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I dolori di un giovane backpacker

Cygnet, TAS, 8 gen 2012, ore 19:45

Questa è una fase delicata del mio cammino in Australia. E’ delicata perché è pesante sopra ad ogni limite. E’ delicata perché può farmi scoppiare da un momento all’altro. Sono una bomba che rotola. Tutto quello che ho visto e fatto quaggiù, da Perth a Bourke attraverso mezzo continente australiano, culmina con la situazione peggiore immaginabile. Ho finito i sinonimi presenti nel mio vocabolario e non ho abbastanza linea per farmi aiutare da Google. Se l’inferno avesse un nome, non sarebbe Bourke: sarebbe Tasmania. Una sirena, tanto bella quanto letale. Il suo canto attira innumerevoli sventurati che finiscono poi invischiati tra le sue braccia e lì rimangono per sempre. Molti backpackers hanno fatto naufragio quaggiù, attirati da una stagione di raccolta che prometteva essere ricca e che invece si è rivelata povera e spietata, crudele come le persone che sfruttano i viaggiatori. Proprietari di ostelli, farmers, albergatori ed anche tassisti. Tutti a sfruttare tutti finché ce n’è. E quando un non ne ha più, ce n’è subito un altro a sostituirlo.

Le mie condizioni di vita qui non credo siano classificabili come umane. Siamo bestie, schiavi o qualunque altra parola renda l’idea. Al prezzo di 175 dollari la settimana ho solo un tetto di lamiera sulla testa. Niente luce, i bagni sono lontani e non posso usarli tutti, la cucina è sporca, piena di insetti e sempre piena di altri pezzenti che cercano un angolo il meno sporco possibile per cucinare qualcosa di commestibile e mangiarlo in fretta. Il lavoro non è faticoso ma è sottopagato al massimo. Un dollaro al chilo per un cesto di ciliege perfette. Una ventina di quelle brutte e il supervisore ti dice che il prossimo non te lo pagano. Otto dollari ogni quarantacinque minuti da cui togliere le tasse. L’estate qui è un autunno. E’ freddo, piove spesso ed è sempre nuvoloso. L’acqua da bere è gialla o marroncina e quelle poche volte che il cesso non è occupato è sempre senza carta igienica. Appena dimentichi o appoggi qualcosa, è sparita. L’ostello è sovraffollato al massimo. Gente che paga anche più di me per dormire chi in una macchina, chi in un van scassato. I più fortunati vivono in tenda alla modica cifra di ottanta dollari alla settimana. E il tempo corre. Mi mancano ancora una quarantina di giorni da fare per il visto e di lavoro non ce ne è tanto. Tutti vogliono lavorare. Tutti cercano lavoro e a tutti va bene qualunque sistemazione. Un esercito di pezzenti. Per chi sa di cosa sto parlando, la tragedia degli Oakies.

Non capisco ancora bene che effetto avrà tutto questo su di me. L’entusiasmo è storia e ogni momento mi chiedo quanto tutto questo valga la pena. Credevo di essere forte ma forse non lo sono abbastanza. Non voglio cedere, ancora. Non voglio mollare. Ogni volta che penso di farlo penso a “Furore”, il libro di Steinbeck, e penso a tutte quelle persone che fanno questa vita ma non hanno la possibilità di ritornare a casa. O non hanno una casa affatto. Il mondo ne è pieno, ma non immaginavo di sentirmi così vicino a loro. E’ tremendo, tutti abbiamo il morale a terra ma vogliamo andare avanti. Ci proviamo. Basterebbero anche solo condizioni di vita migliori. Una stanza, la luce, un bagno. Sarebbe sufficiente, ma al momento non ci sono. Non resta che sperare. Se fossi credente pregherei, a questo punto. Purtroppo non ho nemmeno questo conforto. Sono solo un altro backpacker in cerca di lavoro e di un visto. E scusate se sono ripetitivo.

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L’Australia prende, l’Australia dà

Cygnet, TAS, 7 gen 2012, ore 17:48

Non pensavo che sarei mai andato in Tasmania in vita mia. Uno la sente nominare, sa che sta dall’altra parte del mondo, ma non pensa mai di andarci. Un ragazzo che ci è stato non sapeva nemmeno che fosse un’isola. Non sapeva nemmeno che fosse in Australia. Invece è cosi. Una piccola isola, ma abbastanza grande da essere classificata come stato autonomo, non un territorio. In aereo dista poco meno di un’ora da Melbourne. Ci si può andare anche in nave, volendo. Lo “Spirit of Tasmania”, l’unico traghetto che copre la tratta, ci mette una notte e sbarca a Devonport. Da lì, per raggiungere l’aereo arrivato quasi un giorno prima, la si attraversa in autobus e si giunge a Hobart, la capitale. Hobart, una capitale piccola e graziosa, situata sui dorsi delle colline che sormontano l’estuario del fiume Derwent, il quale, dopo aver serpeggiato tra colline coperte di frutta, si getta nel mare di fronte alla città, in uno dei porti naturali più belli d’Australia. Hobart ed i suoi ponti. Hobart e le sue mille casette. Una città priva di condomini o palazzoni. Solo case di legno ammassate alla rinfusa lungo dorsi scoscesi di dolci colline. Una delle città più semplici di cui abbia memoria. Un piccolo centro, un grande porto, mille barche a vela e tante persone gentili. Difficile non voler restare per un po’. Facile invaghirsene in breve tempo. Basta poco. Un giro in taxi, due albergatori squisiti ed un letto vero, pulito e morbido dopo tanto tempo. E un bagno in camera ovviamente. E’ tutto qua. Mentre ovunque, nel mondo, la notte più buia cela gatti o uccelli bizzarri, Hobart cela creature strane. A prima vista sembrano enormi gatti dal muso a punta. Accoccolati sui rami dei giardini si muovono silenziosi celati dalla notte e dal loro pelo nero. Solo gli occhi brillano al buio. Non fuggono davanti agli uomini, ma cantano, ed il loro canto ghiaccia il sangue nelle vene. Un brivido corre fugace lungo la spina dorsale, i denti si stringono, gli occhi si chiudono. I diavoli della Tasmania, chiamati così per un giusto motivo.

Al mio arrivo ad Hobart ho scoperto il fuoco selvaggio. Avevo chiamato per giorni in cerca di una sistemazione. Nulla da fare. Tutto occupato. Al mio arrivo in aeroporto non sapevo dove andare. Sapevo solo che la domenica sarei dovuto essere ad Huonville per la nuova farm. Due giorni da trascorrere ad Hobart per l’attrezzatura da campeggio e poi via, verso una sistemazione in tenda ed un lavoro ipotetico come raccoglitore di fragole. Era poco, ma era tutto quello che sapevo. Giunto all’aeroporto mi ha accolto un cielo rosa fuoco ed un sole coperto da nubi vaporose e leggere. Mai visto nulla di simile. Recuperato il bagaglio, ho chiamato tutti gli alberghi reperiti su una brochure trovata all’aeroporto. Niente. Poi l’ultimo numero ha dato tanto. Si, c’era un posto, ma ero fortunato. Tutto era pieno. Perché? Bushfires. Incendi. Il caldo aveva generato autocombustioni nei bush, i quali si erano propagati per chilometri tutto intorno alla città. Centinaia di sfollati con le case a rischio. Ostelli e alberghi tutti pieni. Ho avuto fortuna, ma ho poi pagato nei giorni seguenti. Reperita l’attrezzatura per la farm, la domenica ho preso il bus per Huonville. Non ero teso come quando ero sul treno per Bourke. Inspiegabilmente mi sentivo fiducioso. Eravamo i quattro e non più in due, e si sa, l’unione fa la forza. Pensavo che sarebbe andato tutto bene, che avremmo trovato un bel pratino dove piantare la tenda e che il lunedì avremmo iniziato a raccogliere fragole. Pura essenza di ottimismo. Arrivati alla stazione di Huonville abbiamo preso un taxi fino al Little Devil Backpackers. E qui, tutto e cambiato. La tassista, era una donna, prima di arrivare, ci aveva detto che il posto era scadente e che spesso il lavoro non c’era, ma noi insistemmo per andare. Avevamo pagato ed al telefono ci avevano assicurato un lavoro. Arrivati nel parcheggio e scesi dal taxi sembrava di essere in un altro universo. L’ostello era un insieme di baracche piene di gente e il pratino da me immaginato era in realtà una distesa di terra secca e sassi invasa da decine di tende montate alla rinfusa l’una sull’altra tende. Non c’era spazio nemmeno per una bicicletta. Sembrava una baraccopoli da terzo mondo e per nulla un ostello australiano. Il piccolo diavolo. Avevamo tutti già pagato per una settimana, 110 dollari a testa prelevati dalla nostra carta di credito al telefono. Nel resto dell’Australia un posto tenda costa dai 20 ai 40 dollari la settimana. Li costava 110, si dovevano aggiungere 7 dollari al giorno per il trasporto al lavoro e la doccia costava un dollaro. Dove diavolo eravamo capitati? Già scoraggiati per l’accoglienza, abbiamo chiesto ad alcuni ospiti dell’ostello quanto venissero pagati per le fragole per le fragole. 30 o 40 dollari al giorno. Nemmeno gli schiavi nell’800 prendevano cosi poco. Ci avevano fregati. Quello che inspiegabilmente andava bene per almeno duecento persone, non era assolutamente sufficiente a vivere. Non c’era nemmeno il padrone dell’ostello. Avevamo ricevuto istruzioni di arrangiarci. Quello che invece avevamo ottenuto era un giro a vuoto in Tasmania, soldi persi, nessuno spazio per dormire, nessuno a cui chiedere chiarimenti, nessun lavoro o un lavoro infattibile. Un cul de sac. Due italiani ci hanno attaccato bottone e ci hanno detto di scappare via subito. Quello era il posto peggiore del mondo. Sylvie mi ha guardato in faccia e mi ha detto: “E adesso che cazzo facciamo?”. Già che si poteva fare? La tassista ci aveva accennato ad una sistemazione alternativa e quindi decidemmo di chiamarla. Al telefono rispose che sarebbe stata lì in venti minuti e che ci avrebbe potuto dare una casa ed un’auto per girare tra le farm e chiedere lavoro. Tutto sistemato. Abbiamo raccontato agli italiani dell’ostello la nostra nuova possibilità ed uno di essi ci ha detto la cosa più saggia del mondo: “L’Australia dà, l’Australia prende!”. All’arrivo della tassista ricarichiamo la macchina, montiamo e le diciamo di portarci dove vuole. Lei però si rimangia la parola. La casa non era disponibile prima di due settimane e così la macchina. La fiera di Cygnet aveva prosciugato tutti i posti disponibili. Eravamo di nuovo fregati. L’Australia prende. Dopo un po’ di dialoghi confusi tra tutti noi, sempre la tassista ci dice che ci potremmo fermare lungo la via a chiedere ad una signora che ha un ostello e che trova lavori per i backpackers. L’Australia dà. Il lavoro può esserci, dice la signora, ma il posto per farci dormire è una baracca senza luce né acqua ed abitata da altri quattro francesi. Non avevamo scelta, così abbiamo accettato. La baracca si è rivelata essere decente, a parte per la mancanza dei più comuni servizi e della presenza di decine di esemplari di ragni  dal marchio rosso, ragni ultra temuti da tutti poiché un loro morso può uccidere. L’Australia ha tolto più di quel che a dato. Nel giro di nemmeno un’ora la nostra situazione è mutata innumerevoli volte. Si è stabilizzata su un livello molto basso, un livello paragonabile alle condizioni degli schiavi che coltivavano il cotone. Il lavoro non è duro come a Bourke. Le ciliegie sono molto più facili da raccogliere. Il problema è che veniamo pagati tutti 8 dollari lordi a cesto. Un cesto pesa otto chili quindi la paga si riduce ad un dollaro al chilo. Non solo. I cesti devono contenere solo frutta di prima qualità. Niente ciliegie ammaccate o marce o segnate. Solo frutta perfetta. E’ terribile. C’è gente che raccoglie nove cesti al giorno, quindi vuol dire che non arriva ad 80 dollari al giorno meno le tasse. E’ un lavoro ultra sottopagato. Chi abbiamo incontrato in giro ha detto che la Tasmania è bella da girare ma pessima per lavorare. E’ più povera rispetto al resto dell’Australia, quindi le paghe sono molto più basse mentre gli ostelli spennano chi cerca lavoro per i visti.

Io devo solo resistere per altri 30 giorni in un posto sito tra le colline del ‘800. Non avrei mai e poi mai voluto dirlo ma preferivo Bourke. Incredibile, ma vero. La farm mi sta uccidendo dentro. Qui veramente sono dall’altra parte della tv, sono il paragone per quelli che stanno meglio. Vorrei avere più tempo per cercare condizioni migliori, ma non ne ho. O resisto e mi guadagno il secondo visto oppure mollo e chiudo con l’Australia. Decine di persone mi hanno chiesto com’è l’Australia, se vale la pena venire fin qui. Io credevo di amarla tantissimo, ma in realtà quello che provo per lei va oltre tutto quello che si possa provare, perché quello che sto facendo adesso per restare un altro anno non lo farei per nessun altro motivo al mondo. Per nessuno e per niente. E’ infernale, disumano. Lavori durissimi pagati male e condizioni di vita al limite della sopportazione. Schiavi, siamo tutti schiavi. Immigrati che cercano di non pensare e fare quello che devono per un altro anno di paradiso, per un altro pezzo di cielo che, anche se per ognuno ha un nome di città diverso, per tutti si chiama Australia.

 


Canberra, Melbourne e Strawberry Fields

Melbourne, VIC, 2 gen 2013, ore 21:13, ostello

Sono ormai quasi dieci mesi che sono in Australia. In tutto questo tempo non ho mai incontrato nessuno che mi abbia detto di essere stato a Canberra. Adesso ho capito il motivo.

La capitale dell’Australia è una città progettata appositamente per lo scopo di diventare capitale. I lavori per la sua realizzazione iniziarono nel 1913. Il luogo su cui sorge è stato scelto nel 1908 ed è situato tra Sydney e Melbourne. Il motivo è che quando si stava decidendo se fare diventare capitale Sydney o Melbourne, nessuna delle due voleva cedere: entrambe pretendevano il titolo di capitale. Per terminare la contesa, si è quindi deciso di costruire la capitale tra le due pretendenti. E’ una storia che fa sorridere, ma il risultato di questa faida ha dato alla luce una delle città più vuote e desolate che abbia mai visto. Canberra, sulla carta, ha molti pregi. E’ una città costruita sulle sponde del lago Burley Griffin, un bacino artificiale appositamente creato, ed è immersa nel verde. Ci sono talmente tanti parchi che a volte la città quasi scompare. La zona parlamentare, il centro governativo vero e proprio dell’Australia, è composta da edifici imponenti circondati da ettari di alberi e parchi e affacciati sulle rive del lago. Scritta è molto più bella di quanto non risulti in realtà. E’ troppo dispersiva e le vacanze natalizie non aiutano assolutamente a creare intimità con gli autoctoni. I visitatori sono pochissimi e gli abitanti ed i politici, che la abitano durante l’anno, in questo periodo sono quasi tutti al mare o in viaggio. E’ come se in Italia fosse ferragosto: tutto chiuso, nessuno in giro e morale a terra per chi deve restare in città.

Melbourne invece è fatta di tutta un’altra pasta. L’impronta urbana è la stessa di Brisbane: una grande città situata lungo un fiume che la taglia in due. In principio non vedevo tante differenze se non nelle dimensioni, ma poi, girando, le differenze ci sono eccome. Pensavo che Sydney fosse clamorosamente la città più bella d’Australia. L’Opera House e l’Harbour Bridge difficilmente possono competere con qualunque altra struttura, credevo. Invece Melbourne compete eccome. Difficile per me poter dichiarare la vincitrice. Quest’ultima è molto più varia, ha più sfumature di Sydney. Il suo waterfront non compete con quello di Sydney, nemmeno ci prova, e questo suo non provarci e il suo sviluppo differente rende la zona portuale bella e vera. Gli edifici del centro e dei Docks sono all’avanguardia sia come architettura che come servizi, mentre dietro ad ogni angolo spuntano strane strutture, non convenzionali. Bolle verdi, piramidi sulle pareti, ancore sospese, non c’è limite alla fantasia. Spesso ho sentito dire che Melbourne sia la città più bella d’Australia. Appena arrivato una ragazza al bancone di un bar mi ha chiesto se era la prima volta a Melbourne. Gli ho risposto di sì. “Melbourne is the best city in Australia!”. Difficile decidersi. Certo è la più varia, la più europea, la più raffinata. Caffè, negozi di design, boutique di stilisti e murales sono gli ingredienti principali del quartiere Fitzroy, forse uno dei luoghi più belli della città. Qui si possono incontrare alternativi all’ultima moda e cinquantenni scalzi e coi pantaloni sdruciti fermi alla stessa fermata del tram. Il tram. Anche questo mi piace tantissimo. E’ il mezzo perfetto per questa città. Gira come una metropolitana ma è più caratteristico, più eccentrico. No questa città merita assolutamente una visita. Qui ho trovato la lavanderia più strana che abbia mai visto ed un negozio che vendeva solo macchine fotografiche Polaroid originali. Spero di ritornarci assolutamente.

Spero di ritornarci il 28 febbraio, di ritorno dalla Tasmania, dove spero di aver finalmente finito i miei 88 giorni di lavoro per il visto. Oggi ho trovato un lavoro: raccoglitore di fragole a Huonville. Fragole. Non ciliegie, o mele, o uva. No, fragole. Forse addirittura peggio dei meloni. Il lavoro dovrebbe iniziare lunedì e l’alloggio l’ho trovato in un ostello che ha tutte le camere occupate ma che fornisce un posto in tenda per 110 dollari la settimana più 7 dollari al giorno per il trasporto alla farm. E’ una rapina. Se penso che dopo aver raccolto fragole tutto il giorno devo anche dormire in tenda quasi rimpiango il mio treno abbandonato a Bourke, ma non ho trovato di meglio. Ho chiamato mille ostelli e mille farm e nessuno aveva posto o lavoro. Il 28 febbraio mi scade il visto e a me mancano 40 giorni circa. Non posso aspettare, quindi vado e spero che sia meglio di quanto pensi. Mentre lasciavo Bourke ricordo che pensavo al fatto che qualunque altra farm avessi trovato in futuro non sarebbe mai stata peggio di quella che stavo lasciando. Spero di non aver parlato troppo presto. Spero che non mi manchi Bourke.


Addio Bourke

Darling Farm, Bourke, NSW, 23 dic 2012, ore 14:10, giorni visto circa 60/88

Non sono più un dipendente della Darling Farm. Tante cose sono capitate tra ora e l’ultima volta che ho scritto qui sopra. Avrei potuto scrivere di più, ma ero sempre o troppo stanco o troppo affaticato o troppo poco felice per farlo. Quindi riassumiamo.

Il 12 dicembre Sal è partito. Partito, andato via, visto scaduto, ritorno a casa, non so. Lui non mi è venuto a salutare ed io non gli ho augurato buon viaggio. Per tutti coloro che credono nel Karma posso dire che mi è giunta voce che mentre si recava a Sydney, abbia investito un grosso animale ed abbia disfatto la macchina. Solo voci, nulla di certo.

Dal 12 dicembre a ieri le cose sono andate meglio, soprattutto nei rapporti umani. Coi coreani c’era più complicità, qualche discorso, rapporti più normali. Durante la raccolta si sono susseguiti un buon numero di ragazzi di Bourke tra le nostre fila. Alcuni duravano qualche giorno, altri solo un paio d’ore. E’ un lavoro troppo duro per quelli di Bourke, per gli umani normali. I coreani sono invincibili, gli australiani sono pigri e non hanno la loro resistenza. Io credo di stare nel mezzo. Il mio rendimento lavorativo è stato sempre al di sotto di quello dei miei colleghi dagli occhi a mandorla. Non ho mai fatto tanta fatica in vita mia. La schiena sempre a pezzi, le gambe con la carne greve, le vesciche sulle mani e le dita che non facevano più forza. E’ stato terribile lavorare col caldo, con la polvere, con dei padroni che badavano soltanto a non lasciare indietro nemmeno un melone e chi se ne importa se fanno quaranta gradi e la gente sta male. Però non ho mai mollato. Non ho alzato bandiera bianca, non mi sono arreso, non me ne sono andato, e di questo vado molto fiero.

Credevo insomma che stesse andando tutto bene. Eravamo quasi alla fine della raccolta. Vedevo la luce. Dopo sarebbe stato solo un gennaio speso a seminare, seduti dietro al trattore, all’ombra. Una passeggiata rispetto al mese passato a raccogliere. Sarebbero bastati altri trenta giorni ed io avrei finito la farm. Ho aspettato quel giorno dalla prima ora in cui sono arrivato qui. Sarebbe stato il giorno più bello della mia vita e non per modo di dire. Sarebbe stato il giorno in cui avrei buttato tutto, i vestiti logori, le padelle, le scarpe, tutto. Sarebbe stato il giorno in cui avrei aspettato che Judy mi venisse a prendere per portarmi alla stazione dei bus. Avrei lasciato Bourke e la farm per sempre. Via, verso altre città, verso l’ultimo viaggio australiano, verso il ritorno a casa. Sarebbe stato un giorno atteso per 2160 ore: il giorno più bello della mia vita. Invece gli eventi me lo hanno portato via per sempre.

Negli ultimi giorni i rumors tra di noi per chi sarebbe rimasto erano insistenti e vari. Nessuno tra i coreani sapeva se sarebbe rimasto. Io avevo chiesto a Judy più e più volte se era sicuro che io e Sylvie saremmo potuti restare. La risposta era sempre: “Sicuro!”. Mi sentivo blindato, tranquillo. Avrei seminato e poi me ne sarei andato con i miei 88 giorni per il secondo visto spalmati nero su bianco su tutte le payslip. Sarei stato in una botte di ferro. Poi la doccia fredda.

Ieri, poco prima della fine della giornata lavorativa, Judy si è assentata per un po’. Al suo ritorno avevamo finito di raccogliere il campo numero 6; otto corse e cinquanta bins di meloni raccolti in tre ore. Lei ci ha raggruppato tutti e ha detto: “Ero da Andrew. Mi ha detto che lunedì è l’ultimo giorno di lavoro per tutti. Non vuole più nessuno”, poi è salita e ci ha portati a casa. Avevo pensato a questa possibilità. Pensavo che sarebbe potuto succedere, che il capo avrebbe potuto mandarmi via all’ultimo per non rischiare di perdere i lavoratori fino alla fine della raccolta. Pensavo: se mi succede, allora mi incazzo di brutto. Invece no, non è successo. Curiosamente, alla notizia, ero felice. Sì, non avevo finito la farm ed ero in mezzo alla strada in periodo natalizio: ma non mi è importato. E’ l’Australia, la terra delle infinite possibilità. Oggi va tutto bene e domani è un disastro. Però ci si può sempre rialzare. Ormai ho capito che fare piani è inutile ed impossibile. L’Australia ti frega, ti sorprende, ti ammutolisce e poi ti lascia a bocca aperta, però mai ti trascura. E questa è una gran cosa.

Pensavo che dare la notizia a Sylvie fosse dura. Pensavo che reagisse male. Dopo averglielo comunicato, al contrario, un sorrisone immenso le ha illuminato il viso. Non ho mai visto nessuno così felice. Basta caldo soffocante, basta fare bisogni nel secchio, basta vita da reclusi. Non più topi che girano per casa di giorno e di notte, non più ragni giganti e serpenti in agguato. Fine della dieta a base di riso e noodles, fine della sofferenza lavorativa, fine di tutto: lascio Bourke per sempre.

Domani alle nove un bus mi porterà a Sydney, dove trascorrerò il Natale in spiaggia a Bondi. Quello che doveva essere il peggior Natale della mia vita potrebbe rivelarsi invece essere uno dei migliori. Non ho mai festeggiato il Natale con trenta gradi, in spiaggia, col berretto natalizio ed il costume da bagno. Sarà bello, di sicuro meglio che passarlo chiusi in questo vagone abbandonato. Dopo Natale andremo a Melbourne passando per Canberra. L’ultimo dell’anno lo passeremo nella capitale del Victoria e dopo cercheremo un farm per gli ultimi quaranta giorni di farm. Domani non sarà il giorno più bello della mia vita, ma certo è in top tre.

Come disse Henry Lawson, “Se conosci Bourke conosci l’Australia”, e se ho conosciuto bene Bourke posso dire che l’Australia, quella vera, è quella dove per andare a fare la spesa grossa prendi la macchina e ti fai seicento chilometri fino a Dubbo, oppure ne fai trecento fino a Cobart per andare dal dentista. È quella che non ha strade asfaltate e che quando non piove da tanto ogni mezzo che passa solleva una tempesta di sabbia visibile per miglia. È la terra rossa che brucia sotto al sole o quella polvere rossa di quella stessa terra che ti ricopre e si infila ovunque. È il caldo soffocante alle sei del mattino. E’ la campagna che al mattino ti regala i canguri e la sera gli emu. Sono le case con la cisterna di acqua in giardino per i giorni di siccità. È il paese con un bar, un ristorante ed un circolo del bowling e basta. L’Australia vera è tutta qui. Il resto è America importata.

Addio Bourke, non credo che ci rivedremo. Ti ricorderò bene, nonostante tutto. Sei stata una maestra severa, ma comunque hai tenuto una straordinaria lezione.


Il male trionfa

Darling Farm, Bourke, NSW, 10 dic 2012, ore 18:59

Vorrei poter dire che tutta la faccenda si è risolta per il meglio, ma purtroppo non è così. Anzi, rispetto a ieri sono in una situazione molto peggiore.

Oggi abbiamo iniziato a raccogliere all’alba, come sempre. Finiti i primi due campi ci hanno diviso in due squadre, una per i meloni ed una per i cocomeri. Io ero in quella dei meloni. Judy era in quella dei cocomeri. Sal era in quella dei meloni. Al termine della prima fila Sal non mi aveva ancora detto nulla. Pensavo che le cose stessero andando bene. Poi è arrivato Andrew, il capo. Sal ha parlato con lui ed Andrew mi ha chiamato. Non ci siamo, non va, tutti si lamentano. Me lo aspettavo, era troppo bello sperare di essere lasciato in pace, però questa volta mi sono innervosito. Ho detto a Andrew quello che pensavo, che Sal ce l’aveva con me, che non era vero che non lavoravo. Andrew, dopo avermi detto che anche Judy si era lamentata, la stessa Judy che mi aveva detto di non preoccuparmi, ha tagliato corto: non mi interessa. Le lamentele devono finire. Lì mi si è chiusa la vena in testa, sono andato da Sal e gli ho detto chiaro e tondo quello che pensavo. Poi Andrew mi ha richiamato, mi ha detto che non potevo permettermi di rispondere a Sal e che alla prossima ero fuori. Fuori. Avrei voluto schiaffeggiarlo. Forte. Poi ho pensato che una denuncia per aggressione non avrebbe figurato bene sulla mia richiesta per il secondo visto. Ho annuito, sono tornato in fila e ho ripreso a lavorare. Ho mandato giù. Anche se non aveva affatto un buon sapore, non potevo fare altro. Il male ha trionfato. Domani a Sal basterà dire solo una parola ed io sarò fuori. Avrò chiuso con Bourke, coi meloni, con questa farm e con i giorni per il visto. Dire che mi tiene per le palle è un eufemismo.

Dopo undici ore sui campi ho riflettuto un sacco. E’ che non so più di chi fidarmi. Judy è con me o contro di me? Il punto principale, tuttavia, è un altro. Oltre alla fatica, al caldo, al dolore, ora mi ritrovo a subire una pressione psicologica che scalza tutto il resto. Già è dura di suo, ma questo terrore, questo dover essere perfetti in una squadra in cui nessuno lo è, in cui nessuno parla con me, in cui nessuno vuole lavorare con me, è peggio di ogni mia più cupa aspettativa. L’ostracismo. Mi ritrovo quasi a sperare di essere licenziato. Potrei andarmene, ma Sylvie ha un ottimo posto all’interno della fabbrica e io devo pensare anche a lei. Inoltre non voglio dare loro la soddisfazione di togliersi il pensiero. No, no, se vogliono cacciarmi allora dovranno dirmelo guardandomi in faccia. E se succederà allora mi toglierò tutti i sassolini che ho accumulato nelle mie scarpe lacere, dirò quello che avrò da dire, farò lo zaino e via verso altri orizzonti. Il visto è un problema. Ad essere fiscali coi giorni, me ne mancano ancora una buona cinquantina. Contando che siamo sotto Natale e tutto il resto, direi che ad essere fortunati potrei riprendere a lavorare ai primi di gennaio e allora non ci sarebbero più margini di errore. O si lavora fino alla fine di febbraio senza interruzioni, oppure significherebbe essere fuori per sempre dall’Australia.

Non so che accadrà. Quello che so è che il pensiero di dover tornare laggiù domani mi sconvolge. Se chiudo gli occhi vedo solo una fila interminabile di meloni da raccogliere ed un coreano malvagio che mi tallona. Non si può andare avanti così. Non è quasi più vita.


Siamo uomini o caporali?

Darling Farm, Bourke, NSW, 8 dic 2012, ore 13:14

“L’umanità, io l’ho divisa in due categorie di persone: uomini e caporali.
La categoria degli uomini è la maggioranza, quella dei caporali, per fortuna, è la minoranza.
Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare per tutta la vita, come bestie, senza vedere mai un raggio di sole, senza mai la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama.
I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano. Questi esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza averne l’autorità, l’abilità o l’intelligenza ma con la sola bravura delle loro facce toste, della loro prepotenza, pronti a vessare il povero uomo qualunque.
Dunque dottore ha capito? Caporale si nasce, non si diventa! A qualunque ceto essi appartengono, di qualunque nazione essi siano, ci faccia caso, hanno tutti la stessa faccia, le stesse espressioni, gli stessi modi. Pensano tutti alla stessa maniera!”

Totò, Siamo Uomini o Caporali, 1955

Uomini o caporali? Bè certamente io, qui, sono un uomo. Uno dei più abietti, mi sento di aggiungere. Da qualche giorno le cose non vanno per il meglio. C’è un caporale che mi perseguita. Il suo nome è Sal, o qualcosa del genere. Sal è un coreano che per ragioni a me ignote ha raggiunto un gradino più alto degli altri. Il suo compito è quello di seguire chi raccoglie ed assicurarsi che non vengano lasciati sul campo meloni maturi. Ce ne sono altri come lui, sul campo, ma lui ha una caratteristica tutta particolare: ce l’ha con me. Non ho idea del motivo, non so cosa gli ho fatto, tanto più che non ci siamo quasi mai nemmeno parlati, però mi odia. Il suo divertimento maggiore è riprendermi per qualunque cosa. Hai lasciato un melone! Stai più vicino al nastro! Più in fretta! Così tutto il giorno. Ora, già questo è un lavoro che a mio parere dovrebbe essere proibito dalla Commissione per i diritti umani, se poi si aggiunge anche il fattore Sal, allora diventa un campo di concentramento. Dall’esterno è difficile rendersi conto di cosa significhi esattamente. Il punto è che tutti i raccoglitori lasciano indietro dei meloni. Non è una scienza esatta. A volte il melone è ancora verde, oppure fatica a staccarsi dalla pianta. Capita anche che semplicemente non lo si scorga tra il fogliame. Dopo tre o quattro ore chini a guardare in terra, un po’ si perde lucidità. Questo per dire che ad essere pignoli tutti sarebbero possibili oggetti di rimprovero. Perché solo a me? La cosa che veramente mi fa ribollire il sangue è che Sal a volte mi dice di guardare come si fa e poi si mette a raccogliere al posto mio. La cosa divertente è che lui lascia indietro un sacco di meloni, quanto me o più, e quando io li raccolgo e glielo faccio notare, lui non ci bada. Si limita a cedermi di nuovo il posto e a torturarmi per le ore successive. Ieri la cosa ha raggiunto un livello superiore. Ieri ha fatto rapporto a  Pete. Pete è quindi venuto da me, mi ha preso da parte e mi ha detto che c’era stata una lamentela nei miei confronti e che questa cosa non poteva andare bene. E’ stata una brutta cosa per me. Non sapevo cosa dire. Ero stupefatto e arrabbiato. Sconfitto. Potevo spiegargli? Potevo fargli capire che non era vero? Che la qualità del mio lavoro non differiva da quella degli altri? Se sì, come? Pete ed Andrew, il capo, stanno sui campi non più di quindici minuti al giorno. Arrivano, fanno un po’ i boss e poi se ne vanno. Va detto che i coreani sono tosti. Loro sono macchine. Letteralmente macchine. Non si fermano mai, non sono mai stanchi, non parlano. Sono scimmie che si lanciano a terra appena vedono un melone che sembra maturo. Non ho mai visto una cosa del genere in vita mia. Ero preoccupato. C’era il rischio di perdere il posto ed io non potevo permettermelo. Sylvie lavora alla fabbrica di impacchettamento e per lei è una gran fortuna. Non potevo perdere il lavoro. Ne ho parlato con Judy. La mattina, quando mi viene a prendere, abbiamo sempre un po’ di tempo prima di arrivare ai campi, quindi oggi le ho chiesto come stavano le cose. Lei mi ha detto tre cose: che Sal è lì solo perché sta simpatico ad Andrew, che Pete si è messo in testa di diventare “The man” ma  in realtà spesso non sa di cosa sta parlando e che io non ho nulla da temere. E’ stato come quando nei cartoni animati arriva la fata buona e la sua aura si spande per lo schermo della tv. Un’aura di giustizia, bontà, umanità. Judy è un capo ma non è un caporale. Fino ad ora ha dimostrato di possedere tutte le doti del vero leader. Non si arrabbia se non è necessario, chiede sempre di fare le cose e non sbraita ordini, lavora con noi ma soprattutto, cosa per me fondamentale, è equa. Un peso, una misura. Le sue parole e la sua presenza, per me, sono come una grande iniezione di serenità. E’ un lavoro disumano, ma con lei al mio fianco è almeno possibile.

Probabilmente se si andasse a frugare in qualche soffitta americana, si troverebbero decine di diari di immigrati come me fitti di parole simili alle mie. L’immigrato è sempre l’ultima ruota del carro. Io, poi, sono l’ultima ruota tra le ultime ruote. Non sono né australiano né coreano. Sono in clamorosa minoranza e questo fattore è un ulteriore problema. Però non ho mai fatto nulla di male. Ho sempre cercato di dare il massimo, di fare il mio lavoro e di arrivare a fine giornata. Un giorno dopo l’altro. Sono sicuro di non meritare un trattamento del genere. Per me i rapporti umani sono sempre stati fondamentali. Non importa quale sia il lavoro e quanto duro si presenti: se c’è umanità si può fare tutto. Senza non si va da nessuna parte. Totò ha scritto quelle parole nel 1955 e il mondo non è cambiato granché, almeno tra le fila degli immigrati. C’è sempre chi calpesta i sottoposti senza ragione o per proprio piacere personale. Come dice Totò, almeno, per fortuna i caporali sono la minoranza.

Qui Bourke, non troppo bene, ma si va avanti.


L’inferno è per gli eroi

Darling Farm, Bourke, NSW, 26 nov 2012, ore 12:33, giorno visto irrilevante

Qui Bourke, si va avanti ma le cose potrebbero andare meglio. Chiuso il capitolo potatura, oggi è iniziata la fase della raccolta. Prima il corn, il mais. Diciotto persone per raccogliere pochi filari. Si raccoglie a mano, i chicchi appena tinti di giallo. Un trattore con un nastro trasportatore sta davanti a noi che raccogliamo pannocchia per pannocchia. Tutto bello se non fosse per il caldo. Alle 5:30 il termometro segnava 25 gradi. Il sole non era nemmeno spuntato e già l’aria era calda e secca. Alle 10:30 i gradi sono diventati 35. Per raccogliere, oltre alla tuta e alla felpa, indosso anche la sciarpa adesso. Il sudore sul collo si impasta con la polvere e i pollini e irrita tutto. Senza è un suicidio, meglio il caldo. Col sopravanzare della calura il ritmo si è abbassato, la raccolta rallentava e tra i filari di granoturco la temperatura era, se possibile, anche più alta. Non un filo di vento e quel poco che spirava era bloccato dal muro di piante. Sylvie è svenuta. Stava bene, poi il cuore ha accelerato, poi tutto nero. E’ stramazzata ma si è ripresa in fretta. Alle undici nemmeno il supervisor ci ha fermati. Troppo caldo, se continuate domani la metà di voi sarà ammalata. Visi stremati, rossi per il caldo e la fatica, odore di sudore misto a polvere rossa, polline e moccio. Non ho mai fatto una cosa così in vita mia. Ma non vi preoccupate, aggiungono i veterani delle raccolte, i veri cittadini di Bourke, siamo ancora in primavera. I 50 gradi preannunciati un po’ da tutti per dicembre, adesso mi fanno più paura. Il problema vero è un altro. I meloni ed i cocomeri non possono restare sotto al sole. Quando sono maturi vanno raccolti. Qualunque cosa accada. Se rimangono sul campo il sole li brucia e se viene a piovere tutto è da buttare. No, vanno raccolti tutti al momento giusto. Caldo, sole, svenimenti, non c’è scusa. Anche se ci fosse da lavorare fino a sera sotto al solleone. Quando si torna nel vagone, dopo che la giornata è finita e si fa la doccia, una volta asciugati sembra di avere la febbre. E’ come se il corpo espellesse tutto il calore accumulato. La pelle è rovente e le membra sfinite. Più passa il tempo e meno capisco come si possa pensare di farlo tutta la vita. Judy, la mia cara Judy, il supervisor migliore del mondo, è il mio eroe. Ha 62 anni e non batte ciglio. Dice sempre che ha caldo, ma beve pochissimo e non si ferma mai. Altra stoffa, altre abitudini. Io non sono paragonabile. Io spero solo che tutto finisca il più presto possibile.