiche  più bizzarre dell’outback. L’ultimo pezzo, da Oodnadatta fino ad Alice Springs, era da fare in groppa di cammello. I cammelli, molto meglio dei cavalli, si adattavano perfettamente al bush desertico australiano. I conducenti di questi cammelli erano dei cammellieri pakistani, provenienti dall’allora Balochistan, ma la maggior parte degli australiani li credeva afgani. The Ghan, altro non è che l’abbreviazione di Afghan, afgano. Alla Bond Spring Station c’era una vecchia fotografia che ritraeva la prima locomotiva mai giunta ad Alice Springs. Si può dunque pensare che col tempo la tecnologia e le tecniche di costruzione siano migliorate. In parte è vero, ma fa sorridere pernsare che il tratto finale da Alice Springs a Darwin sia stato terminato ed inaugurato solo nel 2004. La lotta delgi ingegneri ferroviari contro l’outback non è stata un trionfo facile, ma una lunga guerra di logoramento. L’outback non perdona nessuno.

A bordo del treno è tutto come l’Indian-Pacific, tranne che per una cosa. Partendo da Alice Springs, ci siaddormenta circondati da terra rossa e bush e ci si sveglia circondati di verdi foreste pluviali. Almeno in questa stagione, la stagione delle piogge o Wet Season. A Katherine il treno ferma 4 ore. 4 ore in cui si può visitare la piccola città di Katherine, 5000 anime, che altro non si rivela essere che un ammasso di case circondate dal verde ed immerse in un caldo asfissiante, anche se per gli abitanti del Northern Territory è una specie di metropoli. Il viaggio riprende: ultima tappa Darwin.

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Quel treno per Bourke

Linea Sydney – Dubbo, NSW, 19 ott 2012, ore 12:39

Così è deciso: Bourke. Questa piccola comunità del Nuovo Galles del Sud è la prima meta scelta per conquistare gli 88 giorni di lavoro nei campi che mi permetteranno di restare un altro anno in Australia. Seduto sul sedile di questo treno penso ad un sacco di cose su questo lavoro e sul mio futuro. Sono così eccitato che non riesco a stare seduto. E’ quell’eccitazione che si prova quando la conclusione del viaggio è incerta, quando si sa dove si vuole arrivare ma non attraverso cosa si deve passare per arrivarci. E’ il momento peggiore: è il dubbio.

“Se si conosce Bourke, si conosce l’Australia”. E’ la frase forse più scritta a Bourke. E’ stata scritta dal famoso poeta australiano Henry Lawson. Questo signore era stato mandato qui nel 1892 dal suo editore per monitorare la vita ai confini dell’outback e anche per disintossicarsi dall’alcol. In questo luogo ha scritto alcuni dei suoi componimenti migliori. E’ un luogo che ispira, dicono. Una di quelle parti del continente in cui l’Australia è ancora vera, autentica. 2000 persone circa, clima semi arido, canguri e uccelli e farm. La farm che ho trovato coltiva limoni, arance e meloni. Sono tre settimane di lavoro che si potrebbero estendere fino a Natale, dipende da me e da loro. Dipende da Bourke. Un’ altro detto che laggiù va alla grande è Back’o Bourke ed è significativo che si pensi a Bourke come punto di ritorno dal nulla.

Non so davvero cosa mi devo aspettare. Il lavoro è sicuramente molto duro, anche il proprietario me l’ha detto. Via via che il treno si allontana da Sydney, gli alberi si diradano, l’erba si fa meno verde e spuntano pecore, vacche e canguri. Il paesaggio è splendido, come sempre, ma ora mi concentro sul fatto che non sarà solo un’immagine che scorre dal finestrino: sarà la mia casa per un po’. Il dovere prima del piacere. Quello che forse mi pesa maggiormente è il motivo per cui sono qui. Questa volta non è propriamente una mia scelta. Se avessi la possibilità di restare in Australia un altro anno senza andare in nessun Bourke o in nessun Bowen sicuramente adesso sarei a Sydney a cercare casa e lavoro a Bondi Beach. L’Australia però non lo concede. Se vuoi restare devi fare per 88 giorni molti di quei lavori che gli australiani ricchi non vogliono più fare. Sono da quella parte della televisione che a volte in Italia si vede nei telegiornali. Sono un immigrato che cerca di restare. Posso raccontarmela ma la verità è questa. Sono un italiano che come tanti suoi compatrioti prima di lui cerca fortuna in un altro Paese quando a casa tutto va male. Non è una novità, non è nulla di eccezionale; semplicemente, quando studiavo questo fenomeno sui banchi di scuola, non avrei mai pensato di farne parte. Quindi non c’è scelta, o Bourke o Italia, e da quello che leggo sui giornali e dal fatto che sono su questo treno, la mia scelta è molto chiara. Posso solo dire che adesso i racconti di John Steinbeck suonano diversi, anche se lui scriveva di America e non di Australia.

Bourke, container nella piantagione di meloni, 19 ott 2012, ore 23:54

Dove diavolo sono capitato? Vorrei proprio dire due parole al signor Lawson. Capisco che alla fine dell’ottocento non esistevano né l’Opera House né Surfers Paradise, ma se devo fare un dipinto di tutta l’Australia partendo da qui, bè non sarebbe un bel dipinto. Vivo in un container, a dieci chilometri da un centro abitato morto e a circa ottocento da quella che io definisco “città più vicina”. Al momento l’Italia non i sembra nemmeno così male. Sì, rubano tutti e non c’è lavoro, però almeno non mi sento annientato. Non credo che resisterò a lungo. Non c’è nulla a parte un milione di insetti che ruotano sulla mia testa e mi camminano addosso. Il bagno è esterno ed è a un centinaio di metri. Cento metri di buio e mistero. Per quello che mi riguarda potrebbe essere a Sydney. C’è troppa solitudine, troppa natura e troppo nulla. Mi sembra di impazzire, chiuso nel mio container ad aspettare che venga il mattino per capire almeno dove mi trovo, cosa ho intorno. Non è la mia dimensione, non lo è affatto. Se penso anche che questo week end non conta per i famosi 88 giorni mi viene davvero voglia di prendere il bus domattina e ritornare a Sydney. Ma non lo farò, non ancora, anche se non è detto che non prenderò quello di mercoledì. Per ora la farm vince e vince alla grande.