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I muri che ci creiamo, i muri che abbattiamo

Chengdu, Sichuan, 5 mar 2011, giorno 53, ore 23:41, ostello

A Castelfranco Emilia c’è un unico ristorante cinese. Il piatto più prelibato che, a mio avviso, annoverano nel loro menù sono gli spaghetti pasta fresca con verdure. Ne vado matto, sebbene non mangi le verdure. Sono di sicuro nella top ten dei miei piatti preferiti, dopo quelli che cucina mia nonna. Io sono in Cina da più di due  settimane e non li avevo ancora mai mangiati. Ho paura del cibo. Già quando sono a casa c’è solo un ristretto numero di pietanze che mangio. Qui, poi, in un Paese straniero e con quasi nessuno che mi capisce, mangiare è uno dei miei principali problemi. La maggior parte del cibo cinese è piccante, e io col peperoncino ho poco feeling. Da qui si evince facilmente che i miei pranzi e le mie cene siano costituiti da poche variazioni e da molta ripetitività. Xiaoxiu è stata la prima breccia di questo muro. Essendo lui un cinese, è naturalmente abituato a mangiare i piatti di questa cucina, e sotto la sua spinta mi sono lasciato andare a qualche novità. La cosa migliore però che lui abbia fatto mai per me è stato scrivere sul mio taccuino “beef noodles non piccanti” in cinese. Circa mezz’ora fa mi è venuta fame. Il Macdonald’s, mia ahimè principale fonte di sostentamento, chiude alle undici, quindi mi sono dovuto arrangiare. Mi sono messo lo zaino in spalla e sono uscito dall’ostello. La Cina abbonda di banchetti che cucinano sui marciapiedi. Ce ne sono per tutti i gusti e servono praticamente qualsiasi tipo di pietanza. Io ne cercavo uno che servisse noodles, con la speranza di trovare qualcosa da mettere sotto ai denti. Non ci è voluto molto tempo prima che qiualcosa attirtasse la mia attenzione. Una signora sui 50 anni se ne stava tranquilla a cucinare col suo wok all’angolo della strada appena usciti dalla via del mio ostello. Ero spaventato ad approcciarmi direttamente a lei. Intorno al suo banchetto stavano alcuni tavolini pieni di clienti, e il solo fatto di passarci davanti e gettare un’occhiata fugace per saggiare il terreno ha destato la curiosità di tutti gli astanti. Faccio finta di niente e vado avanti. Appena arrivato fuori dalla loro visuale, mi giro e mi ripresento con noncuranza. Questa volta quasi nessuno mi considera, ma davanti alla signora si era creata un po’ di fila, quindi proseguo, attraverso la strada e mi siedo su un pilone di cemento nell’attesa che la fila si smaltisca. Accendo una sigaretta e medito sul da farsi. L’approccio diretto era fuori discussione. Non ho così tanto coraggio. Sarebbe occorsa una mossa Kansas City. Medito. Lo faccio o non lo faccio? Scemo, perchè non dovresti farlo? Ma, non so. Magari non mi piace, magari non ci capiamo, poi tutti mi guardano e io faccio la figura del coglione. Oh, butterai via 5Y, sono 50 centesimi; quanto alla gente che ti frega? Tanto non li rivedrai mai più. No, no, no, no vado via. Coniglio. Non sono un coniglio, è che non so cosa aspettarmi. Coniglio. La lotta con me stesso si è protratta in questo modo per tutta la durata della sigaretta. Mi immaginavo chissà quali situazioni, e tutte finivano senza il mio piatto di noodles ma con una magra figura. Spenta la sigaretta per terra (qui si può, lo fanno tutti) la situazione era ottimale. Nessuno in fila, pochi i seduti e la strada libera. Ora o mai più. Prendo lo zaino e mi avvicino alla signora con passo felpato. Una gazzella che si avvicina all’acqua per bere. Ci sarà un coccodrillo in agguato tra i giunchi pronto a sbranarmi? Arrivo al banchetto e non c’è nessun segno del coccodrillo. Io e la tipa ci guardiamo. Sorrido. Lei sbraita in cinese, ma non mi intimorisco. Qui hanno sempre questo modo militaresco di esprimersi. Dovreste vederli litigare. Mormoro un timidissimo “Beef noodles” che lei ignora completamente. Altri sbraiti in cinese. Scappo? Poi, con un estremo gesto di coraggio, tiro fuori il mio taccuino con la frase scritta da Xiaoxiu, la mostro al generale e ripongo in essa tutto il mio futuro. La signora mi prende il taccuino, legge, sorride e mi fa cenno di sì. Ce l’ho fatta, penso, evvai. Per fugare ogni mio dubbio lei indica la scodella col peperonico e dice “No?”. No. Tutto da manuale. Sono un duro, io. Ci mette pochi minuti a preparare il mio piatto. La piccola clientela seduta lì dietro mi guarda e sorride, ma nessuno fa poi tanto caso a me. Prendo la mia scodella, le bacchette, le do 5Y e me ne vado per la mia strada. Guardo la scodella, spezzo le bacchette e comincio a mangiare non senza un certo timore. Erano buonissimi. Davvero. Meglio addirittura di quelli del ristorante cinese di casa mia. Tutto contento mangio per la strada con un sorriso da cretino stampato sul volto fino ad arrivare al mio ostello. Qual’è la morale della favola? La morale della favola è che di sicuro io sono uno stupido, ma nella mia stupidità ho capito che la maggior parte delle difficoltà a volte me le creo io da solo. Non dico che da oggi mangerò tutto e sarò sempre felice e spensierato per quanto riguarda il nutrimento. Non è sempre domenica. Però credo che quello che potrei perdere assecondando i miei timori ha più valore di quello che potrebbe deludermi. Se fossero stati immangiabili li avrei semplicemente gettati. La signora, dal suo canto, ci ha guadagnato 5Y e un cliente fisso per tutta la durata del mio soggiorno a Chengdu. Durata che si protrarrà fino all’otto marzo, in quanto i posti sul treno che mi porterà a Xi’an erano esuriti fino a quella data. Adesso ho la pancia piena, il mio umore è alto e mi è capitata tra le mani una bella storia da raccontare. E niente coniglio! Tornando verso l’ostello ha cominciato a piovere. Sarà forse un segno?


Noodles e spazio

Tokyo, 19 gen 2011, giorno 8, ore 22:59

Viaggiando in metropolitana a Tokyo ci rende subito conto che il bene più importante è lo spazio. Tutti cercano di stare a sedere occupando il minor spazio possibile. Si rannicchiano a tal punto che certe volte conviene stare in piedi, e infatti molti lo fanno. All’interno del vagone, inoltre, ci sono spazi differenti contrassegnati da colori differenti: i sedili blu (da notare che i sedili della metro sono tipo divani e sono tenuti come quello di casa mia) sono per tutti, mentre quelli rossi sono per le categorie speciali (anziani, donne incinta, diversamente abili) e la norma impone che stiano sempre liberi. Da bravo italiano ignorante che sono, oggi salgo sul treno e mi siedo, tiro fuori la guida e inizio a farmi i fatti miei. La metro è la più estesa che abbia mai visto e quindi si ha tutto il tempo di verificare le indicazioni prima di raggiungere il posto prescelto. Dopo un po’ inizio a notare che tutti mi guardano, e quei tutti erano prevalentemente anziani. Insospettito comincio a guardarmi intorno e allora scorgo un cartello con scritto “Posti riservati a categorie protette”, o qualcosa del genere. Imbarazzato come un ladro in chiesa (questa forma di ostracismo credo che sia la causa principale per cui qui tutti rigano dritto) mi alzo e per sostenermi utilizzo i ganci attaccati al soffitto. Mano a mano che la metro si riempie mi sento ancora osservato. Mi guardo intorno e vedo che tutti appoggiano lo zaino a terra, mentre il mio è ancora sulle mie spalle. Sempre quella faccenda dello spazio. Di nuovo, mi guardo intorno con aria di scusa, sguardo basso e orecchie piegate, e appoggio lo zaino. La gente attorno a me ora è davvero tanta, ma io non sono abituato alla metro, quindi per mantenere l’equilibrio utilizzo due ganci del soffitto, con due mani. Anche questo credo che non si debba fare, perchè appena ne mollo uno per grattarmi il naso, ecco che una mano piuttosto stizzita lo afferra e mi rimprovera con un’espressione di disprezzo. Questa è la vita del vagablogger in Giappone. Non parliamo poi delle cicche di sigaretta: non ne ho ancora vista una per terra. Tutti i fumatori hanno un posacenere portatile dove ripongono le cicche spente. Io, che non ho un posacenere portatile e che non voglio mettermele in tasca come mi hanno suggerito, mi aggiro furtivamente come uno spacciatore e appena vedo che nessuno mi guarda le nascondo nelle aiuole o in qualche altro posto. sì, sono una brutta persona, ma di posacenere e cestini per starda ne ho visti pochissimi. E dire che ho sempre creduto di essere uno di quelli “diversi”, rispettosi ed educati.

Un punto di cui invece sono stato piacevolmente sorpreso è il cibo. Prima di arrivare credevo mi aspettassero altre settimane ininterrotte di Mac Donald’s (da quando sono partito ho mangiato sempre lì, sorry) e invece la cucina di qui è straordinaria, talmente straordinaria che tutte le verdure che contiene vanno giù che è un piacere. Quando stasera ho ordinato una specie di zuppa di spaghetti, si è rivelata talmente buona che ho bevuto anche tutto il brodo. Assieme alla zuppa c’era una cotoletta di pesce servita con riso e verza. Anche quello BAM, giù nel canestro. E per soli 3 euro! Decisamente il cibo è più economico degli alloggi, ma chissà che andando avanti non riesca persino a migliorarmi in quello?